Edizione n.27 di mercoledì 7 agosto 2019

Letteratura

Milano - Gertrude Stein, l'Avanguardia e il Novecento

Sabato 18 Anna Maria Verna e Giulietta Rovera presenteranno il loro saggio in Libreria Antigone
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Molto si è scritto di Gertrude Stein (Allegheny, Pennsylvania, 1874 - Neuilly-sur-Seine, Francia, 1946) e del suo carisma. Eppure l'indagine su questa straordinaria scrittrice e poeta, biologa, psicologa e filosofa, collezionista (acquistò tele di autori quali Picasso quando ancora il mondo non li apprezzava), così autonoma da rendere famoso il proprio salotto parigino dove le avanguardie si confrontavano, pare sempre lontana dall'essere completa. Un modo non convenzionale di leggere la vicenda di Stein - in America leggenda, in Italia non abbastanza conosciuta - e la sua opera e uno sguardo che mette in luce tutta la sua innovativa complessità (influenzò il teatro sperimentale americano così come la visual art, per tutti basti citare Andy Warhol), giunge dal saggio "Gertrude Stein. Identità e genere, temi di una scrittura magica" (Luciana Tufani Editrice). Lo si deve ad Anna Maria Verna e Giulietta Rovera.
«A Stein - scrivono le autrici - si è riconosciuta subito la straordinaria personalità non la qualità di grande scrittrice. La sua capacità di affascinare veniva utilizzata contro chi ne riconoscesse il valore attribuendo il giudizio alla magia della sua conversazione. Sono state le studiose femministe e il Teatro d’Avanguardia a dare un apporto fondamentale alla comprensione di Stein. Le prime collocando la sua scrittura nelle problematiche di genere, il secondo liberando tutto il potenziale sovversivo della sua visione della scena teatrale. Tali prospettive hanno consentito di cogliere l’importanza di una scrittura che ha avuto profonda influenza su differenti fenomeni culturali del Novecento grazie a una creatività libera e molteplice fonte di un grande piacere intellettuale e di una sorta di euforia della mente».
Anna Maria Verna, già docente di Storia delle donne presso la facoltà di Scienze politiche dell’università di Torino, è autrice di numerose opere nel campo degli Women’s Studies. Tra l'altro ha pubblicato: Donne e cultura, con un’intervista a Simone de Beauvoir (1977); Autonomie politique du féminism italien in «Les Temps Modernes» (1978); Patriarcato e potere nel pensiero politico di Thomas Hobbes e John Locke (1982), Jean-Jacques Rousseau e la nascita del ‘maternage’ (1988); Alterità. Le metamorfosi del femminile da Platone a Lévinas (1990); Donne del Grand Siècle (1994); Simone Weil. La provocazione dell’intelligenza (1999); Sara Kofman: le seduzioni del doppio (2003); è autrice della voce “Patriarcato” in Glossario. Lessico della differenza (2007). Con le Edizioni Tufani ha pubblicato Utopia e femminismo (2009), Passioni, un saggio su Virginia Woolf, Vita Sackville-West, Marguerite Yourcenar (2011). Stein Paris (2014).
Giulietta Rovera è nata a Torino e vive a Roma. Giornalista, scrittrice, autrice di commedie gialle e di spionaggio per la Rai Tv, ha pubblicato Giornali, pubblica opinione, Medio Oriente; Delitto d'onore (1990); Come io mi voglio (2005), Per Hobby e per passione. Dai fanatici di Barbie ai ladri di manoscritti, dai cultori del sesso ai collezionisti di farfalle (2013).
Alla Libreria Antigone di Milano, via Kramer 20, sabato 18, alle 18. 

I baci della vita

Parlare di leggerezza può essere fuorviante. E' subito da dire che leggerezza qui non significa facilità, nemmeno spensieratezza, bensì ariosità. Non si può non esserne presi. Accostandosi a Trilogia dei baci (farfalle Marsilio), si capta subito questa leggerezza speciale che si stende, si srotola anzi, secondo un approccio di scrittura capace di staccarsi senza essere distaccato, di commuoversi senza lacrimare. E' anche materna verso sé stessa - la sé stessa che narra - e verso la propria creatura - il romanzo - la scrittrice Gabriella Imperatori come riesce a essere chi abbia a lungo con calma girato la sabbia dentro il setaccio. La sensazione che si trae leggendo è analoga a quella che produce uno psicologo. Si entra nello studio, si cerca di tirar fuori i propri problemi; l' altro, se è bravo, sarà impercettibile, sarà lieve. Eppure, una volta a casa, scopriremo che nel nascosto nostro io-mondo è stato condotto un lavoro profondo e si è andati oltre tante staccionate autodifensive.
Veneziana che vive a Padova, giornalista, saggista, alle spalle testi teatrali, una guida sociologico-giuridica, più romanzi, Gabriella Imperatori usa i talenti dell'esperienza e quelli d'una creatività fluida. La parola è esatta ma non puntigliosa; il periodare è composito ma limpido; l' analisi è minuta, senza attanagliare. Così si è subito dentro il romanzo, che, partendo dalla giovinezza, indaga un tempo ampio, e accompagna la protagonista, studentessa in collegio, dall'epoca dei baci-non baci, a quella dei baci mendaci, fino alla maturità, quando avanzano i baci d'addio. Lei è Marina “la Rossa”; compagne di soggiorno e di speranze, di esami e di segretezze sono due amiche: Alessandra “la Pia” e Federica “la Longa”. Tutte e tre termineranno l' università durante gli anni Sessanta per seguire diramazioni anche forzate. Dalla famiglia, dalla socialità, dalle proprie stesse attese. Dapprima le vicende quotidiane danno spazio per restarsene in surplace, si bilanciano con la vita immaginata e desiderata; presto arriverà la realtà così com'è: e qualcosa muta, si sgretola. Le aspettative si vanno svuotando, l'amore appare sfuggente o sfuggito, la famiglia non è più culla. Con il salto di anni cambia il linguaggio, che ora è quello di una donna che riannoda i ricordi tra sé e la propria famiglia, l'Istria, il mare-lago (dall'evocatività di poetica), il senso del divenire nel divenire trasmesso (forse) dalla madre. In un fitto parlarsi, in un continuo ripercorrere e riaggiustare le tappe, e le soglie, Imperatori introduce uno dopo l'altro i suoi temi - la guerra, le etnie, l'emigrazione, il rapporto Nord-Sud - e li intreccia con altri più intimisti: le prevaricazioni, la solitudine, l'incomunicabilità, le maschere. Li affronta con introspettività femminile, non facendosene dominare, ma ispezionandoli e porgendoli a chi legge come rifranti da luce e acqua. Ne deriva un gioco di rimandi e sollecitazioni che sono una delle note dominanti e fascinose del romanzo. Intanto le stagioni passano, ne affiorano di nuove. Ma i posti, le genti che hanno dato o tolto vigore all'esistenza, anche le domande senza risposta, non lasciano la mente. Proprio per questo è possibile la pacificazione delle righe conclusive, dopo che la ciclicità ha completato con la morte il suo giro.
Elena Ciuti
--- Gabriella Imperatori, “Trilogia dei baci”, Marsilio Editore (2004), pagine 248.

Dario e Franca, lui di Sangiano, lei di Parabiago

Franca Rame in una foto degli anni Settanta

Articolo pubblicato il 6 marzo 2002 su Il Corriere del Verbano

DARIO E FRANCA
LUI DI SANGIANO, LEI DI PARABIAGO

Hanno 150 anni in due. Instancabili e inesauribili, girano ancora sui palcoscenici di mezza Europa per raccontarci la loro versione della vera storia del mondo. Dario Fo e Franca Rame, lui di Sangiano e lei di Parabiago, possono sembrare due lombardi anomali, ma a ben vedere sono proprio figli di quell’alacrità passionale che da sempre informa lo spirito della generosa caparbietà lombarda, dagli eroi risorgimentali fino a Mani Pulite. 50 anni di teatro, di idee, una vita da ‘rompiballe’, insomma, sempre dalla parte scomoda di chi sta fuori dal coro. La tournée, partita da Modena a settembre, ora approda e termina a Milano. Al Teatro Strehler, dal 12 al 28 marzo, sono ormai quasi introvabili i biglietti. Tutto esaurito, come sempre. La gente affolla il botteghino, ma gli ultimi saranno i primi, perché troveranno posto sul palcoscenico, seduti accanto ai ‘mostri sacri’.

C’é chi non si preoccupa neppure del titolo dello spettacolo a cui assisterà (cinque i testi proposti dalla coppia sul palco del Teatro Strehler), l’importante è esserci, forse anche e soprattutto per emozionarsi con “quelli che...” del variopinto popolo della sinistra rappresentano ancora la parte più irriverente e genuina. A Dario e Franca nessuno dà del lei. Con loro ci si sente parte di una grande famiglia allargata. Ogni sera è una festa popolare, come ai tempi di Shakespeare, insieme per divertirsi e condividere l’antico rito del teatro, capace, attraverso il riso e il paradosso, di trasformare i fatti della quotidianità in metafore storiche e religiose universali. Per Dario e Franca ‘mettere in scena’ significa infatti farsi voce dell’indignazione popolare, costruire un grande specchio del mondo in tempo reale, per renderlo decifrabile a un pubblico il più vasto possibile. Ma non solo. Si contano ormai a migliaia gli spettacoli della ‘Strana Coppia’ i cui incassi sono stati devoluti per le cause sociali e civili più disparate.

Tra queste mi preme citare la campagna partita nel ‘98: un Nobel per i disabili, 4 miliardi di lire raccolti complessivamente e utilizzati per acquistare pulmini speciali Volkswagen (75 milioni di lire l’uno) destinati alle associazioni di volontariato che si occupano della cura e del trasporto dei disabili. «I volontari sono gli eroi del Terzo Millennio» ricorda Dario, testimoni della passione generosa di chi continua ad amare e ad aiutare il prossimo gratis. Ed è proprio la ricca e alacre Milano, “ex” capitale morale del ‘Bel Paese’, la città italiana in cui più è vivo e diffuso il volontariato, campo in cui Dario e Franca hanno speso molte energie. Anche per questo motivo il Premio Nobel per la letteratura ricevuto nel ‘97 da Dario appare ampiamente meritato, un premio per il lavoro svolto con costanza in 50 anni, ma anche una testimonianza alla lotta tenace in sostegno delle classi sociali meno protette.
Cinque gli spettacoli in cartellone al Teatro Strehler: Dario proporrà alternativamente Mistero Buffo, Fabulazzo Osceno e Lo Santo Jullare Francesco, Franca porterà in scena gli atti unici Grasso è bello e Una Giornata Qualunque e l’esilarante Sesso, grazie, tanto per gradire. Una vetrina esauriente per gustare i molteplici aspetti della Strana Coppia, dal grammelot surreale di Dario, pregno di allusioni satiriche a sfondo storico-religioso, fino alla tenerezza della quotidianità del mondo femminile di Franca, dei suoi ritratti fedeli e divertenti di donne, siano esse sole e abbandonate, sessualmente liberate o gioiosamente ciccione.
 

Attenti a quei due

Dario nasce a Sangiano, vicino a Laveno, il 24 marzo del 1926. Suo padre si chiamava Fo Felice, un nome incoraggiante (leggi Fo= faccio... Felice) tanto che la signorina Pina Rota, nativa della Lomellina se ne innamora e induce il fratello Nino (mio padre) a raggiungerla a Luino. Negli anni ‘40 Dario fa il pendolare verso Milano, dove più tardi inizia gli studi all’Accademia di Brera e poi alla facoltà di Architettura. Nel dopoguerra Dario si trasferisce a Milano, dove scoppia il suo amore per il teatro. Nel 1950 si presenta a Franco Parenti (allora Dario ha 24 anni), gli racconta a modo suo la storia di Caino e Abele, Parenti ride di gusto e lo accoglie nella sua compagnia. Con lui e Durano realizzerà la commedia Il Dito nell’occhio.
Franca nasce a Parabiago per caso, durante una recita della famiglia Rame, antica e celebre compagnia teatrale di giro, attiva dal 1600, che usa recitare ‘all’improvviso’, muovendosi con dimestichezza in un repertorio vastissimo della Commedia dell’Arte. A otto giorni ‘Franchina’ è già sul palcoscenico nelle vesti di una poppante, ovviamente. La sua vita è tutta, da subito, all’insegna del teatro e della passione politica. La madre Emilia le insegna a recitare, i fratelli Tommaso e Domenico la avvicinano alla fede socialista. Un imprinting molto significativo. Nel 1950 con la sorella Pia (che è oggi titolare della più prestigiosa sartoria teatrale italiana) lascia la compagnia e lavora con Tino Scotti, nello spettacolo Ghe pensi mi.

Nel ‘51 Dario conosce Franca (entrambi recitano nello spettacolo Sette giorni a Milano) e se ne innamora follemente. Franca lo mette alla prova e l’allampanato e simpatico ‘dentone’ la supera brillantemente, conquistando il cuore della fanciulla. Nel ‘54 si sposano nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Il 31 marzo del 1955 nasce Jacopo, a Roma, dove la coppia si trasferisce per dedicarsi momentaneamente al cinema, Franca come attrice, Dario come sceneggiatore e battutista. Nel ‘57, dopo l’insuccesso del film Lo svitato, Dario e Franca tornano a Milano e fondano la compagnia Fo-Rame. Nel ‘61 arriva la televisione e nel ‘62 Canzonissima. Censura e contestazioni portano la coppia ad abbandonare la produzione in diretta. Dalla Rai resteranno fuori per 16 anni.

Dal ‘63 la produzione teatrale prende una svolta più dichiaratamente politica: Settimo, ruba un po’ meno, La Signora è da buttare . E poi via via fino a Mistero Buffo. E’ il momento della cooperazione culturale. Nel ‘68 nasce Nuova Scena, nel ‘73 il Collettivo la Comune, che occupa e ristruttura la fatiscente Palazzina Liberty, punto di riferimento politico e culturale della Milano degli anni 70. Nel ‘78 Dario è il regista de l’Histoire du Soldat di Stravinsky, realizzato per il bicentenario del Teatro alla Scala. Tra i mimi in scena anche Paolo Rossi e Marco Columbro. Seguono altri spettacoli corali che affrontano temi di cronaca (come Pum! Pum! Chi é? La polizia o Guerra di popolo in Cile) alternati a testi e monologhi in grammelot come La storia della Tigre e Fabulazzo Osceno. Franca porterà in scena con successoTutta casa, letto e chiesa e Coppia aperta.

Da allora la Strana Coppia ha realizzato numerossissimi spettacoli, in Italia e all’estero, i testi dei quali sono pubblicati da Einaudi e/o disponibili in videocassetta e audiocassetta. Tutto il materiale relativo al lavoro svolto da Dario e Franca è visionabile sul sito internet www.francarame.it.
Davide Rota 

Gli "Ospiti estranei" di Verena Stefan

Con la efficace traduzione di Emanuela Cavallaro, giunge in Italia il romanzo dell'autrice di "Häutungen", libro-manifesto del movimento femminista svizzerotedesco

Sempre attenta a quel che succede nel panorama letterario elvetico, questa volta Luciana Tufani ci propone davvero un piccolo gioiello di scrittura: l’ultimo romanzo di Verena Stefan nella limpida ed efficace traduzione di Emanuela Cavallaro.
L’autrice, nata e cresciuta a Berna, si é trasferita prima in Germania e poi in Canada, patria della sua compagna di vita. Da quest’ultima esperienza, a cui si accompagna quella dolorosa di un cancro al seno combattuto e vinto, nasce lo spunto per questo romanzo.
Sin dalle prime pagine il lettore viene coinvolto in un fluire di immagini ed emozioni, una corrente che trascina lontano. Si penetra nel pensiero di una straniera che entra non solo in un territorio nuovo, ma é sopraffatta dalla difficoltà della comunicazione linguistica. C’é nel testo un eccezionale gioco di lingue che percepiamo chiaramente grazie all’ottima traduzione dal tedesco, che viene spesso interrotto da inserti in inglese e francese.
Per Verena infatti il linguaggio é il segno tangibile della patria ed é quindi tutta tesa ad assimilare al più presto i suoni e i contenuti dei due idiomi del nuovo paese in cui vive; fatica immane a cinquant’anni, quando la lingua cui puoi fare riferimento e di cui puoi fidarti, quella con cui per abitudine fai confronti, non sta più al centro e tutto intorno sembra franare.
A questo poi si aggiunge la brutta scoperta di un cancro al seno. Sarà però in qualche modo la malattia a darle la forza di vincere, non solo il carcinoma, ma anche le proprie difficoltà di ambientazione, grazie al sostegno e alle cure ricevute nel nuovo ambiente quebecchese.
Come già suo padre, tedesco trapiantato in Svizzera durante la guerra, Verena inizialmente si sente un’ospite estranea una “fremdschlafer”, termine burocratico con cui gli svizzeri indicano i richiedenti asilo che vengono sorpresi a dormire in un altro alloggio che non sia quello ufficialmente assegnato.
L’immenso paese tutto da scoprire - Montreal e la campagna circostante- la spaventa e la respinge, nonostante la gentilezza dei suoi abitanti e l’affettuosa pazienza con cui la sua compagna Lou cerca di renderla partecipe del proprio amore per il territorio e gli animali selvaggi che ancora lo popolano.
Troppo estremo il clima, anche per una svizzera non certo avvezza ai tepori mediterranei, ma comunque terrorizzata dai meno venti che Lou e la altre amiche invece affrontano con gioiosa semplicità. Troppo vasti gli spazi vuoti di uomini e case, in confronto alla pettinata e affollata campagna elvetica. Troppo selvaggi gli animali, cervi lupi e orsi; orsi veri, in libertà, non rinchiusi da generazioni in una fossa dalle lisce pareti al centro di Berna.
Ecco forse proprio la diversa condizione degli orsi, la aiuta a riflettere sulla diversità in genere della vita in Canada, sul rispetto della dignità che fin dal suo arrivo ha riscontrato: dal riconoscimento paritario del legame con la sua compagna, indipendente dalle sue scelte sessuali, alla tutela e alla cure durante la sua malattia.
Mai si é sentita discriminata come donna o come lesbica, ma il contesto culturale e l’ambiente naturale tanto diverso nei primi tempi del suo soggiorno la turbano più del previsto e le fanno perdere l’orientamento. Anche in questo però l’autrice riconosce la profonda diversità della sua esperienza da quella di suo padre, rimasto per tutta la vita “straniero’ in Svizzera, tollerato e controllato dalle autorità e dai vicini, nonostante tutta la sua buona volontà di far bene.
Il suo per fortuna invece é solo un disorientamento interiore, un personalissimo disagio, non dovuto all’ambiente esterno, che anzi cerca di aiutarla a inserirsi e che infine ci riuscirà. Pian piano Verena emergerà dalla malattia e dalle sue ansie, quando imparerà non solo a tradurre, ma a pensare in inglese: «La lingua, la parola scritta, é in effetti la mia patria più importante, quella che mi é sempre rimasta. Per me quello che importa é solo tradurre tutto in questa lingua.»
La parola scritta rimane però sempre il tedesco, che é per lei casa, famiglia, rifugio della mente nei momenti di stanchezza e di emozione. E poi come rendere in inglese la ricchezza di espressioni e la complessità strutturale della lingua madre?
I moti dell’anima, i ricordi d’infanzia, le bellissime descrizioni dei paesaggi innevati, scorrono infatti con fluidità nel racconto; la forma é scorrevole e snella, ma la struttura dei periodi é ricca e articolata.
Bellissima a mio parere soprattutto la terza e ultima parte del libro; ormai Verena ha ritrovato se stessa e può finalmente rientrare in Europa. Stavolta fa lei da guida alla sua compagna a Berna, la città dove ha lasciato un pezzo di cuore. E di nuovo i contrasti stridenti tra le due culture saltano agli occhi; il vecchio mondo appare forse più arido e stanco, ma l’amore é cieco e basta leggere il pezzo in cui Verena descrive i bernesi che fanno il bagno nell’Aare, per capire da che parte batte ancora il suo cuore.
Che dire? Un libro che ho apprezzato e che voglio rileggere, un libro serio, profondo ma non pedante, un’autrice che Tufani ha fatto benissimo a far conoscere in Italia e di cui spero si possa presto leggere altro.
Silvia Mori
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Verena Stefan, Ospiti estranei, Luciana Tufani editrice, Ferrara 2012, pp. 167, euro12,00. 

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