Edizione n.35 di mercoledì 28 ottobre 2020

Prima pagina

Cittiglio e Varese, cicogne in calo

Nei punti nascita dei due ospedali diminuiscono i parti di italiani e anche di stranieri

Si diradano le cicogne sui nidi del Varesotto, anche quelle di provenienza extracomunitaria. Tra il 2011 e il 2012 gli sbarchi nei due punti nascita dell’Azienda ospedaliera Fondazione Macchi di Varese sono diminuiti da 732 a 666 a Cittiglio e da 3372 a 3293 a Varese.
CITTIGLIO – Nell’ospedale “Causa Pia Luvini” di Cittiglio le cicogne azzurre continuano a superare quelle rosa; ma, al contrario di quanto registrato a Varese, diminuiscono le provenienze straniere.
Nel 2011 la neonatologia aveva visto venire alla luce 732 bambini tra maschi (380) e femmine (352) compresi 116 fiocchi stranieri. L’anno successivo la natalità è calata da 732 a 666 e la diminuzione ha interessato trasversalmente maschi (da 380 a 347), femmine (da 352 a 319) e stranieri (da 116 a 106).
Il passaggio dal vecchio al nuovo anno lascia sperare in un movimento sostenuto degli arrivi. La giornata di San Silvestro 2012 si è chiusa con l’arrivo di tre paffuti pargoli in altrettante famiglie di Travedona, Masciago Primo e Samarate. A Capodanno 2013 i botti hanno salutato anche la nascita di una bambina di Corrido (Como) e di un maschietto di Cassano Valcuvia.
VARESE – All’ospedale Del Ponte il traffico delle cicogne rimane sempre molto intenso, ma il numero dei parti accusa una flessione sensibile, che una altrettanto consistente impennata delle nascite straniere non è riuscita a compensare.
Nel 2012 i nati sono stati complessivamente 3293 (1672 maschi e 1621 femmine), meno rispetto ai 3372 dell’anno precedente (1758 maschi e 1614 femmine). A pesare è stato il calo degli italiani (2842 tra 1432 maschi e 1410 femmine), che ha penalizzato il pur notevole incremento degli stranieri (451 tra 240 maschi e 211 femmine). Nel 2011 le nascite di italiani erano state 2998 (1569 maschi e 1429 femmine) e quelle di stranieri 374 (189 maschi e 185 femmine).
Il 2012 si è chiuso con l’arrivo di due bambine di Viggiù e Tradate e un maschio di Varese. Il nuovo anno si è invece aperto con il sorriso di due maschietti di Jerago con Orago e di Malnate e una bambina di Carnago. 

Ritrovato a Ganna (Varese) un vecchio manoscritto liturgico di Rito ambrosiano

Un antico Antifonale riprodotto in un cd allegato a un volume dedicato ai monasteri fruttuariensi presenti nel Seprio
Prima pagina Antifonario Ganna

Un'altra scoperta di un vecchio manoscritto liturgico di Rito ambrosiano ritrovato, questa volta, nel museo della parrocchia di Ganna (Varese) e appartenuto alla vecchia Badia benedettina. E un'altra pubblicazione contenente un cd musicale registrato dal gruppo vocale "Antiqua laus", curata da Mauro Luoni e sostenuta da Provincia di Varese, Comune di Gavirate, Comunità Montana del Monte Piambello e Banca Popolare di Bergamo con i tipi di Pietro Macchione Editore.
In precedenza, un'analoga pubblicazione aveva riguardato un codice contenente la solenne liturgia cantata per la festività di S.Sebastiano esistente presso la parrocchia di Coarezza, frazione di Somma lombardo, la cui chiesa è dedicata al martire ricordato nel calendario liturgico il 20 gennaio. Allora, si era trattato di un testo tardo, risalente ai primi anni del XVIII secolo. Nel caso del manoscritto di Ganna, invece, per quanto l'attribuzione cronologica sia incerta, si tratta nondimeno di un testo composto in epoca tutt'al più rinascimentale, se non antecedente. La scrittura e la notazione musicale, infatti, sono in gotico tradizionale. Il supporto grafico è cartaceo ma l'antichità del reperto è tale da aver provocato il fenomeno della bucatura della carta medesima ad opera del vetriolo contenuto nell'inchiostro.

Restauro del manoscritto
Un restauro del manoscritto venne compiuto negli anni '60 del Novecento
per iniziativa del benedettino Padre Benigno M. Comolli, il quale vi dedicò anche un saggio pubblicato nel 1964 sulla Rivista della Società Storica Varesina e riprodotto nel libro insieme con altri scritti inediti. Ciò nonostante, è rimasta impressa nel rigo musicale l'ombreggiatura della notazione musicale presente sul verso di ciascun foglio, con la conseguente difficoltà di discernere i neumi effettivi da quelli presenti sul retro.
Per tale motivo, anche allo scopo di rendere più agevole l'apprendimento della liturgia musicale presente nell'Antifonale, a cura del gruppo vocale "Antiqua laus", il direttore - e maestro - Alessandro Riganti ha provveduto, con lavoro certosino, a ritrascrivere l'intera liturgia in notazione gregoriana moderna utilizzando un programma informatico ad hoc. La riproduzione in facsimile del vecchio Antifonario seguita dalla trascrizione ha restituito al pubblico di oggi un vecchio reperto liturgico-musicale altrimenti di non facile consultazione.

Monasteri di Ganna e Voltorre
In particolare - visto e considerato che il cenobio benedettino di Ganna apparteneva all'Abbazia di Fruttuaria fondata da S. Guglielmo da Volpiano, un nobile originario del Canavese che nell'XI secolo si fece propagatore in Europa della riforma cluniacense - il volume si compone anche di due capitoli scritti da Alfredo Lucioni, docente di Storia all'Università Cattolica di Milano, relativi rispettivamente alla storia dell'Ordo Fructuariensis e a quella degli insediamenti monastici presenti nel territorio del Seprio e aderenti a Fruttuaria: Ganna, Voltorre di Gavirate, Caronno Pertusella e Castiglione Olona (dove esisteva non un monastero ma una semplice cappella di proprietà di Fruttuaria, nel luogo dove poi sorse, per iniziativa del Cardinale Branda Castiglioni, la cosiddetta Chiesa d Villa).
Per i primi due monasteri - Voltorre e Ganna, cioè quelli di cui sono rimaste le vestigia architettoniche - sono stati scritti rispettivamente due capitali relativi agli aspetti storico-artistici a cura di Raffaella Ganna, docente di Storia dell'arte nella scuola superiore.
Un altro capitolo, scritto da Alessandro Riganti, si riferisce ad un'analisi musicale dell'Antifonario gannense e alla sua comparazione con altri manoscritti liturgici più o meno coevi, presenti in chiese site in territorio varesino (Arcisate, Castiglione Olona, Solbiate Arno, oltre che nel Museo Baroffio al Sacro Monte di Varese) per meglio comprendere e poter così meglio valutare l'interpretazione ritenuta più aderente, sotto il profilo filologico, nell'esecuzione musicale da trasfondere nel cd allegato al volume. Dell'Antifonale in questione è stata eseguita buona parte, in particolare: la Messa del S. Rosario, i Vespri e la Messa di S. Giovanni Battista e le Antifone Mariane.

Individuate sessanta "mascherine"
Nel corso di tale analisi dell'antifonario di Ganna è emerso un particolare già evidenziato del resto nel saggio di Padre Comolli: la presenza cioè, nei capilettera, di faccine anch'esse disegnate a mano e ritenute più tarde rispetto alla compilazione del manoscritto liturgico. Non si tratta di una novità. Era costume, tra gli amanuensi, ricorrere a tali espedienti forse per cercare un po' di svago nel rigore della vita monastica, forse per prendersi gioco di confratelli più meno simpatici. Di tali faccine (o mascherine, come le aveva definite Comolli) ne sono state individuate ben sessanta, tutte riprodotte, estrapolandole dal manoscritto, nelle ultime pagine del volume.

Singolarità di paleografia musicale
Un ultimo capitolo, scritto da Mauro Luoni, curatore dell'opera, si propone di sciogliere un interrogativo suscitato da alcuni studiosi che si erano occupati in anni passati di compiere una descrizione storico-artistica del chiostro di Voltorre: se cioè, i capitelli delle colonne possano avere un qualche significato di tipo musicale. Se, in altri termini, si tratti, per Voltorre come per altri casi individuati nell'arte romanica catalana, di "pietre che cantano".
Una circostanza curiosa: l'Antifonario di Ganna pur dovendo servire al servizio liturgico di un cenobio benedettino (dove si officia secondo il Rito Romano), riporta invece brani di liturgia cantata secondo il Rito Ambrosiano. E', questa, una particolarità che rende tale reperto qualcosa di molto singolare nella paleografia musicale. 

Lugano, nasce Fai Swiss, prima delegazione internazionale del Fai

Italia e Svizzera insieme per nuovi scambi culturali

Dà buoni frutti, utili alla salute culturale e alla crescita sociale, il Fondo Ambiente Italiano, che ora supera le frontiere di casa e si volge a missione anche internazionale. Come? Con la prima delegazione non italiana, che si chiama Fai Swiss e è fondazione di diritto svizzero, con sede al Museo delle Culture di Lugano. Suo scopo «sviluppare e consolidare i legami tra la cultura italiana e quella svizzera».
Si tratta – come sempre nelle ideazioni e intuizioni del Fai - di un progetto ad ampio respiro, proiettato nel futuro, che offrirà alla Svizzera e all’Italia un nuovo, stabile punto di riferimento culturale di livello internazionale.
Il Fai, nato dall’idea ispiratrice di Elena Croce, nipote del filosofo, opera in Italia dal 1975. Una fitta rete di volontari persegue da allora una missione sociale di protezione del paesaggio, di conservazione dei beni artistici e di diffusione culturale. Quando si dice “diffusione” non si deve pensare soltanto all'informazione, al trasferimento di nozioni e culture. Il Fai vuole di più, vuole penetrare nelle coscienze, rovesciare cattive abitudini, scuotere dai torpori. In Italia in questi anni di sua attività ha fatto e sollecitato molto, anche se il lavoro è lungo e con molti ostacoli da superare, per esempio certe impermeabilità dei politici.
La presenza Fai sul territorio elvetico avrà come obbiettivo non solo di accrescere a livello internazionale la conoscenza e la sensibilizzazione dei beni italiani, quali patrimonio universale dell’umanità, ma anche quello di contribuire alla promozione della cultura svizzera in Italia. L’interscambio culturale tra i due Paesi rappresenta così il fulcro dell’attività e la filosofia alla base di tutte le iniziative e le proposte culturali di Fai Swiss.
A garanzia di questa visione, la Fondazione si avvale della collaborazione di un importante protagonista della cultura svizzera, il Museo delle Culture di Lugano, il quale ospiterà la sede di Fai Swiss, in base ad un accordo sottoscritto con la Città di Lugano.
Nel programma si prevede inoltre l’affidamento della villa Fogazzaro a Oria di Valsolda, di proprietà del Fai, alla Fondazione Fai Swiss di Lugano.
Il progetto culturale, già attivo sul territorio da oltre un anno, ha ottenuto un buon riscontro di pubblico. Visti i successi, questa attività viene ora istituzionalizzata grazie alla costituzione della Fondazione Fai Swiss per diventare crocevia permanente di scambio, riflessione e di salvaguardia del territorio.  

Bernardino Luini a Luino nel 1975 e Tiepolo a villa Manin nel 1971, destini di due “grandi eventi” a distanza di quarant’anni

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Dopo due preludi, finalmente la sinfonia di colori di Tiepolo, svelata da Giuseppe Bergamini, Direttore del Museo diocesano e Gallerie del Tiepolo di Udine e co-curatore (Alberto Craievich) della mostra che s’inaugura il 15 dicembre prossimo a Villa Manin di Passariano.
I due preludi sono stati dedicati ad intessere ragionamenti sui legami tra i rispettivi luoghi (Luino-Udine), accomunati non tanto da un evento che negli anni settanta ebbe il coraggio di tentare un radicale mutamento della fisionomia culturale di società in profonda trasformazione (Luino con la mostra su Bernardino Luini nel 1975, Udine con quella del Tiepolo nel 1971, il cui discorso ora, a quarant'anni, viene ripreso e splendidamente ampliato), ma, più precisamente, come accade a tante, tutte le province italiane, dal legame profondo che si instaura tra un territorio e i propri personaggi d’elezione (lo ha ben detto Tiziana Zanetti nell’introdurre questa rubrica).
Quel legame, come esplicita questa monografica carrellata su Tiepolo, era destinato a produrre - ed è qui la forza della provincia italiana – un’eccezionale sintesi tra un serbatoio di tradizioni locali e la capacità di diffondere valori universalmente recepiti. Come Tiepolo, come Luini, come Piero Chiara. La provincia italiana, si direbbe con terminologia attuale, era (ed è ancora, come Udine dimostra non solo limitatamente a questo nuovo, grande evento) già per sua natura ad un tempo local e global, soprattutto laddove da sempre “terra di frontiera”. Come Udine, come Luino.

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Quarant'anni dopo
Mostra del Tiepolo a Villa Manin di Passariano
di Giuseppe Bergamini

Giambattista Tiepolo e villa Manin a Passariano. Si tratta di un binomio che evoca un evento straordinario: la mostra del 1971 realizzata in occasione dei duecento anni dalla morte del pittore e destinata a segnare il punto di svolta nella sua fortuna critica.
A distanza di tempo l’Azienda Speciale Villa Manin e la Regione Friuli Venezia Giulia realizzano in quella stessa sede, dal 15 dicembre 2012 al 7 aprile 2013, un’esposizione monografica in grado di attraversare la complessa parabola artistica del pittore: una mostra di grande impegno che, anche alla luce dei numerosi studi susseguitisi da allora, consente oggi una valutazione più ampia e approfondita dell’opera del Tiepolo.
Nella fastosa dimora dell’ultimo Doge di Venezia, la scenografica Villa Manin di Passariano, mirabile complesso architettonico sei settecentesco che per bellezza e vicende storiche riveste un ruolo di primaria importanza nel novero delle ville venete, dipinti sacri e profani provenienti da luoghi di culto così come da prestigiosi musei europei e americani, illustreranno il percorso artistico di Giovanni Battista Tiepolo (1696-1770) dalle prime esperienze fino alla tarda maturità, confermandolo pittore di prima grandezza. Tele, talvolta di eccezionale dimensione, affiancate dai bozzetti preparatori utili per la valutazione delle doti inventive e della capacità tecnica, dipinti deperiti nel tempo e restaurati per l’occasione, eleganti disegni, in una mostra di entusiasmante bellezza e alta scientificità, spettacolare ma nel contempo largamente didattica.
Tiepolo è senza dubbio il pittore veneziano più celebre del Settecento, l’instancabile realizzatore di imprese monumentali su tela o a fresco, vero e proprio detentore del monopolio nella decorazione tanto dei palazzi lagunari quanto delle ville di terraferma. Principi e sovrani di tutta Europa si contesero i suoi servigi.
La mostra ne documenta l’evoluzione stilistica, con l’individuazione di alcuni momenti chiave del rapporto del pittore con i suoi maggiori committenti e con gli intellettuali - come Scipione Maffei, Francesco Algarotti, i cugini Zanetti - che seguirono l’artista fin dagli esordi, influendo sulla sua formazione culturale. Impegnativi restauri promossi proprio in occasione della mostra permettono inoltre di accostarsi ad opere difficilmente visibili per la loro ubicazione o che hanno rischiato di essere compromesse da recenti, traumatici, avvenimenti.
La mostra ripercorre la lunga e fertile attività del maestro veneziano attraverso una sequenza di opere particolarmente significative, di soggetto sia sacro che profano, che testimoniano al meglio una casistica estremamente ampia di commissioni: soffitti allegorici, pale d’altare, decorazioni in villa.
Vengono esposti anche dipinti di straordinaria dimensione, poiché per esplicita dichiarazione dell’artista «Li pittori devono procurare di riuscire nelle opere grandi [...] quindi la mente del Pittore deve sempre tendere al Sublime, all’Eroico, alla Perfezione».
Anche se non possono ovviamente essere esposti in mostra gli straordinari affreschi che riempiono soffitti e pareti di ville e palazzi (si pensi soltanto ai giganteschi affreschi della Treppenhaus - tromba delle scale - e della Kaisersaal della Residenz di Würzburg, o della Sala del Trono del Palazzo Reale di Madrid), a testimoniare la veridicità della dichiarazione del Tiepolo trova spazio in mostra la pala del duomo di Este raffigurante Santa Tecla che intercede per la liberazione di Este dalla pestilenza, una tela di ben 675x390 centimetri, per l’occasione restaurata e provvista di un nuovo telaio. E’ una delle opere più significative del pittore, posta in opera nella vigilia di Natale del 1759 (anno in cui il pittore, insieme con il figlio Giandomenico, lavora nell’Oratorio della Purità di Udine) e costituisce una specie di enorme ex voto della cittadina euganea, devastata dalla peste nel 1630. La scena è divisa in due parti: in quella superiore un barbuto Padre Eterno che emerge da una fosca nuvolaglia dà ordine agli angeli di cacciare la pestilenza, in quella inferiore santa Tecla inginocchiata in preghiera assiste all’apparizione divina. In primo piano la scena, giustamente famosa, della bambina che si aggrappa disperata al corpo della madre morente. Sullo sfondo una straordinaria veduta della città di Este e delle lontane colline. Veduta che, per bellezza e veridicità, può ricordare quella che abbellisce la tela con la Visione di sant’Anna dipinta per la chiesa del convento di Santa Chiara di Cividale del Friuli (oggi l’opera è esposta nella Gemäldegalerie di Dresda), con la poetica visione del ponte sul Natisone, della chiesa e del convento di Santa Chiara e del Santuario di Castelmonte.
Nell’esposizione di Passariano il bozzetto preparatorio, conservato al Metropolitan Museum di New York, affianca il dipinto di Este, permettendo raffronti, introducendo il visitatore in modo coinvolgente nel magico mondo tiepolesco e svolgendo un’irripetibile funzione didattica.
Particolarmente piacevoli nella produzione tiepolesca sono i dipinti di contenuto storico o mitologico, nei quali il pittore sprigiona tutta la sua irruenta capacità espressiva, non limitandosi a visualizzare famose vicende del passato, ma indagando l’intima natura dei protagonisti facendone emergere passioni e individualità. Egualmente importanti e di grande impatto emotivo sono però anche i dipinti di destinazione chiesastica, che ricordano al visitatore come Tiepolo sia stato l’ultimo, ispirato, pittore di arte sacra della tradizione occidentale.
Sono trascorsi oltre quindici anni dalle manifestazioni per i trecento anni della nascita dell’artista (si pensi alle mostre di Venezia, New York, Parigi e Würzburg, solo per ricordare quelle più spettacolari); la mostra di Villa Manin di Passariano sarà di analogo impegno, e terrà conto dei numerosi studi che da allora hanno interessato l’opera del Tiepolo e che consentono oggi di avere un bagaglio di conoscenze ancora più ampio e complesso. Si fa riferimento soprattutto alla ricostruzione della sua attività giovanile; a inedite informazioni sulla biografia; alle originali interpretazioni iconologiche di alcuni importanti cicli ad affresco e alle novità sulla rete di committenze e amicizie.
Dal momento che si intende ripercorrere tutta la carriera artistica di Tiepolo, la mostra presenterà un taglio tradizionale, articolandosi in un percorso di tipo cronologico che inizia con i giovanili dipinti della chiesa dell’Ospedaletto di Venezia per concludersi con le opere della tarda maturità eseguite a Madrid, dove si recò con i figli negli anni Sessanta convinto di restarvi per un breve periodo e dove invece morì nel 1770.
Saranno esposti dipinti provenienti da prestigiosi musei (per citarne alcuni, il Museum of Fine Arts di Montreal, il Metropolitan Museum di New York, il Louvre, il Petit Palais di Parigi, la National Gallery di Londra, Ca’ Rezzonico di Venezia, l’Ermitage, il Prado, i musei di Budapest, Helsinki, Angers, Vicenza), oltre che da istituzioni pubbliche e da luoghi di culto.
In mostra saranno esposti anche numerosi disegni che coprono tutto l’arco cronologico dell’arte del maestro veneziano, “prime idee”, notazioni estemporanee (riflessioni personali che diventano anche ironiche e caricaturali), disegni finiti destinati alla vendita e progetti operativi, ovvero i bozzetti per la pittura più monumentale che Tiepolo realizzò ad olio e a fresco per i palazzi delle città più importanti d’Europa. Consistente il numero di disegni provenienti dal Civico Museo Sartorio che conserva una delle collezioni più cospicue di disegni di Giambattista Tiepolo, ben 254 pezzi. Altri provengono dal Museo Correr di Venezia e da musei italiani ed esteri.
I visitatori della mostra di Passariano avranno inoltre la possibilità di apprezzare ulteriormente la personalità del Tiepolo mediante la visita al Museo diocesano di Udine, che per l’occasione si è convenzionato con Villa Manin. A Udine, che a buon diritto può essere chiamata “Città del Tiepolo”, il pittore veneziano ha operato a lungo, affrescando la Cappella del Sacramento del duomo, dipingendo alcune pale d’altare (ora nel Museo Civico) per la chiesa di Santa Maria Maddalena dei Filippini (chiesa soppressa, abbattuta intorno al 1920, ubicata nel luogo su cui ora sorge il Palazzo delle Poste), operando nel Salone del Parlamento del Castello di Udine e nella chiesa della Purità, lavorando anche per alcuni nobili udinesi. Costituiscono il suo capolavoro, tuttavia, gli affreschi che condusse nel Palazzo Patriarcale (ora Arcivescovile) su commissione del patriarca di Aquileia Dionisio Delfino: giovane ma già promettente artista, il Tiepolo affrescò nel 1726 il soffitto dello scalone d’onore con La caduta degli angeli ribelli e con monocromi relativi a Storie della Genesi: fu l’inizio di un rapporto di collaborazione voluto dal patriarca e proseguito negli anni seguenti con gli affreschi della Galleria degli ospiti, della Sala Rossa e della Sala del trono.
Nella Galleria, luogo di attesa delle udienze, il Tiepolo, coadiuvato dal quadraturista Gerolamo Mengozzi Colonna, eseguì quello che viene ritenuto il più importante lavoro della sua giovinezza artistica, un ciclo di affreschi in cui compaiono le tre figure bibliche che secondo il patriarca rappresentavano a pieno titolo i primi patriarchi della storia: Abramo, Isacco e Giacobbe. Nell’accattivante, ricco di suggestioni, riquadro centrale con Rachele che nasconde gli idoli, il pittore ritrasse la moglie Cecilia Guardi nelle vesti di Rachele e se stesso come giovane con cappelluccio a righe blu e oro alle spalle del vecchio Labano al centro della composizione.
Il Tiepolo ritrasse se stesso e la moglie anche nel celebre dipinto raffigurante Apelle ritrae Campaspe alla presenza di Alessandro del Museum of Fine Arts di Montreal, dipinto che apre la spettacolare mostra di Passariano (qui in figura).

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1) Giambattista Tiepolo, Apelle ritrae Campaspe alla presenza di Alessandro (Montreal, Museum of fine Arts). Il celebre dipinto - con autoritratto di Tiepolo - apre la mostra di Villa Manin

2) Giambattista Tiepolo, Zefiro e Flora (Venezia, Ca' Rezzonico)

3) Giambattista Tiepolo, San Giacomo maggiore sottomette un moro (Budapest, Museo Nazionale)

** Delle due foto in basso appare un particolare. Cliccando sopra l'immagine diviene intera.

Varese, la lunga estate di specie migratrici

Alla Stazione Ornitologica della Palude Brabbia registrata la traversata tardiva di molte specie da Scandinavia e Siberia verso il Sahara

L’ottobre scorso è stato tra i più miti degli ultimi anni non solo nell’Italia settentrionale ma anche, come documentato dal Centro Geofisico Prealpino, in provincia di Varese. E l’insolita appendice estiva ha fatto sostare gli uccelli. L’abbondanza di insetti fuori stagione ha consentito loro di accumulare preziose riserve di energia prima di affrontare la traversata del Mar Mediterraneo e del deserto del Sahara.

Volo a tappe forzate
A metà ottobre la Lipu di Varese ha registrato il transito di specie migratrici quali la Cannaiola comune e il Pettazzurro, che di norma transitano per il Nord Italia non oltre la metà di settembre. «Si tratta, come ha spiegato Marco Gustin, responsabile settore Specie e Ricerca Lipu, di uccelli che ogni stagione autunnale viaggiano anche 10.000 chilometri per raggiungere l’Africa centrale e meridionale, provenendo fin dalla Scandinavia e dalla Siberia. Il loro è un volo a tappe forzate, una corsa contro il tempo e contro la stagione fredda che arriva».
Il dato è emerso alla Stazione Ornitologica della Riserva naturale Palude Brabbia, gestita dalla Lipu in convenzione con la Provincia di Varese. L’associazione ha studiato tra fine agosto e ottobre le migrazioni degli uccelli con la tecnica dell’inanellamento a scopo scientifico, finanziata dalla Provincia di Varese, e le sorprese non sono mancate.

Oltre 50 specie ed esemplari rari
Nel corso dei 60 giorni di osservazione sono stati catturati con le reti e poi marcati quasi 2.000 uccelli di ben 53 specie differenti. Le specie più comuni sono risultate la Cannaiola comune (212 esemplari), seguita dal Pettirosso (200) e dal Luì piccolo (136). Non sono mancate le rarità o comunque le specie non facilmente osservabili come il Forapaglie macchiettato, l’Averla maggiore e il Picchio rosso minore.
L’attività della Stazione Ornitologica si inserisce nel quadro più vasto, a livello europeo, di studio e monitoraggio delle migrazioni degli uccelli, che consente di seguire le specie migratrici nel corso del loro viaggio verso sud. Gli uccelli sono dei preziosi bioindicatori. Rispondono in tempi molto brevi ad alterazioni degli ecosistemi o del clima. Aggiunge Marco Gustin: «Monitorare come nel corso degli anni cambiano i tempi e le rotte delle migrazioni è un modo per scoprire “in diretta” come sta cambiando l’ambiente».
Al lavoro degli ornitologi si interessano adulti e anche le scolaresche. Finora le visite guidate hanno aiutato oltre 600 alunni delle scuole provinciali a scoprire uccelli fino a prima ignoti anche se abitanti del bosco dietro a casa, osservare i dettagli del piumaggio, apprendere i trucchi che la natura regala loro per orientarsi. «Raccontare le migrazioni affascina davvero tutti» afferma Barbara Ravasio, responsabile Lipu della Riserva naturale Palude Brabbia. 

Varese, installazione speciale nel Museo Tattile

A Varese, nella Villa Baragiola (via Caracciolo 46), si è aggiunto alla mostra del Museo Tattile Varese il nuovo percorso “Il Castello dei nomi dei suoni”.
Dall’8 dicembre 2012 fino al 13 gennaio 2013 non vedenti, ipovedenti e vedenti avranno possibilità di ampliare le proprie conoscenze del reale, della cultura e dell'arte attraverso un’istallazione speciale che ospita oggetti che potranno essere ascoltati, suonati e “nominati”.
Il progetto è stato sostenuto dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus ed è stato presentato da Livia Cornaggia e Dede Conti, rispettivamente presidente e responsabile stampa dell’Associazione Controluce e del Museo Tattile. 

Busto Arsizio, risplende l’armonia dell’organo Mascioni

Lo strumento della basilica di San Giovanni Battista è stato restaurato ad Azzio dalla società Mascioni che lo costruì un secolo fa

A Busto Arsizio il 6 dicembre è tornato a nuova vita l’organo Mascioni opera 310 presente nella basilica di San Giovanni Battista. Nel tradizionale Concerto di Natale l’organista Sergio Paolini ha inaugurato lo strumento realizzato nel 1912 da Vincenzo Mascioni e quest’anno sottoposto a un accurato restauro. I lavori sono durati da maggio a ottobre e sono stati finanziati da Fondazione Cariplo e Fondazione Comunitaria del Varesotto.
Oltre al nuovo prevosto monsignor Severino Pagani era presente anche l’ex parroco, ora vicario episcopale della zona pastorale di Varese, monsignor Franco Agnesi. È stato lui nel 2010 a dare il via al progetto di restauro, a trent’anni di distanza dall’ultimo intervento eseguito.
Nei laboratori di Azzio (Varese) la società Famiglia Vincenzo Mascioni Srl ha pulito interamente l’organo e ha scrupolosamente rivisto tutti i componenti (canne, valvole-membrane in pelle, consolle…), comprese le parti lignee. Il restauro è stato affiancato da alcune operazioni di ammodernamento, tra cui il rifacimento dell’intero impianto trasmissivo. Le vecchie trasmissioni elettromeccaniche sono state sostituite con nuovi circuiti a tecnologia elettronica e per l’alimentazione del sistema sono stati installati due raddrizzatori di corrente.

“La donna il lavoro il sogno”, il mondo femminile e la sua forza di trasformazione tra ottocento e novecento

“La donna il lavoro il sogno” è il titolo di un agile e colto volume contenente dodici saggi di autori vari che analizzano l’universo femminile da prospettive differenti e che insieme vanno a costituire l’immagine completa della donna nell’arco di tempo di circa un secolo, tra ottocento e novecento.
Il libro, curato da Enrico Grandesso e Carlo Toniato, presenta cinque capitoli che individuano gli ambiti d’azione, le interferenze, gli apporti, le innovazioni in cui la presenza della donna evidenzia la sua sapientia quale segno che si caratterizza per incisività e non raramente potenza propulsiva alla trasformazione.
Sulla scena del testo si presenta una serie di donne che costituisce l’universo femminile in quanto gli autori dei saggi esprimono tutti gli ambiti in cui la donna viene a trovarsi sia per condizione, sia per scelta di vita.
Il volume si apre con il saggio relativo di Emanuela Favero all’identità – "Dell’identità" – in cui l’autrice individua nel «parlar con l’anima» la caratteristica che connota l’essenza femminile, attribuendo a questo elemento anche la valenza della forza, che si materializza come espressione spogliata da componenti distruttive nella danza: linguaggio di sentimento, testimonianza della modalità femminile di comprendere e generare il mondo.
Due lunghi saggi sono dedicati a “Le coordinate giuridiche” analizzando l’evoluzione durante il secolo scorso della legislazione in rapporto alla tutela di parità, concetto che, qui si sottolinea, prescinde dalle differenze di genere e quindi «potrà in futuro valere anche a tutela del genere maschile, per cui della lotta per la parità fatta dalle donne beneficeranno anche gli uomini.»
Il corpo centrale di “La donna il lavoro il sogno” è occupato da una serie di saggi che presentano la figura femminile nell’ambito della letteratura, sia come ispiratrice di scrittori e poeti, sia come personalità che rivendica attraverso la scrittura un posto proprio e come donna, e come autrice, non dimenticando un aspetto cruciale che riguarda il ruolo dell’emotività nel campo professionale. A tale proposito il saggio di Marcello Bernacchia “Il fuoco che solo consuma: alcune riflessioni su genere e burnout” illustra l’investimento emotivo come fattore determinante nella qualità del lavoro.
Quattro saggi sono dedicati al sogno, alla facoltà onirica di progettare il mondo secondo il canone del sentimento o di quello più bruciante, divorante, della passione, entrambi dichiarazione della responsabilità di entrare nelle cose, così che affiori visibile la dignità del femminile.
Infine, accanto al saggio sull’ironia di cui le donne si dotano per sopravvivere in condizioni infelici, si pone quello sulla donna nell’arte dal Romanticismo fino ai giorni nostri: l’autrice, Barbara Codogno, dopo aver esaminato il femminile come ispiratore in pittura e scultura e come artista, esprime che «Sono i nuovi linguaggi del contemporaneo che permettono alla donna di lasciare liberi i suoi sogni e di manifestarli anche nell’accezione di denuncia verso quel linguaggio “artistico-politico” maschile che ha lungamente esercitato un potere castrante, coercitivo e violento sul genere femminile».
Tutti i saggi hanno il pregio di focalizzare incisivamente il senso e le conseguenze del rapporto che intercorre tra la donna e l’ambito in cui si trova ad agire da protagonista, e in cui porta la sua “sapientia” arcaica, mondo pressoché sconosciuto al maschile, tranne a quello che ha deciso di porre ascolto e attenzione alla complessità trasformativa dell’universo femminile.
Adriana Gloria Marigo

-----“La donna il lavoro il sogno” a cura di Enrico Grandesso e Carlo Toniato, Egon edizioni, pagg. 150, euro 15. 

Trapianti, il Nord Italia Trasplant compie 40 anni

In Lombardia si pratica circa un quarto degli interventi effettuati in Italia

A Milano, il 12 novembre, oltre 300 operatori hanno celebrato a Palazzo Lombardia i 40 anni del Nord Italia Transplant (NITp), l'organizzazione che coordina tutte le fasi dal prelievo al trapianto e consente di assegnare gli organi ai pazienti più compatibili o a quelli "difficili" (bambini, secondi trapianti, iperimmunizzati).
ORGANIZZAZIONE
Attualmente il NITp serve le regioni Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Veneto e la Provincia autonoma di Trento.
Al programma partecipano 129 Unità che procurano donatori, Unità di trapianto operative in Lombardia (21), Veneto (10), Liguria (2), Friuli Venezia Giulia (3), Marche (2), sei Coordinamenti regionali/provinciali, 1 Centro interregionale di riferimento (Cir), dieci banche regionali dei tessuti. Al 30 settembre 2012 sono stati utilizzati 9.175 donatori e sono stati effettuati 28.487 trapianti. La Regione Lombardia nel 1974 identificò l'Ospedale Policlinico come Centro regionale di riferimento per i prelievi e i trapianti di organi e, negli anni successivi, altre Regioni si unirono all'organizzazione.
TRAPIANTI IN LOMBARDIA
In Lombardia si pratica circa un quarto di tutti i trapianti che si effettuano in Italia. Dal 18 giugno 1972 al 30 settembre 2012 sono stati utilizzati 4.645 donatori.
I pazienti trapiantati nei Centri lombardi sono stati 15.799 (più della metà del totale degli interventi effettuati dalla rete NITp). In particolare, 8.065 sono stati trapiantati di rene, 2.879 di cuore, 3.735 di fegato, 454 di pancreas, 656 di polmone e 10 di intestino. I pazienti in lista nei Centri lombardi sono 1.965 (1.359 di rene, 248 di cuore, 169 di fegato, 89 di pancreas, 98 di polmone e 2 di intestino).
NUOVE TERAPIE
Ottima la sopravvivenza degli organi e dei pazienti trapiantati che, a cinque anni, è pari all'86 per cento per il trapianto di rene, 80 per cento per il cuore, 75 per cento per il fegato e 56 per cento per il polmone. Gli eccellenti risultati clinici, che oggi caratterizzano i trapianti, sono anche dovuti all'attenzione posta dagli operatori nel ricercare nuove strategie terapeutiche e intraprendere nuove strade per consentire il miglior uso degli organi.
Proprio in Lombardia hanno avuto inizio le attività di trapianto "split liver" (donazione di parte del fegato) e doppio rene (a Bergamo), nonché il prelievo di organi da donatore a cuore fermo (a Pavia). 

Germignaga, fratelli Simonetto, due tragedie in Russia, solo una traccia

(gi) Un brandello di metallo e poche parole leggibili: «5 Regg. 9 Comp. Idrici…Simonetto Luigi…». È tutto quello che alla famiglia Simonetto, domenica 4 novembre, Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, è ritornato di Luigi, il primo dei sette fratelli, che dal gennaio 1943 è scomparso nei gorghi dell’ignoto nella campagna dell’Armir.
Era nato il 15 febbraio 1921 ad Annone Veneto ed era stato arruolato nella 9ª Compagnia Idrici del 5° Reggimento Genio di stanza nei pressi di Trieste. Partito nell’aprile 1941 per la Russia, aveva scritto l’ultima volta alla famiglia nel dicembre 1942. Di suo fratello Ferruccio, ancora più giovane e pure lui travolto come fante dalla spedizione in Russia, non rimane neppure questa traccia. Finora almeno.
Il piastrino di Luigi Simonetto è stato ritrovato con circa altri duecento dall’alpino di Abbiategrasso Antonio Respighi nell’estate di tre anni fa a Miciurinsk ed è stato consegnato dal sindaco Enrico Prato alla famiglia con una targa durante una cerimonia in municipio. Molti germignaghesi si sono stretti con sentita partecipazione ai fratelli del geniere disperso Stella, Armando, Nico e Attilio, ai loro figli e ai nipoti, uno dei quali, Maurizio, ha letto la poesia di un alpino mai più “tornato a baita”. «Sono stati venti minuti di intensa emozione per tutti» ha commentato il sindaco Prato. 

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