Edizione n.24 di mercoledì 17 luglio 2019

Storia e storie

Luino, omaggio ai dodici patrioti dell’Italia libera

Domenica 2 ottobre l’Anpi ricorda il sacrificio dei Caduti della Gera
la lapide alla Gera

A Luino l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e l’Amministrazione comunale rinnovano per il settantaduesimo anniversario la cerimonia commemorativa dei dodici giovani patrioti della Formazione Lazzarini trucidati dai fascisti il 7 ottobre 1944.
Ecco il programma: ore 9,45, raduno di autorità e associazioni combattentistiche e d’arma presso il Comune di Luino; ore 10,15, corteo, con accompagnamento della Musica Cittadina, da piazza Crivelli Serbelloni a piazza Risorgimento e deposizione corone al monumento a Garibaldi e al monumento ai Caduti. Segue orazione ufficiale della storica Francesca Boldrini; ore 11,15, posa corona alla cappella votiva ai caduti della Gera di Voldomino e celebrazione messa.
Questa, per conoscenza storica, una breve ricostruzione dell’eccidio della Gera a cura di Giovanni Petrotta, docente nella scuola media e consigliere comunale di Luino.
-----------------------

TORTURATI, TRUCIDATI E ABBANDONATI SOTTO LA PIOGGIA

All’alba del 7 di ottobre del 1944, alla Gera di Voldomino, presso il fienile del casolare della famiglia Garibaldi Baggiolini, in seguito ad indagini fasciste ed a gravi delazioni, buona parte della formazione partigiana Lazzarini che operava nell’Alto Verbano venne sorpresa nel sonno ed arrestata da un centinaio di militari fascisti provenienti da Varese.
UN MARTIRIO DA LUINO…
Saccheggiato e depredato il casolare della famiglia Garibaldi-Baggiolini. Quattro partigiani: Giacomo Albertoli, studente da Castelveccana; Alfredo Carignani, impiegato alle ferrovie di Lucca; Pietro Stalivieri, operaio da Bosco Montegrino; Carlo Tapella, carrettiere da Samarate, dopo esser stati picchiati a sangue, vennero fucilati in loco. Il resto del gruppo, malamente vestito, scalzo e insanguinato per le botte prese, fu sui camion fascisti trasportato ed esibito, come monito, per le vie del centro di Luino, sotto un’incessante pioggia.
…A BRISSAGO…
Verso mezzogiorno i prigionieri furono trasportati a Brissago. In questo paese, cinque partigiani accusati della morte del podestà Bonfiglio furono fucilati al muro del cimitero. I loro nomi sono: Gianpiero Albertoli alpino da Castelveccana; Flavio Fornara, operaio di Omegna ma stabilito a Luino; Dante Girani da Montegrino; Sergio Lozzio e Luigi Perazzoli provenienti da Milano. Il resto della formazione fu trasportato in carcere a Varese.
…E VARESE
Il pomeriggio dello stesso giorno, dopo interrogatori, torture, confronti per riconoscimenti e inviti a tradimenti, i fascisti decisero di fucilare alle Bettole di Varese altri tre partigiani. Questi i nominativi: Elvio Copelli di Voldomino, Luigi Ghiringhelli di Luino ed Evaristo Trentini di Clivio. I loro corpi, sempre per selvaggio monito, rimasero sul prato per ore sotto la pioggia prima di essere cristianamente sepolti.

VITTORIO PASTORE, DA GIOVANE PARTIGIANO A MISSIONARIO

L’Anpi di Luino coglie l’occasione di questa comunicazione per ricordare la figura di Vittorio Pastore, nome di battaglia “Vittorione”, giovane partigiano della Formazione Lazzarini nel ‘44, diventato poi nel dopoguerra “don Vittorio“, missionario in Africa e fondatore di Africa Mission-Cooperazione e sviluppo.
Il 2 settembre 2016, il Comune di Varese ha dedicato al missionario la piazza antistante alla chiesa nella frazione Rasa, luogo in cui Vittorio Pastori era nato e ove risiedeva. I giornali della provincia, anche quelli on line, nel riportare la notizia e nel delineare il suo “ritratto”, hanno riferito del suo ristorante, nel dopoguerra, al centro di Varese, del suo impegno in Africa negli anni sessanta, della sua ordinazione sacerdotale nel 1984 e niente dell’attività svolta durante la Resistenza. Solo un suo generico impegno nello scautismo durante la seconda guerra mondiale (La Prealpina, sabato 3 settembre 2016).
Va subito rilevato che, durante il fascismo, lo scautismo era fuorilegge e che Vittorio Pastori insieme con altri cattolici antifascisti varesini, guidati da don Natale Motta, faceva parte dell’organizzazione clandestina milanese OSCAR (Opera Scoutistica Cattolica Aiuto Ricercati), che aiutò a raggiungere la libera Svizzera centinaia di ex prigionieri alleati, antifascisti, tra i quali Indro Montanelli, e intere famiglie ebree.
Nel Luinese l’Oscar, sino al febbraio del ’44, usò per questa coraggiosa e rischiosa opera di carità la rete di don Folli e dei suoi amici contrabbandieri. Poi, in seguito all’arresto del parroco di Voldomino, si appoggiò alla Formazione Lazzarini che operava nel territorio.
Da Varese Vittorio Pastori, su indicazione di don Natale Motta, accompagnava alla Gera di Voldomino antifascisti e famiglie ebree in fuga, portava viveri e indumenti ai partigiani e anche copie del periodico cattolico clandestino “Ribelli per amore”, fondato da Teresio Olivelli, partigiano cattolico proposto all’inizio di quest’anno Beato da Papa Francesco.
Al primo di agosto del 1944, in seguito ad una vasta retata dei fascisti, Vittorio Pastori, insieme con una decina di partigiani e ricercati antifascisti, dovette anche lui trovare rifugio in Svizzera, ove, internato nei campi di lavoro, rimase sino alla fine della guerra.
Tutto ciò è documentato in molte pubblicazioni storiche varesine, in particolare nel libro di don Natale Motta, “Ribelli per amore” a cura di D.D.T., Varese, 1994, e da una scheda – testimonianza di Vittorio Pastori nell’archivio del CDEC – Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, il principale istituto di ricerca per la storia degli ebrei in Italia.
Giovanni Petrotta 

Angelo Chiesa, ultimo saluto di Luino al “ragazzo partigiano”

Angelo Chiesa a destra in una manifestazione con Remo Passera

Anche da Luino è arrivato un ultimo saluto ad Angelo Chiesa, il “ragazzo partigiano”, uomo delle istituzioni, memoria della Resistenza e storico presidente di ANPI Varese, venuto a mancare il 19 luglio nella natia Venegono Inferiore, dove riposeranno le sue ceneri. Ai funerali, svoltisi il 20 luglio nella sala commiato del cimitero di Giubiano a Varese, era presente la sezione Anpi di Luino con la propria bandiera segnata a lutto e con una delegazione composta dal presidente Remo Passera, Francesca Boldrini, Domenico Gatta, Giovanni Petrotta ed Emilio Rossi.
Angelo Chiesa era stato arrestato il 5 ottobre 1944 a non ancora 17 anni e liberato due mesi dopo. La sua figura è stata ricordata, il 26 luglio, anche dal Consiglio regionale della Lombardia, dove dal 1975 al 1985 egli fu consigliere del PCI. «Angelo Chiesa – ha dichiarato il presidente dell’assemblea Raffaele Cattaneo - è stato un simbolo della capacità di lottare contro la violenza e di trovare tratti di umanità in chiunque e in qualsiasi situazione. E’ stato una grande figura, per il suo impegno nelle file partigiane prima e poi nelle istituzioni civili, e la sua determinazione contro la violenza, testimoniando che l’impegno è forte se radicato in valori fermi».
Questo un rapido cenno sul suo rapporto con Luino tracciato dal consigliere comunale Giovanni Petrotta:
«Angelo Chiesa veniva sempre a Luino alle nostre manifestazioni Anpi, alla Gera di Voldomino, al San Martino in Valcuvia e ad altre iniziative, dai congressi ai pubblici incontri, alle ricorrenze al Circolo Felice Cavallottiì. Veniva a testimoniare la Resistenza anche nelle scuole luinesi, su invito del preside Emilio Rossi. Ricordo che nella nostra sezione si può consultare il suo libro “Angelo Chiesa, Racconti di vita e di lotta…2003”, in cui vengono raccontati anche fatti inerenti all’eccidio della Gera. La sezione Anpi di Luino dispone anche del video curato dall’Istituto Varesino Luigi Ambrosoli: “Angelo Chiesa, l’impegno di una vita"».

Cittiglio, laboratorio archeologico nella chiesa di San Biagio

Presentati dall’Università dell’Insubria i risultati dell’ultima campagna di scavi
Cittiglio, scavi

Altre dodici tombe in aggiunta alle quaranta già portate alla luce a partire dal 2006 e, per la prima volta, un vero e proprio Laboratorio di Antropologia fisica per studiare sul posto i ritrovamenti. Sono due novità degli ultimi scavi nella necropoli della chiesetta romanica di San Biagio a Cittiglio (Varese), condotti tra maggio e luglio 2017 da studenti e dottorandi dell’Università dell’Insubria e finanziati dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto.
Studenti di medicina, in particolare tesisti in storia della medicina, tirocinanti di biologia e di scienze motorie - in particolare del corso di Antropologia fisica - e dottorandi in medicina clinica e sperimentale, alternandosi in piccoli gruppi, hanno esaminato e catalogato i reperti ossei sia di questa sia delle precedenti campagne di scavo. È tra l’altro emerso che alcune delle ultime sepolture appaiono riutilizzate nel tempo per successive inumazioni e pertanto resta ora da capire quanti individui vi siano stati sepolti.
TEAM DI STUDIOSI
Laboratorio e risultati degli scavi sono stati presentati martedì 11 luglio 2017 durante un sopralluogo al quale hanno preso parte il rettore Alberto Coen Porisini; il professor Giuseppe Armocida, docente di Storia della Medicina, il tecnico del Dipartimento di biotecnologie e scienze della vita Marta Licata, il funzionario della Soprintendenza per i Beni archeologici della Lombardia Sara Matilde Masseroli; l’ingegner Antonio Cellina per il Gruppo amici di San Biagio, gli archeologi Roberto Mella Pariani e Monica Motto di Archeo Studi di Bergamo.
INUMAZIONE A COPPO
Il sito di Cittiglio è ricco di reperti e gli scavi hanno portato alla luce, oltre agli scheletri, alcune monete e pochi altri oggetti di corredo. «Si tratta – ha dichiarato Marta Licata – di uno studio particolarmente interessante dal punto di vista antropologico proprio per il ritrovamento di numerosi infanti. Tra l’altro troviamo dei feti o neonati deposti secondo una modalità molto particolare: avvolti dentro un sudario e messi dentro un coppo, una tegola comune. Era, questa, una usanza tardo-romanica, utilizzata nelle aree cimiteriali lombarde e poi abbandonata in epoca tardo medievale, ma che viene riutilizzata in Canton Ticino e qui a Cittiglio nel 1500. Stiamo cercando di capire il perché di questa particolare modalità di inumazione, e se si possa parlare di un rituale locale».
ARCHEO-MISTERO
Perché tra l’VIII e il XVI secolo tanti bambini sono stati sepolti all’esterno e all’interno della chiesa romanica di San Biagio a Cittiglio? A questo “archeo-mistero” vuole dare una risposta il team di antropologi e archeologi.
La chiesetta di San Biagio domina le alture di Cittiglio ed è stata fondata intorno alla seconda metà dell’VIII secolo. Presumibilmente già da allora e fino al 1700 è stata luogo di sepolture, sia al suo interno sia all’esterno. Gli studiosi vogliono scoprire che cosa si celi nel suo suolo, indagando nell’area cimiteriale esterna all’abside medievale. Finora gli scavi hanno, in pochi anni, portato a galla numerosissimi reperti scheletrici di varie epoche storiche.

Valganna, in cammino sulla Via Francisca del Lucomagno

Sabato 30 aprile la camminata partirà dal Maglio di Ghirla e si concluderà alla Badia con la presentazione del progetto
lago Costanza, verso Friedrichshafen, statua di Imperia, gjr

A Valganna (Varese), sabato 30 aprile, le associazioni Amici della Badia di Ganna e l’Association internationale Via Francigena organizzano una camminata (gratuita) lungo un tratto della Via Francisca del Lucomagno “Costanza-Coira-Lucomagno-Agno-Varese-Pavia”. La partenza è fissata al Maglio di Ghirla (ore 9.45) con arrivo alla Badia di San Gemolo di Ganna, una delle tappe fondamentali del percorso, dove sarà presentato (ore 11.30) il progetto della “Via Francisca del Lucomagno-Dagli antichi cammini nuove opportunità per i territori”.
Il rilancio della Via Francisca è sostenuto da Regione Lombardia e Provincia di Varese in collaborazione con Comunità Montana del Piambello, Parco Regionale Campo dei Fiori e i comuni di Cadegliano Viconago, Cugliate Fabiasco, Cunardo, Marchirolo, Lavena Ponte Tresa e Valganna.
Per partecipare all'escursione e/o al convegno, è consigliata l’iscrizione entro giovedì 28 aprile (ore 18) mediante mail all’indirizzo comunicazione@provincia.va.it. (Info: www.provincia.va.it; tel. 0332/252.415). In caso di maltempo, la camminata sarà annullata, ma sarà confermata la conferenza alla Badia.

PROGETTO E RELATORI
La conferenza nella Badia di San Gemolo sarà introdotta dal presidente della Provincia di Varese, Gunnar Vincenzi, e condotta da Marco Giovannelli. Interverranno:
*Mauro Visconti (UTR Insubria), ”La proposta de La Via Francisca del Lucomagno nel panorama regionale”;
*Ferruccio Maruca (UTR Insubria) e Donatella Ballerini (Provincia di Varese), ”Presentazione del progetto”;
*Timo Cadlolo (TicinoTurismo): “≠hike Ticino-Una nuova strategia per la valorizzazione degli itinerari escursionistici del Cantone”;
*Adelaide Trezzini (Ass. Internationale Via Francigena), “La rinascita del pellegrinaggio romeo”;
*Luigi Pilastro (Ass. Amici Badia di Ganna), “Note storiche: il ruolo della badia di Ganna sul percorso”;
*Carlo Cattaneo (Collegiata di Agno), ”La Pieve di Agno”.

LE ANTICHE VIE ROMEE DA CANTERBURY (‘FRANCIGENA’) E DA COSTANZA (‘FRANCISCA’)
La genesi della Via Francisca del Lucomagno è stata illustrata, mercoledì 20 aprile, a Lavena-Ponte Tresa da Adelaide Trezzini, presidente dell’Association Internationale Via Francigena (AIVF). Occasione, la presentazione della conferenza sul progetto “Via Francisca del Lucomagno”, in programma il 30 aprile a Ganna.
L’AIVF - ha spiegato Adelaide Trezzini – è un’associazione privata nata nel 1997 a Martigny (Svizzera) che ha fatto rivivere in Svizzera, Francia e Inghilterra la Via Francigena, un percorso da Roma a Canterbury compiuto nel 990 dall’arcivescovo Sigerico, autore del più antico diario di viaggio di un pellegrino anglosassone.«Da 15 anni l’associazione si impegna, da pioniera, ad individuare e fare rinascere le storiche Vie Francigene (varianti rispetto al percorso ufficiale del 2008-2009 del MiBAC), come quella di Abbadia S.Salvatore (Siena), quella romana di Ivrea-Santhià sud del lago di Viverone, quella romana-medievale da Sarzana a Pietrasanta in Italia, ma anche in Svizzera e Francia».

390 CHILOMETRI DA COSTANZA A PONTE TRESA
Il successo della Via Francigena di Sigerico con migliaia di pellegrini - ha ricordato Trezzini - ha solo negli ultimi anni suscitato l’attenzione dell’AIVF sull’assenza di itinerari che collegassero il mondo germanico direttamente a Pavia, antica capitale longobarda. «Partendo da Costanza, meta di numerosi concili, la via tocca San Gallo (monastero fondato da san Colombano, morto a Bobbio nel 615) e Disentis (monastero benedettino dall’VIII sec.), istituzioni fondamentali per la storia e la creazione dell’Europa di oggi».
Nel lontano passato lo storico asse internazionale Germania-Roma ebbe per imperatori, papi, mercanti, soldatesche e pellegrini un interesse dimostrato dai numeri e valido, a giudizio di Trezzini, anche per i singoli pellegrini di oggi. «Tutto l’itinerario Costanza–Ponte Tresa di 390 chilometri, più il tratto italiano di circa 120 chilometri, rappresentano 510 km fino a Pavia, cui si aggiungono i 690 km sino a Roma, arrivando a un totale di 1.200 km dal lago di Costanza». 

Domenica 15, Lettere dalla Resistenza per ricordare la Battaglia del S. Martino

locandina

Domenica dedicata alla Resistenza e al suo significato a Cassano Valcuvia. Il 15 novembre si ricorderà infatti il 72° anniversario della Battaglia del San Martino che quest’anno si celebra proprio nel giorno in cui la battaglia si svolse.
La manifestazione, che vedrà cerimoniere Guido Calori, inizierà alle 9 con il ritrovo dei partecipanti al palazzo comunale di via IV Novembre, dopo mezz'ora Alzabandiera e alle 10 messa nella parrocchiale SS. Ippolito e Cassiano. Celebrerà padre Paolo Pigozzo, dei Padri Carmelitani Scalzi, priore dell’Eremo del Carmelo di Cassano Valcuvia. Il programma proseguirà alle 11 con la celebrazione civile cui interverranno sindaci e autorità terrioriali. Nella commemorazione sono stati coinvolti anche i ragazzi dell’Istituto comprensivo Luini che hanno lavorato sulla Seconda Guerra Mondiale. A loro sarà affidata la lettura, alle 11.30, di alcune lettere scritte da partigiani o semplici cittadini condannati a morte. Accompagnerà al violino Niccolò Minonzio, del Liceo musicale Manzoni di Varese. A cura del Teatro Periferico di Cassano Valcuvia inoltre “Lettura di lettere dei condannati a morte della Resistenza”. La commemorazione sarà a cura di Giorgio Roncari, studioso di storia locale.
Alla giornata parteciperà la Filarmonica Cuviese. In caso di maltempo la cerimonia si sposterà all’interno del teatro comunale. Info: 0332 252463
Nella foto della locandina, ufficiali del Genio sul San Martino (Biblioteca Civica del Comune di Mezzago-Mi, Archivio Luigi Brasca) . 

Cittiglio, emerse dalla necropoli interessanti sepolture

L’Università dell'Insubria ha presentato i primi ritrovamenti scoperti durante gli scavi archeologici dal 2006 al 2009
Cittiglio, chiesa di San Biagio, scavi del 2016, foto Università degli Studi dell'Insubria

A Cittiglio, nel Varesotto, giovedì 7 luglio si è svolto nella chiesa di San Biagio il sopralluogo organizzato dall’Università dell’Insubria, dal Gruppo amici di San Biagio e dalla Parrocchia San Giulio Prete. Giuseppe Armocida, docente di Storia della medicina, e Marta Licata, tecnico del dipartimento di Biotecnologie e scienze della vita, hanno illustrato i primi ritrovamenti già effettuati e il progetto di ricerca sui resti umani che provengono dalle sepolture, sostenuto dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto e guidato dalla parrocchia di S. Giulio Prete di Cittiglio.
Al sopralluogo hanno preso parte anche il rettore Alberto Coen Porisini, il direttore del dipartimento di Biotecnologie e scienze della vita Giovanni Bernardini, l’archeologo Roberto Mella Pariani, l’ingegnere Antonio Cellina per il Gruppo amici di San Biagio e il parroco della parrocchia San Giulio Prete don Daniele Maola.

RESTAURO E SCAVI
C’è una vera e propria necropoli a Cittiglio. Università degli Studi dell’Insubria e Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia sono al lavoro per scoprire che cosa si cela nel suolo dentro e fuori la Chiesa di S. Biagio. Dal maggio 2016, infatti, è iniziata l’indagine dell’area cimiteriale esterna dell’abside medievale della piccola chiesa romanica situata su un’altura che domina il paese di Cittiglio e il paesaggio circostante.
In questa antica chiesa sono in corso da circa 25 anni importanti lavori di restauro voluti dalla parrocchia di Cittiglio e dai volontari del Gruppo Amici di San Biagio, che con diverse iniziative hanno raccolto i fondi per finanziare i lavori fino ad oggi svolti.
Tra questi lavori vanno ricordati gli scavi archeologici effettuati dal 2006 al 2009 all’interno della chiesa e che hanno portato alla luce importanti tracce strutturali di età medievale e, tra esse, circa venti sepolture, indagate dall’archeologo Roberto Mella Pariani di Golasecca (allora della Società Lombarda Archeologia SLA di Milano).
Lo scavo del 2016 è la continuazione dell’indagine archeologica allora compiuta ed anche questa è eseguita da Roberto Mella Pariani oggi della ditta Archeo-Studi di Bergamo. Entrambi gli scavi sono effettuati sotto la direzione scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia e coordinati oggi dal funzionario Francesco Muscolino.

DUE MORTI VIOLENTE E SCHELETRI DI INFANTI
L’ateneo varesino è già intervenuto per studiare i resti scheletrici umani che provengono dalle sepolture rinvenute all’interno della chiesa, ma è interessato a proseguire gli studi anche su eventuali altre sepolture presenti sotto il sagrato. Per questo Giuseppe Armocida, Giovanni Bernardini e Marta Licata – in collaborazione con il Gruppo Amici di San Biagio – hanno presentato un progetto sostenuto dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto e in particolare dall’avvocato Andrea Mascetti. Capofila del progetto è la parrocchia di S. Giulio Prete di Cittiglio, affidata al parroco don Daniele Maola.
«Durante il primo studio antropologico fatto – relativo ai resti umani rinvenuti durante la campagna 2006-2009 – sono state documentate due morti violente: in un caso il cadavere era “decapitato” e nell’altro presentava una punta di lancia nel costato e, inoltre, una elevata presenza di scheletri di infanti. Per questo – ha spiegato Marta Licata – abbiamo ripreso lo studio antropologico progettando un altro scavo per indagare un’altra zona cimiteriale presente all’esterno della chiesa. In particolare vorremmo chiarire la presenza o meno di altre morti violente e cercare di capire perché tutti questi bambini sono stati sepolti nella chiesa e se altrettanti sono sepolti fuori. Vorremmo riportare alla luce tutto lo spazio cimiteriale e le tombe in esso custodite, per rispondere a queste domande».

DAL IX AL XVII SECOLO
La Chiesa è stata fondata intorno al IX secolo e, presumibilmente, dalla sua fondazione e fino al 1700 è stata luogo di sepolture sia dentro sia fuori.
«L’indagine odierna riguarda le sepolture poste immediatamente fuori la chiesa: lo scavo, infatti - riprendendo l’indagine di alcune inumazioni esterne già personalmente indagate nel 2009 – ha continuato Licata - ha portato alla luce all’esterno un’area quadrangolare nelle immediate adiacenze dell’emiciclo della Chiesa. Al di sotto di uno strato superficiale di spianamento dell’antico cimitero avvenuto presumibilmente nel XVII secolo e all’interno del quale sono stati recuperati numerosi reperti in giacitura secondaria (ossa umane frammentarie; monete e diversi manufatti metallici – chiavi di età rinascimentale in ferro, lame di coltello, un coltello intero con manico in osso, una fibbia di cintura in ferro, monete, chiodi delle casse di sepoltura e un anello bronzeo) sono emerse alcune sepolture di età rinascimentale in giacitura primaria: si cominciano già a vedere aree di cimitero documentabile. Si tratta di tre inumazioni di individui adulti in cassa di legno e due inumazioni di infanti (un feto e un bambino dell’età apparente di 1-2 anni) uno dei quali deposto in una singolare struttura a doppio coppo (comuni tegole). Sotto quelle inumazioni – che sono di epoca rinascimentale – si scorgono preesistenti sepolture a loculo litico di epoca precedente che saranno oggetto di studio con il prosieguo dell’indagine» ha aggiunto Marta Licata. 
----
Nelle foto: Licata, Cellina, Mella Pariani e Armocida (da sinistra) e alcuni dei resti umani ritrovati nell’ultimo scavo del 2016.

Nel 500° dei fatti di Marignano, docu-fiction della tv svizzera sulla battaglia persa dai Confederati a sud di Milano

Progetto svizzero italiano e produzione SRG SSR - Programmazione in settembre
ripresa tv

Al Castello Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano (Lodi) si sono svolte nei primi giorni di marzo le riprese di una nuova docu-fiction televisiva. Occasione, il 500° della battaglia di Marignano.
Il lavoro è frutto di un progetto svizzero italiano di cui è autore e regista Ruben Rossello e è stato scelto nell’ambito di una produzione nazionale SRG SSR. Il programma, che vede nel cast Massimo Foschi (Gian Giacomo Trivulzio), Teco Celio (Rebucco), Susanna Marcomeni (la moglie di Trivulzio) e Aaron Hirz (Zwingli), verrà diffuso nel prossimo settembre da RSI, SRF e RTS.

La Battaglia di Marignano, persa dai Confederati nelle campagne a sud di Milano contro l’esercito di Francesco I re di Francia, costituisce un evento cruciale della storia svizzera e segna la fine dell’espansione a sud della Confederazione. Dopo essere stati padroni della Lombardia e di Milano nei tre anni precedenti, gli svizzeri si ritirarono verso nord. Il re di Francia concesse però alla Confederazione di mantenere il possesso di Locarno,
Lugano e Chiasso, da poco strappate al Ducato di Milano.
In Svizzera la Battaglia di Marignano è entrata nell’immaginario collettivo attraverso il grande affresco di Ferdinand Hodler La ritirata di Marignano. Il film della RSI proporrà invece la voce del vincitore di Marignano, il condottiere milanese Gian Giacomo Trivulzio, comandante dell’esercito francese, peraltro ben noto agli svizzeri, visto che era conte di Mesocco e signore della Mesolcina.
Tutta la materia è molto accattivante e l'approccio è stato reso possibile dal lavoro dello storico Marino Viganò che, nel 2013, ha pubblicato i diari di due testimoni – Giovan Antonio Rebucco e Giovan Giorgio Albriono - che accompagnarono Trivulzio durante i lunghi preparativi e nei due giorni della battaglia.
La fiction RSI rievocherà anche la vicenda di Huldrych Zwingli, il grande riformatore svizzero che partecipò alla battaglia di Marignano quale cappellano delle truppe glaronesi. Sceso in Lombardia quale patriota convinto, Zwingli rimase sconvolto per l’orrore dello scontro. Rientrato in Svizzera cominciò un processo di riflessione fino ad assumere posizioni molto critiche, venate di pacifismo, che coincisero con l’inizio del percorso che lo avrebbe portato alla Riforma.  

Arona, è morto il principe Giberto Borromeo Arese

Si è spento a Milano per improvviso malore
Gilberto e Bona Borromeo Arese.jpg
Borromeo dx con Gusmeroli sindaco Arona.jpg

A Milano, lunedì 16 febbraio, si è spento per improvviso malore il principe Giberto VIII Borromeo Arese. Aveva 82 anni.
Discendente di una delle famiglie più antiche di Milano, quei conti di Arona che vantavano la concessione del titolo comitale nel 1441, annoverava tra i tanti personaggi della dinastia anche il cardinale Carlo Borromeo, che nel 1562 aveva rinunciato al titolo di principe di Oria per donare i denari del titolo ai poveri. Dal 1917 al primogenito fu riconosciuto il titolo di principe di Angera.

Se la storia ti scivola tra le dita

Abituato da ventiquattr’anni a sondare antiche carte per confermare date di nascita e morte dei più disparati personaggi - in special modo quelli che hanno arricchito da venti generazioni la nobile casata dei Borromeo - sono preso da un senso di smarrimento, ora che la storia la vivo al presente.
A Milano, nella mattinata di lunedì 16 febbraio, scompare all’improvviso, in un’ancor vigorosissima e dinamica età senile, il principe Giberto VIII Borromeo Arese (21 novembre 1932 - 16 febbraio 2015) “Principe d’Angera, Conte di Arona, Conte delle Degagne di San Maurizio, Conte di San Martino, Conte di Maccagno Imperiale, Signore di Omegna, Vigezzo, Vergante, Agrate, Palestro e Cannobio, Signore di Camairago, Guardasone e Laveno, Consignore della Pieve di Seveso, Patrizio Milanese e Grande di Spagna di prima classe”: una lunga serie di titoli e onori feudali per un uomo di gran signorilità, altrettanta semplicità di modi e affabilità; un nobile che sapeva coniugare alla moderna capacità manageriale (frequente nella odierna classe nobiliare milanese formatasi nel Quattrocento e affermatasi poi tra Sei e Ottocento) eleganti passioni: per le proprie isole del Golfo Borromeo, per le proprie barche (indimenticate le regate degli anni Ottanta di “Almagores”), e perfino la più domestica (e tutta italiana...) passione per una delle due squadre di calcio meneghine (che qui si tace, lasciando al lettore di indovinar quale sia).
A queste passioni il principe Giberto univa un’attenzione continua per la storia di famiglia; attenzione vivace, che lo portava a perdonare al proprio archivista intemperanze, noiose divagazioni, e facili entusiasmi per documenti ritrovati nel vasto archivio della casata; quest’attenzione ha permesso, nel corso degli anni, di scoprire comuni punti di vista (quali quelli relativi alla storia delle barche di servizio dei Borromeo a fine Ottocento: la bella lancia a vapore
Isolabella 1896) e di far crescere sempre più la stima nei suoi confronti, e ora il rimpianto per la sua scomparsa.
In un fluire di generazioni che la storia della famiglia Borromeo registra senza sosta da secoli, il pur doloroso avvicendamento che dobbiamo vedere oggi tra il principe Giberto (che sin qui non ha mai mancato di sostenere l’opera appassionata di anni condotta dalla principessa Bona sua consorte) e il successore suo figlio, ora principe Vitaliano XI Borromeo Arese, innesta l’innovazione nella tradizione: il principe Vitaliano raccoglie e amministra oggi con taglio moderno, interventi di ampio respiro e grande portata non solo un importante nucleo museale privato, non solo una preziosa eredità culturale come poche in Italia, ma anche una casata nobile capace di guardare con rinnovata forza al futuro e con consapevolezza del proprio passato.
G.C.

Le colpe di Evaristo (e i ritardi del Kursaal)

Il complesso percorso dell'inaugurazione di Palazzo Verbania a Luino il 2 giugno 1906
Palazzo Verbania, giugno 2019

L’ingegner Giuseppe Petrolo ha appena appoggiato la penna d’oro sul piano inclinato del tavolo di lavoro. È stanco, ma soddisfatto. Guarda con compiacimento quanto ha appena tracciato su un foglio di carta fissato con puntine da disegno all’ampio tavolo di legno scuro, nello studio tecnico di casa sua: sono gli ultimi particolari delle ringhiere e qualche altro dettaglio delle finiture da passare al fabbro-ferrajo (segue da tempo il lavoro la bottega dei soci Luigi Carmine ed Edoardo Pozzi) e ai decoratori (il Petrolo ha in mente di accordarsi col “Brovelli Riccardo, pittore imbiancatore inverniciatore in Luino”, che ha una buona mano e buoni prezzi...) per terminar un’opera che gli sta proprio a cuore, in quel cantiere della “sua” città. Luino – pensa – val bene una messa... all’opera: non vuol lesinare sforzi, idee, carta, progetti.
Ma Giuseppe Petrolo, classe 1872, poco più che trentenne ambizioso ingegnere, in quei tardi mesi del 1905, oltre che soddisfatto comincia a esser preoccupato. Sin lì le cose hanno marciato bene, come ogni ingegnere desidererebbe: per seguire i lavori senza polemiche su potenziali interessi privati, il giovane Petrolo ha abbandonato la poltrona di sindaco - ottenuta come “popolare” sull’onda dei terribili fatti del ’98 (Frigerio, Storia di Luino e delle sue valli, Varese 2009, p. 283) – occupata almeno fino al novembre 1904, proprio quando si sono manifestati con evidenza gli interessi sul progetto di quell’opera innovativa che è il Kursaal; nell’anno stesso 1904, “fin dalla primavera” si è costituita una Società, pilotata da industriali e maggiorenti locali (i soliti noti: Hussy, Gelpke, Walty, Bodmer, con immancabile contorno di avvocati e notai), per combinare una cosa innovativa, per Luino e il lago: il pool degli industriali vuole ottenere in concessione precaria dal Comune la spiaggia che “dallo sbocco del torrente Luina si estende all’altezza circa del giardino a lago dell’Hotel Simplon”. Già il 4 aprile del 1904 la giunta aveva espresso parere favorevole (ACL, cart. 157, cat. 5, cl. 8, fasc. 1., Estratto di delibera della giunta municipale, convocazione di giunta 1904 apr 4 per approvazione di convenzione di concessione di spiaggia precaria a lago) per “l’occupazione temporanea di tratto di spiaggia a lago per l’erezione di un fabbricato ad uso Kursaal, salvo stipulazione di apposita convenzione”; il 27 novembre del 1904 il sindaco Petrolo si vede atterrare sul tavolo dell’ufficio di palazzo Crivelli la richiesta di deliberare sulla tale Convenzione colla Società Anonima del Kursaal (ACL, cart. 157, cat. 5, cl. 8, fasc. 1., Atti della giunta municipale, convocazione di giunta 1904 nov 27 per delibera e approvazione di convenzione).

Scopo dichiarato del Kursaal è stupire e divertire, sì, ma – per la Società Anonima – anche guadagnarci su: “su tale area sorgerebbe uno chalet a due piani, costituito il primo da grande terrazza a lago ed antistante salone, per feste, concerti, trattenimenti e servizio di caffè-ristorante, ed il secondo da altre sale, sia addette allo stesso, che da adibirsi per circoli o riunioni private. La costruzione, la prima sul lago Maggiore, non potrebbe a meno di costituire una grande attrattiva per il paese, avviandolo forse a quel miglior avvenire cui la posizione sua e le nuove comunicazioni gli danno diritto” (ACL, cart. 157, cat. 5, cl. 8, fasc. 1, Domanda “Senza Data?” - così da attergazione di segreteria, a matita grassa rossa - ma da riferirsi alla primavera 1904, con ottima probabilità a poco prima del 4 aprile).
La progettazione, ovviamente, è data proprio a lui, all’ing. Petrolo, e tutto sta filando liscio. Certo, ci sono un po’ di battibecchi e scontri (come per il caso dell’assessore Battaglia, che in piena assemblea consigliare nel luglio 1905, all’atto della presa in esame, e ratifica della concessione della spiaggia demaniale per sessant’anni, sibila tagliente che “si astiene da ogni discussione e votazione, perché copre la carica di presidente della Società del Kursaal, dichiarando di esser lieto che la pratica sia finita sotto l’attuale amministrazione [...] perché così viene allontanato ogni dubbio o calunnia che egli essendo prima d’ora assessore anziano, avesse favorita l’erezione del Kursaal”. Dopo qualche borbottamento (il consigliere Micotti fa osservare che alla scadenza dei sessant’anni non il Comune, ma il Demanio tornerà proprietario dell’area...), con le astensioni dei consiglieri Battaglia e Petrolo, il comune ratifica la convenzione.
Ma non sono tutte rose e fiori. È vero, i lavori fervono già dall’anno precedente 1904: approfittando del “materiale di rifiuto derivante dalla costruzione della linea ferroviaria Varese-Luino”, “nell’opportunità e urgenza di costruire il muraglione a lago, e le cantine prima che [cominci] lo scarico del materiale, si [] mano ai lavori, consenziente l’amministrazione comunale” (ACL, cart. 157, cat. 5, cl. 8, fasc. 1., lettera 1905 apr 4 di Giuseppe Battaglia al sindaco di Luino, prot. 771 del giorno 5 successivo).
È però cosa normale che capiti qualche ritardo nel cronoprogramma dei lavori... così alla fine del mese di luglio 1905, il Battaglia si fa ancora sotto col comune: “nel desiderio di dare affrettato termine ai lavori del Kursaal” chiede di poter abbattere un filare di robinie e asportare il parapetto in granito che separa lo spazio intorno al Kursaal dalla strada. Il sindaco concede (ACL, cart. 157, cat. 5, cl. 8, fasc. 1., lettera 1905 lug 27 di Giuseppe Battaglia al sindaco di Luino, prot. 1749 del giorno 28 successivo), qualche cittadino con coscienza pre-ecologista (o solo perché bastian-contrario) brontola per le robinie, ma che vale? Importa che i lavori proseguano!
Ma ancora non ci siamo: il Petrolo, e con lui gli altri della Società anonima, sono preoccupati. Sarà anche vero – pensa l’ing. Petrolo - che il Kursaal aveva subito lavori affrettati... ma oramai siamo nel 1906, che diamine! e il Kursaal non è ancora vivo. Lo vedono chiaramente tutti. Perché ritardi a parte, nessuno se la prende troppo per la riuscita delle decorazioni e delle volute in ferro della scala... Piuttosto il Petrolo, i consiglieri comunali, i componenti del comitato degli Azionisti del Kursaal di Luino, che rappresenta la crème della società luinese, forse persino il Macèla, povero di spirito e zimbello della città, ... tutti, ma proprio tutti si chiedono a una sola voce, una sola cosa. Chi diavolo è Evaristo Zangli?

Sono tutti d’accordo: è soprattutto a questo tal Evaristo Zangli che Luino deve un clamoroso ritardo di quasi un anno nell’apertura del suo Kursaal. Passi che Luino si sia fatta “bagnare il naso” da Cannobio e dal suo Carza Palace. C’è da scommetterci – rimugina il Petrolo, leggendolo sulla “Vedetta”, bisettimanale d’informazione intrese, del 16 luglio - che quelli di Cannobio hanno fatto le cose a pezzi e bocconi, arrivando a inaugurare il loro “kursaal” nel luglio 1904 “sebbene non completamente ultimato in tutti i suoi dettagli”, pur di fare uno sberleffo ai rivali luinesi... (La Vedetta, 16 luglio 1904, p. 3); ma adesso è veramente troppo, ed è imbarazzante, per i vari Battaglia, Bodmer, Hussy, Walty, e tutti gli altri maggiorenti luinesi, Petrolo compreso, leggere sul solito foglio locale ben informato (il Corriere del Verbano...), a cui non ne scappa una e che fa sempre le pulci a tutti, che

Il Kursaal si doveva aprire col giorno dell’Epifania, ma invece il bellissimo locale è restato chiuso. La ragione, eccola: la persona che aveva affittato il Kursaal, mancò ad un impegno del contratto e allora la presidenza con lettera raccomandata lo avvertì che il contratto stesso era decaduto. Non mancheranno certo dei nuovi affittuari e siamo sicuri che presto vedremo aperto al pubblico quello che sarà certo un magnifico ed elegante ritrovo luinese. Intanto non vi fu l’assemblea e il banchettissimo sospirato, e qualcuno mangiò di magro. (Il Corriere del Verbano, numero del 10 gennaio 1906).

Il patatràc è successo. Ha un bel dire, poco prima di Natale 1905, questo tal Evaristo Zangli, che lui farà di qui e di là, di su e di giù... si era presentato di bel nuovo, qualche tempo prima, quando fervevano i lavori edilizi: sembrava che parlasse da svizzero, quindi precisino e puntuale, e aveva incantato tutti raccontando delle proprie esperienze a Milano... aveva lasciato intendere che lui era stato a lavorare per il sciùr Campari, per quell’altro grande imprenditore della ristorazione, il Cesare Vidoni, che gestiva il Gambrinus, e la Birreria Casanova; e poi giù le promesse, puntualmente riprese dal foglio locale, con tanto di date e particolari:

Il sig. Evaristo Zangli, già direttore in varii caffè restaurant di Milano, Campari, Gambrinus, Casanova ecc., che ha preso in affitto il nuovo ed elegante Kursaal di Luino, intende farne l’apertura il 26 dicembre in corso. Ora si sta mobigliandolo elegantemente, e quando sarà addobbato e terminato, sarà uno splendido ritrovo (Il Corriere del Verbano, numero del 6 dicembre 1905).

Qualcuno, però, aveva subito cominciato a sospettare ... e per vero, neppure oggi, per nessuna di quelle rinomate insegne della ristorazione meneghina, l’Archivio Storico Civico, e l’Anagrafe meneghina e i maggiori quotidiani restituiscono il nome di Evaristo Zangli; ci si perdoni le solite noiose divagazioni da dilettanti di storia locale, ma una rapida ricerca mostra come intorno alla piazza del Duomo si concentra una bella fetta della storia della caffetteria italiana: nel 1892, alla sua fondazione, il Gambrinus, o meglio, Gambrinus Halle – sede grosso modo di fronte all’attuale Centenari, in Galleria, lato piazza Scala – non aveva alcuno Zangli come direttore, bensì un Celso Colombo (Corriere della Sera, numero del 12 maggio 1892), alle dipendenze del proprietario, “signor Wasserman” (ovvero Davide Wasserman, che dalle risultanze in Archivio della Camera di Commercio di Milano apriva nel 1892 ed era attivo almeno sino al 1895); in quello stesso 1892 il Gambrinus aveva almeno due camerieri, tali Jori e Chiappa (Corriere..., cit.). Subentrava poi nel 1902 Cesare Vigoni, in società con altri, per intraprendere l’attività di Ristorante, caffè e birreria (Arch. CCIAA, ad vocem). La Birreria Casanova, poi Carminati, sita nel grande palazzo che dividendo via Orefici da piazza Duomo, fronteggia la grande piazza e sta dirimpetto al Duomo, si trasforma, ad opera della Società Bonetti, Negri e C. in “Birreria Restaurant Nazionale del Duomo” costituendosi in società nel 1905; tra i vari passaggi societari e di proprietà troviamo ancora una volta quello in cui compare Cesare Vigoni con una propria società anonima; egli, da almeno una fonte iconografica in https://urbanfilemilano.blogspot.com/2014/09/zona-duomo-restauri-anche-p..., risulta aver gestito come proprietario la Birreria Casanova, poi divenuta “Carminati” dopo la Prima Guerra Mondiale. Il notissimo Caffè Campari nasce, per fortunatissima intuizione di Davide Campari, nel 1867 (praticamente con la Galleria...) come bar, caffè e sala da tè, e si insedia all’imbocco del grande “salotto coperto” della Città, con due esercizi che divengono in breve punti di ritrovo di mezza Milano.
Insomma, nella perplessa Luino dell’autunno 1905, l'Evaristo Zangli e le sue proposte si dissolvono nel nulla, e dopo il dicembre 1905 la Società degli Azionisti del Kursaal si ritrova nelle peste. A gennaio, il Petrolo vede con preoccupazione “saltare” l’assemblea dei soci, e il “banchettissimo” lasciare a bocca asciutta tutti; il gestore del Kursaal non si trova, e viene delusa anche la speranza di lanciare l’elegante edificio per l’Epifania: “si doveva aprire col giorno dell’Epifania, ma invece il bellissimo locale è restato chiuso”. Le occasioni sprecate si accumulano, i “Comitati pei festeggiamenti” (come quello dei Congressisti Automobilisti nel maggio 1906) che puntano a Luino, sicuri di poter organizzare un buon pranzo in un fascinoso ritrovo appena costruito sulla riva del lago, restano delusi o devono ripiegare sul solito Simplon.
Finché, con un colpo di coda, il due giugno 1906, con gli sforzi congiunti di tutti, comune, società anonima, progettista, si riesce finalmente a inaugurare il Kursaal. È un sabato sera, il due giugno, “la splendida sala si [mostra] in tutto il suo sfolgorìo di luce che degnamente [illumina] le ricche mense fiorite”; i commensali sono oltre settanta, “in rappresentanza di tutto quello havvi di elegante, di buono e di bello in Luino e nei paesi vicini; ed il banchetto, servito dalla somma e nota abilità del sig. Percivalli di Runo, [è] un trionfo di affiatamento, di espansione... e dell’arte culinaria”. Prendono la parola “allo champagne” il Battaglia, e tra gli altri l’avv. Terruggia, il Bodmer, l’avv. Pellegrini, il dottor Maggi... e vien “proposto poi un telegramma al Presidente della Confederazione Elvetica a Genova”, telegramma che è “approvato con uno scroscio di infiniti applausi e con un evviva incessante alla Svizzera” (Il Corriere del Verbano, n. del 6 giugno 1906). Il Kursaal luinese è finalmente inaugurato, mancano solo da espletare le inevitabili faccende burocratiche: il 30 luglio 1906 il funzionario Attilio Bonali, ingegnere di Sezione incaricato dal suo Capo, ing. Paribelli, del comasco ufficio del Genio Civile, visita in compagnia del Petrolo, del Battaglia, e dell’assessore anziano Giovanni Tolini “il fabbricato ad uso ristorante e locale pel Club, feste e trattenimenti [che] è già stato costruito fin dallo scorso anno 1905”; e ritrova che il fabbricato stesso “venne fin dallo scorso mese di giugno [= 1906] adibito al suo scopo” (ACL, cart. 157, cat. 5, cl. 8, fasc. 1., Processo verbale della visita tecnica effettuasi il 30 luglio 1906...; va emendata in 2 giugno 1906 la data proposta come “giugno 1905” in F. Crimi-F. Petrolo, Per Giuseppe Petrolo architetto (1872-1952), in “Verbanus” 22-2001, p. 218, n. 11).
Ma adesso, in una solare estate del 1906, Luino tranquilla può gioire del suo più moderno gioiello: dopo che nella tersa sera del due giugno, davanti a un “lago lucente e calmo che pareva vinto e spossato dal vento impetuoso della giornata”, erano a lungo riecheggiate “le battute di un delizioso valzer [sic!]”, ora sì, finalmente, la belle époque luinese ha il suo ritrovo: la Storia nuova di una nuova Città può iniziare.
Giacomo Premoli

Curiglia, una lapide e un tuffo nel Rinascimento

Nella chiesa di S. Vittore un’antica iscrizione richiama personaggi e vicende della storia nazionale
Curiglia, lapide Chiesa S. Vittore.jpg

Curiglia ha da poco celebrato la festa patronale di S. Vittore con una tradizionale cerimonia in cui si mescola la devozione al martire africano con quella della Madonna, trasportata processionalmente per le vie del paese dopo la messa solenne del mattino. Fu il vescovo di Laudicea, Francesco Ladino, suffraganeo dell’arcivescovo di Milano, a consacrare, il 25 aprile 1526, la chiesa parrocchiale di S. Vittore di Curiglia. Lo attesta un’antica lapide murata all’interno della chiesa stessa.
VESCOVI SUFFRAGANEI…
Come in tutto l’Occidente cristiano, anche nelle diocesi di Milano e di Como si verificò il fenomeno dei vescovi suffraganei, cioè titolari di una delle tante diocesi rimaste solo sulla carta ed elevati alla dignità episcopale in soprannumero. Nessun vescovo suffraganeo aveva incarichi di governo. Riceveva deleghe di volta in volta per la consacrazione di chiese o per altre funzioni dal vicario generale, che di solito era un esperto giurista ed amministratore, cui spesso non erano stati neppure conferiti gli ordini maggiori.
Solo con l’avvento di S. Carlo la situazione mutò radicalmente. Nel caso specifico l’arcivescovo era Ippolito d’Este, figlio del duca  Alfonso I e di Lucrezia Borgia, nipote del cardinale Ippolito I d'Este. Suo nonno materno era il papa Alessandro VI.
…E ARCIVESCOVI MONDANI
Ippolito era però in tutt’altre faccende affaccendato. E ne aveva ben donde.
A soli dieci anni, in fretta e furia, infatti, fu cresimato e gli vennero conferiti gli ordini minori, perché lo zio, cardinale Ippolito d'Este, da cui aveva ripreso il nome, aveva deciso di cedergli l'arcivescovato di Milano. Un vestito che gli andava stretto, ma che non gli impedì sin da giovane di condurre una vita gaudente e licenziosa. Ebbe, infatti, relazioni amorose con donne dalla non brillante reputazione e si diede a feste di ogni tipo, senza badare allo sfarzo e alle spese. Assetato di potere qual era, si cimentò in difficili missioni diplomatiche, per ottenere il cardinalato, ricchi appannaggi di diocesi e abbazie e, in prospettiva, l’elezione al soglio pontificio.
A onor del vero però Ippolito fu anche un mecenate, amante dell'arte e, in particolare, dell'archeologia. Nel 1537 ospitò alla sua corte Benvenuto Cellini, che avrebbe goduto della sua protezione per diversi anni. Giovanni Pierluigi da Palestrina inoltre entrò al suo servizio dal 1567 al 1571, per organizzare le esecuzioni musicali estive a villa d'Este.
Durante la sua vita si impegnò indefessamente nella costruzione, nel rinnovo e nel restauro di molte bellezze della città d'origine e di quella d'elezione, Roma. E non è poco. Il suo nome è legato soprattutto alla costruzione della meravigliosa Villa d'Este di Tivoli.
MORALE PUBBLICA E VITA PRIVATA
Un personaggio che, al di là della corruzione e della mancanza di scrupoli, fu costantemente percorso da un anelito verso il bello e il sublime, dalla ricerca di qualcosa che potesse appagarlo più profondamente. Una vita al di fuori degli schemi tradizionali, nel contesto di una società che imponeva ai deboli e agli sprovveduti una morale ipocrita e formalmente perbenista, sistematicamente disattesa dai potenti.
Per fortuna c’era il lavacro delle sante indulgenze ad evitare un’interminabile espiazione tra le fiamme del purgatorio e il nostro buon Ladino, in quel lontano 1526, bontà sua, ne concesse parecchie anche ai curigliesi, gente laboriosa ed onesta che forse non ne aveva neppure tanto bisogno.
INDULGENZE PER I CURIGLIESI
A coloro che, genuflessi davanti all’altare, avessero recitato un Pater e un’Ave Maria ogni domenica o nelle festività di precetto, quali il Natale, la Circoncisione, l’Epifania, la Resurrezione, la Pentecoste e il Corpus Domini, nonché in tutte le feste dedicate alla Santissima Beata Vergine Maria, ai Santi Apostoli Evangelisti, ai quattro dottori della Chiesa, Agostino, Ambrogio, Gregorio e Gerolamo, a S. Giovanni Battista e a Santa Maria Maddalena, a S. Stefano, S. Lorenzo, S. Martino, S. Nicolao, e in ogni giorno di Quaresima, ottanta giorni.
Quindici giorni di indulgenza inoltre a coloro che, in occasione dell’annuale festa della dedicazione, avessero visitato gli altari dei S. Rocco e Vittore. Altri ottanta giorni erano infine accordati ai benefattori che avessero provveduto ai bisogni della chiesa e del sacerdote. Il riferimento ai santi Rocco e Vittore sembra forse voler alludere ad una doppia dedicazione, attualmente scomparsa?
Emilio Rossi