Edizione n.34 di mercoledì 21 ottobre 2020

Editoria

Milano - Gertrude Stein, l'Avanguardia e il Novecento

Sabato 18 Anna Maria Verna e Giulietta Rovera presenteranno il loro saggio in Libreria Antigone
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Molto si è scritto di Gertrude Stein (Allegheny, Pennsylvania, 1874 - Neuilly-sur-Seine, Francia, 1946) e del suo carisma. Eppure l'indagine su questa straordinaria scrittrice e poeta, biologa, psicologa e filosofa, collezionista (acquistò tele di autori quali Picasso quando ancora il mondo non li apprezzava), così autonoma da rendere famoso il proprio salotto parigino dove le avanguardie si confrontavano, pare sempre lontana dall'essere completa. Un modo non convenzionale di leggere la vicenda di Stein - in America leggenda, in Italia non abbastanza conosciuta - e la sua opera e uno sguardo che mette in luce tutta la sua innovativa complessità (influenzò il teatro sperimentale americano così come la visual art, per tutti basti citare Andy Warhol), giunge dal saggio "Gertrude Stein. Identità e genere, temi di una scrittura magica" (Luciana Tufani Editrice). Lo si deve ad Anna Maria Verna e Giulietta Rovera.
«A Stein - scrivono le autrici - si è riconosciuta subito la straordinaria personalità non la qualità di grande scrittrice. La sua capacità di affascinare veniva utilizzata contro chi ne riconoscesse il valore attribuendo il giudizio alla magia della sua conversazione. Sono state le studiose femministe e il Teatro d’Avanguardia a dare un apporto fondamentale alla comprensione di Stein. Le prime collocando la sua scrittura nelle problematiche di genere, il secondo liberando tutto il potenziale sovversivo della sua visione della scena teatrale. Tali prospettive hanno consentito di cogliere l’importanza di una scrittura che ha avuto profonda influenza su differenti fenomeni culturali del Novecento grazie a una creatività libera e molteplice fonte di un grande piacere intellettuale e di una sorta di euforia della mente».
Anna Maria Verna, già docente di Storia delle donne presso la facoltà di Scienze politiche dell’università di Torino, è autrice di numerose opere nel campo degli Women’s Studies. Tra l'altro ha pubblicato: Donne e cultura, con un’intervista a Simone de Beauvoir (1977); Autonomie politique du féminism italien in «Les Temps Modernes» (1978); Patriarcato e potere nel pensiero politico di Thomas Hobbes e John Locke (1982), Jean-Jacques Rousseau e la nascita del ‘maternage’ (1988); Alterità. Le metamorfosi del femminile da Platone a Lévinas (1990); Donne del Grand Siècle (1994); Simone Weil. La provocazione dell’intelligenza (1999); Sara Kofman: le seduzioni del doppio (2003); è autrice della voce “Patriarcato” in Glossario. Lessico della differenza (2007). Con le Edizioni Tufani ha pubblicato Utopia e femminismo (2009), Passioni, un saggio su Virginia Woolf, Vita Sackville-West, Marguerite Yourcenar (2011). Stein Paris (2014).
Giulietta Rovera è nata a Torino e vive a Roma. Giornalista, scrittrice, autrice di commedie gialle e di spionaggio per la Rai Tv, ha pubblicato Giornali, pubblica opinione, Medio Oriente; Delitto d'onore (1990); Come io mi voglio (2005), Per Hobby e per passione. Dai fanatici di Barbie ai ladri di manoscritti, dai cultori del sesso ai collezionisti di farfalle (2013).
Alla Libreria Antigone di Milano, via Kramer 20, sabato 18, alle 18. 

Francesco Branca, spirito "parigino" in riva al Verbano

Conferenza di Alessadro Franzetti sull'editore e imprenditore luinese
Francesco Branca

(s.f.) Un incontro con la storia delle nostre valli molto importante per chi voglia meglio conoscere le nostre radici si terrà giovedì 2 maggio nel salone dell’Ubi Banca a Luino. Il consigliere comunale Alessandro Franzetti alle ore 14.30 presenterà un estratto della sua tesi di laurea Francesco Branca e “Il Corriere del Verbano” tra l’ottocento e il novecento.
«Lo scopo del mio lavoro di tesi è stato quello di valorizzare e di far conoscere un personaggio eclettico e dalla operosità tipicamente lombarda che è stato Francesco Branca» commenta Franzetti. «Egli ha avuto il merito, oltre che di essere un imprenditore generoso, di fondare nel 1879 Il Corriere del Verbano, testata pluricentenaria che permane tuttora».
Imprenditore illuminato, Francesco Branca riuscì con il suo impegno costante e la sua geniale quotidianità a potenziare e concertare l’attività delle vallate luinesi, mettendo azioni forti che favorirono l’economia e l’editoria locale. Branca, grazie anche ad un’esperienza a Le Figaro di Parigi, ritenne necessario fondare un settimanale che promuovesse «gli interessi di questa parte d’Italia Superiore, priva finora dei beneficii di comunicazione ferroviaria, e pressoché fuori del Consorzio del Regno, ed a provvedere alle molte necessità locali» (Corriere del Verbano, 8 gennaio 1879-primo numero). Nacque così Il Corriere del Verbano, dove Branca concesse grande spazio anche alla cultura, in particolare pubblicando novelle a puntate nell’”Appendice del Corriere”, una serie di romanzi molto in voga in quegli anni.
ALBERGHI, STRADE, FERROVIE
Tra le imprese più eclatanti, Francesco Branca aveva attivato una cordata di imprenditori e di professionisti per la costruzione di un albergo alpino al Lago Delio, aperto nei mesi estivi per gli amanti della montagna, sull’esempio di analoghe strutture funzionanti nella vicina Confederazione Elvetica (da cui la famiglia proveniva). Un’ambiziosa iniziativa per valorizzare uno degli angoli più pittoreschi di tutta la valle. E questo anche in vista dell’apertura della ferrovia del Gottardo che avrebbe facilitato le comunicazioni con i principali centri della Lombardia e del Piemonte.
Il vero problema per promuovere un turismo di montagna era ed è costituito dalla inaccessibilità del luogo. Si era pertanto presa in considerazione l’ipotesi della costruzione di una funicolare per accedervi e l’acquisto di terreni incolti per costruirvi uno stabilimento balneare. Era stata individuata anche l’impresa disposta ad accollarsi l’onere della costruzione di «un impianto di una ferrovia funicolare tra la riva del Lago Maggiore ed il Lago Delio». Tale investimento non fu mai realizzato.
Oltre ad aver favorito la nascita della strada che collega Luino a Maccagno, l’imprenditore si impegnò nello sviluppo della rete ferroviaria ed elettrica per collegare Luino ad altre realtà italiane e straniere importanti, confidando nella posizione strategica della cittadina nel cuore dell’Europa. 

Alle origini dell'amministrazione nel Mediterraneo antico

Viaggio interdisciplinare tra aspetti inediti e misconosciuti di vita quotidiana e burocrazia dall'Età del Bronzo fino al Tardo Antico - La ricerca curata dalla luinese Paola Biavaschi

Una nuova finestra sulla formazione della vita associata e sull'organizzazione pubblica nel Mediterraneo antico è stata aperta da una ricerca a più mani curata dalla luinese Paola Biavaschi, docente di Diritto dell'Informazione e deontologia professionale all'Università dell'Insubria, di Latino giuridico alla Statale di Milano, di Diritto privato comparato presso SSML Varese-Scienza della Mediazione. L'opera s'intitola "Questioni Amministrative del Mediterraneo Antico" ed è pubblicata da Ed. Arcipelago Milano.
Agli albori dell'amministrazione
Sin dagli albori della formazione delle realtà politiche di carattere statuale, una delle esigenze fondamentali riguardò l’organizzazione dell’amministrazione della cosa pubblica, in principio nei suoi aspetti più concreti, in particolare dal punto di vista della contabilità, del computo e della gestione delle risorse, successivamente anche in merito all’organizzazione e al coordinamento dell’apparato burocratico. Quest’ultimo tendeva a crescere e quasi a ingigantirsi con l’aumentare delle dimensioni dello Stato cui faceva capo, e i grandi imperi, come quello romano, ebbero a un certo punto il problema del ridimensionamento e dell’ottimizzazione dell’apparato burocratico-amministrativo, un aspetto in realtà non strettamente peculiare solo dell’Antichità.
Una nuova miniera
Nella penuria di fonti di cui tanto spesso gli antichisti si lamentano, il settore dell’amministrazione, in realtà, offre notizie anche per i periodi più risalenti, poiché la necessità pratica del rendiconto dei beni pubblici o della regolamentazione dei procedimenti amministrativi tramite l’operazione del prendere nota per iscritto, rappresenta un’esigenza fondamentale che neppure una tradizione del sapere di carattere prevalentemente mnemonico può sostituire.
In questo contesto, le sfaccettature e i punti di vista in cui può essere studiato tale fenomeno sono innumerevoli e sottoposti a mutazione anche in relazione al dipanarsi delle vicende storiche e al farsi sempre più complesse delle macchine burocratiche: la riflessione linguistica e quella giuridica affrontano tali problemi in prospettive che si possono coordinare e completare vicendevolmente, essendo entrambe indispensabili per la comprensione dei testi di riferimento.
Approccio e contributi
La presente raccolta di contributi, lungi ovviamente da ogni pretesa di completezza, vuole presentare alcuni argomenti dibattuti o inediti diversi tra loro a livello diacronico (a partire dall’Età del Bronzo, fino alle ultime propaggini dell’Antichità), ma uniti dal fil rouge tematico della centralità del ruolo dell’amministrazione o delle amministrazioni, anche nelle difficoltà che il loro stesso sorgere produsse. Non è, tuttavia, solamente il soggetto a essere comune, quanto, ancor più, il metodo impiegato dagli autori, che è per tutti quello dell’analisi testuale e dell’esegesi delle fonti: il punto di partenza è sempre il testo pervenuto dall’antichità, sia esso più strettamente amministrativo, finanziario o giuridico, oppure privatistico con la partecipazione di soggetti appartenenti alla pubblica amministrazione.
I contributi sono stati suddivisi in tre parti, corrispondenti alle tre macro-epoche dell’Età del Bronzo, dell’Età Classica (storicamente intesa) e del Tardo-Antico: all’interno di questi grandi periodi, alcuni momenti e alcuni temi sono stati considerati particolarmente critici e significativi e, per tale motivo, scelti per venire a creare quel quadro d’insieme che non vogliamo (e non possiamo) in alcun modo pensare come esaustivo, quanto piuttosto come un insieme di temi considerati dagli autori rilevanti, o semplicemente degni di interesse.
Consumi, amministratori, funzionari
L’oggetto dell’attenzione muta da contributo a contributo: si va dal lessico dei beni di consumo al ruolo degli amministratori pubblici nella gestione della cosa pubblica e nei rapporti con i privati, alla rilevanza dei funzionari nella gestione dei momenti di crisi politica e/o militare, alla necessità di una formazione giuridica e culturale dell’amministratore stesso: il fenomeno amministrativo, nella molteplicità dei suoi aspetti, è presentato come chiave di lettura di società ancora poco note (negli scritti di Facchetti, Negri e Notti); con attenzione al rapporto con istituti privatistici come quelli successori (Biavaschi, Signorini) o contrattualistici (Pulitanò); in relazione a eventi storici di grande rilievo come la sconfitta dei Romani ad Adrianopoli del 378 d.C. (Spina), oppure come il di poco successivo ingresso dei Goti in qualità di foederati nell’impero romano (Biavaschi), o, infine, come l’allontanamento dei Bizantini dalla Penisola Iberica a causa della definitiva egemonia visigotica in quelle terre (Biavaschi).
Fonti e ricostruzioni
Spesso gli articoli propongono in primo luogo spunti di lavoro per i punti critici analizzati: i testi in oggetto sono, infatti, come usualmente accade per le lingue frammentarie, ma anche per le fonti classiche, molte volte interlocutori, se non enigmatici, le notizie prosopografiche degli amministratori vaghe e incomplete, le stesse leggi o i frammenti del Digesto ambigui, il pensiero dei letterati talora inseguito tra le righe: gli autori, allora, basandosi su un’analisi severa delle fonti, propongono ipotesi di lavoro e ricostruzioni parziali.
La speranza è quindi che si apra un dibattito, che gli argomenti discussi, il più delle volte del tutto inediti, altre volte misconosciuti dalla linguistica o dal diritto, infine spesso solamente dimenticati o negletti dalle scienze dell’antichità, trovino seguito e attenzione, anche grazie all’approccio interdisciplinare e trasversale qui frequentemente proposto.
Ne risulta un collage articolato e complesso in cui aspetti diversi, eppure spesso convergenti, legati all’amministrazione dello Stato nell’Antichità, si intersecano e a volte tornano alla luce in epoche tra loro anche lontane, trovando soluzioni adatte alla società e alla realtà politica dei vari tempi.
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Questioni Amministrative del Mediterraneo Antico
Ed. Arcipelago, Milano
a cura di P. Biavaschi
(pp. 266, 16 euro) 

“La donna il lavoro il sogno”, il mondo femminile e la sua forza di trasformazione tra ottocento e novecento

“La donna il lavoro il sogno” è il titolo di un agile e colto volume contenente dodici saggi di autori vari che analizzano l’universo femminile da prospettive differenti e che insieme vanno a costituire l’immagine completa della donna nell’arco di tempo di circa un secolo, tra ottocento e novecento.
Il libro, curato da Enrico Grandesso e Carlo Toniato, presenta cinque capitoli che individuano gli ambiti d’azione, le interferenze, gli apporti, le innovazioni in cui la presenza della donna evidenzia la sua sapientia quale segno che si caratterizza per incisività e non raramente potenza propulsiva alla trasformazione.
Sulla scena del testo si presenta una serie di donne che costituisce l’universo femminile in quanto gli autori dei saggi esprimono tutti gli ambiti in cui la donna viene a trovarsi sia per condizione, sia per scelta di vita.
Il volume si apre con il saggio relativo di Emanuela Favero all’identità – "Dell’identità" – in cui l’autrice individua nel «parlar con l’anima» la caratteristica che connota l’essenza femminile, attribuendo a questo elemento anche la valenza della forza, che si materializza come espressione spogliata da componenti distruttive nella danza: linguaggio di sentimento, testimonianza della modalità femminile di comprendere e generare il mondo.
Due lunghi saggi sono dedicati a “Le coordinate giuridiche” analizzando l’evoluzione durante il secolo scorso della legislazione in rapporto alla tutela di parità, concetto che, qui si sottolinea, prescinde dalle differenze di genere e quindi «potrà in futuro valere anche a tutela del genere maschile, per cui della lotta per la parità fatta dalle donne beneficeranno anche gli uomini.»
Il corpo centrale di “La donna il lavoro il sogno” è occupato da una serie di saggi che presentano la figura femminile nell’ambito della letteratura, sia come ispiratrice di scrittori e poeti, sia come personalità che rivendica attraverso la scrittura un posto proprio e come donna, e come autrice, non dimenticando un aspetto cruciale che riguarda il ruolo dell’emotività nel campo professionale. A tale proposito il saggio di Marcello Bernacchia “Il fuoco che solo consuma: alcune riflessioni su genere e burnout” illustra l’investimento emotivo come fattore determinante nella qualità del lavoro.
Quattro saggi sono dedicati al sogno, alla facoltà onirica di progettare il mondo secondo il canone del sentimento o di quello più bruciante, divorante, della passione, entrambi dichiarazione della responsabilità di entrare nelle cose, così che affiori visibile la dignità del femminile.
Infine, accanto al saggio sull’ironia di cui le donne si dotano per sopravvivere in condizioni infelici, si pone quello sulla donna nell’arte dal Romanticismo fino ai giorni nostri: l’autrice, Barbara Codogno, dopo aver esaminato il femminile come ispiratore in pittura e scultura e come artista, esprime che «Sono i nuovi linguaggi del contemporaneo che permettono alla donna di lasciare liberi i suoi sogni e di manifestarli anche nell’accezione di denuncia verso quel linguaggio “artistico-politico” maschile che ha lungamente esercitato un potere castrante, coercitivo e violento sul genere femminile».
Tutti i saggi hanno il pregio di focalizzare incisivamente il senso e le conseguenze del rapporto che intercorre tra la donna e l’ambito in cui si trova ad agire da protagonista, e in cui porta la sua “sapientia” arcaica, mondo pressoché sconosciuto al maschile, tranne a quello che ha deciso di porre ascolto e attenzione alla complessità trasformativa dell’universo femminile.
Adriana Gloria Marigo

-----“La donna il lavoro il sogno” a cura di Enrico Grandesso e Carlo Toniato, Egon edizioni, pagg. 150, euro 15. 

L’Apocalisse e un sacerdote a fine missione

cover "Un prete superfluo?"

È stato prevosto di Luino dal 1998, decano per tre mandati dal 2000 e in città ha compiuto il cinquantesimo di sacerdozio. Dopo 17 anni ha dato le dimissioni per limiti di età lasciando il Luinese.
Ora don Piergiorgio Solbiati torna a dialogare attraverso un libro, "Un prete superfluo?", edito da Macchione e uscito a fine giugno.
Di seguito pubblichiamo la prefazione al testo di Roberto Radice, professore ordinario di Storia della filosofia antica all'Università Cattolica di Milano

LA “RIVELAZIONE” DI UN DISTACCO

Quando ad Aristotele uomini di buon senso e senza nessuna malizia chiedevano a che cosa serve la filosofia, rispondeva – non senza malizia – che non serviva assolutamente a nulla, era del tutto superflua. E proprio per questo, in quanto non serviva a nulla, non era serva di nulla: cioè era libera. Tutte le altre scienze – continuava il grande filosofo – saranno più utili della filosofia, ma superiore ad essa nessuna. Ma Aristotele, se mai si fosse servito del termine “superfluo” (che peraltro non poteva usare perché viene dal latino e non dal greco, e letteralmente significa “che scorre sopra”), certamente avrebbe giocato sulla sua ambiguità di senso: questo nome, infatti, si può intendere sia come “ciò che sopravanza” – ovvero supera e sovrasta – sia come “ciò che è di troppo”. Insomma, in un caso “superfluo” significa “fuori-classe”, nell’altro “fuori dalla classe” e dal gioco.
Aristotele intendeva il primo significato, l’autore del nostro libro il secondo; l’uno parlava della filosofia l’altro di se stesso.
DUE LIVELLI
Quest’opera presenta un commento all’Apocalisse (di cui riporta brani del testo) diviso in due livelli: l’uno di carattere generale per farne intendere il senso nei suoi tratti salienti, talora correlandoli ad episodi della contemporaneità; l’altro che potremmo dire autobiografico con riferimento alla vita dell’autore.
Come Giovanni quando ebbe le rivelazioni di cui racconta era esule (a Patmos), così lo è il nostro autore: anch’egli a suo modo è in esilio, quando sovrappone quelle immagini agli episodi salienti della sua vita. In questo libro il commento autobiografico non vuol dimostrare nulla di nuovo sull’opera esaminata, ma parla della sua vitalità: anzi della sua spiritualità, nel senso che l’ispirazione dell’Apocalisse (che in greco vuol dire “rivelazione”) si ripresenta aggiornata ai nostri tempi nell’esperienza di un sacerdote, il quale, non diversamente da Giovanni, è testimone di Gesù. Questi, nella solitudine conseguente alla privazione dalla sua parrocchia, trova ispirazione per inserire la propria esperienza nel disegno finale della salvezza. A tal punto “superfluo” cambia significato: non più “in castigo”, fuori-dalla-classe, bensì nell’eccellenza dei “fuori-classe”.
“SPAESAMENTO” E VECCHIAIA
Non è la prima volta che un mio parroco o un parroco conosciuto, alla fine della sua missione, si è trovato a vivere la vecchiaia da “spaesato”, come l’uomo a cui vien tolto il paese che ha amato. E quanto più l’ha amato e quanto più si è legato ad esso, tanto più grave è stato il distacco, perché il suo non era un mestiere, ma una familiarità.
Certo ci saranno fondamenti teologici, scritturistici e organizzativi per tutto ciò, ma è noto a tutti che quando si è privati degli abituali riferimenti si invecchia prima e si invecchia peggio. E, d’altra parte, non è forse questo che tutti i medici e psicologi e, ironia della sorte, gli stessi parroci dal pulpito vietano ai fedeli per i propri anziani?
GUIDA
Il libro ha un taglio spirituale, niente affatto sindacale o polemico. Semplicemente vuole mettere in comune esperienze personali a conforto di chi si trova nelle condizioni descritte e a guida di chi deve prendere decisioni per gli altri.
E, comunque, a me pare un servizio reso a molti “superflui” della Chiesa a cui tutti devono qualcosa.
Roberto Radice  

Donne che non poterono ballare e sciogliere i capelli

In libreria Manuela Bonfanti e il suo "La lettera G", romanzo sulla condizione femminile nel secolo scorso
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«Acconciò i capelli perché così voleva il padrone»; «fin da piccola le era stata insegnata la fatica»; «gli serviva solo una che lavorava bene»; «sognava di sciogliere i capelli» al contrario «sarebbe andata la sua vita con i capelli raccolti»; «a undici anni Gina era già al lavoro». Eccola che appare, Gina, fin dalle parole iniziali del romanzo. Giovane donna, vive in un villaggio che non si dice dove sia né che nome abbia. Lei potrebbe chiamarsi Regina, e ballare, come ama, sentire musica, come ama, persino studiare. Invece alle soglie dei trent'anni già si sente "zitella" perché così l'humus che la circonda la induce a pensarsi, non scavalca il limite dei sogni a occhi aperti, tanto meno una quotidianità fondata sull'accudimento degli altri, a cominciare dalla famiglia d'origine, sull'accettazione di giorni e cicli precostituiti.
L'hanno indirizzata a quel modo il mondo che ha attorno e la madre, inespressa personalità che non riesce a trasferire alle figlie se non quanto da lei stessa subito. Un modello materno che ritiene le figlie «nove inutili femmine», qualche sberla «il prezzo da pagare per avere un marito» e che in particolare per Gina voleva «un uomo, uno che la domasse e le indicasse il suo ruolo». Pensa questo, la madre, rammaricandosi, per sé stessa, di aver generato, sì, molti figli ma non un numero sufficiente a garantirsi l'ambito premio negli anni Trenta dal regime attribuito alle famiglie numerose.
Parte quasi blando “La lettera G”, romanzo di Manuela Bonfanti pubblicato da Luciana Tufani Editrice. Snocciola i passi di vite scialbe, nate da vite scialbe e di sacrificio, chiuse in luoghi comuni e deprivazioni sentimentali, costruite su carenze e assuefazioni che si ritrasmetteranno nelle generazioni successive.
L'autrice è alla prima prova come romanziera, pur essendo esperta di scrittura. Svizzera, ha studiato tra Ginevra, Londra e la Germania, ha insegnato, ha operato nel marketing giornalistico e partecipato a un progetto di formazione per i Paesi in via di sviluppo. Vive ora in Francia e a lei si devono articoli, racconti e il reportage di viaggio plurilingue “Reami del silenzio”.
La storia italiana che con “La lettera G” - "G" come Gina, come marcatura, ineluttabile - racconta, spesso interloquendo direttamente con il lettore, parte dal 1934 e giunge al 2005. E' centrata su quel femminile che si personifica in immediata immagine e tutto il resto parrebbe sfondo, anch'esso blando. Blando non è, al contrario. Che tutto sia normalità ci induce a crederlo lo stile della scrittura, impegnata a non caricare di aggressività alcuna scena o alcun vocabolo. E' crudele in realtà ciò che avviene, perché costante è la mancanza di libera scelta. Proprio il linguaggio dell'autrice scivola veloce nella mente, vi impianta situazioni chiare e parrebbe di prevedere come andranno a finire. Invece il testo d'improvviso si rovescia, sovverte quanto si dava per noto, entra a gamba tesa nella pace di una lettura di analisi e riflessione, quasi volta verso la sociologia. Il ritmo "blando" viene abbandonato, in poche righe di corsivo, attraverso il dialogo con un'entità che ha corpo ma potrebbe essere anche solo spiritualità, un'altra diventa la voce di Gina, un'altra la sua coscienza, sanguinante l'angustia che la domina e la dispera. La ferocia è ora in campo e accompagnerà fino al termine del romanzo il quale, in un'operazione tematica e strutturale che continuerà a montare e smontare i retroscena sentimentali e psicologici della protagonista, nelle ultime pagine sovvertirà una volta ancora ciò che ci si attendeva e riconsegna a una nuova modulazione e interpretazione.
Al di là della scelta stilistica e della compostezza lessicale utilizzata, il testo è un percorso che non arringa. Semplicemente dice le condizioni di oppressione sociale e culturale che rappresentarono la società nello scorso secolo, mostra il confluire verso la rassegnazione, l'accettare un «destino», il deporre i sogni, il farsi attraverso la rinuncia da sé violenza. Vittime di operazioni di spersonalizzazione sono soprattutto le donne, ma anche gli uomini non sono esenti da prigionie in queste pagine.
L'esempio più evidente è il marito della protagonista, scoloratosi tra semine, raccolti, gerle e delusioni, cui non viene mai detto «grazie» nel caso si sforzi di un piccolo gesto di condivisione, che non sa riconoscere il proprio padre perché tra loro si è interposto il tempo di guerra e che mai si è sentito amato o ha provato l'ebbrezza di uno slancio. Schiacciato anch'egli da ciò che altri gli hanno inoculato, incapace di gioire persino per la nascita dell'ennesima figlia tanto da non andare a registrarla impedendole di conseguenza di sapere l'esatto giorno di compleanno, se dapprima appare opaco e dominante, alla fine non raccoglie compassione ma almeno la sospensione del giudizio. Il comporsi di tanti mali, o disfunzioni, che in molti casi ancora appartengono al presente appaiono in “La lettera G” senza mezze misure. Leggere accompagna in una utile rivisitazione tematica e temporale. Farlo potrà giovare soprattutto alle recenti generazioni perché meglio capiscano da dove provengono certi permeanti archetipi e i meccanismi psicologici e sociali in cui tuttora ci si imbatte, con cui a volte ci si scontra.
Elena Ciuti 

--- Manuela Bonfanti, "La lettera G", Luciana Tufani Editrice, 208 pp, 13 euro

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