Edizione n.32 di mercoledì 16 agosto 2017

Storia e storie

Montegrino, rivive un antico uso per la festa del Rosario

Risale alla battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571) la celebrazione della “Regina sacratissimi Rosarii”

Nelle litanie lauretane che un tempo si mormoravano al termine del rosario serale, nelle case di villaggio come in quelle di città, assieme ad alcune belle e affascinanti immagini (Stella Matutina, Rosa Mystica, Domus Aurea, Turris Eburnea, Ianua Coeli...) vi era quella che attribuiva alla Madonna il titolo di “Regina sacratissimi Rosarii”. Quelle litanie erano state promulgate nel 1587, dal “papa tosto”, Sisto V, anche se già dal 1572 il giorno anniversario della battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), che aveva visto la Cristianità trionfare sulla flotta ottomana (arrestando così il temibile pericolo di invasione del Sud Europa), era stato decretato come festa liturgica di Commemoratio B. Mariae Virginis de Victoria.
La devozione popolare si abituò presto ad aggiungere alle litanie lauretane (ovvero che si cantavano nella Santa Casa di Loreto sin dalla prima metà del Cinquecento) anche una che circolava sulla bocca dei fedeli: “Auxilium Christianorum”; nel frattempo la festa di Maria Vittoriosa, che salutava il 7 di ottobre l’anniversario della battaglia di Lepanto, divenne, già dopo solo due anni dall’evento, nel 1573 e regnante papa Gregorio XIII, la festa del Rosario, da celebrarsi la prima domenica di ottobre nei luoghi in cui fosse stata eretta una Confraternita del Ss. Rosario.
Curiosamente, la festa del Rosario divenne universale e non ristretta ai luoghi sopra detti, una volta ancora a causa di grandi vittorie sui turchi: come progressivo e crescente ringraziamento per l’assedio di Vienna (1683), battaglia di Pietrovaradino (1716), levata dell’assedio di Cipro (1716).
Si dovette infine attendere Leone XIII e il 1883 per veder inserire nelle litanie anche quella che ricordava la “Regina del santissimo Rosario”, ma nel frattempo la festa era entrata nell’uso comune e nella devozione popolare.
Solennità sul Verbano
Vari luoghi del Verbano festeggiano, spesso “da tempo immemore”, la solennità della B.V. del Rosario; ricordiamo, tra i posti dove la tradizione persiste dal pieno Seicento (la confraternita viene fondata nel 1641, la statua della beata Vergine pare risalga al 1674), Germignaga, dove alla festa si sommano alcune tipiche cerimonie quali l’incanto dei doni e la processione; ma piace ricordare con speciale attenzione le feste che hanno luogo, da qualche anno con vivace ripresa dei modi antichi, a Montegrino Valtravaglia.
Dopo qualche anno di abbandono, infatti, viene ripresa l’usanza di preparare, il sabato sera sul lato del sagrato della chiesa di Sant’Ambrogio, un gran falò, che pure accompagnava altre feste, quali quella di S. Antonio di Bonera, o di San Rocco, o infine ancora quello di Bosco, dopo Pasqua.
Usanza dei falò
L’usanza del falò verrà ripresa anche il prossimo 6 ottobre, quando la colonna di fuoco rischiarerà la notte accompagnando una serie di riti sacri e di occasioni festose profane: dopo la messa prefestiva, alle ore 20.30, verrà acceso il falò sul campo sotto la chiesa di S. Ambrogio; in contemporanea, saranno distribuiti dolci e vin brulé, intanto che l’atmosfera notturna verrà resa ancor più fascinosa dai fuochi artificiali offerti dalla “Casa Albergo Villa Pina”, dalle lanterne volanti di “Maiuguali”, e soprattutto dai festeggiamenti per gli ottant’anni del parroco di Montegrino, don Giovanni.
Le feste proseguiranno all’indomani, domenica 7 ottobre, precisa ricorrenza della Madonna del Rosario, con la messa alle 10, i Vespri alle 14.30, la processione con l’incanto delle offerte. Seguirà poi qualcosa che non capita tutti gli anni: nel 2012 verrà convenientemente solennizzato il primo centenario della posa del monumento al “Piccio”, opera di Egidio Giovanola; grazie agli sforzi e alla dedizione dell’associazione Amici del Piccio, e degli appassionati giovani montegrinesi che con un occhio al passato, e uno all’innovazione, procurano di non dimenticare le proprie belle e sane tradizioni di paese.
P.A.

Tempi di Olimpiadi - 1912 Nino Cazzaniga, il luinese che correva come il vento

Era la fine della primavera del 1912 quando sulle pagine della Gazzetta dello Sport e di parecchi giornali sportivi inglesi salì agli onori delle cronache il luinese Nino Cazzaniga, emigrato nel Regno Unito per motivi di lavoro e grande appassionato di podismo.
L’occasione fu la corsa detta “delle 10 miglia” (Km 16 e 90 metri), tenutasi il 27 maggio 1912 a Londra, dove egli sfiorò la vittoria nonostante fossero presenti i migliori corridori mondiali del momento. Una lettera inviata al padre e arrivata ai cronisti dell’epoca descriveva con entusiasmo l’incredibile giornata di un luinese in terra straniera: prima della partenza gli amici di Nino erano increduli e si domandavano cosa sarebbe riuscito a fare in mezzo a tanti campioni.
In corsa c’erano Green, Brooks, Tucher, Stevan, Brown e altri altisonanti corridori dell’epoca, ma subito dopo lo start, avvenuto alle 4 del pomeriggio e sotto un sole caldissimo, Cazzaniga prese la testa del plotone e con un ritmo forsennato staccò tutti. Le prime tre miglia le percorse in 15 minuti e 35 secondi. Al quinto miglio era sempre alla testa della corsa, accompagnato dai calorosi e scroscianti applausi dei numerosi spettatori presenti lungo il percorso. Verso il sesto miglio venne seppur di poco superato, ma riuscì a mantenere la seconda piazza fino all’arrivo, dove i corridori erano attesi da più di 5000 entusiasti spettatori. Uno splendido servizio da the fu il premio per Nino Cazzaniga che però poche settimane dopo compì un’altra memorabile impresa: il 21 giugno 1912 sulla pista di Stamford Bridge realizzò il primato italiano di corsa sull’ora portando a 17 Km e 739 metri il nuovo limite detenuto da un altro storico podista varesino, il bustocco Carlo Speroni della Società Pro Patria.
L’importante risultato venne immediatamente trasmesso al consiglio direttivo della Federazione Italiana richiedendo di provvedere d’ufficio all’iscrizione del nostro Cazzaniga al novero dei partecipanti dell’imminente quinta edizione dei giochi olimpici, che si sarebbero tenuti a Stoccolma dal 29 giugno al 22 luglio 1912. Immediatamente anche lo Sport Club Italia di Milano, la società sportiva di Nino Cazzaniga, si attivò per aiutarlo a partecipare a questo importantissimo evento.
“Caso Pietri” e Olimpiadi di Stoccolma
Nell’Official Report of Olympic Games Stockholm 1912 troviamo il nominativo di Cazzaniga nella squadra italiana iscritta alla maratona insieme a Carlo Speroni, Francesco Ruggero e Orlando Cesaroni. Tuttavia, quest’ultimo e il nostro Cazzaniga non risultano fra i corridori partecipanti, mentre sia Speroni sia Ruggero furono costretti al ritiro in una delle maratone più drammatiche della storia dei giochi olimpici a seguito delle polemiche avvenute quattro anni prima a Londra. Con straziante arrivo l’italiano Dorando Pietri aveva tagliato il traguardo solo grazie all’aiuto di alcuni giudici che lo avevano sorretto negli ultimi metri, determinandone però la squalifica. La maratona del 1912 si dovette correre senza assistenza e con il divieto assoluto per massaggiatori, medici e accompagnatori di essere presenti lungo il percorso.
Dal dramma alla farsa
Una insolita e inusuale torrida giornata contribuì a stremare ulteriormente i partecipanti che in soli 35 su 68 partenti riuscirono a tagliare il traguardo. Il giorno successivo, il portoghese Francisco Làzaro, crollato al suolo durante la corsa per disidratamento e insolazione, morirà in ospedale, mentre passerà alla storia di questa edizione anche il caso di Shizo Kanaguri, atleta giapponese mai arrivato al traguardo e dato per disperso. In realtà ritiratosi in sordina, dopo aver trovato ospitalità presso una famiglia svedese, tornò in patria con una nave. Nel 1962 un giornalista svedese riuscì a rintracciarlo e lo invitò a ritornare in Svezia, dove simbolicamente tagliò il traguardo della maratona cinquant’anni dopo.
Renzo Fazio Germignaga

Casciago, 200 alunni adottano la "Ghiacciaia" della scuola

Alla storia delle "nevere" saranno dedicati studi e ricerche durante tutto l'anno scolastico

A Casciago (Varese), il 20 novembre, i 200 alunni delle scuole S. Agostino e Villa Valerio hanno adottato la “Ghiacciaia” che si trova nel loro edificio e scoperto una targa a memoria dell’impegno assunto. A rimuovere il drappo, per conto di tutti i giovani studenti, sono stati l’alunna più piccola della scuola elementare, Laura, e l’alunno più grande delle medie, Alexander. Erano presenti anche il sindaco di Casciago Beniamino Maroni e il dirigente scolastico Antonio Antonellis.
La cerimonia ha concluso due giorni - il 19 e il 20 - dedicati dall’intera scuola alle lezioni didattiche tenute da Lucina Caramella, presidente del comitato promotore Club Unesco di Biandronno nel Seprio, sul tema: “Non solo ghiaccio... natura, ambiente e architettura: le ghiacciaie”. La speciale adozione è stata promossa nell'ambito della Settimana Unesco di Educazione allo sviluppo sostenibile (18-24 novembre 2013), sostenuta dalla Commissione nazionale italiana per l’Unesco e dedicata, quest’anno, al tema “I paesaggi della bellezza: dalla valorizzazione alla creatività”.
Le “ghiacciaie” o “nevere” sono particolari manufatti assegnabili alle forme dell’architettura spontanea e destinate, prima dell’avvento dei moderni frigoriferi, alla conservazione annuale di ghiaccio e neve sia per conservare gli alimenti sia per scopi terapeutici. Nel territorio varesino se ne contano ancora in buon numero e il loro patrimonio di “cosa” e “come” si faceva una volta merita di essere salvaguardato e riutilizzato nel rispetto delle loro peculiarità.
Il tema delle ghiacciaie è stato proposto e curato dal Club Unesco di Biandronno nel Seprio e sarà sviluppato nel corso dell’anno scolastico sotto la guida dei 20 docenti. Alla sua realizzazione parteciperanno l’Archivio di Stato di Varese, il Club Foto Click di Carbonate e le associazioni dei genitori delle due scuole con il sostegno della Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus e del Centro di studi preistorici e archeologici di Varese.

Brinzio, l'Arma bicentenaria rende omaggio al generale Galvaligi, Partigiano Combattente

Quest’anno alla cerimonia hanno partecipato i più alti vertici dell’Istituzione
Brinzio, l'Arma bicentenaria rende omaggio al generale Galvaligi, Partigiano Combattente

Era nato a Solbiate Arno l’11 ottobre 1920, fu assassinato a Roma il 31 dicembre del 1980 dalle Brigate Rosse, riposa nel cimitero di Brinzio (Varese). A lui e alla sua famiglia l’Arma dei carabinieri e la comunità del piccolo centro dell’alto varesotto hanno rinnovato la riconoscente gratitudine per il suo sacrificio.
A Brinzio il generale di brigata Enrico Riziero Galvaligi, il 22 dicembre, è stato ricordato con una cerimonia esaltata, quest’anno, dalla ricorrenza del bicentenario della Benemerita. In terra varesina i più alti vertici dell’istituzione, in coincidenza con le celebrazioni dello storico anniversario, hanno voluto rendere omaggio ai decorati di medaglia d’oro al valor militare, valor civile, valore dell’arma dei carabinieri e al merito civile.
Nella chiesa dei santi Pietro e Paolo il comandante interregionale “Pastrengo”, generale di corpo d’armata Vincenzo Coppola, ha commemorato Galvaligi evidenziando non solo le doti di “fedeltà alle Istituzioni” e “spirito di sacrificio”, ma anche le gesta dell’ufficiale distintosi particolarmente anche durante l’occupazione nazista. Al termine della messa di suffragio ha consegnato un attestato simbolico di riconoscenza al figlio di Galvaligi, Paolo, che sulle orme del padre è anch’egli un ufficiale dei carabinieri.
Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il comandante della Legione Carabinieri “Lombardia”, generale di brigata Ciro D’Angelo, il comandante provinciale dei carabinieri di Varese, colonnello Alessandro de Angelis, e il sindaco di Brinzio, Sergio Vanini.
Sono poi seguite le celebrazioni di carattere militare e, a cura della sezione “Generale Galvaligi” dell’Associazione nazionale carabinieri di Brinzio, la deposizione di una corona d’alloro sul monumento realizzato il 1° dicembre 1982 dallo scultore Ernesto Ornati di fianco alla chiesa parrocchiale. Successivamente al cimitero è stato reso omaggio alla tomba di Galvaligi con una composizione floreale e gli onori militari da parte di un picchetto dei militari della Compagnia di Luino.
Il 14 maggio 1982 Galvaligi fu insignito di medaglia d’oro al valore civile alla memoria. 

PARTIGIANO COMBATTENTE NEL VARESOTTO
Chi era questo ufficiale “nemico” delle Brigate Rosse? Ecco alcune note tratte dalla scheda biografica diffusa dall’Arma:
«…Nell’ottobre del 1943, per essersi rifiutato di eseguire un ordine del comando tedesco di Gorizia, fu arrestato dai servizi di sicurezza germanici (SD) e rinchiuso nel carcere Coroneo di Trieste.
Nel febbraio del 1944 fu processato e condannato all’ergastolo, pena da scontare in Germania.
Riuscito a fuggire dalla detenzione, con alcuni commilitoni, raggiunse clandestinamente le montagne del varesotto, sua terra di origine, ove rimase alla macchia fino al 25 Aprile 1945, allorché riprese regolare servizio.
Durante tale periodo, ricercato dalla polizia tedesca, dalle brigate nere e dalla G.N.R., quale latitante, organizzò, assumendone il comando, una banda di partigiani che svolse continua attività di sabotaggio di apprestamenti militari e linee di comunicazione nella zona di Campo dei Fiori-confine svizzero di Ponte Tresa. Per tale attività fu insignito di una Croce al merito di guerra, del distintivo di Volontario della Libertà, della qualifica di Partigiano Combattente e di due campagne di guerra partigiana…».

Lago Maggiore, i turbini dell’Isola Bella

 Isole, inverno, mattino presto (foto Ivan Spadoni)

Abituati come sono a frequentare l’Isola Bella per ammirarvi le sale del palazzo Borromeo e i suoi giardini, i turisti spesso affrettandosi dall’uno all’altro ambiente, pressati dalla voglia di vedere tutto il possibile, non scoprono quello che da trecento e ottant’anni man mano di segreti e di curiosità l’Isola ha accumulato.
Ve ne sarebbe da scrivere pagine e pagine e non tutte le storie che si potrebbero raccontare sono positive o allegre: qualcuna dice gli sforzi di capimastri e artigiani, frustrati nel confronto con una natura quasi sempre solare, da “paradiso in terra”, che però talvolta riuscì a scatenarsi con violenza pari a quella che colpì l’Isola Bella, e con essa altri luoghi a noi cari del Medio Verbano, nello scorso 25 agosto.
Lavori e tempeste
Chi viene a visitare l’isola ignora come l’intenso lavorio di continua sistemazione dei vari ambienti botanici fu spesso ridotto a niente da trombe d’aria e tempeste, che misero in ginocchio quel paradiso terrestre, e fecero disperare chi vi lavorava di non poter forse rimettere le cose nello splendido ordine sognato da Vitaliano VI Borromeo nella seconda metà del Seicento.
Ma il turista deve sapere, per gustare appieno la perfezione con cui oggi vengono tenuti giardini e sale del palazzo museale, che, soprattutto durante la costruzione del palazzo, crolli e distacchi nelle volte e nelle decorazioni a stucco furono cosa frequente, come spesso accadeva nei cantieri edili dei grandi edifici del Seicento.
Oggigiorno ci si impressiona – giustamente – per i gravi danni causati dalla tromba d’aria di sabato 25 agosto, che ha recato violenza non solo alle isole, ma soprattutto a giardini e ville private, oltre che alle notissime Villa Taranto, Villa San Remigio, all’Allea delle Magnolie di Pallanza, all’Archivio di Stato di Verbania e al Museo del Paesaggio (quasi che il tempo atmosferico abbia voluto accanirsi con quanto di più prezioso e bello il nostro lago può regalare ai turisti: la cultura e la propria memoria storica), spingendosi poi a far strage di tetti e di alberi di là del lago, nell’entroterra lavenese.
Catastrofi del ‘600
Anche un tempo succedevano disgrazie paragonabili a quella appena occorsa, e forse – pur considerando che i mezzi tecnici erano meno adeguati, anche se la manodopera più abbondante e a buon mercato – esse risultavano più catastrofiche.
Venti impetuosi sollevarono talvolta onde alte e rabbiose dal lago, che demolirono facilmente i muraglioni di contenimento edificati con tanta fatica negli ultimi anni Settanta del Seicento: lo constatavano sconsolati nell’aprile del 1681 coloro che verificavano i danni e però scrivevano che alla fin della fiera «le disgratie del muraglione» erano «sane, perché insegnano». Il vento, infatti, era stato «portentoso, a sentir gl’effetti da esso cagionati»; il «riparamento» fatto al muraglione non era stato sufficiente a resistere ad altre raffiche, e tutto il lavoro di rinforzo fatto sino ad allora era stato inutile, anche se aveva insegnato che si doveva construire in modo più robusto.
Analoghi guai capitarono, sempre a causa dei venti, ad alcune statue in varie zone dei giardini, e alle guglie della chiesa parrocchiale (1667); in un caso (a inizio anno 1682, esattamente il 2 gennaio), per il terribile vento che tirava in quell’inizio d’anno cadde una statua che reggeva, al culmine del cosiddetto “Teatro d’Ercole”, l’insegna in ferro battuto dell’Humilitas; per tutto il Settecento, e l’Ottocento non si contano gli alberi stroncati alla base o dai “turbini”: la causa prima è però da ricercare nel mutato gusto botanico che man mano introduceva all’Isola essenze arboree ad alto fusto.
Troppa temerarietà nei disegni e mezzi tecnici talvolta ridotti costringevano i capimastri, manovali e stuccatori attivi in palazzo a rimettere mano a muri pericolanti, volte che appena gettate nel consolidarsi si riempivano invece di crepe, ornamenti che cadevano all’improvviso, costruzioni in extremis di pilastri di rinforzo...
In questo modo l’Isola Bella, luogo dove il bello e l’armonia delle costruzioni borromee hanno alle lunghe avuto ragione degli inconvenienti verificatisi negli propri antichi cantieri, si mostra (anche oggi che sono passate poche settimane dalle ferite che le trombe d’aria del 2012 le hanno inflitto) perfetta e desiderabile agli occhi dei turista: un paradiso in terra, una festa per gli occhi e per la memoria artistica del lago. Nell'immagine, le Isole in inverno (foto Ivan Spadoni)
G.C.

Olmi a Luino, il candore della coscienza libera

Ermanno Olmi intervistato da mons. Viganò

Il Premio Chiara Festival del Racconto ha tanti meriti. Per esempio, capace di cernita e unificazione, è riuscito in venticinque anni di lavoro a sgrossare tanti piccoli particolarismi - un po' la costante di questi nostri posti - che magari ad occhio estraneo possono apparire quel folclore che conferisce caratteristica, ma che al contempo pecca di troppa territorialità e di provincialismo. Il Premio Chiara – anche se questo non era il suo compito – andando per la sua strada, con competenza e una precisa idea dei mondi letterari & loro variabili, si è trasformato in una lezione di approccio e dimensione e ha determinato alla fine qualche cambiamento sostanziale del fare cultura in provincia di Varese. Insomma, una bella crescita generale.
Domenica 24, invitando a Luino Ermanno Olmi, cui è stato conferito il Premio Chiara alla carriera, ha avuto un colpo d'ala. Certo il premio è stato nel passato attribuito ad autori solidi e importanti (l'anno scorso, Villaggio; prima Claudio Magris, Raffaele La Capria, Mario Rigoni Stern, Alberto Arbasino, Andrea Camilleri, Franca Valeri...), ma Olmi ha portato con sé, in questi tempi strani e difficili, in cui rischiano di stridere anche le cose belle, anzi, ha tratto da sé, per donarlo alla gente del Teatro Sociale, il tocco della coscienza libera, il consapevole candore di chi davvero è «puro di cuore». Forse mai la sala del Sociale è stata tanto silenziosa, attenta. Rare sincere vere, senza alcuna sbavatura, senza alcun eccesso le sue parole, forti a entrare nell'altro e a commuovere. Della commozione che tiene conto della ragione e che dunque conduce alle categorie dello spirito.
Bravi e capaci di dare il giusto spazio al maestro i conduttori - i giornalisti Claudia Donadoni e Mauro Gervasini, che né si sono sovrapposti né hanno mostrato quegli atteggiamenti di protagonismo che spesso si incontrano nel giornalismo - e monsignor Dario E. Viganò, che ha intervistato Olmi sapendosi mettere in secondo piano. Anche i politici che si sono – meno male alla fine e non all'inizio – succeduti sul palco per omaggiare il premiato sono riusciti ad essere succinti. E quindi, per una volta, si è potuti tornare a casa con animo lieve.
Elena Ciuti

Lombardia, 800.000 euro per aree archeologiche e siti

In terra varesina finanziati 6 dei 23 progetti regionali
Reperti  ossei chiesa di San Biagio, foto Uninsubria
Bodio Lomnago, panorama

Ci sono anche sei aree archeologiche e siti Unesco del Varesotto tra i ventitré progetti finanziati con 800mila euro da un bando regionale della Lombardia. Sono: 1) parrocchia e 2) cripta di Santa Maria del Monte di Varese, 3) Golasecca Archeologia Multimediale, 4) chiesa di San Biagio di Cittiglio, 5) Monastero di Torba a Gornate Olona, 6) palafitta di Bodio Lomnago. Le graduatorie sono state annunciate il 29 luglio 2017 dall’assessora alle Culture, Identità e Autonomie Cristina Cappellini.
Questi i progetti finanziati in provincia di Varese, il soggetto beneficiario e la sede dell'intervento:
- BODIO LOMNAGO, 'Archeologia subacquea, promozione e divulgazione', Comune di Bodio Lomnago, contributo previsto: 14.000 euro.
La palafitta di Bodio e quella presso Cazzago Brabbia furono scoperte contemporaneamente all'Isolino nel 1863. A partire dal 2005 sono stati avviati interventi di archeologia subacquea ai fini di ricerca e tutela, delimitando il perimetro della palafitta e recuperando materiali in ceramica e selce. Il progetto prevede la realizzazione di una delimitazione galleggiante che consenta l'individuazione del sito di Bodio ai fini di informazione, tutela e sicurezza. A Cazzago Brabbia, invece, verrà effettuata una ricerca subacquea sulla palafitta Ponti per determinare e georeferenziare i limiti del sito e raccogliere campioni per le analisi archeologiche.
- CITTIGLIO, 'Studio e valorizzazione del sagrato della chiesa di San Biagio', Università degli Studi dell'Insubria, contributo previsto: 22.500 euro.
Il progetto intende proseguire le indagini archeologiche ed antropologiche dell'ex area cimiteriale esterna della chiesa di San Biagio in Cittiglio per giungere ad una migliore e completa contestualizzazione storico-archeologica e paleodemografica del sito. Il progetto prevede attività di rivalutazione e valorizzazione del sito attraverso un moderno approccio metodologico.
- GOLASECCA, 'Golasecca Archeologia Multimediale' (GAM), Comune di Golasecca, contributo previsto: 63.067 euro.
L'area di Golasecca fu il centro dell'omonima civiltà della prima Età del Ferro, presente nell'ambiente sud alpino fino alla confluenza del Ticino con il Po e caratterizzata dal rito crematorio e dalle tecniche in campo ceramico. Il progetto prevede la riorganizzazione dell'area espositiva di Golasecca, anche in raccordo con il museo di Sesto Calende, con la creazione di un Centro multimediale sulla Civiltà di Golasecca, di una Sala specialistica archeologica con l'esposizione dei reperti di proprietà dell'Amministrazione comunale e di una sala laboratorio con i servizi collaterali di educazione ambientale, laboratori interattivi, simulazione archeologica e animazione culturale. Verrà inoltre inserito un bookshop dedicato e verranno organizzate attività multimediali immersive e visite alla necropoli del Monsorino.
- GORNATE OLONA, MONASTERO DI TORBA, 'Il Cantiere della conoscenza. Studi e ricerche. 4ª campagna di scavo - anno 2017', Fai, Monastero di Torba, contributo previsto: 11.835 euro.
Il Monastero è di proprietà del Fai dal 1977, anno della donazione di Giulia Maria Mozzoni Crespi. Nel 2016 i visitatori sono stati 20.000. Dal 25 giugno 2011 l'area di Castelseprio-Torba con il Castrum, la Chiesa di Santa Maria Foris Portas e la Torre è iscritta nella Lista del Patrimonio mondiale dell'Unesco all'interno del sito seriale 'I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)'.
- VARESE, 'Il patrimonio tra ricerca e valorizzazione: dallo studio dei graffiti murari della Cripta, una riflessione sui valori del patrimonio culturale del Sacro Monte di Varese', Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte di Varese, Varese, contributo previsto: 25.856 euro.
- VARESE, 'Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia: una mostra fotografica per la valorizzazione e come strumento per un nuovo progetto di comunicazione', parrocchia di Santa Maria del Monte (Varese), Varese, contributo previsto: 17.984 euro.
I nove Sacri Monti dell'Italia settentrionale, eretti tra il XVI e il XVII secolo, sono stati iscritti nel 2003 nella Lista del Patrimonio mondiale dell'Umanità riconosciuto dall'Unesco. La teoria di cappelle, che attraverso statue, dipinti ed affreschi racconta episodi e misteri della vita sacra, si amalgama con l'accogliente contesto naturale ed ambientale e contribuisce a definire i lineamenti di ciascun complesso monumentale.
Il progetto prevede, tra l’altro, il rilievo di tutti i graffiti presenti nella Cripta del Sacro Monte, riaperta grazie al contributo della Regione Lombardia, la loro documentazione attraverso una campagna fotografica e lo studio e classificazione del singolo graffito per una valutazione e un inquadramento storico-sociale. 

Oleggio Castello e i suoi secoli

"Oleggio Castello. Luoghi, storie, persone lungo i secoli" (Compagnia della Rocca Edizioni), uscito dopo un lungo lavoro di ricerca, rappresenta il primo tentativo di tracciare una storia complessiva dalla preistoria al Novecento di questa località in provincia di Novara. L'autore Giacomo Fiori, aronese che si occupa di storia locale dall’inizio degli anni Novanta, ha rintracciato la documentazione negli archivi parrocchiale e comunale, in quello comunale di Paruzzaro, all' archivio diocesano di Novara e agli archivi di Stato di Novara, Torino e Verbania. Dall'indagine esce un quadro dettagliato della storia di una piccola comunità agricola con le sue evoluzioni e trasformazioni dall’epoca medioevale a quella moderna, fino all’industrializzazione otto-novecentesca. I collegamenti con la grande storia sono rappresentati, ad esempio, dalle presenza dei Visconti, famiglia che in quest’area ebbe la sua culla e che attraverso il ramo collaterale dei Visconti d’Aragona esercitò qui la propria signoria fino alla fine del XIX secolo. La pubblicazione è corredata da un copioso apparato iconografico.

Luino, omaggio ai dodici patrioti dell’Italia libera

Domenica 2 ottobre l’Anpi ricorda il sacrificio dei Caduti della Gera
la lapide alla Gera

A Luino l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e l’Amministrazione comunale rinnovano per il settantaduesimo anniversario la cerimonia commemorativa dei dodici giovani patrioti della Formazione Lazzarini trucidati dai fascisti il 7 ottobre 1944.
Ecco il programma: ore 9,45, raduno di autorità e associazioni combattentistiche e d’arma presso il Comune di Luino; ore 10,15, corteo, con accompagnamento della Musica Cittadina, da piazza Crivelli Serbelloni a piazza Risorgimento e deposizione corone al monumento a Garibaldi e al monumento ai Caduti. Segue orazione ufficiale della storica Francesca Boldrini; ore 11,15, posa corona alla cappella votiva ai caduti della Gera di Voldomino e celebrazione messa.
Questa, per conoscenza storica, una breve ricostruzione dell’eccidio della Gera a cura di Giovanni Petrotta, docente nella scuola media e consigliere comunale di Luino.
-----------------------

TORTURATI, TRUCIDATI E ABBANDONATI SOTTO LA PIOGGIA

All’alba del 7 di ottobre del 1944, alla Gera di Voldomino, presso il fienile del casolare della famiglia Garibaldi Baggiolini, in seguito ad indagini fasciste ed a gravi delazioni, buona parte della formazione partigiana Lazzarini che operava nell’Alto Verbano venne sorpresa nel sonno ed arrestata da un centinaio di militari fascisti provenienti da Varese.
UN MARTIRIO DA LUINO…
Saccheggiato e depredato il casolare della famiglia Garibaldi-Baggiolini. Quattro partigiani: Giacomo Albertoli, studente da Castelveccana; Alfredo Carignani, impiegato alle ferrovie di Lucca; Pietro Stalivieri, operaio da Bosco Montegrino; Carlo Tapella, carrettiere da Samarate, dopo esser stati picchiati a sangue, vennero fucilati in loco. Il resto del gruppo, malamente vestito, scalzo e insanguinato per le botte prese, fu sui camion fascisti trasportato ed esibito, come monito, per le vie del centro di Luino, sotto un’incessante pioggia.
…A BRISSAGO…
Verso mezzogiorno i prigionieri furono trasportati a Brissago. In questo paese, cinque partigiani accusati della morte del podestà Bonfiglio furono fucilati al muro del cimitero. I loro nomi sono: Gianpiero Albertoli alpino da Castelveccana; Flavio Fornara, operaio di Omegna ma stabilito a Luino; Dante Girani da Montegrino; Sergio Lozzio e Luigi Perazzoli provenienti da Milano. Il resto della formazione fu trasportato in carcere a Varese.
…E VARESE
Il pomeriggio dello stesso giorno, dopo interrogatori, torture, confronti per riconoscimenti e inviti a tradimenti, i fascisti decisero di fucilare alle Bettole di Varese altri tre partigiani. Questi i nominativi: Elvio Copelli di Voldomino, Luigi Ghiringhelli di Luino ed Evaristo Trentini di Clivio. I loro corpi, sempre per selvaggio monito, rimasero sul prato per ore sotto la pioggia prima di essere cristianamente sepolti.

VITTORIO PASTORE, DA GIOVANE PARTIGIANO A MISSIONARIO

L’Anpi di Luino coglie l’occasione di questa comunicazione per ricordare la figura di Vittorio Pastore, nome di battaglia “Vittorione”, giovane partigiano della Formazione Lazzarini nel ‘44, diventato poi nel dopoguerra “don Vittorio“, missionario in Africa e fondatore di Africa Mission-Cooperazione e sviluppo.
Il 2 settembre 2016, il Comune di Varese ha dedicato al missionario la piazza antistante alla chiesa nella frazione Rasa, luogo in cui Vittorio Pastori era nato e ove risiedeva. I giornali della provincia, anche quelli on line, nel riportare la notizia e nel delineare il suo “ritratto”, hanno riferito del suo ristorante, nel dopoguerra, al centro di Varese, del suo impegno in Africa negli anni sessanta, della sua ordinazione sacerdotale nel 1984 e niente dell’attività svolta durante la Resistenza. Solo un suo generico impegno nello scautismo durante la seconda guerra mondiale (La Prealpina, sabato 3 settembre 2016).
Va subito rilevato che, durante il fascismo, lo scautismo era fuorilegge e che Vittorio Pastori insieme con altri cattolici antifascisti varesini, guidati da don Natale Motta, faceva parte dell’organizzazione clandestina milanese OSCAR (Opera Scoutistica Cattolica Aiuto Ricercati), che aiutò a raggiungere la libera Svizzera centinaia di ex prigionieri alleati, antifascisti, tra i quali Indro Montanelli, e intere famiglie ebree.
Nel Luinese l’Oscar, sino al febbraio del ’44, usò per questa coraggiosa e rischiosa opera di carità la rete di don Folli e dei suoi amici contrabbandieri. Poi, in seguito all’arresto del parroco di Voldomino, si appoggiò alla Formazione Lazzarini che operava nel territorio.
Da Varese Vittorio Pastori, su indicazione di don Natale Motta, accompagnava alla Gera di Voldomino antifascisti e famiglie ebree in fuga, portava viveri e indumenti ai partigiani e anche copie del periodico cattolico clandestino “Ribelli per amore”, fondato da Teresio Olivelli, partigiano cattolico proposto all’inizio di quest’anno Beato da Papa Francesco.
Al primo di agosto del 1944, in seguito ad una vasta retata dei fascisti, Vittorio Pastori, insieme con una decina di partigiani e ricercati antifascisti, dovette anche lui trovare rifugio in Svizzera, ove, internato nei campi di lavoro, rimase sino alla fine della guerra.
Tutto ciò è documentato in molte pubblicazioni storiche varesine, in particolare nel libro di don Natale Motta, “Ribelli per amore” a cura di D.D.T., Varese, 1994, e da una scheda – testimonianza di Vittorio Pastori nell’archivio del CDEC – Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, il principale istituto di ricerca per la storia degli ebrei in Italia.
Giovanni Petrotta 

Angelo Chiesa, ultimo saluto di Luino al “ragazzo partigiano”

Angelo Chiesa a destra in una manifestazione con Remo Passera

Anche da Luino è arrivato un ultimo saluto ad Angelo Chiesa, il “ragazzo partigiano”, uomo delle istituzioni, memoria della Resistenza e storico presidente di ANPI Varese, venuto a mancare il 19 luglio nella natia Venegono Inferiore, dove riposeranno le sue ceneri. Ai funerali, svoltisi il 20 luglio nella sala commiato del cimitero di Giubiano a Varese, era presente la sezione Anpi di Luino con la propria bandiera segnata a lutto e con una delegazione composta dal presidente Remo Passera, Francesca Boldrini, Domenico Gatta, Giovanni Petrotta ed Emilio Rossi.
Angelo Chiesa era stato arrestato il 5 ottobre 1944 a non ancora 17 anni e liberato due mesi dopo. La sua figura è stata ricordata, il 26 luglio, anche dal Consiglio regionale della Lombardia, dove dal 1975 al 1985 egli fu consigliere del PCI. «Angelo Chiesa – ha dichiarato il presidente dell’assemblea Raffaele Cattaneo - è stato un simbolo della capacità di lottare contro la violenza e di trovare tratti di umanità in chiunque e in qualsiasi situazione. E’ stato una grande figura, per il suo impegno nelle file partigiane prima e poi nelle istituzioni civili, e la sua determinazione contro la violenza, testimoniando che l’impegno è forte se radicato in valori fermi».
Questo un rapido cenno sul suo rapporto con Luino tracciato dal consigliere comunale Giovanni Petrotta:
«Angelo Chiesa veniva sempre a Luino alle nostre manifestazioni Anpi, alla Gera di Voldomino, al San Martino in Valcuvia e ad altre iniziative, dai congressi ai pubblici incontri, alle ricorrenze al Circolo Felice Cavallottiì. Veniva a testimoniare la Resistenza anche nelle scuole luinesi, su invito del preside Emilio Rossi. Ricordo che nella nostra sezione si può consultare il suo libro “Angelo Chiesa, Racconti di vita e di lotta…2003”, in cui vengono raccontati anche fatti inerenti all’eccidio della Gera. La sezione Anpi di Luino dispone anche del video curato dall’Istituto Varesino Luigi Ambrosoli: “Angelo Chiesa, l’impegno di una vita"».

Condividi contenuti