Edizione n.35 di mercoledì 28 ottobre 2020

Prima pagina

Ritrovato in Ucraina il piastrino di un soldato disperso, apparteneva al germignaghese Luigi Simonetto

Nemmeno lui, come il fratello Ferruccio, ritornò dalla Campagna di Russia – Lo ha recuperato un alpino di Abbiategrasso

Acquista un senso particolare, quest'anno, la celebrazione a Germignaga (Varese) della Festa dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate. Nel programma della manifestazione, organizzata in collaborazione con il Gruppo Germignaga della Sezione Associazione Nazionale Alpini di Luino, è stata infatti inserita una cerimonia di particolare rilievo.
Il motivo è stato spiegato dall’assessore all’Istruzione Marco Fazio. «Negli scorsi mesi è giunta in Comune la segnalazione del ritrovamento, da parte dell’alpino Antonio Respighi della Sezione ANA di Abbiategrasso, del piastrino di riconoscimento del soldato Luigi Simonetto, nato il 15 febbraio 1921, disperso dal 1943». Il piastrino, in condizioni di conservazioni non perfette, ma comunque leggibile, è stato recuperato nel corso di un viaggio tra l'Ucraina e la Russia, nei pressi della città di Miciurinsk.
Fatti gli accertamenti del caso, e dopo aver informato i fratelli del soldato Stella, Armando e Attilio residenti a Germignaga e Nico a Cremenaga, l'amministrazione comunale si è attivata per celebrare degnamente il "ritorno a casa" di questo soldato. «Confidiamo, aggiunge Fazio, in una larga partecipazione della popolazione e, per questo, abbiamo pensato di effettuare in modo ufficiale, nella casa di tutti i germignaghesi, la riconsegna del piastrino».
Domenica 4 novembre, alle ore 9.30, nella sala consiliare del municipio, si terrà una breve commemorazione e la riconsegna ai familiari di questa "reliquia" insieme con una pergamena. Alle ore 10.15 il corteo si recherà al cimitero per l'omaggio ai caduti. La cerimonia si concluderà alle ore 11 con la messa celebrata dal parroco di Germignaga.
La famiglia Simonetto è molto stimata e benvoluta nella comunità germignaghese. Tutti originari di Annone Veneto, sono arrivati il 7 dicembre 1937 a Montegrino Valtravaglia e successivamente, il 25 marzo 1943, si sono trasferiti a Germignaga. La guerra li ha travolti con un doppio dolore. «Oltre Luigi, ricorda il sindaco Prato, non è più tornato dalla Russia nemmeno il fratello Ferruccio». 

“Crocifissione” di Antonio da Tradate - Luino: «Maccagno se ne disinteressò e Luino salvò l’affresco»

Le proteste da parte di Maccagno circa il deposito e la conservazione in Luino della "Crocifissione" di Antonio da Tradate raccontate nell'articolo della scorsa settimana “Quell'affresco conteso tra Luino e Maccagno” hanno raccolto parecchia attenzione, soprattutto a Luino, e aperto nuovi fronti di considerazioni. Ma come! Maccagno aveva dato il suo benestare alla demolizione di quell'affresco - ci è stato scritto - invece Luino e benemeriti esponenti culturali come l’architetto Sandro Mazza, l’ingegnere Pierangelo Frigerio, lo storico Piergiacomo Pisoni e il dottore Piero Astini salvarono e recuperarono quell'opera e ora l’amministrazione maccagnese pretende «costi quel che costi» la restituzione dell’opera?
Molti lettori ci hanno espresso disappunto per la controversia sulla querelle dell’affresco e hanno ricordato interventi e protagonisti che hanno permesso la salvezza dell’opera. L’amministrazione luinese ha riassunto il sentimento di sorpresa con una ricostruzione dell’intera vicenda che di seguito pubblichiamo.

Un affresco salvato
Ho letto con attenzione l’articolo pubblicato il 24 ottobre a proposito della Crocifissione di Antonio da Tradate appesa in una sala al primo piano del “Verbania”, riscontrando alcune omissioni alle quali mi preme rimediare.
L’affresco si trovava a Campagnano, dove nel 1967 venne “scoperto” dal neonato gruppo Travalium, di cui facevano parte il trio Frigerio, Mazza e Pisoni, che con passione avevano iniziato a catalogare le opere d’arte che si trovavano nelle nostre valli.
Saputo che l’edificio in questione stava per essere oggetto di una radicale ristrutturazione, si rivolsero al restauratore Carlo Alberto Lotti per commissionargli lo strappo, come in gergo si chiama lo stacco di un affresco.
A questo punto Piero Astini, componente del sodalizio, si attiva per depositarlo in quello che allora si chiamava Istituto civico di cultura popolare, visto che in Maccagno all’epoca non esisteva un luogo idoneo alla sua conservazione.
In tutta questa vicenda l’assenza degli enti locali sembra evidente, se l’affresco esiste ancora il merito va solo ad un gruppo di appassionati; in quegli anni non si dava molto peso alla storia locale ed un’opera molto ammalorata di autore poco conosciuto raramente veniva recuperata. La questione evidentemente è delicata, per questo la nostra amministrazione sta facendo ricerche e valutazioni che possano portare ad una decisione equilibrata e giusta.
Sarebbe anche interessante sfogliare qualche numero di codesto giornale stampato tra il 1967 ed il 1968, per trovare magari ulteriori notizie.
Venendo ai nostri giorni l’ipotesi di trasferire la Crocifissione in Municipio corrisponde all’intenzione di valorizzare parte della collezione di Palazzo Verbania con un trasferimento a Palazzo Serbelloni, visto anche che si sta procedendo al restauro dell’edificio.
Ricorderei anche che proprio la tappezzeria della “Sala rossa” è stata oggetto di pulitura, dunque lì l’opera potrebbe avere una degna cornice.
Beh, alla fine la contesa accende i riflettori su un autore ed un’opera di pregio, sulla storia del nostro territorio… ben vengano le provocazioni, se portano ad un maggiore impegno nella salvaguardia e promozione di quello che c’è di interessante, magari anche sui muri di Maccagno come di Luino o nelle loro chiese.
Alessandra Miglio
Assessore territorio, verde pubblico e arredo urbano

«Tu m'hai lasciato questo, un bambinello », la Resistenza nelle parole di una donna

La figlia Giovanna ricorda Giuliana Gadola e "Il Capitano" Filippo Beltrami ucciso dai nazifascisti

A Gemonio vive ancora Giovanna, la figlia di Giuliana Gadola e dell’architetto Filippo Beltrami, trucidato dai nazifascisti insieme a Gaspare Pajetta e a undici partigiani nella battaglia di Megolo, nel febbraio 1944. La tragica vicenda, raccontata dalla madre nel libro “Il Capitano”, è stata traslata in una fiction cinematografica, recentemente presentata anche a Palazzo Verbania a Luino dal regista Vanni Vallino e dallo storico della Resistenza Mauro Begozzi. Un libro del quale Cesare Pavese ebbe a dire tra l’altro: «… è il primo di ispirazione partigiana, dove non s’acquatti la retorica». Significativa in proposito la testimonianza di Giovanna, rivolta al pubblico di Gemonio, in occasione della prima proiezione del film “Giuliana e il Capitano” nello scorso mese di aprile:
«Vi ringrazio di essere venuti per conoscere i miei genitori e il loro amore. Un amore di rara qualità, aperto al mondo, in cui ciascuno aiutava l'altro a essere se stesso, a realizzare la propria missione, a dare agli altri il meglio di sé. Questo loro reciproco modo di relazionarsi li ha portati pian piano, e non senza esitazioni, a decidere di entrare nella Resistenza e di dare il loro contributo a liberare il Paese dalla nube tetra e minacciosa che lo sovrastava.
Il film trae origine da un libro ("Il capitano") che mia madre ha scritto a Cogne, in Val d'Aosta, dove ci eravamo rifugiati dopo la morte di mio padre. Lì abbiamo passato un anno, dalla primavera del ‘44 alla liberazione, in una baita di montagna un po' fuori dal paese. Due donne, mia madre e una giovane trentina e tre bambini dai 7 anni ai 7 mesi.
Una poesia di mia madre descrive molto bene il suo stato d'animo in quel tempo.
Si intitola «La nostra storia».

Tu m'hai lasciato questo, un bambinello
di carne e pelo biondi come il miele.
Me lo porto in ispalla sui sentieri
in cerca d'uova da una grangia all'altra.

Se gli parlo di te, la nostra storia,
chiusa dall'insonnia in una casa
dove ogni notte mi sgretolo con te,
quella storia diventa una leggenda
e nell'aria pulita t'incorona.

Immaginiamoci la situazione: la giornata è finita, i bambini hanno fatto i compiti, hanno cenato, sono stati messi a letto sotto alti piumini d'oca. Viene riordinata la cucina, caricata la stufa, stabilite le incombenze per l'indomani, si spegne il parlottio dei bambini. Resta solo il borbottio dello stufa. Poi cala la notte, quella notte che mia madre non avrebbe mai voluto attraversare, che nessuno di noi vorrebbe attraversare, ma che prima o poi ci tocca.
Mia madre mi ha detto diverse volte che senza di noi si sarebbe buttata nelle azioni più rischiose della guerra partigiana a costo della sua vita. Dovendo restare con noi senza impazzire bisognava comunque interrompere la sequenza di quelle notti terribili. Ma come? Mia madre decise allora di scrivere la loro storia, per salvaguardarne la memoria. Le notti si trasformano in momenti di intenso lavoro, in cui mia madre deve per forza prendere le distanze dalla vicenda per riordinare i ricordi, per organizzare il materiale. Ed è la salvezza. Il dolore si trasforma in un atto creativo di grande importanza per se stessa, per noi figli, per mio padre che ritorna a vivere in quelle pagine.
La storia si fa leggenda.
Il manoscritto, avvolto in tela cerata, viene sepolto sotto un albero, in attesa di tempi migliori. Dissotterrato dopo la liberazione, inizia l'iter per essere pubblicato dalla casa editrice Gentile di Milano, nel febbraio del ‘46.
La nostra storia confluisce così nella storia collettiva della Resistenza, ma con un taglio particolare: è una donna che scrive, una donna il cui sguardo presta più attenzione alle emozioni, ai sentimenti, alle motivazioni, piuttosto che ai fatti d'arme.
Per finire vi invito a riflettere sulla frase del filosofo greco Sofocle: "Se una cosa è giusta, certo val meglio di una cosa saggia"... sulla quale i miei genitori hanno impostato la loro vita».
Un’opera quella di Giuliana Gadola che nell’edizione del 1964 ebbe l’onere di una postfazione del poeta Eugenio Montale, di Gianni Rodari e di Piero Calamandrei.
Emilio Rossi 

Cadegliano Viconago, recuperati gli affreschi della chiesa di S. Antonio

I lavori sono durati quarant’anni
Chiesa Viconago

(fp) A Cadegliano Viconago è stato presentato sabato 22 settembre nell’Oratorio Medievale il restauro degli affreschi della chiesa di S. Antonio. Il monumento è interamente decorato da un ciclo di affreschi che ne documentano le diverse fasi di costruzione.
Sono intervenuti il direttore ufficio Beni culturali ecclesiastici della Curia di Como don Andrea Straffi, Isabella Marelli della Soprintendenza per i Beni storici e artistici di Milano, il parroco don Giovanni Bianchi e il sindaco di Cadegliano Viconago Arnaldo Tordi, la presidente dell’Associazione recupero e tutela chiesa di S. Antonio Graziella Croci, la presidente della Comunità montana del Piambello Maria Sole De Medio, l’assessore provinciale alla cultura Francesca Brianza e inoltre Alessandra Brambilla della Pinacoteca Zust di Rancate, gli storici dell’arte Paola Viotto e Marco Brusa e il restauratore Massimo Maria Peron.
Sono serviti oltre quarant’anni di restauro per recuperare gli affreschi della chiesa, un piccolo gioiello architettonico e pittorico interamente decorato da un ciclo di affreschi che documentano le diverse fasi di costruzione del monumento. La chiesa fu adornata da dipinti murali fin dell’epoca romanica, successivamente i cicli pittorici furono coperti da strati di calce, probabilmente a causa di una pestilenza.
Nella cappella di sinistra è stata scoperta una singolare Crocifissione di grande valore liturgico e iconografico. Gli ultimi lavori hanno riportato all’antico splendore immagini dedicate alla Madonna del latte del XVII secolo e dipinti trecenteschi dedicati ai santi Leonardo, Maria Maddalena, Madonna in Trono e Madonna di Loreto. L’affresco di maggior pregio ritrae la Trinità sull’altare della fine del Trecento, di cui rimane ancora sconosciuto l’autore.
E’ toccato a don Andrea Straffi fare il punto sull’originalità dell’immagine della Trinità recuperata negli ultimi due anni e sul significato teologico di una raffigurazione, così particolare e unica, delle tre figure del Cristo perfettamente replicate (nella foto). Un esempio di raffigurazioni abbandonate dopo la Bolla papale del 1745 che metteva al bando una concezione triteistica, cioè di tre figure come tre Dei.
Rimandi ad affreschi della Valtravaglia e al vicino Canton Ticino sono stati fatti da Paola Viotto e Alessandra Brambilla. I loro studi fanno supporre la mano di Guglielmo da Montegrino o Antonio da Tradate. Nessun dubbio invece sugli affreschi della cappella di destra, dove è ben leggibile la data e la firma di Bartolomeo da Ponte Tresa, allievo di Bernardino Luini. 

Lago Maggiore, i turbini dell’Isola Bella

Abituati come sono a frequentare l’Isola Bella per ammirarvi le sale del palazzo Borromeo e i suoi giardini, i turisti spesso affrettandosi dall’uno all’altro ambiente, pressati dalla voglia di vedere tutto il possibile, non scoprono quello che da trecento e ottant’anni man mano di segreti e di curiosità l’Isola ha accumulato.
Ve ne sarebbe da scrivere pagine e pagine e non tutte le storie che si potrebbero raccontare sono positive o allegre: qualcuna dice gli sforzi di capimastri e artigiani, frustrati nel confronto con una natura quasi sempre solare, da “paradiso in terra”, che però talvolta riuscì a scatenarsi con violenza pari a quella che colpì l’Isola Bella, e con essa altri luoghi a noi cari del Medio Verbano, nello scorso 25 agosto.
Lavori e tempeste
Chi viene a visitare l’isola ignora come l’intenso lavorio di continua sistemazione dei vari ambienti botanici fu spesso ridotto a niente da trombe d’aria e tempeste, che misero in ginocchio quel paradiso terrestre, e fecero disperare chi vi lavorava di non poter forse rimettere le cose nello splendido ordine sognato da Vitaliano VI Borromeo nella seconda metà del Seicento.
Ma il turista deve sapere, per gustare appieno la perfezione con cui oggi vengono tenuti giardini e sale del palazzo museale, che, soprattutto durante la costruzione del palazzo, crolli e distacchi nelle volte e nelle decorazioni a stucco furono cosa frequente, come spesso accadeva nei cantieri edili dei grandi edifici del Seicento.
Oggigiorno ci si impressiona – giustamente – per i gravi danni causati dalla tromba d’aria di sabato 25 agosto, che ha recato violenza non solo alle isole, ma soprattutto a giardini e ville private, oltre che alle notissime Villa Taranto, Villa San Remigio, all’Allea delle Magnolie di Pallanza, all’Archivio di Stato di Verbania e al Museo del Paesaggio (quasi che il tempo atmosferico abbia voluto accanirsi con quanto di più prezioso e bello il nostro lago può regalare ai turisti: la cultura e la propria memoria storica), spingendosi poi a far strage di tetti e di alberi di là del lago, nell’entroterra lavenese.
Catastrofi del ‘600
Anche un tempo succedevano disgrazie paragonabili a quella appena occorsa, e forse – pur considerando che i mezzi tecnici erano meno adeguati, anche se la manodopera più abbondante e a buon mercato – esse risultavano più catastrofiche.
Venti impetuosi sollevarono talvolta onde alte e rabbiose dal lago, che demolirono facilmente i muraglioni di contenimento edificati con tanta fatica negli ultimi anni Settanta del Seicento: lo constatavano sconsolati nell’aprile del 1681 coloro che verificavano i danni e però scrivevano che alla fin della fiera «le disgratie del muraglione» erano «sane, perché insegnano». Il vento, infatti, era stato «portentoso, a sentir gl’effetti da esso cagionati»; il «riparamento» fatto al muraglione non era stato sufficiente a resistere ad altre raffiche, e tutto il lavoro di rinforzo fatto sino ad allora era stato inutile, anche se aveva insegnato che si doveva construire in modo più robusto.
Analoghi guai capitarono, sempre a causa dei venti, ad alcune statue in varie zone dei giardini, e alle guglie della chiesa parrocchiale (1667); in un caso (a inizio anno 1682, esattamente il 2 gennaio), per il terribile vento che tirava in quell’inizio d’anno cadde una statua che reggeva, al culmine del cosiddetto “Teatro d’Ercole”, l’insegna in ferro battuto dell’Humilitas; per tutto il Settecento, e l’Ottocento non si contano gli alberi stroncati alla base o dai “turbini”: la causa prima è però da ricercare nel mutato gusto botanico che man mano introduceva all’Isola essenze arboree ad alto fusto.
Troppa temerarietà nei disegni e mezzi tecnici talvolta ridotti costringevano i capimastri, manovali e stuccatori attivi in palazzo a rimettere mano a muri pericolanti, volte che appena gettate nel consolidarsi si riempivano invece di crepe, ornamenti che cadevano all’improvviso, costruzioni in extremis di pilastri di rinforzo...
In questo modo l’Isola Bella, luogo dove il bello e l’armonia delle costruzioni borromee hanno alle lunghe avuto ragione degli inconvenienti verificatisi negli propri antichi cantieri, si mostra (anche oggi che sono passate poche settimane dalle ferite che le trombe d’aria del 2012 le hanno inflitto) perfetta e desiderabile agli occhi dei turista: un paradiso in terra, una festa per gli occhi e per la memoria artistica del lago. Nell'immagine, le Isole in inverno (foto Ivan Spadoni)
G.C.

Verbania, “Ricostruiamo il parco di Villa Taranto”

L’appello è stato lanciato da Paolo Pejrone al Salone del Libro Editoria & Giardini

A Verbania il 22 settembre, all’inaugurazione del Salone del Libro Editoria & Giardini, il fondatore dell’Associazione Italiana Architetti del Paesaggio, Paolo Pejrone, ha lanciato un appello per la ricostruzione del parco di Villa Taranto distrutto dal tornado del 25 agosto.
Il celebre architetto ha dato la sua voce a una causa cara non solo agli abitanti di Verbania, ma a tutti coloro che sono consapevoli del disastro abbattutosi sulla cultura, sulla bellezza dei giardini verbanesi, sul paesaggio e sul turismo. In campo è sceso anche il Fai (Fondo Ambiente Italiano), che ha avviato una raccolta firme per far rientrare Villa Taranto tra “I Luoghi del Cuore”. Il censimento nazionale, promosso in collaborazione con Intesa San Paolo, chiede ai cittadini di indicare i luoghi che vorrebbero fossero ricordati e conservati intatti per le generazioni future.
La catastrofe ha sconvolto giardini, ville, abitazioni, strade. Villa Taranto, uno dei giardini botanici più importanti d’Europa che ogni anno accoglie 130 mila visitatori, ha visto schiantarsi a terra oltre 300 alberi secolari.
Non meno gravi le conseguenze sull'Archivio di Stato. Lo scoperchiamento del tetto ha causato il bagno di metri e metri lineari di documenti. La direttrice Mora ha invocato l’aiuto di volontari e Il Magazzeno Storico Verbanese ha subito appoggiato l’appello, sollecitando la collaborazione ad asciugare «carte e dati storici unici e indispensabili alla conoscenza del territorio». 

Mediterraneo, nei porti Ue migliora la qualità dell’aria

Funzionano le politiche comunitarie – Le misure sono state effettuate a Civitavecchia, Savona, Palma di Maiorca e Tunisi dagli scienziati del Joint Research Centre a bordo della nave da crociera Costa Pacifica

Le emissioni di diossido di zolfo (SO2) si sono notevolmente ridotte nei porti dell’UE grazie a regolamenti più severi sul contenuto di zolfo nei carburanti utilizzati dalle navi durante l’ormeggio e l’ancoraggio nei porti. Gli scienziati del JRC (Joint Research Centre-Centro Comune di Ricerca), il servizio scientifico interno della Commissione Europea, hanno misurato i parametri chiave della qualità dell’aria nei porti del Mediterraneo prima e dopo l’entrata in vigore, nel gennaio 2010, dei requisiti di basso contenuto di zolfo.
Crollo del diossido di zolfo nell’Ue…
Nei porti europei si è riscontrata una diminuzione media del 66% della concentrazione di diossido di zolfo, sostanza chimica nociva alla salute e all’ambiente. Misurazioni effettuate nei porti al di fuori dell’UE hanno mostrato che la concentrazione di SO2 è rimasta invariata. Le misure dei parametri della qualità dell’aria sono state effettuate utilizzando una stazione automatica di monitoraggio posta sulla nave da crociera Costa Pacifica, che ha seguito una rotta settimanale prestabilita nel Mar Mediterraneo Occidentale durante gli anni 2009 e 2010.
La concentrazione di diossido di zolfo è diminuita notevolmente in tre dei quattro porti europei dove sono state effettuate le misurazioni: Civitavecchia, Savona e Palma di Maiorca. La concentrazione giornaliera media di tutti i porti è scesa mediamente del 66%. Le misurazioni effettuate dal JRC nel porto di Barcellona sono risultate inconcludenti a causa delle significative variazioni giornaliere. Tuttavia, misurazioni indipendenti effettuate da stazioni di monitoraggio nel porto di Barcellona e nelle vicinanze del porto di Palma di Maiorca hanno confermato una forte diminuzione dei livelli di diossido di zolfo nel 2010 rispetto al 2009.
…ma non negli altri porti
Al contrario, nel porto di Tunisi non si è riscontrata una riduzione del diossido di zolfo né di alcuno degli altri agenti inquinanti misurati nei quattro porti (Civitavecchia, Savona, Palma di Maiorca e Tunisi). Ciò dimostra che la diminuzione della concentrazione di diossido di zolfo è la conseguenza diretta dell’applicazione delle normative europee. Inoltre, lo studio conferma che vi è una correlazione tra diossido di zolfo ed elementi chimici tipicamente emessi dalle ciminiere delle navi, dimostrando che le navi rappresentano la fonte principale di diossido di zolfo nei porti.
La logistica per il misuramento automatico a bordo della nave è stata offerta dalla Costa Crociere, mentre le misurazioni sono state effettuate in collaborazione con gli scienziati delle Università di Genova e di Firenze, il laboratorio INFN-LABEC a Firenze e l’Institute of Environmental Assessment and Water Research di Barcellona.
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Carburante navi e direttive europee
Il diossido di zolfo è una delle principali sostanze chimiche responsabili della formazione di piogge acide e dell’inquinamento atmosferico da polveri sottili: queste ultime sono il principale fattore di rischio delle malattie cardiovascolari e respiratorie. La modifica della direttiva 1999/32/EC del 2005 ha stabilito che dal gennaio 2010 tutte le navi ormeggiate o ancorate nei porti europei debbano usare carburanti con un contenuto di zolfo inferiore allo 0,1% in peso. Precedentemente, al di fuori dalle aree dichiarate zone di controllo delle emissioni di zolfo, era consentito un contenuto di zolfo fino al 4,5%.
Le navi normalmente utilizzano olio combustibile pesante che dal 2012 deve avere un contenuto di zolfo non superiore al 3,5% per le navi da trasporto merci (prima del 2012 il limite era di 4,5%). Mediamente, il contenuto di zolfo negli oli combustibili pesanti è di 2,4%. Per fare un confronto, il contenuto di zolfo nei combustibili usati dai mezzi di trasporto terrestri non deve superare lo 0,001%.
In linea con gli obiettivi di protezione ambientale dell’UE e per consolidare gli accordi raggiunti dall’Organizzazione Marittima Internazionale, il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’UE hanno concordato di sottoporre al voto, dopo l’estate, la modifica della direttiva 1999/32/EC, per un’ulteriore riduzione dei contenuti di zolfo nei carburanti usati al di fuori dei porti. Il contenuto massimo di zolfo nei carburanti per le navi scenderà dal 3,5% allo 0,5% entro il 2020, mentre nelle aree dichiarate zone di controllo delle emissioni di zolfo (il Mar Baltico, il Mare del Nord e il Canale della Manica), dove il limite attuale è dell’1,5%, scenderà allo 0,1% entro il 2015.
I risultati dello studio intitolato ‘L’impatto della direttiva Europea sulle emissioni navali sulla qualità dell’aria nei porti del Mediterraneo’ sono stati pubblicati nella rivista scientifica Atmospheric Environment, C. Schembari, F. Cavalli, E. Cuccia, J. Hjorth, G. Calzolai., N. Pérez, J. Pey, P. Prati, F. Raes: Impact of a European directive on ship emissions on air quality in Mediterranean harbours, Atmospheric Environment (2012), doi: 10.1016/j.atmosenv.2012.06.047 

Intervento -112, Numero unico di emergenza europeo, in Lombardia la sperimentazione

Impiegati lavoratori in mobilità e Cigs per cessazione attività - Accordo tra Regione e Cgil Cisl Uil

Nei giorni scorsi la nostra organizzazione, insieme a Cisl e Uil, ha firmato un Accordo sindacale con la Regione Lombardia - assessorato al lavoro - per l’utilizzo di lavoratori e lavoratrici in mobilità o in cassa integrazione straordinaria (Cigs) per cessazione di attività ai sensi della Legge n.22371991 che, su base volontaria, si dichiareranno disponibili a lavorare in qualità di operatori telefonici all’interno dei Call Center Laici (Ccl) che verranno istituiti a Varese, Milano e Brescia per la sperimentazione del Numero unico di Emergenza Europeo 112 (NUE 112).
Il NUE 112 è un servizio a favore del cittadino che il nostro Paese deve istituire sulla base delle disposizioni europee. Attraverso questo servizio i cittadini avranno a disposizione un solo numero per le emergenze di ogni tipo: sanitarie, ordine pubblico, incendio ecc e sarà cura del servizio pubblico smistare le telefonate all’autorità preposta all’intervento: Pronto soccorso, Ospedali, Polizia, Carabinieri, Vigili del fuoco. E ' stato deciso, a livello nazionale, che la Lombardia sarà la prima regione a sperimentare il NUE112, che poi verrà esteso, a fine sperimentazione, a tutto il territorio nazionale. La sperimentazione inizierà, nei tre territori sopraindicati, entro il 31 dicembre 2012 e si concluderà il 31dicembre 2013.
I lavoratori e le lavoratrici in mobilità e in Cigs verranno selezionati nelle prossime settimane da parte dei Centri per l'Impiego, basandosi sugli elenchi Inps delle province di Varese, Milano e Brescia; una volta superata la selezione le persone dovranno seguire un percorso formativo della durata di un mese e verrà loro corrisposta, oltre all'indennità percepita da Inps, un importo integrativo stante l'impegno settimanale previsto in eccedenza a 20 ore e l'indennità per il lavoro su turni in riferimento al Ccnl Pubblici dipendenti - comparto Sanità.
I lavoratori e le lavoratrici selezionati che supereranno l'esame di idoneità alla fine del percorso formativo potranno prestare attività lavorativa per 6 mesi, rinnovabili per altri 6, e saranno denominati Lavoratori Socialmente Utili (Lsu). La Regione e le Organizzazioni sindacali monitoreranno trimestralmente l'attuazione della sperimentazione e al 30 novembre 2013 è prevista una fase di verifica rispetto all'andamento complessivo del progetto, alla sua estensione su tutto il territorio lombardo e alle prospettive occupazionali per i lavoratori interessati. Nel primo periodo saranno selezionati circa 60 lavoratori/lavoratrici, ma il fabbisogno per la fase sperimentale è stimato in 230 unità.
Riteniamo che l'accordo apra prospettive positive per coloro che sono disoccupati o che perderanno a breve il lavoro, nel rispetto dei contratti nazionali e dei diritti individuali. L'accordo risulta tanto più positivo visto il periodo di grave crisi economica e occupazionale che stiamo vivendo, che ci deve spingere a ricercare ogni possibile soluzione per la ricollocazione delle persone.
Fulvia Colombini
della Segreteria Cgil Lombardia

Stalking, compagni e condomini i più accaniti

A Varese avviato il servizio di assistenza

Anche nell'apparentemente placida Terra dei Laghi si squarcia sempre di più il velo sullo stalking, la violenza psicologica e non solo che si abbatte su una persona (solitamente una donna) e la sua cerchia di familiari e amici a colpi di comportamenti molesti e insistiti, persecuzioni, appostamenti, pedinamenti, intrusioni, minacce... Per arginare il fenomeno, a Varese la Provincia ha lo scorso marzo avviato il servizio Antistalking, riprendendo azioni già svolte dal 2010 insieme con Comune di Varese e Associazione Psicologia e Legalità onlus.
In piena discrezione e totale anonimato professionisti volontari, psicologi, avvocati e medici offrono gratuita consulenza in locali riservati della Provincia. L’équipe, che è coordinata dalla psicologa specialista Maria Rosaria Infante e aggiornata dalla pedagogista e formatrice Marina Consolaro, ha in cinque mesi assistito 16 donne e 7 uomini tra vittime dirette (18) e secondarie (5). È emerso che nel meccanismo persecutorio sono stati coinvolti anche loro familiari (6 anziani, 2 ragazze sotto ventidue anni e 3 bambini). Le violenze denunciate sono maturate prevalentemente in un ambiente sentimentale/affettivo (un uomo e otto donne) e condominiale (quattro uomini e una donna).
Lo sportello è accessibile solo telefonicamente tramite il numero 334.1433233. La vittima viene dapprima sostenuta e informata sulla possibilità di un piano di sicurezza e quindi invitata a fissare un appuntamento di consulenza integrata legale-psicologica. I tempi sono rapidi: la data cade nella stessa settimana e, perlopiù, entro tre giorni; in casi di grave urgenza, anche il giorno o entro quello successivo alla chiamata. L’aiuto spazia dall’accoglienza alla consulenza psicologica, dall’assistenza legale a quella medica e sociale fino al supporto riabilitativo.
Tutte le vittime di stalking, che – va ricordato – sono sempre l’intera famiglia e non soltanto il singolo componente, subiscono minacce di violenza (100 per cento). In più sono assalite da ulteriori comportamenti persecutori di sei diverse tipologie.
Il persecutore, quasi sempre (90 per cento dei casi accolti allo sportello varesino), ricorre anche a telefonate sgradevoli, coinvolgimento di terzi, pettegolezzi e bugie, appostamenti al lavoro e/a casa, pedinamenti per strada, accuse false. Inoltre non si trattiene da violenze né dal raccogliere informazioni con l’inganno (70 per cento). Molto frequenti sono i danneggiamenti della proprietà (60 per cento), gli imbrattamenti dell’abitazione e l’invio di posta sgradita (50 per cento), lo stalking telematico e le visite sgradite (40 per cento). Una sesta specie di persecuzione è l’ordinare beni per conto delle vittime (finora a Varese nessun caso).
Ibis

Trasporto ferroviario e le ricette della crisi

Diffuse rivolte contro i tagli e il caso Lombardia – La linea Luino e la presa di posizione della Provincia di Varese

C'è chi in Italia, terrorizzato dalla crisi economica, vuol dare una mano alla "revisione della spesa pubblica" sforbiciando su linee ferroviarie ritenute improduttive e tagliando treni ai pendolari.
Tagli…
Il traffico delle merci? Meglio affidarlo al trasporto su gomma che utilizza le strade con costi che gravano sulla fiscalità generale. Non importa se i tir, gravati dal continuo aumento del prezzo del carburante, incidono sull'aumento dei costi e inquinano mille volte più dei treni. Meno treni passeggeri? Utilizziamo i bus. E' quanto sta avvenendo da nord a sud con regioni o amministratori locali che si apprestano a subire soppressioni e smantellamento di linee ferroviarie. Mancano le risorse? E allora salviamo bilanci e Paese facendo viaggiare uomini e merci su strada.
…e rivolte
Un consigliere provinciale di Viterbo ha profetizzato: «Senza ferrovia non c'è futuro». Per il 26 luglio il ministero dei trasporti ha convocato mezza Italia per ascoltare le ragioni di Trenitalia e di Valle d'Aosta, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Sicilia, Sardegna, Veneto, Province autonome di Trento e Bolzano. Le Fs sono preoccupate per la mancanza di risorse, le province e le regioni non vogliono saperne di appiedare i pendolari. Le associazioni del Piemonte, penalizzato dal taglio di centinaia di chilometri di rotaia e trasporti regionali, hanno addirittura chiesto soccorso ai treni di Trenord della vicina Lombardia, dove il trasporto pubblico locale marca meglio. In provincia di Napoli un sindaco ha deciso di tagliare dalle pagine della storia e dal territorio della sua città un tratto della prima linea ferroviaria italiana (1839) con annessa stazione.
Eccezione Lombardia
In Lombardia, per fortuna, si marcia in controtendenza, affrontando l'emergenza finanziaria con lucidità e si guarda con interesse perfino ad aumentare del 10% la mobilità ciclistica con un "Piano regionale". La Regione si muove varando leggi sulla "Disciplina del settore dei trasporti" (L.R. n.6 del 4/4/2012) e si adopera per non abbandonare il trasporto pubblico, rivitalizzare le infrastrutture ferroviarie, privilegiando i treni e dare vita ad alleanze a tutto campo per non trovarsi impreparati al dopocrisi.
Nei primi di luglio in un "Tavolo regionale per la mobilità delle merci" ha preso il via un "Protocollo d’intesa" con Rfi, Fnm, imprese ferroviarie e gestori degli impianti di logistica per: sviluppo ed integrazione della rete ferroviaria; aumento della capacità d’interscambio modale strada-ferrovia; miglioramento del trasporto merci ferroviario lombardo. Tutti insieme mirando con realismo al quadro di programmazione "possibile" ed al rimedio delle "criticità segnalate". Appuntamento ad ottobre per sottoscrivere un accordo al fine di eliminare i «colli di bottiglia - così definiti dall'assessore Raffaele Cattaneo, patron del tavolo di lavoro - che riducono notevolmente il traffico merci su ferro».
Tassello Luino
Lasciare che dei 401 milioni di tonnellate di merci il 93% in Lombardia viaggi su gomma e solo il 7% su ferro non è incoraggiante. Mano, quindi, ad uno sviluppo strategico della rete che gioverà anche al servizio passeggeri. Allungamenti di binari, soppressioni di passaggi a livello, aumento del profilo delle gallerie e nuovi terminal.
Luino costituisce un tassello di quanto bolle nella pentola regionale delle infrastrutture. Nella giusta direzione si muove anche la Provincia di Varese. Il consiglio provinciale del 19 luglio ha approvato all'unanimità una mozione presentata dal luinese Paolo Enrico, sostenuto dal collega Pierangelo Rossi, a sostegno del rilancio della nostra linea ferroviaria. Temi trattati: sicurezza dei trasporti, impatto ambientale, disturbo acustico, passaggio a livello cittadino, compatibilità del traffico merci e passeggeri. Un programma nel quale dovrà essere coinvolto il comune di Luino che dal 2010 è impegnato per affidare le sue istanze a Fs, Canton Ticino, aziende ferroviarie e regione.
L'esito positivo dei treni Tilo da Bellinzona a Malpensa (Il Corriere del Verbano del 18 luglio) incoraggia a non tirare i remi in barca.
Giovanni Mele ninomele35@gmail.com 

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