Edizione n.13 di mercoledì 15 aprile 2026
Silenzio, (non) si stampa
Che cosa sappiamo di Ustica? Qualcosa. Che cosa sappiamo della strage di Bologna? Qualcosa.
Che cosa sappiamo dei misteri degli anni del terrorismo? Qualcosa.
E che sappiamo della radice vera, la radice madre, che intreccia la malavita a certe sfere della politica? Qualcosa. Qualcosa, ma non tutto. Dieci, venti, trenta anni, generazioni che si susseguono, bambini che diventano adolescenti e adulti e genitori... e ancora non si sa. Non si sa.
Brutta faccenda non sapere. In questo Paese - e non da oggi - è così: qualcosa si sa, ma non tutto. Come da un pozzo oscuro a volte uscissero residui e vapori, magari fantasmi, che ci fanno capire quello che sta in fondo senza però farne leggere appieno la natura. La magistratura prova a calare la mano nel pozzo e i giornalisti anche. Fermo restando che in questa, come nelle altre categorie, non tutti hanno le animelle candide. Tuttavia il giornalismo sano e pulito esiste, e resiste. Una garanzia dunque, una salvaguardia. Se non ci fosse, o se non potesse esprimersi, non sapremmo nemmeno quell’”appena qualcosa”.
Venerdì 2 luglio la gente ha provato che succede se il giornalismo tace. In una giornata di silenzio stampa - io direi di lutto anticipato - s’è contestato il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche che, se andrà in porto così com’è, cambierà la voce alla stampa italiana, forse la ammutolirà.
Le ragioni di giornalisti ed editori sono note, e dibattute, ma la gente ha capito? la gente vuole capire? le interessa capire? l’italiano è così fatalista, come all’estero affermano, ha così poca stima di sè, da non reagire, da non chiedere a gran voce la libertà di stampa, diritto costituzionale e diritto che anche l’Unione Europea ha rimarcato nelle scorse settimane valore democratico irrinunciabile?
Sulla stampa italiana tira una brutta aria. E’ una frase detta stradetta, un luogo comune ormai, e spesso i luoghi comuni sono baggianate. Ma non qui.
I segnali che tiri brutta aria ci sono e non solo recenti. Al mondo politico non fa mai comodo la lente di ingrandimento che porta in primo piano quel che non piace appaia. In questi anni molto pare congiurare per mettere ostacoli e tappare le bocche: burocrazia sempre più complicata, norme e formalismi difficili da seguire e da inseguire, batoste economiche che si abbattono a ogni pié sospinto (vedi l’abolizione delle tariffe agevolate per le spedizioni, decretata il 31 marzo e attiva dal giorno dopo).
Perfino le difficoltà tra cui camminano le scuole di giornalismo che preparano e specializzano i giovani nella professione e certe sovrapposizioni del ruolo pubblicitario in quello informativo fanno riflettere sulla volontà di mantenere una stampa libera, non controllata.
Ora, e semplifichiamo che di più non si può, chi sostiene il disegno di legge afferma che si vuole difendere il cittadino dall’invadenza, anzi dalla prevaricazione, dei giornali nel privato dei privati. Ma le leggi adatte e i limiti al diritto di cronaca ci sono già. Si applichino quelle quando qualcuno abusa del proprio ruolo e diffonde notizie scorrette. Si salverà la libertà d’informazione e insieme il rispetto per le persone.

