Edizione n.26 di mercoledì 11 luglio 2018

Comuni

Maccagno, nato il nuovo Comune "Maccagno con Pino e Veddasca”

La sede del municipio

Martedì 21 gennaio è un giorno destinato a segnare la storia di una fascia dell'alto Varesotto. Il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato all’unanimità la nascita del comune di “Maccagno con Pino e Veddasca”, sancendo contemporaneamente la scomparsa di Maccagno, Pino Lago Maggiore e Veddasca.
Il processo di fusione, sottoposto a referendum il 1° dicembre 2013, ha così concluso il proprio iter e ora si aspetta solo la pubblicazione della legge sul Bollettino ufficiale della Regione. Il giorno dopo, la legge sarà in vigore a tutti gli effetti e il prefetto di Varese invierà un commissario che traghetterà il nuovo ente fino alle elezioni del 25 maggio prossimo.
Il comune di Maccagno con Pino e Veddasca, con i suoi 40,6 chilometri quadrati di superficie, sarà il secondo per estensione di tutta la provincia di Varese, dietro soltanto al capoluogo. Con due confini di Stato con la Svizzera (a Zenna e Indemini) sarà contermine al comune ticinese del Gambarogno, anch’esso frutto di un analogo processo nel 2010, che ha visto fondersi ben nove centri. 
Il nuovo comune dell’alto Varesotto, solo nel 1927, teneva insieme ben dieci diversi enti locali autonomi. Cinque formavano quello che sarebbe diventata Maccagno (Maccagno inferiore, Maccagno superiore, Garabiolo, Campagnano e Musignano), quattro diventarono comune di Veddasca (Cadero con Graglio, Armio, Lozzo e Biegno), mentre Pino Lago Maggiore fu sempre un’unica entità. Allora a procedere alla semplificazione ci pensò il regime fascista con un’imposizione dall’alto, oggi invece si è trattato di un processo democratico voluto direttamente dai cittadini. (Altre di Maccagno cliccando Sezione Valli Monti Laghi).

Fusioni tra comuni, in Lombardia referendum day

In Lombardia, presumibilmente tra fine novembre e i primi di dicembre, saranno nella stessa giornata celebrate le consultazioni popolari sulle fusioni dei piccoli comuni. L'11 giugno il Consiglio regionale ha approvato, a larghissima maggioranza, una risoluzione proposta dalla Commissione sul riordino delle autonomie. La Regione non ha alcun potere di sollecitare e imporre le procedura di unione ma – questa è l’intenzione del documento- dovrà agevolare le scelte decise e volute dai territori, «sostenendo un processo che parta dal basso e non calato dall’alto».
Al momento, al referendum day potrebbero essere interessati 62 piccoli comuni (quelli sotto 5.000 abitanti e quelli di montagna con meno di 3.000) che hanno avanzato 20 progetti di fusione pari a 130 mila cittadini coinvolti.
Per l’assessore Massimo Garavaglia, «i Comuni che decideranno di fondersi dovranno dimostrare di avere anche un progetto condiviso e non solo difficoltà economiche. Obiettivo resta sempre quello di garantire la migliore offerta di servizi ai cittadini».
«E’ uno strumento di tutela soprattutto per i Comuni sotto i 3000 abitanti e che garantisce il massimo coinvolgimento delle popolazioni interessate» ha sottolineato Carolina Toia (LN). «La risoluzione», ha detto Giuseppe Villani (PD), «favorisce e facilita decisioni che nascono dal basso. Riunire in un unico giorno i referendum serve soprattutto a dare garanzie affinché i Comuni siano pronti entro la prossima tornata elettorale».
Via libera anche a un ordine del giorno del Movimento Cinque stelle che invita la giunta, tra le altre cose, a fissare linee guida per supportare i Comuni «che manifestino l’intenzione di fondersi». 

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