Edizione n.6 di mercoledì 19 febbraio 2020

antifascismo

INTERVENTO - Legnano ricorda i deportati della retata nazifascista del '44 alla Franco Tosi

INTERVENTO - Era la mattina del 5 gennaio 1944. Da alcune settimane alla Franco Tosi di Legnano, grossa e antica fabbrica metalmeccanica produttrice di turbine, nella quale lavoravano oltre 5000 persone, c’era molto fermento. Era in corso un'importante trattativa per l'equiparazione dei salari a quelli di altri stabilimenti lombardi, per l'aumento della razione di pane e per la mensa. Dopo alterni momenti in cui sembrava che le trattative andassero in porto, la mattina del 5 gennaio gli operai della Franco Tosi si raccolsero nel corrile per parlare della loro lotta, e una volta saputo della totale chiusura della direzione aziendale, occuparono gli uffici dei dirigenti. Di questo venne immediatamente informato il generale delle SS Otto Zimmermann, cui era stata affidata la repressione degli scioperi nell’Alta Italia. Nel pomeriggio dello stesso giorno due camion pieni di SS varcarono il cancello della Franco Tosi. Nel piazzale centrale erano radunati migliaia di operai. Reparti fascisti si erano invece collocati all’esterno della fabbrica a presidiare gli ingressi.
Improvvisamente le SS scendono dai camion e puntano le mitragliatrici contro i manifestanti. Con un altoparlante ordinano ai lavoratori di ritornare in fabbrica. Nessuno si muove. Il comandante ordina il fuoco ma le raffiche fortunatamente non fanno né morti né feriti. Subito dopo scatta la caccia ai rappresentanti sindacali e ai più noti lavoratori antifascisti; i tedeschi sperano di mettere fine agli scioperi iniziati nel marzo dell’anno precedente. Vengono arrestati una sessantina di lavoratori e portati nel carcere di San Vittore. Nella notte reparti tedeschi e fascisti arrestano anche alcuni antifascisti legnanesi. Alla fine vengono trattenuti nove lavoratori, quasi tutti appartenenti alla Commissione Interna, che vengono mandati prima a Fossoli, poi a Mauthausen l’11 marzo ’44, dove vengono classificati come prigionieri politici. Sette di loro muoiono di fame, lavoro forzato e malattie, uno solo sopravvive.
Il 18 gennaio, come ogni anno ininterrottamente dal 1945, Legnano ha reso onore a Carlo Ciapparelli, Pericle Cima,  Alberto Giuliani. Carlo Grassi, Francesco Orsini, Angelo Santambrogio, Ernesto Luigi Venegoni, Antonio Vitali. E ovviamente sono stati ricordati anche Paolo Arturo Cattaneo e Natale Morandi che riuscirono a far ritorno a casa, e tutti i caduti della Franco Tosi che hanno partecipato alla lotta di Liberazione.
La cerimonia si è aperta con la fermata dei lavori, poi alle 9.30 le lavoratrici e i lavoratori della Tosi si sono radunati in reparto, dove hanno ascoltato i discorsi ufficiali. E' poi partito un corteo che ha attraversato le vie cittadine fino al cimitero, dove davanti alle tombe vuote dei deportati ha parlato il presidente dell'Anpi di Legnano Luigi Botta. A commemorare la memoria dei caduti, insieme a un rappresentante della Rsu, ad alcuni studenti e al sindaco di Legnano Alberto Centinaio, il segretario generale della Cgil Susanna Camusso in veste di oratore ufficiale.
Cgil Lombardia

Brinzio, l'Arma bicentenaria rende omaggio al generale Galvaligi, Partigiano Combattente

Quest’anno alla cerimonia hanno partecipato i più alti vertici dell’Istituzione
Brinzio, l'Arma bicentenaria rende omaggio al generale Galvaligi, Partigiano Combattente

Era nato a Solbiate Arno l’11 ottobre 1920, fu assassinato a Roma il 31 dicembre del 1980 dalle Brigate Rosse, riposa nel cimitero di Brinzio (Varese). A lui e alla sua famiglia l’Arma dei carabinieri e la comunità del piccolo centro dell’alto varesotto hanno rinnovato la riconoscente gratitudine per il suo sacrificio.
A Brinzio il generale di brigata Enrico Riziero Galvaligi, il 22 dicembre, è stato ricordato con una cerimonia esaltata, quest’anno, dalla ricorrenza del bicentenario della Benemerita. In terra varesina i più alti vertici dell’istituzione, in coincidenza con le celebrazioni dello storico anniversario, hanno voluto rendere omaggio ai decorati di medaglia d’oro al valor militare, valor civile, valore dell’arma dei carabinieri e al merito civile.
Nella chiesa dei santi Pietro e Paolo il comandante interregionale “Pastrengo”, generale di corpo d’armata Vincenzo Coppola, ha commemorato Galvaligi evidenziando non solo le doti di “fedeltà alle Istituzioni” e “spirito di sacrificio”, ma anche le gesta dell’ufficiale distintosi particolarmente anche durante l’occupazione nazista. Al termine della messa di suffragio ha consegnato un attestato simbolico di riconoscenza al figlio di Galvaligi, Paolo, che sulle orme del padre è anch’egli un ufficiale dei carabinieri.
Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il comandante della Legione Carabinieri “Lombardia”, generale di brigata Ciro D’Angelo, il comandante provinciale dei carabinieri di Varese, colonnello Alessandro de Angelis, e il sindaco di Brinzio, Sergio Vanini.
Sono poi seguite le celebrazioni di carattere militare e, a cura della sezione “Generale Galvaligi” dell’Associazione nazionale carabinieri di Brinzio, la deposizione di una corona d’alloro sul monumento realizzato il 1° dicembre 1982 dallo scultore Ernesto Ornati di fianco alla chiesa parrocchiale. Successivamente al cimitero è stato reso omaggio alla tomba di Galvaligi con una composizione floreale e gli onori militari da parte di un picchetto dei militari della Compagnia di Luino.
Il 14 maggio 1982 Galvaligi fu insignito di medaglia d’oro al valore civile alla memoria. 

PARTIGIANO COMBATTENTE NEL VARESOTTO
Chi era questo ufficiale “nemico” delle Brigate Rosse? Ecco alcune note tratte dalla scheda biografica diffusa dall’Arma:
«…Nell’ottobre del 1943, per essersi rifiutato di eseguire un ordine del comando tedesco di Gorizia, fu arrestato dai servizi di sicurezza germanici (SD) e rinchiuso nel carcere Coroneo di Trieste.
Nel febbraio del 1944 fu processato e condannato all’ergastolo, pena da scontare in Germania.
Riuscito a fuggire dalla detenzione, con alcuni commilitoni, raggiunse clandestinamente le montagne del varesotto, sua terra di origine, ove rimase alla macchia fino al 25 Aprile 1945, allorché riprese regolare servizio.
Durante tale periodo, ricercato dalla polizia tedesca, dalle brigate nere e dalla G.N.R., quale latitante, organizzò, assumendone il comando, una banda di partigiani che svolse continua attività di sabotaggio di apprestamenti militari e linee di comunicazione nella zona di Campo dei Fiori-confine svizzero di Ponte Tresa. Per tale attività fu insignito di una Croce al merito di guerra, del distintivo di Volontario della Libertà, della qualifica di Partigiano Combattente e di due campagne di guerra partigiana…».

Eccidio della Gera, la ferocia nazifascista contro 12 paladini della libertà

A Voldomino di Luino, settant’anni fa, la cascina della famiglia Garibaldi fu il centro della Resistenza dopo la battaglia del San Martino

Sono passati 70 anni da quel tragico 7 ottobre 1944, quando vennero catturati e barbaramente uccisi dodici partigiani della Formazione Lazzarini, che avevano stabilito il loro quartier generale in località Gera di Voldomino. E’ anche grazie al loro sacrificio che oggi possiamo godere di una riconquistata libertà.
RETE “BACCIAGALUPPI”
Voldomino, dopo la disfatta del S. Martino, divenne il centro della Resistenza nella nostra zona, soprattutto per merito della rete “Bacciagaluppi”, mediante la quale furono fatti espatriare, come sostiene lo storico Roger Absalon, circa 1843 prigionieri alleati. Franco Giannantoni, nel libro Varese come frontiera di libertà. Il salvataggio dei prigionieri di Mussolini dopo l’8 settembre 1943 e la “rete Bacciagaluppi”, sostiene che, nel periodo ottobre 1943–aprile 1945, circa 1020 prigionieri di guerra, di cui 754 britannici, 151 slavi e altri 115 prigionieri alleati, siano stati aiutati nel trasferimento in Svizzera.
I dati sono ricavati da formulari che venivano fatti compilare ai fuggiaschi e consegnati alle guide all’atto del passaggio della frontiera. Nella “rete Bacciagaluppi” inoltre si inserirono molti ebrei che utilizzarono gli stessi percorsi e le stesse persone.
DON FOLLI E SECONDO SASSI
Fu il parroco don Piero Folli, uomo di temperamento austero ma deciso, ad istituire a Voldomino un centro di assistenza, al servizio dei perseguitati dal regime nazi-fascista. «La sua casa, la sacrestia, l’oratorio, il vecchio asilo di Santa Liberata - scriveva don Giovanni Barbareschi, stretto collaboratore del cardinale Ildefonso Schuster - sono letteralmente invasi da centinaia di persone che vengono accolte, ospitate, rifocillate, aiutate ad espatriare».
Don Folli, che fu la punta di diamante del clero della provincia di Varese, venne però arrestato nel dicembre 1943 e condotto nel carcere di S. Vittore di Milano, insieme con Secondo Sassi, un attivista del PCI, primo sindaco di Germignaga dopo la Liberazione.
IL MARTIRIO DI ELVIO CAPELLI
In questo contesto si colloca la formazione Lazzarini, nella primavera del 1944, ospite della famiglia Garibaldi nell’attigua cascina della Gera.
I sogni di questi giovani partigiani si infransero però rovinosamente contro la ferocia dei loro aguzzini che ne decretarono la morte senza appello. Ad Elvio Coppelli, trucidato alle Bettole di Varese, furono addirittura strappati gli occhi prima dell’esecuzione. Rituali di una brutalità inqualificabile.
A questi eroi le amministrazioni comunali di Luino del dopoguerra intitolarono vie, a futura memoria.
Lassù, alla Gera, vive ancora Rosetta Garibaldi Merini, che, insieme alla mamma Maria, venne incarcerata per più di 40 giorni ai Miogni di Varese per presunta complicità con la formazione Lazzarini, rischiando una non improbabile fucilazione. A lei e ai famigliari la città ha il dovere di ribadire, ad alta voce, attraverso i suoi rappresentanti istituzionali, il suo grazie.
Emilio Rossi 

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