Edizione n.26 di mercoledì 11 luglio 2018

Salute

Defibrillatori, il salvavita entra negli impianti sportivi

In Lombardia ogni anno si registrano 1.400 arresti cardiaci

Ogni anno in Lombardia si registrano 1.400 arresti cardiaci, di cui circa la metà dovuta a patologie traumatiche o avvenute nelle strutture sanitarie. Questo dato del 118 basta da solo ad avvalorare la campagna regionale per la prevenzione degli arresti cardiaci avviata con il progetto “A prova di cuore”.
Gli obiettivi vanno dalla diffusione sempre più capillare dei dispositivi di rianimazione alla formazione di farmacisti e operatori fino alla sensibilizzazione dei giovani mediante spot e video anche su Youtube e Twitter. A regime, saranno circa 300 i defibrillatori semi-automatici sistemati sui mezzi di trasporto sanitario e circa 70 DAE quelli in prossimità di farmacie rurali.
Questi dati sono emersi il 22 maggio in Consiglio regionale dalla risposta dell'assessore Luciano Bresciani a un’interrogazione del consigliere Roberto Alboni (PdL). Attualmente sono complessivamente 461 i defibrillatori presenti in Lombardia, di cui 361 fissi e 50 mobili. Oltre 300 i defibrillatori installati su mezzi di trasporto e 70 presenti nelle farmacie. Inoltre 81 sono collocati in impianti sportivi, così ripartiti per provincia: Bergamo 6; Brescia 4; Como 11; Cremona 2; Lecco 1; Lodi 4; Mantova 0; Milano 29; Monza 11; Pavia 10; Sondrio 0; Varese 3. 

Ospedale di Luino, nuovo primario di Chirurgia

Benefattrice dona ecografo alle sale operatorie
ingresso ospedale Luino

Nuovo direttore di Chirurgia all’ospedale di Luino. Dal 1° luglio a condurla è Stefano Carini, originario di Piacenza, nella cui Azienda USL ha lavorato dal 1997. Il dottor Carini si è laureato in Medicina e Chirurgia all'Università di Milano e si è specializzato in Chirurgia d'urgenza e di Pronto Soccorso, quindi, all'Università di Parma, in Chirurgia generale. Ha all'attivo oltre 1670 interventi.
«Ho sempre considerato l’ospedale di Luino strategico per la nostra azienda – ha dichiarato il direttore generale Callisto Bravi nella conferenza stampa di presentazione – ed è per questo che, accanto agli investimenti che ho indirizzato su questa sede, ho ritenuto prioritario garantire dei primariati stabili a strutture decisive per questo presidio, come appunto la Chirurgia, l’Ortopedia, con cui la Chirurgia condivide degli spazi, e anch’essa oggetto di nomina apicale recente, la Medicina. Un direttore di struttura significa innanzitutto stabilità, ma anche progettualità verso il futuro». 
Complessivamente, l'ospedale di Luino ha un livello di attività stabilizzatosi intorno ai 2.500 ricoveri in degenza ordinaria all'anno, con tempi di degenza allineati con la media regionale. Ad essi vanno ad aggiungersi i ricoveri in day hospital e day surgery (oltre 200 all'anno), gli interventi chirurgici a bassa complessità (oltre 840 all'anno) e le MAC, cioé le prestazioni ambulatoriali ad alta complessità (oltre 650 all'anno).
Nell'occasione inoltre Bravi ha ringraziato la benefattrice che ha donato al nosocomio luinese un ecografo portatile alla struttura di Anestesia e rianimazione, coprendo anche i costi per la formazione degli operatori. 
L'apparecchiatura è preziosa sia per gli operatori sia per i pazienti: «Questo ecografo – spiega Annamaria Armagno, responsabile della Day Surgery del Verbano - permette di distinguere più agevolmente i plessi vascolo-nervosi e le fasce muscolari, consentendo così all’anestesista di iniettare l'anestetico il più vicino possibile ai nervi da addormentare».

Lombardia, via a telecamere in case di riposo e strutture per disabili

Il provvedimento regionale incentiva l’installazione con uno stanziamento di 1 milione e 400mila euro nel 2017

Disco verde del Consiglio regionale della Lombardia, il 14 febbraio 2017, alle telecamere di videosorveglianza nelle case di riposo e nelle strutture per disabili per prevenire furti e maltrattamenti. Il provvedimento, prima firmataria Elisabetta Fatuzzo (Partito Pensionati), è stato approvato a maggioranza. Si sono astenuti i rappresentanti di M5Stelle, Partito Democratico e Patto Civico (perplessità sul ricorso a una legge specifica), contraria Chiara Cremonesi, SEL (precedenza ad altri aspetti, a partire dal riconoscimento vero delle competenze fino ai rischi professionali).
L’installazione delle telecamere non è obbligatoria. Le strutture che decideranno di farvi ricorso potranno contare, quest’anno, su uno stanziamento complessivo pari a 1milione e 400mila euro. Un emendamento del Partito Democratico, recepito dalla relatrice, prevede una compartecipazione della Regione pari almeno al 50% della spesa complessiva.
FURTI E MALTRATTAMENTI
In Lombardia attualmente sono presenti 678 residenze sanitarie assistenziali per complessivi 57.853 posti letto a contratto (quelli per cui la Regione compartecipa al pagamento della retta). Il costo medio regionale della retta giornaliera è pari a 56,18 euro, con un costo minimo medio di 48,93 euro nelle RSA della provincia di Brescia e un costo massimo di 65,67 euro in quelle della provincia di Monza e Brianza.
L’incidenza maggiore di denunce per furti e maltrattamenti subiti dagli ospiti delle RSA lombarde si riscontra a Milano e nella cintura metropolitana, dove al 31 dicembre 2016 risultavano ricoverate 17.043 persone.
AREE E AUTORIZZAZIONE
Telecamere e circuiti di videosorveglianza potranno essere collocati solo in corridoi, sale d’attesa e altre aree comuni e per l’installazione sarà necessaria l’autorizzazione dei sindacati interni. A tutela della privacy, le immagini raccolte saranno criptate e l’accesso alle registrazioni sarà possibile solo su autorizzazione dell’autorità giudiziaria.
L’elenco delle residenze sanitarie assistenziali che si doteranno di sistemi di videosorveglianza sarà pubblicato sul sito della giunta regionale. Non ci saranno incentivi premianti ai fini dell’accreditamento. 

L’Europa bandisce l'uso in campo aperto dei tre insetticidi più diffusi al mondo

Slow Food, «dopo anni di battaglie una grande vittoria per gli insetti impollinatori, come le api, e per tutti noi»

INTERVENTO - Lo scorso marzo l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) ha ribadito la pericolosità di tre insetticidi della classe dei neonicotinoidi: clothianidin, imidacloprid e thiamethoxam. Il risultato è stato che la Commissione europea ha richiesto la restrizione del loro uso in campo aperto, incontrando la resistenza di alcuni Stati membri. Il voto del 27 aprile, invece, ha approvato a maggioranza qualificata la proposta di divieto della Commissione.
Per Slow Food questo risultato è un’ottima notizia, anche se la lotta ai neonicotinoidi non finisce qui. La Commissione infatti sostiene l’idea che «il divieto completo  dell’uso dei tre neonicotinoidi non è giustificato, in quanto non c’è alcun rischio per le api in tutti quei casi in cui le piante sono trattate esclusivamente all’interno delle serre e rimangono al loro interno durante tutto il ciclo vitale». Questo vuol dire quindi che i tre insetticidi si possono ancora utilizzare all’interno delle serre. Considerando i rischi comprovati di queste sostanze, Slow Food crede che dovrebbero essere vietate per tutte le coltivazioni e in qualsiasi condizione.
Secondo Carlo Petrini, presidente di Slow Food, «Oggi gli Stati membri dell’Unione europea si sono messi dal lato giusto della storia. Si tratta di una vittoria importante non solo per le api ma per l’intera società. Questo voto è un chiaro messaggio indirizzato alla politica e all’intero sistema agricolo industriale: la nostra salute e quella del pianeta prevarranno sugli interessi finanziari delle multinazionali. Siamo di fronte a un passo fondamentale verso un’agricoltura buona, pulita e giusta».
Dello stesso avviso Martine Dermine, coordinatore della Save the Bees Coalition e del Presidio Slow Food dell’ape nera belga: «Questo è un giorno che passerà alla storia perché da quando sono stati autorizzati, 20 anni fa, i neonicotinoidi hanno decimato milioni di alveari in tutta Europa. Gli Stati membri hanno espresso un segnale nettissimo a favore della protezione dell’ambiente e di un’agricoltura più sostenibile».
Slow Food Italia

Il Ponte del Sorriso per i bambini del San Paolo di Milano

La presidente «Ben vengano altri ospedali sensibili, che vogliano usufruire della profonda esperienza che Il Ponte del Sorriso ha maturato negli anni per quanto riguarda l’umanizzazione delle cure pediatriche»
Staff

INTERVENTO Il Pronto Soccorso Pediatrico dell’Ospedale San Paolo di Milano è stato completamente rinnovato, grazie a Il Ponte del Sorriso, che ha donato e realizzato tutta l’ambientazione.
Un pezzetto, quindi, del progetto artistico di accoglienza dell’Ospedale Del Ponte è giunto fino ai bambini del San Paolo, perché Il Ponte del Sorriso crede fortemente nel potere che l’arte e la fantasia possono avere nell’aiutare i bambini a guarire giocando.
Ogni bambino che entra in contatto con l’ospedale ha diritto ad essere accolto in uno spazio che lo rassicuri e lo faccia sentire protetto. Bastano pochi minuti nell’impatto per avere un bambino collaborativo o un bambino terrorizzato, sul quale qualsiasi pratica sanitaria diventa difficile.
La fantasia è lo strumento che rende più accettabile, affrontabile e superabile la terapia applicata dagli operatori sanitari, fatta invece di farmaci, indagini diagnostiche, interventi invasivi a volte dolorosi. Permette di sognare, di immaginare l’impossibile, di varcare i confini dello spazio e del tempo, di evadere, di narrare e spiegare una realtà che, in quel momento, può apparire spaventosa.
L’idea di rivolgersi al Ponte del Sorriso è partita dalla dottoressa Maria Grazia Colombo, indimenticabile direttore amministrativo dell’ASST Settelaghi fino a un paio di anni fa, quando andò a ricoprire lo stesso incarico a Milano.
E Il Ponte del Sorriso, sempre a fianco e al servizio dei bambini in ospedale, con entusiasmo ha messo a disposizione la propria competenza, nella convinzione di quanto sia importante elevare il livello di cultura di attenzione verso i bambini ammalati. Ben vengano dunque altri ospedali sensibili, che vogliano usufruire della profonda esperienza che Il Ponte del Sorriso ha maturato negli anni per quanto riguarda l’umanizzazione delle cure pediatriche.
L’intero staff dirigenziale dell’Ospedale San Paolo, gli operatori sanitari del Pronto Soccorso Pediatrico, il primario di Pediatria professor Giuseppe Banderali con alcuni medici e l’ufficio tecnico hanno voluto ringraziare calorosamente Il Ponte del Sorriso in un sentito incontro durante il quale il direttore generale Marco Salmoiraghi ha espresso grande riconoscenza per il radicale cambiamento nell’accogliere i bambini.
I disegni artistici sono opera di due talenti provenienti dall’Accademia di Brera, Isabella Nardelli e Rugile Norkute. Matita, che rappresenta il bambino pieno di risorse, che, al posto degli aculei ha delle matite colorate; Soffio, che assume forme diverse, come un soffio di vento ed è la malattia; "Chissà-come-si-chiama”, per il quale è il bambino a decidere il suo nome perchè è la figura che lo accompagna verso la guarigione (gli stessi personaggi che sono all’Ospedale Del Ponte) ora viaggiano da un’isola volante all’altra per i bambini dell’Ospedale San Paolo di Milano.
Emanuela Crivellaro
presidente Fondazione Il Ponte del Sorriso

Piemonte, rafforzate le cure alla fibrosi cistica

Ad oggi sono 422 i malati assistiti in due Aziende ospedaliere universitarie

È considerata una delle malattie genetiche rare più diffuse. Colpisce soprattutto il sistema respiratorio e quello gastrointestinale e può essere particolarmente invalidante per il carico di sintomi e per le terapie da affrontare. È la fibrosi cistica, che in Italia interessa circa 6.000 persone curate dai centri specializzati e genera 200 nuovi casi l’anno.
In Piemonte lo screening neonatale diagnostica dai 12 ai 15 nuovi casi di fibrosi cistica l’anno e ora la Regione punta a migliorare la rete di protezione. I malati sono, ad oggi, 422 e sono assistiti in due Aziende ospedaliere universitarie: l’ospedale Regina Margherita della Città della Salute di Torino, che si occupa dei minori, e il San Luigi Gonzaga di Orbassano, che assiste i pazienti adulti.
Il 29 agosto 2017 la giunta subalpina ha, su proposta dell’assessore Antonio Saitta, rafforzato la rete delle cure, istituendo il coordinamento regionale per la prevenzione e cura della malattia. Il “Coordinamento regionale fibrosi cistica” sarà composto dai responsabili clinici delle due sedi, dal coordinatore del centro unico, da rappresentanti delle Aziende sanitarie e delle associazioni dei pazienti, con lo scopo di predisporre le raccomandazioni regionali sui percorsi di cura, dalla diagnosi fino al trapianto d’organo.
«Proprio dal Piemonte - ricorda l’assessore Saitta - è arrivato nei mesi scorsi un importante contributo alla ricerca per combattere questa malattia attraverso sperimentazioni effettuate anche da un laboratorio della Scuola di Medicina di Novara. Mentre prosegue la ricerca, la Regione Piemonte intende potenziare la rete delle cure, rispondendo in maniera sempre più efficace alle nuove esigenze dei pazienti, che proprio grazie al miglioramento delle terapie ora possono contare su un’aspettativa di vita più lunga rispetto al passato». 

Origine del latte sulle etichette, storico via libera dell'Unione Europea

Indicazione obbligatoria forse già da gennaio 2017 – Tutelata l’attività anche degli allevatori del varesotto

«Provvedimento epocale, che riconosce ai consumatori e agli allevatori il diritto alla trasparenza sull’origine. Si apre una fase nuova». Così Fernando Fiori e Raffaello Betti, presidente e direttore di Coldiretti Varese, hanno commentato il via libera dell’Unione europea alla richiesta italiana di indicazione di origine obbligatoria per il latte e i prodotti lattiero-caseari.
Alle ore 24 del 13 ottobre scadevano i tre mesi dalla notifica previsti dal regolamento 1169/2011 quale termine per rispondere agli Stati membri che ritengono necessario adottare una nuova normativa in materia di informazioni sugli alimenti. Il termine è scaduto senza obiezioni e il provvedimento, sostenuto dalla Coldiretti e annunciato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal ministro delle politiche agricole Maurizio Martina nel maggio 2016 a Milano, è diventato definitivo.
L'entrata in vigore è fissata 60 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale e quindi auspicabilmente dal 1° gennaio 2017, come è stato previsto per un testo analogo in Francia.
INDICAZIONI OBBLIGATORIE
Ora in etichetta dovrà essere riportata obbligatoriamente l’indicazione di origine del latte o del latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari. Queste le tre possibili diciture:
a) “paese di mungitura: nome del paese nel quale è stato munto il latte”;
b) “paese di condizionamento: nome della nazione nella quale il latte è stato condizionato”;
c) “paese di trasformazione: nome della nazione nella quale il latte è stato trasformato”.
Qualora il latte o il latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari sia stato munto, condizionato e trasformato nello stesso paese, l’indicazione di origine può essere assolta - precisa la Coldiretti - con la dicitura: “origine del latte: nome del paese”.
Se invece le operazioni indicate avvengono nei territori di più paesi membri dell’Unione europea, per indicare il luogo in cui ciascuna singola operazione è stata effettuata possono essere usate le seguenti diciture: “miscela di latte di Paesi UE” per l’operazione di mungitura, “latte condizionato in Paesi UE” per l’operazione di condizionamento, “latte trasformato in Paesi UE” per l’operazione di trasformazione.
Infine, se le operazioni avvengono nel territorio di più paesi situati al di fuori dell’Unione Europea, per indicare il luogo in cui ciascuna singola operazione è stata effettuata possono essere utilizzate le seguenti diciture: “miscela di latte di Paesi non UE” per l’operazione di mungitura, “latte condizionato in Paesi non UE” per l’operazione di condizionamento, “latte trasformato in Paesi non UE” per l’operazione di trasformazione.
ALLEVAMENTI E POSTI DI LAVORO
Oltre la qualità dei prodotti made in Italy e le scelte del consumatore, la norma protegge il lavoro anche di 1,7 milioni di mucche da latte presenti in Italia – compresi 14.310 capi bovini della provincia di Varese (dati dell’Anagrafe Zootecnica Nazionale aggiornati al 30 settembre 2016).
La trasparenza, inoltre, salva dall’omologazione l’identità di ben 487 diversi tipi di formaggi tradizionali, 120 mila posti di lavoro e un fatturato di 28 miliardi di euro. 

Milano, inaugurato Centro Tiflotecnico

Persone non vedenti e ipovedenti possono trovare informazioni e testare anche strumenti e programmi informatici specifici

Vi si possono trovare bastoni bianchi e orologi parlanti, tattili e sonori, ma anche strumenti elettromedicali come misuratori di pressione parlanti e materiale per uso scolastico (cartine geografiche in rilievo, figure geometriche, righelli con riferimenti tattili, piani gomma per disegnare) e naturalmente strumenti per la scrittura, giochi, videoingranditori elettronici manuali, display e stampanti Braille.
È il Centro Regionale Tiflotecnico (per non vedenti) nato a Milano dalla cooperazione tra Consiglio Regionale Lombardo e Unione Italiana dei Ciechi e Ipovedenti onlus e inaugurato il 10 novembre dal nuovo assessore alla Famiglia Carolina Pellegrini.
É situato presso lo stesso Consiglio Regionale e mette a disposizione strumenti e programmi informatici specifici per non vedenti e ipovedenti. Personale qualificato fornisce informazioni su una vastissima gamma di strumenti di varie tipologie e di diverse marche ed è possibile testare gli strumenti e avere tutte le delucidazioni del caso prima di procedere ad un'eventuale fornitura. 

Commissione europea, migliorare la protezione del lavoro dalle sostanze chimiche cancerogene

Altro passo avanti della Commissione europea per promuovere salute e sicurezza sui luoghi di lavoro nell'Unione Europea. In aprile ha infatti proposto la terza tornata di modifiche alla Direttiva sugli agenti cancerogeni e mutageni (2004/37/CE).
Le modifiche vogliono in particolare limitare l'esposizione a cinque sostanze cancerogene in aggiunta alle ventuno già figuranti nella normativa o in proposte e prevenire ulteriori casi di malattie oncologiche e di altre patologie di origine professionale. Marianne Thyssen, Commissaria responsabile per l'Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, ricorda come limitare l'esposizione dei lavoratori ad altre cinque sostanze chimiche cancerogene migliorerebbe «la protezione di oltre 1 milione di lavoratori in Europa e contribuiremo a rendere i luoghi di lavoro più sani e più sicuri, nel rispetto di uno dei principi fondamentali del pilastro europeo dei diritti sociali».
In concreto, la Commissione propone l'introduzione di nuovi valori limite nella Direttiva sugli agenti cancerogeni e mutageni e fissare la concentrazione massima nell'aria di una sostanza chimica cancerogena sul luogo di lavoro. L'invito si basa su dati scientifici e fa seguito ad approfondite discussioni con i portatori di interessi, in particolare rappresentanti dei datori di lavoro, dei lavoratori e degli Stati membri.

Nella terza tornata di revisione della Direttiva sono state selezionate le seguenti cinque sostanze cancerogene:
· il cadmio e i suoi composti inorganici;
· il berillio e i suoi composti inorganici;
· l'acido arsenico e i suoi sali come pure i composti inorganici di arsenico;
· la formaldeide;
· il 4,4'-metilene-bis(2-cloroanilina) (MOCA).
Le prime tre sostanze sono frequentemente utilizzate in settori quali la produzione e la raffinazione del cadmio, la produzione di batterie al nichel-cadmio, la galvanoplastica meccanica, la fusione dello zinco e del rame, le fonderie, la produzione del vetro, le attività di laboratorio, l'elettronica, la chimica, le costruzioni, la sanità, l'industria della plastica e il riciclaggio.
L'imposizione di misure efficaci per impedire l'esposizione elevata alle cinque sostanze e ai gruppi di sostanze indicati avrà ripercussioni positive molto più significative della sola prevenzione oncologica.
Secondo stime, attuare limiti potrebbe prevenire più di 22 mila casi di malattie professionali, non solo per quanto riguarda i tumori. Con tali argini si ridurrà anche l'incidenza di altre importanti patologie dovute a sostanze cancerogene e mutagene. Per esempio, oltre al tumore polmonare l'esposizione al berillio causa anche la berilliosi, una grave malattia cronica.
Inoltre, valori limite a livello europeo servono a promuovere la coerenza, in quanto contribuiscono a pari condizioni di concorrenza per tutte le imprese e un obiettivo chiaro e comune per datori di lavoro, lavoratori e autorità di controllo. Da questo punto di vista, si andrebbe quindi nella direzione di un sistema più efficiente di protezione e anche di un mercato unico più equo.
 
I dati indicano che il cancro costituisce la maggiore causa di mortalità professionale: ogni anno il 52% delle morti legate a un'attività professionale è provocato dal cancro, rispetto al 24% dovuto a malattie del sistema circolatorio e al 2% per lesioni. L'esposizione a determinati agenti chimici sul luogo di lavoro può causare il cancro. Per quanto i tumori sianoi una categoria complessa e alcuni fattori eziologici siano difficili da individuare, è evidente che le patologie oncologiche per 'esposizione a sostanze chimiche sul luogo di lavoro possono essere prevenute riducendo o eliminando l'esposizione.
Nell'intento di proteggere i lavoratori da tali rischi l'UE ha adottato nel 2004 la Direttiva 2004/37/CE sugli agenti cancerogeni e mutageni, che stabilisce le misure da mettere in atto per eliminare o ridurre l'esposizione a tali agenti e dunque per contribuire a prevenire i casi di tumore professionale e malattie correlate.
Le conoscenze scientifiche sulle sostanze cancerogene o mutagene sono in continua evoluzione e il progresso tecnologico consente di migliorare la protezione. Per garantire che i meccanismi di protezione abbiano la massima efficacia e che in tutti gli Stati membri siano in vigore misure preventive aggiornate è necessario che la Direttiva sia riveduta a intervalli regolari.  

Varese, alla scoperta di virus che possono causare diabete, malattie del cuore e altre patologie

Ricerca dell’Università dell’Insubria mette in luce la presenza di agenti infettivi mutati capaci di produrre infezioni croniche progressive

In casi di diabete, miocardiopatia cronica e sindrome post-poliomielite ci possono essere enterovirus mutati capaci di produrre infezioni croniche progressive. La loro presenza è stata messa in luce dai microbiologi dell’Università dell’Insubria di Varese.
Lo studio, pubblicato il 10 luglio 2017 sulla rivista inglese Scientific Reports, è stato condotto su casi clinici dei reparti di pediatria, cardiologia e neurologia dell’Ospedale di Circolo con la collaborazione di un virologo della Food and Drug Administration americana e di un diabetologo dell’Università di Miami. La ricerca prosegue a Varese con il sostegno del ministero della Salute italiano e con un finanziamento americano.
CHE COSA SONO GLI ENTEROVIRUS
Gli enterovirus sono tra gli agenti infettivi più diffusi in tutto il mondo, comprendono almeno 110 tipi diversi di virus e si trasmettono nella popolazione per via fecale-orale, ma anche per via respiratoria. Se si aggiunge che alla loro vastità s’abbina anche una notevole variabilità genetica, si capisce subito perché la loro identificazione sia particolarmente complessa.
Il virologo Konstantin Chumakov della Food and Drug Administration americana ha confermato i risultati ottenuti a Varese sequenziando i genomi virali con metodi sviluppati ad hoc ed ha anche effettuato un’analisi filogenetica utilizzando un database dei genomi degli enterovirus che lui stesso ha prodotto.
NUOVE PROCEDURE DIAGNOSTICHE
«Per questa ricerca - ha spiegato il professor Antonio Toniolo, ordinario di Microbiologia medica nell’ateneo varesino - sono state messe a punto nuove procedure diagnostiche che si basano sull’integrazione di metodi per isolare i virus in colture di cellule, per sequenziare i genomi virali, per evidenziare le proteine dei virus nei campioni biologici. Questo approccio particolare ha dimostrato che infezioni croniche da enterovirus possono rappresentare un’importante causa di disturbi endocrini, cardiaci e neurologici a lenta evoluzione» 
SOGGETTI COLPITI E PERSISTENZA
I risultati ottenuti a Varese sono stati confermati dal virologo Konstantin Chumakov della Food and Drug Administration americana. Oltre a sequenziare i genomi virali con metodi sviluppati ad hoc, ha anche effettuato un’analisi filogenetica, utilizzando un database dei genomi degli enterovirus che lui stesso ha prodotto.
Nel loro insieme i risultati indicano che i poliovirus (enterovirus della specie C) possono persistere per almeno 80 anni nei soggetti colpiti da poliomielite. Altri tipi di enterovirus (delle specie A e B) sono presenti in soggetti con diabete o con miocardiopatie croniche.
Lo studio segue recenti pubblicazioni dell’équipe del professor Toniolo riguardanti il ruolo eziologico delle infezioni virali nel diabete e in altre patologie croniche. Questi lavori sono apparsi su Pediatric Diabetes, Diabetologia, Scientific Reports e sul volume di Springer “Diabetes and Viruses”.
RISULTATI CLINICI E PROSPETTIVE ANTIVIRALI
I risultati mettono a disposizione dei clinici un nuovo metodo per identificare precocemente gli individui cronicamente infettati con tipi diversi di enterovirus. «Gli individui infetti – ha aggiunto il professor Toniolo - potranno essere tenuti in osservazione per diagnosticare eventuali forme di diabete, di miocardiopatie, di patologie neurologiche e curarle il più precocemente possibile. In secondo luogo, è oggi possibile pensare all’uso di farmaci antivirali per ridurre il danno conseguente alle infezioni virali già in atto. In terzo luogo - nell’ambito di collaborazioni internazionali che l’Università dell’Insubria mantiene da tempo – si potranno identificare tipi di enterovirus con tendenza particolare a produrre danni del pancreas endocrino, del miocardio, oppure dei motoneuroni. Questi studi potranno aprire una via per la formulazione di vaccini antivirali specifici».