Edizione n.5 di mercoledì 13 febbraio 2019

Elena Ciuti

I baci della vita

Parlare di leggerezza può essere fuorviante. E' subito da dire che leggerezza qui non significa facilità, nemmeno spensieratezza, bensì ariosità. Non si può non esserne presi. Accostandosi a Trilogia dei baci (farfalle Marsilio), si capta subito questa leggerezza speciale che si stende, si srotola anzi, secondo un approccio di scrittura capace di staccarsi senza essere distaccato, di commuoversi senza lacrimare. E' anche materna verso sé stessa - la sé stessa che narra - e verso la propria creatura - il romanzo - la scrittrice Gabriella Imperatori come riesce a essere chi abbia a lungo con calma girato la sabbia dentro il setaccio. La sensazione che si trae leggendo è analoga a quella che produce uno psicologo. Si entra nello studio, si cerca di tirar fuori i propri problemi; l' altro, se è bravo, sarà impercettibile, sarà lieve. Eppure, una volta a casa, scopriremo che nel nascosto nostro io-mondo è stato condotto un lavoro profondo e si è andati oltre tante staccionate autodifensive.
Veneziana che vive a Padova, giornalista, saggista, alle spalle testi teatrali, una guida sociologico-giuridica, più romanzi, Gabriella Imperatori usa i talenti dell'esperienza e quelli d'una creatività fluida. La parola è esatta ma non puntigliosa; il periodare è composito ma limpido; l' analisi è minuta, senza attanagliare. Così si è subito dentro il romanzo, che, partendo dalla giovinezza, indaga un tempo ampio, e accompagna la protagonista, studentessa in collegio, dall'epoca dei baci-non baci, a quella dei baci mendaci, fino alla maturità, quando avanzano i baci d'addio. Lei è Marina “la Rossa”; compagne di soggiorno e di speranze, di esami e di segretezze sono due amiche: Alessandra “la Pia” e Federica “la Longa”. Tutte e tre termineranno l' università durante gli anni Sessanta per seguire diramazioni anche forzate. Dalla famiglia, dalla socialità, dalle proprie stesse attese. Dapprima le vicende quotidiane danno spazio per restarsene in surplace, si bilanciano con la vita immaginata e desiderata; presto arriverà la realtà così com'è: e qualcosa muta, si sgretola. Le aspettative si vanno svuotando, l'amore appare sfuggente o sfuggito, la famiglia non è più culla. Con il salto di anni cambia il linguaggio, che ora è quello di una donna che riannoda i ricordi tra sé e la propria famiglia, l'Istria, il mare-lago (dall'evocatività di poetica), il senso del divenire nel divenire trasmesso (forse) dalla madre. In un fitto parlarsi, in un continuo ripercorrere e riaggiustare le tappe, e le soglie, Imperatori introduce uno dopo l'altro i suoi temi - la guerra, le etnie, l'emigrazione, il rapporto Nord-Sud - e li intreccia con altri più intimisti: le prevaricazioni, la solitudine, l'incomunicabilità, le maschere. Li affronta con introspettività femminile, non facendosene dominare, ma ispezionandoli e porgendoli a chi legge come rifranti da luce e acqua. Ne deriva un gioco di rimandi e sollecitazioni che sono una delle note dominanti e fascinose del romanzo. Intanto le stagioni passano, ne affiorano di nuove. Ma i posti, le genti che hanno dato o tolto vigore all'esistenza, anche le domande senza risposta, non lasciano la mente. Proprio per questo è possibile la pacificazione delle righe conclusive, dopo che la ciclicità ha completato con la morte il suo giro.
Elena Ciuti
--- Gabriella Imperatori, “Trilogia dei baci”, Marsilio Editore (2004), pagine 248.

Piazza Scala, al maestro Abbado l'ultimo saluto della Milano democratica nel Giorno della memoria

Piazza Scala per Abbado 27 gennaio 2014

Lunedì 27 gennaio, in un tardo pomeriggio molto milanese - freddo ma non freddissimo, umido ma sopportabilmente -, molto milanese non solo per le temperature ma anche perché la popolazione - dai luoghi comuni spesso dipinta tiepida se non freddina, frettolosa, quasi distratta nel suo essere gran produttrice di lavoro - ha fatto quello che sempre ha fatto nei tempi storici della sua anima, s'è raccolta. Chi poteva, fisicamente; col sentimento, un'altra infinità. Migliaia di persone – si dice più di ottomila – sono accorse nella piazza icona di Milano, davanti al Teatro alla Scala, le strade del centro chiuse al traffico.
Milano, e con lei l'Italia, qui davano il loro saluto al maestro Claudio Abbado, scomparso il 20 gennaio. A teatro vuoto e porte aperte, come vuole la tradizione scaligera nei confronti dei suoi direttori musicali. In modo che la musica che non conosce confini ed è di tutti su tutti fluisca, senza discriminazioni.

La piazza ha indossato il suo colore d'imbrunire invernale e qualcosa di più, una rete di fili simbolici intrecciati stretti stretti in sentimento di unità e appartenenza. Perché il 27 gennaio è anche il Giorno della Memoria, in cui si ricordano le vittime della Shoah e la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Abbado, uomo di libertà e democrazia, si è spento a Bologna, città profondamente antifascista. A dirigere la Filarmonica nella Marcia funebre dalla terza Sinfonia "Eroica" di Beethoven era quel prodigioso Daniel Barenboim, di origini ebraiche, capace di creare una orchestra-mito, la West-Eastern Divan Orchestra, interamente composta da musicisti arabi e israeliani. Al di là di confini, muri, fili spinati.
«Abbado, per sempre», ha scritto sul suo sito il Teatro alla Scala, e poi: «Claudio Abbado ci ha lasciati. Ma alla Scala resterà per sempre. Questo è il suo Teatro: il luogo in cui rimane, concreto e tangibile, il segno del direttore senza confini, del musicista senza preconcetti, dell’uomo di teatro pronto a rischiare, dell’uomo di pensiero aperto al mondo». Tangibile segno.
Nella stessa giornata, e nei giorni precedenti, ex deportati, i coraggiosi Testimoni della Memoria - si chiamano Sami Modiano, Piero Terracina, Stella Levi, Lello Di Segni, Rosa Hannan, Nedo Fiano... - hanno percorso vie, rivisitato testimonianze, incontrato scolaresche, accompagnato persone di ogni ceto ed età perché vedessero di quanto orrore si sono nutriti nazismo e fascismo. Anche loro, i Testimoni della Memoria, sono "tangibile segno". Ogni volta che ricominciano a spiegare rivivono quei lutti, la privazione, la morte, indossano il colore d'imbrunire invernale sul quale però ora non c'è più quello della solitudine.
Elena Ciuti

Rose rosse per Franca Rame

Mercoledì 29 maggio si è spenta a Milano Franca Rame, attrice, scrittrice, nel 2006 anche senatrice per l'Idv, moglie del Premio Nobel Dario Fo e, soprattutto, donna in prima fila per le battaglie sociali e i gravi e difficili temi delle povertà, dell'emarginazione, della violenza, della sopraffazione.
«Chissà quante donne ci saranno ai miei funerali», aveva detto qualche tempo fa in un'intervista alla tv. L'aveva detto con la modestia che la contraddistingueva, ma pur consapevole dopo tanti anni spesi per gli altri della rete di associazionismo e individualità che aveva saputo attrarre, e spesso motivare nella solidarietà o nella reazione. Così è stato. Venerdì 31 maggio, dopo che la camera ardente allestita al Piccolo Teatro era rimasta aperta anche di notte per permettere a tutti l'omaggio, un'onda di donne è accorsa al commiato davanti al Teatro Strehler di Milano. Tutti quelle e quelli che hanno riconosciuto nella costanza di Franca Rame, e nel suo non risparmiarsi, non cedere, e anche non perdere fiducia, la speranza di un'etica possibile.
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Prima il sindaco di Milano Pisapia e il suo partecipe saluto, dopo Jacopo, che racconta una madre-donna così coraggiosa e prodiga da saper trasformare lo stupro subito da parte di un manipolo di neofascisti in parola e teatro; non tanto per elaborare il dolore proprio, quanto per raggiungere con quel suo mai sopito dolore altre donne, per smuovere coscienze e torpore. Dario Fo parla per ultimo. E la sua orazione è battito d'ali di un gabbiano che, volando attorno alla sua compagna fermata dal tempo ad altra Dimensione, smuova l'aria e propaghi vibrazioni nel vento e sul lago.
La sua narrazione dice il miracolo della creazione d'arte insieme, di una vita trascorsa per sessant'anni fianco a fianco, a tessere una tela quotidiana in cui l'una dall'altro non si sarebbero potuti distinguere, né scindere, eppure in cui ciascuno dei due è stato unico, diverso e inconfondibile.
Il testo, il teatro, gli ideali e le idee sono stati vita e sintesi del loro essere, per Rame e Fo, e come sintesi di teatro-vita si sono liberati nel commiato di Dario per Franca. Il quale ha offerto a una piazza colorata di fiori bianchi e rose e sciarpe e vesti rossi e piccoli, intimi riferimenti di comuni sentire – perchè così a lei sarebbe piaciuto – la recita/non recita di un'opera che la moglie stava componendo. In cui lei scrive – traendo spunto da rinvenuti documenti apocrifi – di un'Eva non nata dalla costola di Adamo bensì modellata dal Creatore per prima, che preferisce la scelta della morte avendo conosciuto la gioia e la festa e la ricchezza dell'amore invece che l'eternità senza sapere l'amore.
Recita ma non/recita, ancora una volta vita in scena, simbolo e sublimazione, sotto il sipario del cielo, dove due voci si fanno una.
Elena Ciuti

Nelle foto in basso:

1) L'ingresso del Piccolo Teatro di Milano dove è stata allestita la camera ardente e dove sono confluite anche il mattino dei funerali moltissime persone per unirsi al corteo e accompagnare verso Teatro Strehler, luogo del commiato di Dario Fo per la moglie.

2) La targa dell'Anpi all'ingresso del Piccolo di Milano. «Qui tra l'8 Settembre 1943 e il 25 Aprile 1945 hanno subito torture e trovato la morte centinaia di combattenti della libertà prigionieri dei fascisti. Il Piccolo Teatro ha fatto di questo edificio un centro ed un simbolo della rinascita culturale e della vita democratica di Milano. Anpi - Milano 10 aprile 1995».

3) e 4) Dario Fo esce a salutare e ringraziare la folla

5) Cartello di un gruppo di donne: «La miglior donna che ci ha rappresentate»

6) Si avvia il corteo. Con la sciarpa rossa, Jacopo Fo.

7) Teatro Strehler di primo mattino. Qui si svolgerà dopo le 11 il funerale laico di Franca Rame

8) Durante il commiato di Dario Fo

(Pubblichiamo in questa stessa pagina un articolo di Davide Rota dedicato a Franca Rame e Dario Fo apparso sul Corriere del Verbano del marzo 2002). 

Olmi a Luino, il candore della coscienza libera

Ermanno Olmi intervistato da mons. Viganò

Il Premio Chiara Festival del Racconto ha tanti meriti. Per esempio, capace di cernita e unificazione, è riuscito in venticinque anni di lavoro a sgrossare tanti piccoli particolarismi - un po' la costante di questi nostri posti - che magari ad occhio estraneo possono apparire quel folclore che conferisce caratteristica, ma che al contempo pecca di troppa territorialità e di provincialismo. Il Premio Chiara – anche se questo non era il suo compito – andando per la sua strada, con competenza e una precisa idea dei mondi letterari & loro variabili, si è trasformato in una lezione di approccio e dimensione e ha determinato alla fine qualche cambiamento sostanziale del fare cultura in provincia di Varese. Insomma, una bella crescita generale.
Domenica 24, invitando a Luino Ermanno Olmi, cui è stato conferito il Premio Chiara alla carriera, ha avuto un colpo d'ala. Certo già il premio è stato nel passato attribuito ad autori solidi e importanti (l'anno scorso, Villaggio; prima Claudio Magris, Raffaele La Capria, Mario Rigoni Stern, Alberto Arbasino, Andrea Camilleri, Franca Valeri...), ma Olmi ha portato con sé, in questi tempi strani e difficili, in cui rischiano di stridere anche le cose belle, anzi, ha tratto da sé, per donarlo alla gente del Teatro Sociale, il tocco della coscienza libera, il consapevole candore di chi davvero è «puro di cuore». Forse mai la sala del Sociale è stata tanto silenziosa, attenta. Rare sincere vere, senza alcuna sbavatura, senza alcun eccesso le parole di Olmi, forti a entrare nell'altro e a commuovere. Della commozione che tiene conto della ragione e che dunque conduce alle categorie dello spirito.
Bravi e capaci di dare il giusto spazio i conduttori - i giornalisti Claudia Donadoni e Mauro Gervasini - e monsignor Dario E. Viganò, che ha intervistato Olmi sapendosi mettere in secondo piano. Anche i politici che si sono – meno male alla fine e non all'inizio – succeduti sul palco per omaggiare il premiato sono riusciti ad essere succinti. E quindi, per una volta, si è potuti tornare a casa con animo lieve.
Elena Ciuti

Donne che non poterono ballare e sciogliere i capelli

In libreria Manuela Bonfanti e il suo "La lettera G", romanzo sulla condizione femminile nel secolo scorso
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«Acconciò i capelli perché così voleva il padrone»; «fin da piccola le era stata insegnata la fatica»; «gli serviva solo una che lavorava bene»; «sognava di sciogliere i capelli» al contrario «sarebbe andata la sua vita con i capelli raccolti»; «a undici anni Gina era già al lavoro». Eccola che appare, Gina, fin dalle parole iniziali del romanzo. Giovane donna, vive in un villaggio che non si dice dove sia né che nome abbia. Lei potrebbe chiamarsi Regina, e ballare, come ama, sentire musica, come ama, persino studiare. Invece alle soglie dei trent'anni già si sente "zitella" perché così l'humus che la circonda la induce a pensarsi, non scavalca il limite dei sogni a occhi aperti, tanto meno una quotidianità fondata sull'accudimento degli altri, a cominciare dalla famiglia d'origine, sull'accettazione di giorni e cicli precostituiti.
L'hanno indirizzata a quel modo il mondo che ha attorno e la madre, inespressa personalità che non riesce a trasferire alle figlie se non quanto da lei stessa subito. Un modello materno che ritiene le figlie «nove inutili femmine», qualche sberla «il prezzo da pagare per avere un marito» e che in particolare per Gina voleva «un uomo, uno che la domasse e le indicasse il suo ruolo». Pensa questo, la madre, rammaricandosi, per sé stessa, di aver generato, sì, molti figli ma non un numero sufficiente a garantirsi l'ambito premio negli anni Trenta dal regime attribuito alle famiglie numerose.
Parte quasi blando “La lettera G”, romanzo di Manuela Bonfanti pubblicato da Luciana Tufani Editrice. Snocciola i passi di vite scialbe, nate da vite scialbe e di sacrificio, chiuse in luoghi comuni e deprivazioni sentimentali, costruite su carenze e assuefazioni che si ritrasmetteranno nelle generazioni successive.
L'autrice è alla prima prova come romanziera, pur essendo esperta di scrittura. Svizzera, ha studiato tra Ginevra, Londra e la Germania, ha insegnato, ha operato nel marketing giornalistico e partecipato a un progetto di formazione per i Paesi in via di sviluppo. Vive ora in Francia e a lei si devono articoli, racconti e il reportage di viaggio plurilingue “Reami del silenzio”.
La storia italiana che con “La lettera G” - "G" come Gina, come marcatura, ineluttabile - racconta, spesso interloquendo direttamente con il lettore, parte dal 1934 e giunge al 2005. E' centrata su quel femminile che si personifica in immediata immagine e tutto il resto parrebbe sfondo, anch'esso blando. Blando non è, al contrario. Che tutto sia normalità ci induce a crederlo lo stile della scrittura, impegnata a non caricare di aggressività alcuna scena o alcun vocabolo. E' crudele in realtà ciò che avviene, perché costante è la mancanza di libera scelta. Proprio il linguaggio dell'autrice scivola veloce nella mente, vi impianta situazioni chiare e parrebbe di prevedere come andranno a finire. Invece il testo d'improvviso si rovescia, sovverte quanto si dava per noto, entra a gamba tesa nella pace di una lettura di analisi e riflessione, quasi volta verso la sociologia. Il ritmo "blando" viene abbandonato, in poche righe di corsivo, attraverso il dialogo con un'entità che ha corpo ma potrebbe essere anche solo spiritualità, un'altra diventa la voce di Gina, un'altra la sua coscienza, sanguinante l'angustia che la domina e la dispera. La ferocia è ora in campo e accompagnerà fino al termine del romanzo il quale, in un'operazione tematica e strutturale che continuerà a montare e smontare i retroscena sentimentali e psicologici della protagonista, nelle ultime pagine sovvertirà una volta ancora ciò che ci si attendeva e riconsegna a una nuova modulazione e interpretazione.
Al di là della scelta stilistica e della compostezza lessicale utilizzata, il testo è un percorso che non arringa. Semplicemente dice le condizioni di oppressione sociale e culturale che rappresentarono la società nello scorso secolo, mostra il confluire verso la rassegnazione, l'accettare un «destino», il deporre i sogni, il farsi attraverso la rinuncia da sé violenza. Vittime di operazioni di spersonalizzazione sono soprattutto le donne, ma anche gli uomini non sono esenti da prigionie in queste pagine.
L'esempio più evidente è il marito della protagonista, scoloratosi tra semine, raccolti, gerle e delusioni, cui non viene mai detto «grazie» nel caso si sforzi di un piccolo gesto di condivisione, che non sa riconoscere il proprio padre perché tra loro si è interposto il tempo di guerra e che mai si è sentito amato o ha provato l'ebbrezza di uno slancio. Schiacciato anch'egli da ciò che altri gli hanno inoculato, incapace di gioire persino per la nascita dell'ennesima figlia tanto da non andare a registrarla impedendole di conseguenza di sapere l'esatto giorno di compleanno, se dapprima appare opaco e dominante, alla fine non raccoglie compassione ma almeno la sospensione del giudizio. Il comporsi di tanti mali, o disfunzioni, che in molti casi ancora appartengono al presente appaiono in “La lettera G” senza mezze misure. Leggere accompagna in una utile rivisitazione tematica e temporale. Farlo potrà giovare soprattutto alle recenti generazioni perché meglio capiscano da dove provengono certi permeanti archetipi e i meccanismi psicologici e sociali in cui tuttora ci si imbatte, con cui a volte ci si scontra.
Elena Ciuti 

--- Manuela Bonfanti, "La lettera G", Luciana Tufani Editrice, 208 pp, 13 euro

Pio IV, un Papa tra fratello pirata e nipote santo

Bagliori del lago Maggiore sul soglio pontificio

Romanzo d’epoca; saggio storico-sociale; archivio a cielo aperto, fornitissimo, cui attingere per avviarsi -volendo- in altri rivoli. Sergio Redaelli, giornalista dalla lunga militanza (“Avvenire”, La Notte”, “L’Indipendente”, “il Giorno”, Gruppo 24 Ore, “Focus Storia”), continua a studiare e cercare tra vicende umane, politiche, sociali.

Non ama l’ovvio Redaelli, porta anzi nei suoi lavori quella che dovrebbe essere peculiarità di ogni giornalista, andare a cercare, scegliere, uscire dal solito terreno per offrire ai lettori risultati autentici, non scontati. Ne sono esempio, tra le altre, la pubblicazione Laura Mantegazza, la garibaldina senza fucile (con Rosa Teruzzi,1992) e Guida del Sacro Monte di Varese (1999). Ora il giornalista milanese torna in libreria con una corposa opera dal tema ispido dedicata a un uomo di Chiesa, uno che visse poco dopo la scoperta dell’America, dentro il Rinascimento, tra le sue vette ma anche tra le sue ombrei, papa Pio IV.

Il titolo del volume Pio IV, un pirata a San Pietro. Santi e tagliagole nell’Italia del 1500 (Ugo Mursia Editore) apre, già con la sequela di vocaboli, un mondo intero. E se affascinano il Cinquecento e la Città del Vaticano non meno che santi e tagliagole, per loro natura evocazione di epopee, è l’immediatezza, l’esplicità di una attribuzione come «pirata» a prendersi in carico fin da subito la mente del lettore e la sua curiosità. In 278 pagine Redaelli conduce tra grandi famiglie, matrice di evoluzioni e involuzioni nazionali, tra battaglie e internazionalità, tra incrollabili poteri, nella loro costruzione e nei loro perchè.

L’opera diventa da questo punto di vista una rivelazione del meccanismo di comportamenti che nei secoli in diversi modi si sono reiterati, mette sotto il naso quanta pirateria circondi ogni momento storico. Per questo e per l’investigare a pioggia tutti gli aspetti del tempo, Pio IV, un pirata a San Pietro non è solo una monografia. Della monografia supera il perimetro, affacciandosi sulla complessità temporale e antropologica, entra nei dettagli, usa un impianto capillare e dotto che non indulge però nell’accademico o nel complicato.

Il linguaggio spesso utilizza i dialoghi normali e correnti di una quotidianità che appartiene a ogni essere e mette in comunicazione con il vissuto dei protagonisti. Se ne ricava una piacevole visione in diretta, e dunque un approfondimento, cui danno rinforzo anche osservazioni minime, private e famigliari che entrano nel piano psicologico e quindi in tutte le domande che la psicologia ci pone.

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Gian Angelo Medici (Medici di Nosigia) nasce a Milano nel 1499, di sette mesi. Sua mamma viene presa dalle doglie il giorno di Pasqua, durante la messa.A sessant'anni, al termine di un conclave definito «lunghissimo e scandaloso», è eletto papa. E’ la notte di Natale del 1559 e se si vuole dar peso al fato già le due date sembrerebbero tracciare le linee di un destino. In questo destino ci sono poi due anime agli antipodi, il fratello Gian Giacomo, che diviene pirata sul lago di Como, e il nipote Carlo Borromeo (figlio di Margherita - sorella di Gian Angelo- e di Gilberto II Borromeo, conte d’Angera), arcivescovo e santo; ci sono tre figli naturali, avendo Gian Angelo abbracciato la carriera religiosa a quarantasette anni, dopo la laurea in legge e la carriera diplomatica in Vaticano, e la conclusione del Concilio di Trento nel 1563, che contrasta l’offensiva dei luterani contro il cattolicesimo e dà basi alla Chiesa per i secoli successivi. Pio IV, che l’autore definisce «una delle più importanti e sottovalutate figure del Rinascimento», ha un’esistenza «piena di contraddizioni, virtù e difetti, splendori e miserie». Sarà «mite e freddo, vendicativo e passionale, capace di valorizzare le doti del nipote Carlo Borromeo e anche promuovere l'arte e le scienze, cambiare il volto di Roma».

Questo testo, spiega P. Roberto Comolli osb., ha studiato «sine amore et ira l’uomo, il diplomatoco e l’ecclesiastico, evidenziandone le doti personali di una chiara intelligenza e capacità, calate però nella rigorosa logica di ricerca del potere, al quale il suo casato si sforzava d’arrivare in un turbolento ambiente sociale e spirituale all’inizio del XCI secolo».

Sergio Redaelli, Pio IV, un pirata a San Pietro. Santi e tagliagole nell’Italia del 1500, Ugo Mursia Editore, Pg 278. Euro18

Silenzio, (non) si stampa

Che cosa sappiamo di Ustica? Qualcosa. Che cosa sappiamo della strage di Bologna? Qualcosa.
Che cosa sappiamo dei misteri degli anni del terrorismo? Qualcosa.

E che sappiamo della radice vera, la radice madre, che intreccia la malavita a certe sfere della politica? Qualcosa. Qualcosa, ma non tutto. Dieci, venti, trenta anni, generazioni che si susseguono, bambini che diventano adolescenti e adulti e genitori... e ancora non si sa. Non si sa. 

Brutta faccenda non sapere. In questo Paese - e non da oggi - è così: qualcosa si sa, ma non tutto. Come da un pozzo oscuro a volte uscissero residui e vapori, magari fantasmi, che ci fanno capire quello che sta in fondo senza però farne leggere appieno la natura. La magistratura prova a calare la mano nel pozzo e i giornalisti anche. Fermo restando che in questa, come nelle altre categorie, non tutti hanno le animelle candide. Tuttavia il giornalismo sano e pulito esiste, e resiste. Una garanzia dunque, una salvaguardia. Se non ci fosse, o se non potesse esprimersi, non sapremmo nemmeno quell’”appena qualcosa”.

Venerdì 2 luglio la gente ha provato che succede se il giornalismo tace. In una giornata di silenzio stampa - io direi di lutto anticipato - s’è contestato il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche che, se andrà in porto così com’è, cambierà la voce alla stampa italiana, forse la ammutolirà.

Le ragioni di giornalisti ed editori sono note, e dibattute, ma la gente ha capito? la gente vuole capire? le interessa capire? l’italiano è così fatalista, come all’estero affermano, ha così poca stima di sè, da non reagire, da non chiedere a gran voce la libertà di stampa, diritto costituzionale e diritto che anche l’Unione Europea ha rimarcato nelle scorse settimane valore democratico irrinunciabile?

Sulla stampa italiana tira una brutta aria. E’ una frase detta stradetta, un luogo comune ormai, e spesso i luoghi comuni sono baggianate. Ma non qui.
I segnali che tiri brutta aria ci sono e non solo recenti. Al mondo politico non fa mai comodo la lente di ingrandimento che porta in primo piano quel che non piace appaia. In questi anni molto pare congiurare per mettere ostacoli e tappare le bocche: burocrazia sempre più complicata, norme e formalismi difficili da seguire e da inseguire, batoste economiche che si abbattono a ogni pié sospinto (vedi l’abolizione delle tariffe agevolate per le spedizioni, decretata il 31 marzo e attiva dal giorno dopo).

Perfino le difficoltà tra cui camminano le scuole di giornalismo che preparano e specializzano i giovani nella professione e certe sovrapposizioni del ruolo pubblicitario in quello informativo fanno riflettere sulla volontà di mantenere una stampa libera, non controllata.

Ora, e semplifichiamo che di più non si può, chi sostiene il disegno di legge afferma che si vuole difendere il cittadino dall’invadenza, anzi dalla prevaricazione, dei giornali nel privato dei privati. Ma le leggi adatte e i limiti al diritto di cronaca ci sono già. Si applichino quelle quando qualcuno abusa del proprio ruolo e diffonde notizie scorrette. Si salverà la libertà d’informazione e insieme il rispetto per le persone. 

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