Edizione n.19 di mercoledì 2 giugno 2020

Esposizioni

Mostra di Bernardino Luini (Milano, palazzo Reale, dal 10 aprile). Inaugurazione, Questioni di famiglia

9 aprile, ore 19.30. Piacevole, e a tratti insolito, buonumore milanese: sarà l’effervescenza delle idee del Salone del mobile, che riempie la città; sarà la grande attesa per la mostra (dopo così tanti anni da quella luinese); o forse sarà il cielo azzurro, come azzurro sa essere il cielo di Lombardia quando i tempi delle stagioni vengono rispettati. E, in questa sospesa atmosfera ambrosiana, pare proprio rispettato l’annuncio di una tersa primavera; e, con questa, di quel palpitante istante in cui si sciolgono i nodi e le tensioni legate a una lunga riflessione storico-critica e a un’altrettanto lunga ed estenuante costruzione del ‘grande evento’.
Il tempo dell’attesa è finito. Entriamo.
Come da programma, questa visita è per noi solo l’occasione per farci un’idea non troppo impegnativa della rassegna. L’occhio, preavvertito, cerca nel contrasto tra il bianco e il grigio sfumato delle strutture che ospitano, rispettivamente, i lavori di Luini e quelli di tutti gli altri. Pregustiamo i lavori del ‘maestro’, tra riconoscimenti e novità di segno e di contenuto. Cerchiamo i suoi ‘compagni’ d’arte e di vita: Lotto, Bramantino, Solario; Leonardo, soprattutto, la cui ‘Scapigliata’ sarà lì in mostra, da Parma, solo fino al 4 maggio. Rivediamo emozionati le Ragazze al bagno in mostra nel ’75 a Luino (precisando, non solo per vantare una certa giovane età, che non le abbiamo ammirate durante l’evento luinese, ma alla Pinacoteca di Brera). Gustiamo con calma la Sala delle Cariatidi nella quale, tra ricchi apparati decorativi, specchi e finestre, va in scena per sommi capi, la parabola della bottega Luini. Felici del privilegio di essere ormai quasi soli davanti al ‘nostro’, tentiamo di registrare quel dialogo che le opere sembrano aver avviato con lo spazio circostante: un dialogo a tratti di accoglienza e di sincerità reciproca a tratti di raffinatissima e cortese sfida. Non dimenticando, come precisato anche dal direttore di Palazzo Reale, l’esistenza, sul fondo, di un legame ‘affettivo’ tra Luini e la sede che ora nuovamente lo ospita: qui le Ragazze al bagno fecero bella mostra di sé al mondo da quando furono strappate (sono un affresco) dai muri di villa Rabia a Sesto S.G., nei primi dell’800.
Ci dedicheremo, prestissimo, alla visita, quella impegnativa. Ora abbiamo un’idea più precisa di quello che ci aspetta: i Luini, padre e figli, l’Aurelio in particolare, “che si prende sulle spalle il compito di affrontare i demoni del Manierismo” oltre che il peso di una legittima quanto complicata eredità.
Al Luini eravamo già particolarmente affezionati ma ora sta proprio diventando una questione di famiglia.
(a proposito dei 140 caratteri: promessa non mantenuta, lo ammettiamo, senza troppi sensi di colpa. Basterebbero solo per ricordare che la mostra è aperta fino al 13 luglio e che tutte le informazioni sono sul sito www.mostraluini.it)
Federico Crimi e Tiziana Zanetti 

Milano, Bernardino Luini e i suoi figli

Dal 10 aprile al 13 luglio a Palazzo Reale una mostra sul pittore di Dumenza, 39 anni dopo quella di Luino
il poster di Luino del 1975
manifesto prossima mostra su Bernardino Luini

39 anni dopo l’esposizione dedicata nel 1975 a Sacro e profano nella pittura di Bernardino Luini, arditamente allestita in un rivoluzionato Palazzo Verbania, dal 10 aprile al 13 luglio a Milano (Palazzo Reale) si torna su quello che, forse, fu il più noto pittore del rinascimento in terra lombarda. Tra allora e oggi una cosa, di sicuro, è cambiata: si è scoperto che Luini, sempre supposto luinese, luinese non era, ma quasi. Facendo Scappi di cognome, sarebbe nato a Dumenza nel 1481 o giù di lì, figlio di Giovanni e, per nonno (Bernardo), uno dei tanti magister di valle.
DICERIE E RICERCHE
Così, finalmente, dal 1993, grazie alla scrupolosa ricerca di Vittorio Pini e Grazioso Pisoni, s’è potuto gettare luce su una biografia altrimenti poco nota. Troncando, di netto, tutte quelle dicerie sul ‘nostro’ che si erano alimentate in oltre un secolo di pagine tanto elogiative, quanto acritiche: chi l’immaginava (è il caso di un romanzetto di metà ’800) un poco licenzioso durante il soggiorno nella villa Pelucca, a Sesto S.G., dove lasciò un ciclo d’affreschi (1513-14 ca.) che è opera sua più celebre; chi lo pensava attaccabrighe e violento, tanto che la Crocifissione sul tramezzo in S. Maria degli Angeli a Lugano (1529) sarebbe stato frutto del forzato ritiro nell’attiguo convento, per sfuggire a chissà quali misfatti.
RASSEGNE MONOGRAFICHE DA COMO A MILANO
Con un elenco di fan sterminato (forse anche la Regina Vittoria, alla quale sarebbe sfumato l’acquisto dell’angelica pala in S. Magno a Legnano, del 1523 ca.), la figura di Luini s’è scontrata, alla svolta del ’900, con l’affinarsi degli strumenti critici e con l’affiorare, a volte dall’oblio, d’altri contemporanei degni di massima lode: tanto da rischiare di divenire, per alcuni, puro esecutore d’altrui sperimentazioni.
Così, dimentichi del maestro d’affetti infusi in soavi Madonne con Gesù bambino, degli elogi di Stendhal, Ruskin e Balzac, il ‘nostro’ arrivò al 1953 quando, finalmente, gli fu dedicata una rassegna monografica a Como, la prima. Il prezioso catalogo, curato da Angela Ottino Della Chiesa, affrontò con taglio analitico un’opera vasta e importante, ancorché concentrata tra il 1507 (oggi si retrocede al 1501) e il 1532, anno in cui la morte, forse nel capoluogo lombardo, arrestò “la sua terrena opera di poesia”.
CURATORI E ALLESTIMENTO
La mostra attuale ricalca quell’ambizioso progetto, non quello luinese, concentrato com’era su aspetti specifici dell’opera di Luini. Sarà certamente occasione per nuove esegesi di sicuro valore e innovative angolazioni di lettura, aperte a futuri studi, com’è nella tradizione dei curatori, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, già autori (per stare nei pressi) del ‘visitatissimo’ allestimento dedicato al Rinascimento nelle terre ticinesi, alla Züst di Rancate (2010; con Marco Tanzi).
Ben 12 le sezioni che si dispiegheranno nell’intero primo piano di Palazzo Reale, Sala delle cariatidi inclusa. L’allestimento ‘di grido’, affidato a Piero Lissoni, giocherà su nette cromie per richiamare, di volta in volta, i paralleli con l’opera di: Boltraffio, Gaudenzio Ferrari, Caroto, Cesare da Sesto, Lotto, ecc. Bramantino, soprattutto, la cui Sacra Famiglia (da Brera) illumina sulle evoluzioni luinesche nella citata Pelucca, ciclo che (nelle cromie uscite dal restauro del 1992, curato da Pinin Brambilla e sorvegliato da Maria Teresa Binaghi Olivari) sarà presente nei grandi capisaldi, dal ‘volo fatato’ di S. Caterina alle ultra-note Bagnanti.
OLTRE 200 TRA RECUPERI E PRESTITI
Oltre 200, tra recuperi in collezioni private e prestiti internazionali. Ecco il concatenarsi delle sezioni: la formazione, con quell’escursione in Veneto che è tra i capitoli fondanti della peculiare maniera luinesca; il ritorno a Milano e gli anni dieci (tra la pacata monumentalità di Zenale e Andrea Solario, colui che precisò il ‘tipo’ Madonna con Gesù bambino, sublimato da Luini nella versione ‘con roseto’, icona di questa rassegna) e venti; le complesse iconografie dei cicli sacri e profani, specchio dell’anima inquieta di Milano assediata dai Francesi; la superba parabola dei ritratti (ci sono tutti e tre i più famosi, superstiti di una produzione falcidiata nel tempo) culminate nei ‘tondi’ dei volti degli Sforza, riproposti con simulazione della disposizione originaria, quant’erano nella casa degli Atellani (ora sono al Castello Sforzesco); le sale dedicate al ‘dopo Roma’; la sintesi di una “formula di successo” (1525-30): Gesù bambino con l’agnello; la più popolare tra le Salomé (dagli Uffizi; in paragone con La scapigliata, bozzetto autografo di Leonardo); la Venere di Washington, recante, sullo sfondo, “il più trasfigurato paesaggio che Luini abbia dipinto” (Ottino).
EREDITÀ
Si arriva alla sez. 12., stimolante come mai: l’eredità. Non solo i figli (tra cui la fa da padrone Aurelio), ma un’indagine sull’insistente protrarsi per buona parte del ’500 di una ‘autorità’ Luini, come comprova (per stare in valle) il suo determinante influsso nel recidere di netto le formule gotiche, reiterate per secoli, d’attardate botteghe di ‘madonnari’. Ne sia d’esempio, in mostra, la pala di Bartolomeo da Ponte Tresa, il cui capolavoro sta racchiuso nel ciclo affrescato qui vicino, in S. Antonio abate a Viconago (una poderosa monografia su Cadegliano e sulla chiesetta è stata presentata giusto sabato passato). Luini che apre, persino, ai Campi e a Simone Peterzano (Pentecoste, 1580 ca.). E da Peterzano, si sa, s’arriva a Caravaggio. Che sia vero che “chi dice Luini, dice Lombardia”?
5.855 caratteri! La prossima volta staremo nei mitici 140. Primo cinguettio: inaugurazione 9 aprile. Poi lasceremo più ampio spazio al Luini, grazie ad un’intervista che, ci auguriamo, i curatori vorranno concederci. Nessun surrogato informatico, invece, abbiamo in mente che sostituisca una visita, dal vero, alla poetica arte del ‘nostro’.
Federico Crimi e Tiziana Zanetti

Nelle foto:
1) Manifesto della mostra su Bernardino Luini a Luino nel 1975;
2) Manifesto della mostra su Bernardino Luini a Milano dal 10 aprile al 13 luglio 2014 

Milano, Panama «d'ogni poesia» mettono ali all'arte

Alla Galleria Quintocortile 40 cappelli vintage trasformati in sculture e messi all'asta a favore della LILT
LILT
Annalisa Mitrano, "Dimora della mente", plexiglas modellato, vetro, fili di ferro

E tutto finì a tarallucci e vino. No.
E tutto finì con un rinfresco. Neanche.
E tutto finì in gloria. Magari sì, però...
… soprattutto tutto finì con un gesto di speranza e di vicinanza.
E' quello che ha preso corpo in un gruppo di artiste e artisti – quaranta, per la precisione – grazie a chi l'idea l'ha proposta e sviluppata, Donatella Airoldi e Mavi Ferrando.
Le due artiste, anima e mente della galleria Quintocortile di Milano, come sovente nella scelta delle mostre che progettano hanno costruito un evento che raccoglie tanti aspetti, tanti stralci, tanti vissuti e creato una sintesi che, questa volta, sfocerà in un'asta. E, anche qui, non un'asta qualsiasi ma un'asta di sostegno all'Istituto Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori, Milano).
All'origine ci sono quaranta Cappelli Panama e Cappelline in paglia di Firenze degli anni ‘40 generosamente donati dall'artista Rosanna Veronesi, patrimonio raffinato e già di per sé evocativo, storico anche. Il Panama, che in verità è stato inventato in Ecuador ma ha preso denominazione da Panama, scalo commerciale dei capelli, nel suo percorso nel costume di più epoche, è stato l'amatissimo accompagnatore di personalità come il presidente degli Stati Uniti Roosevelt, che lo indossò all'inaugurazione proprio del Canale di Panama nel 1906, e lo scrittore Hemingway. Oggi si è aggiunto un riconoscimento universale, perchè l'Unesco ha dichiarato il Panama Patrimonio immateriale dell'Umanità.
Allora come portare in una mostra una così preziosa “rappresentazione”? Qui è nata la sintesi. I cappelli sono stati affidati ai quaranta artisti ai quali è stato chiesto di trasformarli in sculture, indossabili e anche acquistabili, perchè i ricavi vadano a favore della LILT-Nastro Rosa. Perfetta occasione per una esposizione così composita è stata l'imminente Settimana della moda. Dunque  martedì 19 febbraio, alle 18, verrà inaugurata la mostra "40 Cappelli ‘40” che proseguirà fino a giovedì 28 febbraio quando, alle 19, sarà battuta l’asta. «In questa mostra ci sono cappelli d’ogni poesia», dice Donatella Airoldi.
Espongono: Silvia Abbiezzi, Giovanni Bai, Giuliana Bellini, Luisa Bergamini, Adalberto Borioli, Maria Amalia Cangiano, Chiò, Silvia Cibaldi, Elena Ciuti, Mercedes Cuman, Albino De Francesco, Gretel Fehr, Mavi Ferrando, Anna Finetti, Barbara Gabotto, Ornella Garbin, Giacomo Guidetti, Jane Kennedy, Anna Lenti, Pino Lia, Ruggero Maggi, Nadia Magnabosco, Marilde Magni, Annalisa Mitrano, Patrizia Pompeo, Tiziana Priori, Antonella Prota Giurleo, Rossella Roli, Raffaele Romano, Serena Rossi, Sergio Sansevrino, Evelina Schatz, Roberto Sommariva, Anna Spagna, Armando Tinnirello, Armanda Verdirame, Rosanna Veronesi, Monika Wolf, Peppa Zampini.
Orari mostra: da martedì a venerdì dalle 17 alle 19. Catalogo in galleria in via Bligny 42. 
Ibis

Bernardino Luini a Luino nel 1975 e Tiepolo a villa Manin nel 1971, destini di due “grandi eventi” a distanza di quarant’anni

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Mostre a confronto/3

Dopo due preludi, finalmente la sinfonia di colori di Tiepolo, svelata da Giuseppe Bergamini, Direttore del Museo diocesano e Gallerie del Tiepolo di Udine e co-curatore (Alberto Craievich) della mostra che s’inaugura il 15 dicembre prossimo a Villa Manin di Passariano.
I due preludi sono stati dedicati ad intessere ragionamenti sui legami tra i rispettivi luoghi (Luino-Udine), accomunati non tanto da un evento che negli anni settanta ebbe il coraggio di tentare un radicale mutamento della fisionomia culturale di società in profonda trasformazione (Luino con la mostra su Bernardino Luini nel 1975, Udine con quella del Tiepolo nel 1971, il cui discorso ora, a quarant'anni, viene ripreso e splendidamente ampliato), ma, più precisamente, come accade a tante, tutte le province italiane, dal legame profondo che si instaura tra un territorio e i propri personaggi d’elezione (lo ha ben detto Tiziana Zanetti nell’introdurre questa rubrica).
Quel legame, come esplicita questa monografica carrellata su Tiepolo, era destinato a produrre - ed è qui la forza della provincia italiana – un’eccezionale sintesi tra un serbatoio di tradizioni locali e la capacità di diffondere valori universalmente recepiti. Come Tiepolo, come Luini, come Piero Chiara. La provincia italiana, si direbbe con terminologia attuale, era (ed è ancora, come Udine dimostra non solo limitatamente a questo nuovo, grande evento) già per sua natura ad un tempo local e global, soprattutto laddove da sempre “terra di frontiera”. Come Udine, come Luino.

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Quarant'anni dopo
Mostra del Tiepolo a Villa Manin di Passariano
di Giuseppe Bergamini

Giambattista Tiepolo e villa Manin a Passariano. Si tratta di un binomio che evoca un evento straordinario: la mostra del 1971 realizzata in occasione dei duecento anni dalla morte del pittore e destinata a segnare il punto di svolta nella sua fortuna critica.
A distanza di tempo l’Azienda Speciale Villa Manin e la Regione Friuli Venezia Giulia realizzano in quella stessa sede, dal 15 dicembre 2012 al 7 aprile 2013, un’esposizione monografica in grado di attraversare la complessa parabola artistica del pittore: una mostra di grande impegno che, anche alla luce dei numerosi studi susseguitisi da allora, consente oggi una valutazione più ampia e approfondita dell’opera del Tiepolo.
Nella fastosa dimora dell’ultimo Doge di Venezia, la scenografica Villa Manin di Passariano, mirabile complesso architettonico sei settecentesco che per bellezza e vicende storiche riveste un ruolo di primaria importanza nel novero delle ville venete, dipinti sacri e profani provenienti da luoghi di culto così come da prestigiosi musei europei e americani, illustreranno il percorso artistico di Giovanni Battista Tiepolo (1696-1770) dalle prime esperienze fino alla tarda maturità, confermandolo pittore di prima grandezza. Tele, talvolta di eccezionale dimensione, affiancate dai bozzetti preparatori utili per la valutazione delle doti inventive e della capacità tecnica, dipinti deperiti nel tempo e restaurati per l’occasione, eleganti disegni, in una mostra di entusiasmante bellezza e alta scientificità, spettacolare ma nel contempo largamente didattica.
Tiepolo è senza dubbio il pittore veneziano più celebre del Settecento, l’instancabile realizzatore di imprese monumentali su tela o a fresco, vero e proprio detentore del monopolio nella decorazione tanto dei palazzi lagunari quanto delle ville di terraferma. Principi e sovrani di tutta Europa si contesero i suoi servigi.
La mostra ne documenta l’evoluzione stilistica, con l’individuazione di alcuni momenti chiave del rapporto del pittore con i suoi maggiori committenti e con gli intellettuali - come Scipione Maffei, Francesco Algarotti, i cugini Zanetti - che seguirono l’artista fin dagli esordi, influendo sulla sua formazione culturale. Impegnativi restauri promossi proprio in occasione della mostra permettono inoltre di accostarsi ad opere difficilmente visibili per la loro ubicazione o che hanno rischiato di essere compromesse da recenti, traumatici, avvenimenti.
La mostra ripercorre la lunga e fertile attività del maestro veneziano attraverso una sequenza di opere particolarmente significative, di soggetto sia sacro che profano, che testimoniano al meglio una casistica estremamente ampia di commissioni: soffitti allegorici, pale d’altare, decorazioni in villa.
Vengono esposti anche dipinti di straordinaria dimensione, poiché per esplicita dichiarazione dell’artista «Li pittori devono procurare di riuscire nelle opere grandi [...] quindi la mente del Pittore deve sempre tendere al Sublime, all’Eroico, alla Perfezione».
Anche se non possono ovviamente essere esposti in mostra gli straordinari affreschi che riempiono soffitti e pareti di ville e palazzi (si pensi soltanto ai giganteschi affreschi della Treppenhaus - tromba delle scale - e della Kaisersaal della Residenz di Würzburg, o della Sala del Trono del Palazzo Reale di Madrid), a testimoniare la veridicità della dichiarazione del Tiepolo trova spazio in mostra la pala del duomo di Este raffigurante Santa Tecla che intercede per la liberazione di Este dalla pestilenza, una tela di ben 675x390 centimetri, per l’occasione restaurata e provvista di un nuovo telaio. E’ una delle opere più significative del pittore, posta in opera nella vigilia di Natale del 1759 (anno in cui il pittore, insieme con il figlio Giandomenico, lavora nell’Oratorio della Purità di Udine) e costituisce una specie di enorme ex voto della cittadina euganea, devastata dalla peste nel 1630. La scena è divisa in due parti: in quella superiore un barbuto Padre Eterno che emerge da una fosca nuvolaglia dà ordine agli angeli di cacciare la pestilenza, in quella inferiore santa Tecla inginocchiata in preghiera assiste all’apparizione divina. In primo piano la scena, giustamente famosa, della bambina che si aggrappa disperata al corpo della madre morente. Sullo sfondo una straordinaria veduta della città di Este e delle lontane colline. Veduta che, per bellezza e veridicità, può ricordare quella che abbellisce la tela con la Visione di sant’Anna dipinta per la chiesa del convento di Santa Chiara di Cividale del Friuli (oggi l’opera è esposta nella Gemäldegalerie di Dresda), con la poetica visione del ponte sul Natisone, della chiesa e del convento di Santa Chiara e del Santuario di Castelmonte.
Nell’esposizione di Passariano il bozzetto preparatorio, conservato al Metropolitan Museum di New York, affianca il dipinto di Este, permettendo raffronti, introducendo il visitatore in modo coinvolgente nel magico mondo tiepolesco e svolgendo un’irripetibile funzione didattica.
Particolarmente piacevoli nella produzione tiepolesca sono i dipinti di contenuto storico o mitologico, nei quali il pittore sprigiona tutta la sua irruenta capacità espressiva, non limitandosi a visualizzare famose vicende del passato, ma indagando l’intima natura dei protagonisti facendone emergere passioni e individualità. Egualmente importanti e di grande impatto emotivo sono però anche i dipinti di destinazione chiesastica, che ricordano al visitatore come Tiepolo sia stato l’ultimo, ispirato, pittore di arte sacra della tradizione occidentale.
Sono trascorsi oltre quindici anni dalle manifestazioni per i trecento anni della nascita dell’artista (si pensi alle mostre di Venezia, New York, Parigi e Würzburg, solo per ricordare quelle più spettacolari); la mostra di Villa Manin di Passariano sarà di analogo impegno, e terrà conto dei numerosi studi che da allora hanno interessato l’opera del Tiepolo e che consentono oggi di avere un bagaglio di conoscenze ancora più ampio e complesso. Si fa riferimento soprattutto alla ricostruzione della sua attività giovanile; a inedite informazioni sulla biografia; alle originali interpretazioni iconologiche di alcuni importanti cicli ad affresco e alle novità sulla rete di committenze e amicizie.
Dal momento che si intende ripercorrere tutta la carriera artistica di Tiepolo, la mostra presenterà un taglio tradizionale, articolandosi in un percorso di tipo cronologico che inizia con i giovanili dipinti della chiesa dell’Ospedaletto di Venezia per concludersi con le opere della tarda maturità eseguite a Madrid, dove si recò con i figli negli anni Sessanta convinto di restarvi per un breve periodo e dove invece morì nel 1770.
Saranno esposti dipinti provenienti da prestigiosi musei (per citarne alcuni, il Museum of Fine Arts di Montreal, il Metropolitan Museum di New York, il Louvre, il Petit Palais di Parigi, la National Gallery di Londra, Ca’ Rezzonico di Venezia, l’Ermitage, il Prado, i musei di Budapest, Helsinki, Angers, Vicenza), oltre che da istituzioni pubbliche e da luoghi di culto.
In mostra saranno esposti anche numerosi disegni che coprono tutto l’arco cronologico dell’arte del maestro veneziano, “prime idee”, notazioni estemporanee (riflessioni personali che diventano anche ironiche e caricaturali), disegni finiti destinati alla vendita e progetti operativi, ovvero i bozzetti per la pittura più monumentale che Tiepolo realizzò ad olio e a fresco per i palazzi delle città più importanti d’Europa. Consistente il numero di disegni provenienti dal Civico Museo Sartorio che conserva una delle collezioni più cospicue di disegni di Giambattista Tiepolo, ben 254 pezzi. Altri provengono dal Museo Correr di Venezia e da musei italiani ed esteri.
I visitatori della mostra di Passariano avranno inoltre la possibilità di apprezzare ulteriormente la personalità del Tiepolo mediante la visita al Museo diocesano di Udine, che per l’occasione si è convenzionato con Villa Manin. A Udine, che a buon diritto può essere chiamata “Città del Tiepolo”, il pittore veneziano ha operato a lungo, affrescando la Cappella del Sacramento del duomo, dipingendo alcune pale d’altare (ora nel Museo Civico) per la chiesa di Santa Maria Maddalena dei Filippini (chiesa soppressa, abbattuta intorno al 1920, ubicata nel luogo su cui ora sorge il Palazzo delle Poste), operando nel Salone del Parlamento del Castello di Udine e nella chiesa della Purità, lavorando anche per alcuni nobili udinesi. Costituiscono il suo capolavoro, tuttavia, gli affreschi che condusse nel Palazzo Patriarcale (ora Arcivescovile) su commissione del patriarca di Aquileia Dionisio Delfino: giovane ma già promettente artista, il Tiepolo affrescò nel 1726 il soffitto dello scalone d’onore con La caduta degli angeli ribelli e con monocromi relativi a Storie della Genesi: fu l’inizio di un rapporto di collaborazione voluto dal patriarca e proseguito negli anni seguenti con gli affreschi della Galleria degli ospiti, della Sala Rossa e della Sala del trono.
Nella Galleria, luogo di attesa delle udienze, il Tiepolo, coadiuvato dal quadraturista Gerolamo Mengozzi Colonna, eseguì quello che viene ritenuto il più importante lavoro della sua giovinezza artistica, un ciclo di affreschi in cui compaiono le tre figure bibliche che secondo il patriarca rappresentavano a pieno titolo i primi patriarchi della storia: Abramo, Isacco e Giacobbe. Nell’accattivante, ricco di suggestioni, riquadro centrale con Rachele che nasconde gli idoli, il pittore ritrasse la moglie Cecilia Guardi nelle vesti di Rachele e se stesso come giovane con cappelluccio a righe blu e oro alle spalle del vecchio Labano al centro della composizione.
Il Tiepolo ritrasse se stesso e la moglie anche nel celebre dipinto raffigurante Apelle ritrae Campaspe alla presenza di Alessandro del Museum of Fine Arts di Montreal, dipinto che apre la spettacolare mostra di Passariano (qui in figura).

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1) Giambattista Tiepolo, Apelle ritrae Campaspe alla presenza di Alessandro (Montreal, Museum of fine Arts). Il celebre dipinto - con autoritratto di Tiepolo - apre la mostra di Villa Manin

2) Giambattista Tiepolo, Zefiro e Flora (Venezia, Ca' Rezzonico)

3) Giambattista Tiepolo, San Giacomo maggiore sottomette un moro (Budapest, Museo Nazionale)

** Delle due foto in basso appare un particolare. Cliccando sopra l'immagine diviene intera.

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