Edizione n.35 di mercoledì 28 ottobre 2020

Prima pagina

Vele d'oggi e barche d'antan sul lago Maggiore

A Luino, sabato 15 e domenica 16 giugno, il lago Maggiore vedrà veleggiare sulle sue acque le imbarcazioni in gara per il Trofeo Nostromo, organizzato dall'Associazione Velica Alto Verbano. Alla competizione, che con i suoi 45 anni di vita è la più anziana delle regate-crociera verbanesi, e al circolo velico, che quest'anno compie 75 anni di attività, rende omaggio questa avvincente pagina storica sulla navigazione lacuale scritta da un inguaribile e appassionato studioso, che ama rimanere dietro la cortina di uno pseudonimo.

LA NOBILFLOTTA DEI BORROMEO

Al lettore che – bontà sua – dopo anni e anni di appuntamenti col “Nostromo” prova ancora voglia di legger queste note peregrine sulle barche di lago che gli ammannisco, trovando puntuale e amichevole ospitalità nel Bando di Regata e negli amici dell’Avav, spero possa far piacere lo scoprire la composizione della “flotta” dispiegata, intorno agli anni 1835-1845, dalla nobile casata dei Borromeo nelle sue darsene e porticcioli dell’Isola Bella e Madre.
Innanzitutto ecco, a “muover un poco le acque”, un quiz: premettendo che non si vince nulla, se non un piccolo progresso di conoscenza... et voilà, si indovini quanti scafi (tra barche di fatica, di diporto e di rappresentanza) i Borromeo Arese mantenevano alle Isole.
Imbarcazioni oggi e ieri
V’è da restare stupiti: se al giorno d’oggi tra motoscafi, pontoni e barche da carico in servizio attivo si arriva più o meno al numero di sette, in quegli anni dell’Ottocento sopra detti il numero addirittura raddoppiava, e tra le quattordici imbarcazioni ve ne erano di ben interessanti, a leggere le descrizioni fattene nell’Inventaro, e perizia delle diverse barche esistenti nell’Isola Bella, ed Isola Madre, eseguito dalli sottoscritti sig.ri periti, stati a ciò espressamente delegati dalli ecc.mi sig.ri conti Vitaliano, Renato e Federico fratelli Borromeo, e coll’intervento del regio notajo Michele Lamberti pure appositamente nominato da chi sopra, ed alla presenza delli sottoscritti testimonj.
Inventari dei Borromeo
Si tratta di un inventario la cui stesura fu assai probabilmente dettata dalle operazioni di valutazione dei beni che erano in amministrazione congiunta fra i tre fratelli Borromeo, all’indomani della scomparsa del conte Giberto V Borromeo Arese (+ maggio 1837) e in attesa di definire le parti (i cosiddetti “piedi ereditari”) spettanti a ciascuno dei tre eredi (cosa poi perfezionata con un complesso atto divisionale del 1844); la morte del conte Gibertone aveva imposto la necessità di stendere una fitta ed esaustiva serie di inventari di beni mobili e immobili, di cui la lista delle barche verbanesi è solo uno dei meno cospicui e più trascurabili quanto a pregio economico.
Periti, costruttori, notai
Eppure... a ben leggere l’inventario emergono dati curiosi e godibili. Insieme al perito Lodovico Fresca (che appose il segno di croce, perché illetterato) e ai testimoni Angelo Francesco Grisoni e Giovanni Menotti firmò (una tra le primissime citazioni che sia stato possibile rinvenire) Ferdinando Taroni «costrutore di barche perito» di origini comasche, il cui figlio Giorgio avrebbe poi aperto nel 1858 un cantiere a Carciano; appose poi la propria firma il notaio Michele Lamberti, che da altra fonte (Archivio di Stato di Verbania e scheda in MSV) sappiamo essere stato attivo tra 1836 e 1862 (dunque corroborando la supposta datazione del nostro documento agli anni 1837-1844).
Sfilata di barche
Ed ecco le barche: due peotte (o pivote), un brigantino, un cahicchio (= cacicco), una gondola, un battellino, un quatrasse (= il ben noto quatràss da pesca e trasporto leggero, costituito da un fondo piatto, due fiancate, e uno specchio di poppa: 4 assi di legno in tutto...), cinque barche di differenti colori (una celeste, una rossa, una verde, e due, di tinta non dichiarata, in uso all’amministratore e ai muratori del Palazzo isolano); infine, addirittura un canotto da caccia (detto esser in pessimo stato, e forse da identificare in una spingardina, usata per la caccia di palude con la bocca da fuoco, la spingarda appunto – un buon calibro variabile tra il 36 e il 60 – montata fissa sulla prua slanciata del canotto...).
Cannoniera del 1799
Vi era poi perfino una “canoniera”, benché tutta «da ripararsi». Viene da sospettare che essa fosse quella, affondata nel maggio 1799 dalle milizie franco-cisalpine nel lago di Angera, che poi era stata rapidamente recuperata completa di «polvere in quantità, tutta però bagnata, pale, canoni quatro [...] e varie carubine» consentendo alla comunità di allestire una valida autodifesa in quei tempi incerti. Forse era finita per entrare nella flotta borromea, in tempi e situazioni politiche dove una barca cannoniera, su un lago di confine, poteva far comodo al maggior feudatario del posto: il ’48 era vicino...
Cosa è rimasto, di quelle barche? Solo il ricordo che carte profumate da antichi inchiostri tramandano. Ed è con quel ricordo, e con la solita voglia di raccontar altre storie di lago e di barche nostre, che ai regatanti del Nostromo 2013 rinnovo volentieri il tradizionale augurio: vittoria, buon vento, buon vento!
[il Sinasso jr]
Nella Foto: Barche da pesca verbanesi in una incisione di metà Ottocento.

Dario e Franca, lui di Sangiano, lei di Parabiago

Franca Rame in una foto degli anni Settanta

Articolo pubblicato il 6 marzo 2002 su Il Corriere del Verbano

DARIO E FRANCA
LUI DI SANGIANO, LEI DI PARABIAGO

Hanno 150 anni in due. Instancabili e inesauribili, girano ancora sui palcoscenici di mezza Europa per raccontarci la loro versione della vera storia del mondo. Dario Fo e Franca Rame, lui di Sangiano e lei di Parabiago, possono sembrare due lombardi anomali, ma a ben vedere sono proprio figli di quell’alacrità passionale che da sempre informa lo spirito della generosa caparbietà lombarda, dagli eroi risorgimentali fino a Mani Pulite. 50 anni di teatro, di idee, una vita da ‘rompiballe’, insomma, sempre dalla parte scomoda di chi sta fuori dal coro. La tournée, partita da Modena a settembre, ora approda e termina a Milano. Al Teatro Strehler, dal 12 al 28 marzo, sono ormai quasi introvabili i biglietti. Tutto esaurito, come sempre. La gente affolla il botteghino, ma gli ultimi saranno i primi, perché troveranno posto sul palcoscenico, seduti accanto ai ‘mostri sacri’.

C’é chi non si preoccupa neppure del titolo dello spettacolo a cui assisterà (cinque i testi proposti dalla coppia sul palco del Teatro Strehler), l’importante è esserci, forse anche e soprattutto per emozionarsi con “quelli che...” del variopinto popolo della sinistra rappresentano ancora la parte più irriverente e genuina. A Dario e Franca nessuno dà del lei. Con loro ci si sente parte di una grande famiglia allargata. Ogni sera è una festa popolare, come ai tempi di Shakespeare, insieme per divertirsi e condividere l’antico rito del teatro, capace, attraverso il riso e il paradosso, di trasformare i fatti della quotidianità in metafore storiche e religiose universali. Per Dario e Franca ‘mettere in scena’ significa infatti farsi voce dell’indignazione popolare, costruire un grande specchio del mondo in tempo reale, per renderlo decifrabile a un pubblico il più vasto possibile. Ma non solo. Si contano ormai a migliaia gli spettacoli della ‘Strana Coppia’ i cui incassi sono stati devoluti per le cause sociali e civili più disparate.

Tra queste mi preme citare la campagna partita nel ‘98: un Nobel per i disabili, 4 miliardi di lire raccolti complessivamente e utilizzati per acquistare pulmini speciali Volkswagen (75 milioni di lire l’uno) destinati alle associazioni di volontariato che si occupano della cura e del trasporto dei disabili. «I volontari sono gli eroi del Terzo Millennio» ricorda Dario, testimoni della passione generosa di chi continua ad amare e ad aiutare il prossimo gratis. Ed è proprio la ricca e alacre Milano, “ex” capitale morale del ‘Bel Paese’, la città italiana in cui più è vivo e diffuso il volontariato, campo in cui Dario e Franca hanno speso molte energie. Anche per questo motivo il Premio Nobel per la letteratura ricevuto nel ‘97 da Dario appare ampiamente meritato, un premio per il lavoro svolto con costanza in 50 anni, ma anche una testimonianza alla lotta tenace in sostegno delle classi sociali meno protette.
Cinque gli spettacoli in cartellone al Teatro Strehler: Dario proporrà alternativamente Mistero Buffo, Fabulazzo Osceno e Lo Santo Jullare Francesco, Franca porterà in scena gli atti unici Grasso è bello e Una Giornata Qualunque e l’esilarante Sesso, grazie, tanto per gradire. Una vetrina esauriente per gustare i molteplici aspetti della Strana Coppia, dal grammelot surreale di Dario, pregno di allusioni satiriche a sfondo storico-religioso, fino alla tenerezza della quotidianità del mondo femminile di Franca, dei suoi ritratti fedeli e divertenti di donne, siano esse sole e abbandonate, sessualmente liberate o gioiosamente ciccione.
 

Attenti a quei due

Dario nasce a Sangiano, vicino a Laveno, il 24 marzo del 1926. Suo padre si chiamava Fo Felice, un nome incoraggiante (leggi Fo= faccio... Felice) tanto che la signorina Pina Rota, nativa della Lomellina se ne innamora e induce il fratello Nino (mio padre) a raggiungerla a Luino. Negli anni ‘40 Dario fa il pendolare verso Milano, dove più tardi inizia gli studi all’Accademia di Brera e poi alla facoltà di Architettura. Nel dopoguerra Dario si trasferisce a Milano, dove scoppia il suo amore per il teatro. Nel 1950 si presenta a Franco Parenti (allora Dario ha 24 anni), gli racconta a modo suo la storia di Caino e Abele, Parenti ride di gusto e lo accoglie nella sua compagnia. Con lui e Durano realizzerà la commedia Il Dito nell’occhio.
Franca nasce a Parabiago per caso, durante una recita della famiglia Rame, antica e celebre compagnia teatrale di giro, attiva dal 1600, che usa recitare ‘all’improvviso’, muovendosi con dimestichezza in un repertorio vastissimo della Commedia dell’Arte. A otto giorni ‘Franchina’ è già sul palcoscenico nelle vesti di una poppante, ovviamente. La sua vita è tutta, da subito, all’insegna del teatro e della passione politica. La madre Emilia le insegna a recitare, i fratelli Tommaso e Domenico la avvicinano alla fede socialista. Un imprinting molto significativo. Nel 1950 con la sorella Pia (che è oggi titolare della più prestigiosa sartoria teatrale italiana) lascia la compagnia e lavora con Tino Scotti, nello spettacolo Ghe pensi mi.

Nel ‘51 Dario conosce Franca (entrambi recitano nello spettacolo Sette giorni a Milano) e se ne innamora follemente. Franca lo mette alla prova e l’allampanato e simpatico ‘dentone’ la supera brillantemente, conquistando il cuore della fanciulla. Nel ‘54 si sposano nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Il 31 marzo del 1955 nasce Jacopo, a Roma, dove la coppia si trasferisce per dedicarsi momentaneamente al cinema, Franca come attrice, Dario come sceneggiatore e battutista. Nel ‘57, dopo l’insuccesso del film Lo svitato, Dario e Franca tornano a Milano e fondano la compagnia Fo-Rame. Nel ‘61 arriva la televisione e nel ‘62 Canzonissima. Censura e contestazioni portano la coppia ad abbandonare la produzione in diretta. Dalla Rai resteranno fuori per 16 anni.

Dal ‘63 la produzione teatrale prende una svolta più dichiaratamente politica: Settimo, ruba un po’ meno, La Signora è da buttare . E poi via via fino a Mistero Buffo. E’ il momento della cooperazione culturale. Nel ‘68 nasce Nuova Scena, nel ‘73 il Collettivo la Comune, che occupa e ristruttura la fatiscente Palazzina Liberty, punto di riferimento politico e culturale della Milano degli anni 70. Nel ‘78 Dario è il regista de l’Histoire du Soldat di Stravinsky, realizzato per il bicentenario del Teatro alla Scala. Tra i mimi in scena anche Paolo Rossi e Marco Columbro. Seguono altri spettacoli corali che affrontano temi di cronaca (come Pum! Pum! Chi é? La polizia o Guerra di popolo in Cile) alternati a testi e monologhi in grammelot come La storia della Tigre e Fabulazzo Osceno. Franca porterà in scena con successoTutta casa, letto e chiesa e Coppia aperta.

Da allora la Strana Coppia ha realizzato numerossissimi spettacoli, in Italia e all’estero, i testi dei quali sono pubblicati da Einaudi e/o disponibili in videocassetta e audiocassetta. Tutto il materiale relativo al lavoro svolto da Dario e Franca è visionabile sul sito internet www.francarame.it.
Davide Rota 

Rose rosse per Franca Rame

Mercoledì 29 maggio si è spenta a Milano Franca Rame, attrice, scrittrice, nel 2006 anche senatrice per l'Idv, moglie del Premio Nobel Dario Fo e, soprattutto, donna in prima fila per le battaglie sociali e i gravi e difficili temi delle povertà, dell'emarginazione, della violenza, della sopraffazione.
«Chissà quante donne ci saranno ai miei funerali», aveva detto qualche tempo fa in un'intervista alla tv. L'aveva detto con la modestia che la contraddistingueva, ma pur consapevole dopo tanti anni spesi per gli altri della rete di associazionismo e individualità che aveva saputo attrarre, e spesso motivare nella solidarietà o nella reazione. Così è stato. Venerdì 31 maggio, dopo che la camera ardente allestita al Piccolo Teatro era rimasta aperta anche di notte per permettere a tutti l'omaggio, un'onda di donne è accorsa al commiato davanti al Teatro Strehler di Milano. Tutti quelle e quelli che hanno riconosciuto nella costanza di Franca Rame, e nel suo non risparmiarsi, non cedere, e anche non perdere fiducia, la speranza di un'etica possibile.
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Prima il sindaco di Milano Pisapia e il suo partecipe saluto, dopo Jacopo, che racconta una madre-donna così coraggiosa e prodiga da saper trasformare lo stupro subito da parte di un manipolo di neofascisti in parola e teatro; non tanto per elaborare il dolore proprio, quanto per raggiungere con quel suo mai sopito dolore altre donne, per smuovere coscienze e torpore. Dario Fo parla per ultimo. E la sua orazione è battito d'ali di un gabbiano che, volando attorno alla sua compagna fermata dal tempo ad altra Dimensione, smuova l'aria e propaghi vibrazioni nel vento e sul lago.
La sua narrazione dice il miracolo della creazione d'arte insieme, di una vita trascorsa per sessant'anni fianco a fianco, a tessere una tela quotidiana in cui l'una dall'altro non si sarebbero potuti distinguere, né scindere, eppure in cui ciascuno dei due è stato unico, diverso e inconfondibile.
Il testo, il teatro, gli ideali e le idee sono stati vita e sintesi del loro essere, per Rame e Fo, e come sintesi di teatro-vita si sono liberati nel commiato di Dario per Franca. Il quale ha offerto a una piazza colorata di fiori bianchi e rose e sciarpe e vesti rossi e piccoli, intimi riferimenti di comuni sentire – perchè così a lei sarebbe piaciuto – la recita/non recita di un'opera che la moglie stava componendo. In cui lei scrive – traendo spunto da rinvenuti documenti apocrifi – di un'Eva non nata dalla costola di Adamo bensì modellata dal Creatore per prima, che preferisce la scelta della morte avendo conosciuto la gioia e la festa e la ricchezza dell'amore invece che l'eternità senza sapere l'amore.
Recita ma non/recita, ancora una volta vita in scena, simbolo e sublimazione, sotto il sipario del cielo, dove due voci si fanno una.
Elena Ciuti

Nelle foto in basso:

1) L'ingresso del Piccolo Teatro di Milano dove è stata allestita la camera ardente e dove sono confluite anche il mattino dei funerali moltissime persone per unirsi al corteo e accompagnare verso Teatro Strehler, luogo del commiato di Dario Fo per la moglie.

2) La targa dell'Anpi all'ingresso del Piccolo di Milano. «Qui tra l'8 Settembre 1943 e il 25 Aprile 1945 hanno subito torture e trovato la morte centinaia di combattenti della libertà prigionieri dei fascisti. Il Piccolo Teatro ha fatto di questo edificio un centro ed un simbolo della rinascita culturale e della vita democratica di Milano. Anpi - Milano 10 aprile 1995».

3) e 4) Dario Fo esce a salutare e ringraziare la folla

5) Cartello di un gruppo di donne: «La miglior donna che ci ha rappresentate»

6) Si avvia il corteo. Con la sciarpa rossa, Jacopo Fo.

7) Teatro Strehler di primo mattino. Qui si svolgerà dopo le 11 il funerale laico di Franca Rame

8) Durante il commiato di Dario Fo

(Pubblichiamo in questa stessa pagina un articolo di Davide Rota dedicato a Franca Rame e Dario Fo apparso sul Corriere del Verbano del marzo 2002). 

Campagna svizzera contro i frontalieri, Roma assicura

Il viceministro Staffan de Mistura ha risposto a un'interrogazione del parlamentare Enrico Borghi

«Il governo continuerà a seguire le vicende degli Italiani in Svizzera con la massima attenzione». Così il vice ministro degli Affari Esteri del governo Letta, Staffan de Mistura, ha risposto in forma scritta all'interrogazione avanzata nei giorni scorsi dal deputato Enrico Borghi (Pd) che, all'indomani della campagna mediatica contro i lavoratori italiani in Canton Ticino, si era rivolto alla Farnesina chiedendo un intervento.
Per Borghi, la risposta del viceministro conferma «l'esigenza di mantenere una grande attenzione sulla vicenda, da un lato, e di riprendere un'iniziativa diplomatica nei confronti della Confederazione Elvetica, dall'altro». Bisogna, a suo avviso, «assicurare che nei negoziati attualmente in corso tra Svizzera e UE si segnino passi in avanti e non regressioni. L'attenzione mostrata dalla Farnesina è sicuramente un segnale positivo in tal senso».
Ecco di seguito la risposta integrale fornita dal rappresentante del Governo italiano al parlamentare democratico.

UN POSTO DI LAVORO SU QUATTRO
«Con riferimento alle iniziative del Governo tese a interrompere una retorica discriminatoria ed offensiva nei confronti dei lavoratori italiani occupati in Canton Ticino, si premette che la questione investirebbe, secondo dati del 2012 dell'Ufficio Federale di statistica svizzero, 55.554 connazionali (ovvero un posto di lavoro su quattro in Ticino). Ai frontalieri, poi, si aggiungono gli artigiani che in virtù degli accordi bilaterali di libera circolazione varcano la frontiera e lavorano a fattura insieme ai propri dipendenti a costi più competitivi di quelli presenti sul mercato ticinese.

CAMPAGNE ELETTORALI
La campagna contro i frontalieri è da inquadrare nel contesto pre-elettorale delle elezioni comunali del 14 aprile a Lugano, Mendrisio e Terre di Pedemonte. L'Unione Democratica di Centro del Ticino, che ha posto il tema dell'afflusso in Ticino di lavoratori frontalieri provenienti dall'Italia al centro della propria campagna politica, ha inteso cavalcare sia il disagio percepito dalla popolazione ticinese per il numero crescente di questa categoria di lavoratori (in aumento nel 2012 del 5,9% rispetto al 2011) e per i loro presunti effetti distorsivi sui salari e sull'economia locale, sia l'ondata di cordoglio provocata dalla recente scomparsa, il 7 marzo 2013., di Giuliano Bignasca, leader e fondatore della Lega dei Ticinesi. Un'analoga campagna, aggressiva e discriminatoria, se possibile di livello ancora più aspro, era stata condotta nel 2010-2011.
Nell'informare che non sono giunte né all'Ambasciata d'Italia a Berna, né al Consolato Generale d'Italia a Lugano - che da sempre mantengono un'elevata vigilanza sulla questione - comunicazioni da parte della collettività residente o da associazioni o patronati, giova sottolineare che il tema si riallaccia a una questione più ampia che riguarda tutti i cittadini della UE.

CONTINGENTAMENTO PERMESSI
Lo scorso 1° maggio, il Consiglio Federale ha infatti reintrodotto il contingentamento dei permessi di soggiorno nei confronti dei cittadini di otto Stati della UE (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria), ricorrendo alla "clausola di salvaguardia" prevista dall'Accordo CE-Svizzera sulla libera circolazione di persone. Stando a una recente intervista rilasciata dallo stesso Consigliere Federale Svizzero Burkhalter, è attualmente in corso di valutazione l'ipotesi di estendere la "clausola di salvaguardia", fino al limite massimo del 31 maggio 2014, ai cittadini di tutti i Paesi della UE, per far cadere le rimostranze mosse da Bruxelles circa la discriminazione tra i Paesi membri.

REFERENDUM CONTRO IMMIGRAZIONE
Nel giugno 2014 sarà inoltre sottoposta a referendum l'iniziativa popolare "Contro l'immigrazione di massa", promossa dall'UDC, che punta ad un ritorno sic et simpliciter al contingentamento dei permessi di soggiorno. Un anno più tardi, l'elettorato svizzero sarà chiamato alle urne per decidere dell'estensione della libera circolazione delle persone, alla Croazia, prossimo membro della UE. Tali temi sono al centro di negoziati attualmente in corso tra la Confederazione Svizzera e l'Unione Europea.
Il Ministero degli Affari Esteri continuerà a seguire, tramite l'Autorità diplomatica e consolare in Svizzera, le suddette questioni con la massima attenzione. Nel quadro della sua complessiva azione volta a tutelare, anche nel più ampio contesto europeo, i diritti e le aspirazioni dei lavoratori frontalieri e degli altri cittadini italiani residenti in Svizzera, la Farnesina manterrà uno stretto contatto con le Autorità svizzere, acquisendo ogni ulteriore utile informazione. Parallelamente, sarà anche cura delle nostre Autorità diplomatiche e consolari continuare a mantenere al corrente le competenti istanze italiane.
Staffan de Mistura - Vice Ministro degli Affari Esteri »

Cave e miniere nell'Ottocento tra Ossola, Malcantone e alto Varesotto

Carta geologica 1829, © Magazzeno Storico Verbanese

Ancor oggi cercatori s'aggirano per semplice diletto qua e là tra le plaghe dell'Insubria sulle tracce di qualche dispersa pagliuzza gialla; ma nell'Ottocento la corsa all'oro tra il Verbano piemontese, la confinante Svizzera e l'area del Luinese suscitò ben altro interesse e attrasse impegni non di semplice hobby.
A ricordarlo è Carlo Alessandro Pisoni nella newsletter del
Magazzeno Storico Verbanese, da questo aprile ritornata sulle rotte internautiche in veste rinnovata e adeguata al potenziamento tecnologico del sito. Al testo si accompagna una non meno preziosa pubblicazione, una Carta Geologica della fascia tra Vergante e Ceresio del 1829 (nella foto dal sito).

Seduti su una pentola d’oro

È notorio che la zona del Rosa è tra le più ricche d’oro, tanto da poter stare al pari, come potenziale ricchezza dei filoni, con i luoghi di maggior produzione del prezioso metallo al mondo.
Piace però constatare come dopo gli antichi e protratti sfruttamenti delle vene scoperte intorno al Rosa, in Ossola e Valsesia (Pestarena, Macugnaga, Alagna, per dire qualche luogo), dove spesso i primi sondaggi e coltivazioni di cave risalivano al periodo medioevale, nell’Ottocento la corsa all’oro (e all’argento...) non si limitò territorialmente al Verbano piemontese.
Francesco Ruzieska (o Ruziczka) D’Odmark, che a fine Settecento era affittuario a Feriolo di un edificio di proprietà Borromeo e direttore della miniera aurifera che i Borromeo possedevano in Ossola, nei primi anni del secolo XIX dirigeva la miniera di Viconago.
Il ben noto imprenditore inglese – con villa a Pallanza – Eugenio Francfort lavorava allo sfruttamento della miniera Teresina di Brusimpiano già a partire dal 1858; non si esclude che egli fosse tra quegli “industriali inglesi” alla fine che negli anni ’70 dell’Ottocento, dopo aver intrapreso tra Vergante e Ossola, effettuavano ricerche nel canton Grigioni, «in una antica miniera detta Felsberg».
Nel 1883 a Magadino si scopriva un filone di pirite aurifera (forse lo stesso che passa sotto il monte Paglione) e subito si effettuavano le analisi nella speranza che i risultati fossero positivi. Nel 1885 si lavorava all’estrazione di minerale nella miniera proprietà di Virginia Baglioni di Lavena Ponte Tresa, «essendo quelle miniere ricche di piombo argentifero».  … Della stessa famiglia Baglioni è l’intraprendente ma sfortunato ingegnere Vinasco Baglioni, che tra 1855 e 1878 aveva dato molto impulso allo sfruttamento delle vene aurifere che segnavano e arricchivano il territorio del Malcantone (sempre alle pendici del monte Lema e del Paglione, ma al di là del confine svizzero). 

Olmi a Luino, il candore della coscienza libera

Ermanno Olmi intervistato da mons. Viganò

Il Premio Chiara Festival del Racconto ha tanti meriti. Per esempio, capace di cernita e unificazione, è riuscito in venticinque anni di lavoro a sgrossare tanti piccoli particolarismi - un po' la costante di questi nostri posti - che magari ad occhio estraneo possono apparire quel folclore che conferisce caratteristica, ma che al contempo pecca di troppa territorialità e di provincialismo. Il Premio Chiara – anche se questo non era il suo compito – andando per la sua strada, con competenza e una precisa idea dei mondi letterari & loro variabili, si è trasformato in una lezione di approccio e dimensione e ha determinato alla fine qualche cambiamento sostanziale del fare cultura in provincia di Varese. Insomma, una bella crescita generale.
Domenica 24, invitando a Luino Ermanno Olmi, cui è stato conferito il Premio Chiara alla carriera, ha avuto un colpo d'ala. Certo già il premio è stato nel passato attribuito ad autori solidi e importanti (l'anno scorso, Villaggio; prima Claudio Magris, Raffaele La Capria, Mario Rigoni Stern, Alberto Arbasino, Andrea Camilleri, Franca Valeri...), ma Olmi ha portato con sé, in questi tempi strani e difficili, in cui rischiano di stridere anche le cose belle, anzi, ha tratto da sé, per donarlo alla gente del Teatro Sociale, il tocco della coscienza libera, il consapevole candore di chi davvero è «puro di cuore». Forse mai la sala del Sociale è stata tanto silenziosa, attenta. Rare sincere vere, senza alcuna sbavatura, senza alcun eccesso le parole di Olmi, forti a entrare nell'altro e a commuovere. Della commozione che tiene conto della ragione e che dunque conduce alle categorie dello spirito.
Bravi e capaci di dare il giusto spazio i conduttori - i giornalisti Claudia Donadoni e Mauro Gervasini - e monsignor Dario E. Viganò, che ha intervistato Olmi sapendosi mettere in secondo piano. Anche i politici che si sono – meno male alla fine e non all'inizio – succeduti sul palco per omaggiare il premiato sono riusciti ad essere succinti. E quindi, per una volta, si è potuti tornare a casa con animo lieve.
Elena Ciuti

Università Insubria, circa 2 milioni di euro a progetto di bio-sicurezza

Il suo centro di studi Icis ha vinto un bando europeo

Nuovo prestigioso successo dell'Università dell'Insubria di Varese-Como. Il suo centro di studi Insubria Center on International Security (Icis) ha vinto un progetto europeo finanziato con 1.920.000 euro dallo United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute (Unicri).
Il progetto, intitolato “Knowledge development and transfer of best practice on bio-safety/bio-security/bio-risk management”, vuole promuovere lo sviluppo sostenibile della conoscenza su temi di bio-sicurezza e gestione del rischio biologico. Saranno coinvolte quattro aree geografiche: il Sud Est Asia, il Sud Est Europa, il Nord Africa e la Costa Atlantica Africana, oltre a un numero notevole di partner provenienti da diverse aree del mondo.
L’Icis è stato istituito nel 2007 ed è specializzato in ricerca, analisi e alta formazione sui temi della cooperazione e sicurezza globale e, in particolare, della non-proliferazione nucleare-biologica-chimica-radiologica. Dal 2009, grazie a un personale qualificato e multidisciplinare, ha vinto bandi finanziati da Commissione Europea, Ministero degli Affari Esteri e Nazioni Unite. In tutto, circa 4,5 milioni di euro. Tra gli altri figurano un programma di riqualificazione di scienziati iracheni per lo smantellamento degli impianti nucleari e il progetto “Libano” sulla gestione sostenibile delle risorse idriche nazionali.

Palude Brabbia, un gioiello naturale alle porte di Varese

Tra i monti e i laghi del Varesotto spicca una delle zone più preziose, a livello europeo, per biodiversità. É l’oasi della Palude Brabbia, situata nella porzione meridionale del lago di Varese tra Casale Litta, Cazzago Brabbia, Inarzo, Ternate e Varano Borghi. Dal 1983 è riconosciuta "riserva naturale" dalla Regione Lombardia e affidata alla Provincia di Varese, che, da vent'anni, la gestisce in convenzione con la Lipu.
Ogni anno sono oltre 10.000 le persone che, tra visite libere e iniziative organizzate, fanno un tuffo in un ambiente straordinario custodito da una ventina di volontari sotto la direzione della responsabile Barbara Ravasio.
Il successo quasi da record di vent'anni di impegno è stato celebrato il 19 febbraio a Villa Recalcati in occasione della presentazione del progetto Trans Insubria Bionet (Tib). Oltre Barbara Ravasio e l'assessore provinciale Luca Marsico, sono intervenuti i responsabili nazionali di Oasi Lipu, Ugo Faralli, e di volontari Lipu e progetto Tib, Massimo Soldarini.

VOLONTARIATO E SPECIE CENSITE
Nel 2012 l'oasi Brabbia ha visto 3415 tra scolari e visitatori partecipare a percorsi guidati, laboratori didattici per famiglie, corsi e giornate di educazione e sensibilizzazione ambientale. A suscitare l'interesse è certamente un ambiente unico ma anche la manutenzione sistematica di strutture e sentieri.
Annualmente il personale ridipinge i capanni di osservazione, sostituisce le assi delle passerelle, rimette a nuovo le schermature, taglia l'erba d'estate e rimuove piante morte o spezzate dal vento in inverno. In suo aiuto arrivano per oltre 1500 ore l'anno i volontari, che collaborano anche alla gestione - altrimenti impossibile - degli eventi e, soprattutto, al censimento ornitologico.
Il lavoro dei volontari ha - sempre nel 2012 - consentito di censire su transetto e in punti di ascolto 144 specie di uccelli meno comuni. Il campionario spazia dai rapaci (albanella minore, nibbio reale, smeriglio) agli anatidi (moretta, fistione turco, moriglione) e dai limicoli (cavaliere d’italia e pantana) ai passeriformi (luì verde e luì bianco, forapaglie comune e forapaglie macchiettato, bigiarella e sterpazzola). Alla vista degli osservatori non sono sfuggiti alcuni gruccioni, upupe e un gruppo di otto cicogne. La loro maggiore sorpresa rimane forse l'avvistamento, soprattutto in inverno, di continuamente numerosi picchi neri, una specie assente fino a pochi anni fa.

SOSTA IDEALE PER LE MIGRAZIONI
La palude rappresenta ancora un punto ideale di sosta durante la migrazione primaverile. Tra marzo e aprile si stagliano nell'aria le sagome di germano reale, alzavole, canapiglie, mestoloni, moretta tabaccata e pure di rapaci caratteristici della zona, come nibbio bruno, falco pescatore, falco di palude, albanella reale.
Nutrita anche la popolazione dei cormorani, quasi un migliaio secondo un censimento condotto in collaborazione con l’Università dell’Insubria. Animata pure la garzaia - il luogo di nidificazione di aironi e uccelli della loro famiglia - con le sue 100 coppie tra aironi cenerini e nitticore.

DECRESCONO LE RONDINI
Nella rassegna delle meraviglie alate non mancano, purtroppo in misura decrescente, l'airone rosso e il tarabusino. Le loro nidificazioni, nel migliore dei casi, si sono, per l'airone, spostate sul lago di Varese e, per il tarabusino, presente con 15/20 coppie fino agli anni ’90, sono quest’anno addirittura scomparse.
Un altro dato che fa riflettere viene dalla stazione ornitologica, introdotta per la prima volta nel 2012. Dal 21 agosto al 20 ottobre, su 1767 catture di 54 specie diverse, è emersa la scarsissima presenza di rondini. Questi meravigliosi messaggeri della primavera erano un tempo una specie molto comune con grossi dormitori nei canneti della palude in fase postriproduttiva e oggi invece sono quasi assenti. Per fortuna molti altri passeriformi sono stati catturati con contingenti simili a quelli degli scorsi anni e questo elemento conferma l’importanza della palude come sito di sosta durante le migrazioni. 

Sotto al titolo, Garzaia, foto di Armando Bottelli; in basso, Hottonia e Palude, foto di Armando Bottelli; Ninfee e Visione aerea, foto Archivio LIPU.

Film europei, a rischio un milione di ore

Negli istituti per la conservazione del patrimonio cinematografico stenta a diffondersi l'archiviazione digitale - Eccezioni esemplari solo Svezia e Regno Unito

Gran parte degli istituti europei per la conservazione del patrimonio cinematografico non si è ancora adeguata alla rivoluzione digitale e non è ancora in grado di conservare i film in formato digitale.
COME GIÀ PER I FILM MUTI
Una parte dei nostri film rischia di andare definitivamente persa e di non essere trasmessa alle generazioni future, come avvenuto per i film muti, di cui si è conservato solo il 10 per cento. Per problemi di formattazione e di interoperabilità anche i film risalenti agli inizi dell'era digitale rischiano di andare persi per sempre. È questo il quadro emergente da una relazione della Commissione europea di fine 2012.
Le nuove tecnologie consentirebbero di accedere a un milione di ore di film europei, attualmente chiusi in scatole negli archivi. Eppure, solo l'1,5 per cento del patrimonio cinematografico europeo è accessibile al pubblico, a pagamento o gratuitamente.
Neelle Kroes, vicepresidente della Commissione, ha dichiarato: «È ridicolo che nel XXI secolo il nostro patrimonio cinematografico non sia visibile. La cultura è il cuore dell'Europa e il cinema il cuore della cultura. È mia ferma intenzione fare in modo che questo patrimonio cinematografico sia disponibile online e nel 2013 presenterò una proposta per consentire agli Stati membri e ai settori interessati di unire le forze per realizzare questo obiettivo».
DIGITALIZZATO SOLO L'1,5 PER CENTO
Solo l'1,5 per cento del patrimonio cinematografico europeo è digitalizzato. La digitalizzazione è però il presupposto per l'accessibilità online. Senza di essa i cinefili continueranno a essere privati delle possibilità offerte dalla rete. Certo non per mancanza di interesse. Sulla piattaforma online "Europa Film Treasures" finanziata dall'Ue si sono registrati due milioni di visualizzazioni dal 2009.
La scarsità di finanziamenti pubblici e privati e la complessità delle procedure di gestione dei diritti (in termini sia di tempo sia di denaro) ostacolano attualmente la digitalizzazione. La Svezia e il Regno Unito sono invece considerate esemplari.

QUEL CHE DOVREBBERO FARE GLI STATI…
La Commissione ritiene che gli Stati membri dovrebbero includere il patrimonio cinematografico nelle loro strategie di digitalizzazione e nelle politiche in materia di archivi, il che consentirebbe, tra l'altro, di arricchire il catalogo dei film accessibili tramite il portale Europeana http://www.europeana.eu/portal/.
Occorre mettere a punto forme di finanziamento e tecniche di gestione collettiva innovative. Una strada potrebbe essere il potenziamento della ricerca nelle tecnologie di scansione delle pellicole di archivio, che consentirebbe di ridurre i costi di digitalizzazione. Inoltre occorre aumentare le risorse e migliorare le strutture e le competenze in materia di conservazione delle pellicole sia analogiche sia digitali.

…E QUEL CHE FA L'EUROPA
Il 16 novembre 2005 il Parlamento europeo e il Consiglio hanno adottato una raccomandazione relativa al patrimonio cinematografico. La prima relazione sull'attuazione della raccomandazione è stata pubblicata nell'agosto del 2008 e la seconda nel luglio 2010. La terza relazione del 2012 analizza le risposte degli Stati membri a un questionario inviato dalla Commissione.
Nel gennaio 2012 la Commissione ha pubblicato uno studio, realizzato da esperti indipendenti, sull'Agenda digitale per il patrimonio cinematografico europeo. Nell'ottobre 2011 la Commissione ha adottato la raccomandazione sulla digitalizzazione e l'accessibilità in rete dei materiali culturali e sulla conservazione digitale, riguardante tutto il patrimonio culturale europeo, a prescindere dal supporto, e quindi anche il patrimonio cinematografico.
Nel 2013 la Commissione avvierà, parallelamente, un dialogo con i settori interessati su alcuni problemi urgenti legati ai diritti d'autore, tra cui i problemi relativi alla conservazione e all'accessibilità online di opere del patrimonio cinematografico e valuterà se proporre nel 2014 misure legislative per modernizzare la direttiva 2001/2/CE sul diritto d'autore nella società dell'informazione, in particolare in materia di eccezioni e limitazioni. 

Milano, Panama «d'ogni poesia» mettono ali all'arte

Alla Galleria Quintocortile 40 cappelli vintage trasformati in sculture e messi all'asta a favore della LILT
LILT
Annalisa Mitrano, "Dimora della mente", plexiglas modellato, vetro, fili di ferro

E tutto finì a tarallucci e vino. No.
E tutto finì con un rinfresco. Neanche.
E tutto finì in gloria. Magari sì, però...
… soprattutto tutto finì con un gesto di speranza e di vicinanza.
E' quello che ha preso corpo in un gruppo di artiste e artisti – quaranta, per la precisione – grazie a chi l'idea l'ha proposta e sviluppata, Donatella Airoldi e Mavi Ferrando.
Le due artiste, anima e mente della galleria Quintocortile di Milano, come sovente nella scelta delle mostre che progettano hanno costruito un evento che raccoglie tanti aspetti, tanti stralci, tanti vissuti e creato una sintesi che, questa volta, sfocerà in un'asta. E, anche qui, non un'asta qualsiasi ma un'asta di sostegno all'Istituto Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori, Milano).
All'origine ci sono quaranta Cappelli Panama e Cappelline in paglia di Firenze degli anni ‘40 generosamente donati dall'artista Rosanna Veronesi, patrimonio raffinato e già di per sé evocativo, storico anche. Il Panama, che in verità è stato inventato in Ecuador ma ha preso denominazione da Panama, scalo commerciale dei capelli, nel suo percorso nel costume di più epoche, è stato l'amatissimo accompagnatore di personalità come il presidente degli Stati Uniti Roosevelt, che lo indossò all'inaugurazione proprio del Canale di Panama nel 1906, e lo scrittore Hemingway. Oggi si è aggiunto un riconoscimento universale, perchè l'Unesco ha dichiarato il Panama Patrimonio immateriale dell'Umanità.
Allora come portare in una mostra una così preziosa “rappresentazione”? Qui è nata la sintesi. I cappelli sono stati affidati ai quaranta artisti ai quali è stato chiesto di trasformarli in sculture, indossabili e anche acquistabili, perchè i ricavi vadano a favore della LILT-Nastro Rosa. Perfetta occasione per una esposizione così composita è stata l'imminente Settimana della moda. Dunque  martedì 19 febbraio, alle 18, verrà inaugurata la mostra "40 Cappelli ‘40” che proseguirà fino a giovedì 28 febbraio quando, alle 19, sarà battuta l’asta. «In questa mostra ci sono cappelli d’ogni poesia», dice Donatella Airoldi.
Espongono: Silvia Abbiezzi, Giovanni Bai, Giuliana Bellini, Luisa Bergamini, Adalberto Borioli, Maria Amalia Cangiano, Chiò, Silvia Cibaldi, Elena Ciuti, Mercedes Cuman, Albino De Francesco, Gretel Fehr, Mavi Ferrando, Anna Finetti, Barbara Gabotto, Ornella Garbin, Giacomo Guidetti, Jane Kennedy, Anna Lenti, Pino Lia, Ruggero Maggi, Nadia Magnabosco, Marilde Magni, Annalisa Mitrano, Patrizia Pompeo, Tiziana Priori, Antonella Prota Giurleo, Rossella Roli, Raffaele Romano, Serena Rossi, Sergio Sansevrino, Evelina Schatz, Roberto Sommariva, Anna Spagna, Armando Tinnirello, Armanda Verdirame, Rosanna Veronesi, Monika Wolf, Peppa Zampini.
Orari mostra: da martedì a venerdì dalle 17 alle 19. Catalogo in galleria in via Bligny 42. 
Ibis

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