Edizione n.7 di mercoledì 26 febbraio 2020

opere

Mostra di Bernardino Luini (Milano, palazzo Reale, dal 10 aprile). Inaugurazione, Questioni di famiglia

9 aprile, ore 19.30. Piacevole, e a tratti insolito, buonumore milanese: sarà l’effervescenza delle idee del Salone del mobile, che riempie la città; sarà la grande attesa per la mostra (dopo così tanti anni da quella luinese); o forse sarà il cielo azzurro, come azzurro sa essere il cielo di Lombardia quando i tempi delle stagioni vengono rispettati. E, in questa sospesa atmosfera ambrosiana, pare proprio rispettato l’annuncio di una tersa primavera; e, con questa, di quel palpitante istante in cui si sciolgono i nodi e le tensioni legate a una lunga riflessione storico-critica e a un’altrettanto lunga ed estenuante costruzione del ‘grande evento’.
Il tempo dell’attesa è finito. Entriamo.
Come da programma, questa visita è per noi solo l’occasione per farci un’idea non troppo impegnativa della rassegna. L’occhio, preavvertito, cerca nel contrasto tra il bianco e il grigio sfumato delle strutture che ospitano, rispettivamente, i lavori di Luini e quelli di tutti gli altri. Pregustiamo i lavori del ‘maestro’, tra riconoscimenti e novità di segno e di contenuto. Cerchiamo i suoi ‘compagni’ d’arte e di vita: Lotto, Bramantino, Solario; Leonardo, soprattutto, la cui ‘Scapigliata’ sarà lì in mostra, da Parma, solo fino al 4 maggio. Rivediamo emozionati le Ragazze al bagno in mostra nel ’75 a Luino (precisando, non solo per vantare una certa giovane età, che non le abbiamo ammirate durante l’evento luinese, ma alla Pinacoteca di Brera). Gustiamo con calma la Sala delle Cariatidi nella quale, tra ricchi apparati decorativi, specchi e finestre, va in scena per sommi capi, la parabola della bottega Luini. Felici del privilegio di essere ormai quasi soli davanti al ‘nostro’, tentiamo di registrare quel dialogo che le opere sembrano aver avviato con lo spazio circostante: un dialogo a tratti di accoglienza e di sincerità reciproca a tratti di raffinatissima e cortese sfida. Non dimenticando, come precisato anche dal direttore di Palazzo Reale, l’esistenza, sul fondo, di un legame ‘affettivo’ tra Luini e la sede che ora nuovamente lo ospita: qui le Ragazze al bagno fecero bella mostra di sé al mondo da quando furono strappate (sono un affresco) dai muri di villa Rabia a Sesto S.G., nei primi dell’800.
Ci dedicheremo, prestissimo, alla visita, quella impegnativa. Ora abbiamo un’idea più precisa di quello che ci aspetta: i Luini, padre e figli, l’Aurelio in particolare, “che si prende sulle spalle il compito di affrontare i demoni del Manierismo” oltre che il peso di una legittima quanto complicata eredità.
Al Luini eravamo già particolarmente affezionati ma ora sta proprio diventando una questione di famiglia.
(a proposito dei 140 caratteri: promessa non mantenuta, lo ammettiamo, senza troppi sensi di colpa. Basterebbero solo per ricordare che la mostra è aperta fino al 13 luglio e che tutte le informazioni sono sul sito www.mostraluini.it)
Federico Crimi e Tiziana Zanetti 

Luino, Palazzo Serbelloni, dal restauro all'Open gallery

Venerdì 14 marzo inaugurazione dell'esposizione di parte della quadreria di Palazzo Verbania e intitolazione della "sala rossa" a Piero Astini
Palazzo Serbelloni, sede del municipio di Luino

Dapprima sculture e quadri vari nella sala giunta. Poi una collezione di opere di Amleto Del Grosso nella sala consiliare e, sul pianerottolo, cimeli garibaldini. Ora una parte della quadreria di Palazzo Verbania sistemata alle pareti della scala, nei corridoi ritinteggiati del secondo piano e nel vestibolo del sindaco e un dipinto di Antonio da Tradate collocato nella sala rossa, dedicata all'ex sindaco Piero Astini.
Da occasionale deposito di testimonianze eterogenee Palazzo Serbelloni s'avvia, di lustro in lustro, a diventare galleria a soggetto della comunità luinese. A definire e ufficializzare il nuovo respiro dell'edificio, fresco del restauro delle facciate e prossimo - non appena ristorate le esauste casse comunali - al completamento dell'operazione anche all'interno, sarà, venerdì 14 marzo, alle ore 18, una duplice cerimonia. Sarà inaugurata la "open gallery" curata dallo storico dell’arte del territorio Federico Crimi e sarà intitolata la sala rossa a Pietro Astini con un profilo rievocativo affidato al docente dell'Università dell'Insubria Giuseppe Armocida.
Pietro Astini (Milano, 10 luglio 1927–Varese, 6 luglio 2005) arrivò sulla sponda luinese del Verbano il 30 settembre 1931 e vi rimase sino alla morte. Di professione medico di base, fu sindaco di Luino dal giugno 1993 all'ottobre 1995. Studioso di archeologia, arte, storia locale, fu presidente della Società Storica Varesina e Ispettore Onorario della Soprintendenza Archeologica di Milano. A lui si deve l'idea del Museo Civico di Luino, del quale sarebbe stato il primo Curatore a partire dall’inaugurazione del 1968.
In Sezione Cronaca di Luino, un approfondimento storico su opere e autori della open gallery e un'analisi tematica nell'intervento di Federico Crimi.

Palazzo Serbelloni, la Quadreria... ritrovata

Venerdì 14 marzo, alle 18,  in Palazzo Serbelloni verrà inaugurata la Open gallery con la quadreria e sarà intitolata la Sala rossa a Pietro Astini. Andando in Sezione Prima Pagina, l'itinerario che ha portato alla sistemazione della quadreria di Palazzo Serbelloni e le tappe della giornata.

S’iniziò nel 1968, con la fondazione del museo civico, grazie al recupero di due affreschi del ’500 (alla causa concorse Pietro Astini, motivo per l’intitolazione alla sua memoria della ‘sala rossa’ in municipio, il 14 marzo prossimo); si continuò con varie donazioni (alcune illustri: di Piero Chiara, di Amleto Del Grosso, ecc.); intervennero sporadicamente enti e privati con depositi temporanei. Infine, nel 1999, si mise mano alla catalogazione della collezione di opere in pittura e in scultura appartenente al comune di Luino.

DALLA RASTRELLIERA ALLA CATALOGAZIONE
Si pensava a qualche forma di rivitalizzazione. Non se ne fece nulla. Tutto rimase segregato in una rastrelliera all’ultimo piano di palazzo Verbania e confinato in un catalogo informatico, stilato secondo criteri scientifici, oggi finalmente consultabile in rete (lombardiabeniculturali.it) e sicura base orientativa per l’operazione che si è sperimentata in questi giorni: dare visibilità all’intera raccolta. La quale, è evidente a chiunque, non contempla né Tiepolo né Picasso e, se non fosse stato per il lascito di Chiara, neppure avrebbe incluso un solo pezzo di uno tra gli autori locali più noti: Giovanni Carnovali (un bozzetto a matita, ora non visibile perché assicurato ad un armadio blindato).
Del resto è scontato: se non si investe in acquisizioni, non si ha; e se un ente museale non opera sul territorio come credibile contenitore di memorie collettive (come si tentò agli esordi, con i meritori recuperi di affreschi), ancor meno si ottiene. Tuttavia qualcosa se ne può dire; e ciò soprattutto grazie alle note critiche accuratamente radunate da Chiara Gatti in occasione della catalogazione di cui si è detto. Per cui, entro quel materiale così apparentemente sporadico – vario per autori, ambiti, tecniche, soggetti, un po’ meno per cronologia, essendo pressoché tutto dedicato al ’900, anche inoltrato – è possibile stilare più di un itinerario di visita.
PRELUDIO DI VISITA
Quello ‘portante’ è servito per una distribuzione ragionata nel municipio. Esordio: le rampe di scale, dove si svolge un’antologia di interpretazioni sul paesaggio luinese, anticipata dalle variazioni in tema belle époque di Franco Rognoni (due grafiche concepite per le prime ‘giornate dei trasporti d’epoca’) e dalla nota xilografia acquerellata inglese del 1859, con S. Giuseppe e palazzo Crivelli, doverosa suite per dare rappresentatività alla sede dell’istituzione cittadina.
Seguono le macchie di colore di Giacomo Prevosto (opere ad olio degli anni sessanta), cromie accese che sono riprese, all’ultimo piano, in una carrellata inaugurata dalle ‘impressioni’ di Antime Parietti dedicate alle vele dell’AVAV sulla rada. In mezzo (seconda rampa) il tono si fa scuro: avanza la fabbrica e l’industriosità, l’indagine pittorica ‘sposa’ la poesia e, con Chiara e Sereni, indaga sui “poveri strumenti” che vincolano l’uomo “alla catena delle necessità”: i raggrumati impasti ad olio di Giancarlo Ossola (mesenzanese d’adozione al quale i due letterati hanno dedicato intense pagine critiche) danno vita, in un interno deserto che pare un laboratorio, a «presenze misteriose di oggetti e persone di un tempo, di oggi, del futuro, presenze che attendono il momento per manifestarsi» (Sereni); i graffiti, incisi a bulino sulla carta, del lavenese Marco Costantini scavano oltre gli idilli del paesaggio e puntano a quel «povero retroterra» (Chiara) dove si manifesta la precarietà del vivere quotidiano: baracche, depositi, tettoie.
CIMELI E OPERE
È questo il preludio allo sbarco principale del primo piano, dove è già collocato il restaurato cannoncino che si vuole garibaldino; qui, a rafforzare temi sociali e istituzionali, è ora in vista la spada della statua all’‘eroe dei due mondi’, sostituita nel 1968 da una più resistente e rimontata sullo sfondo di una bandiera tricolore, vecchia non sappiamo di quanto.
Dopodiché, poiché la sala consigliare è da tempo consacrata al corpus della donazione Del Grosso, è stato giocoforza pensare di dedicare i vestiboli adiacenti (davanti alla sala Astini e all’ufficio di segreteria del sindaco) ad altri pittori luinesi, per nascita o adozione, tutti o quasi classe 1910 e dintorni: Rognoni (suo, nella sala Astini, anche l’allegro bozzetto per il fregio dedicato agli Sport nella palestra delle scuole elementari), Vicenzo Ferrario e ancora Prevosto e, soprattutto, Gino Moro, con due pregevoli disegni parigini, retaggio dei soggiorni del milanese sul lago e di qualche mostra lui dedicata da noi, in attesa di una doverosa antologica.
Corona degnamente il certo più giovane Vanetti, con un olio di forza dedicato a Venezia. Dietro la porta dell’ufficio di segreteria occhieggia, invece, una Madre contadina di Innocente Salvini, preceduta da tre belle prove xilografiche di Franco Puxeddu. Da qui si accede all’ultima sezione, il vasto corridoio di distribuzione del palazzo settecentesco.
DAGLI HUSSY A PATANE'
Naturale che in questo ambiente fosse radunata un po’ di storia: ricollocati i ritratti del fondatore delle fabbriche Hussy (Rodolfo) e della consorte, lavori di fine ’800; contornato di interessanti incisioni metafisiche, tutte cosparse di strumenti musicali, opere degli anni quaranta di Marco Costantini, fa bella mostra di sé un grande olio monocromo con figura intera di Giuseppe Patanè, insigne direttore d’orchestra che scelse Dumenza come proprio buen retiro, dono della figlia Francesca.
Dalla musica all’arte e alla letteratura, sicché seguono: il medaglione in gesso di Giovanni Robbiati, modellato quanto si voleva ancora erigere un monumento a Bernardino Luini (1910 ca.), e preziose varianti dedicate al volto e al ricordo di Piero Chiara, l’una di Carlo Rapp.
Le si scoprano, sotto l’egida delle aeree vele colorate affrescate su tela da Valentino Vago (artista oggi assai richiesto in tutto il mondo), suggello di un itinerario che conta non pochi varesini (bella statuetta di Angelo Frattini in sala assessori, che invita a riscoprirne le tracce sul territorio: scuole elementari, Germignaga, al cimitero; bozzetto in gesso con ‘Chiara seduto al tavolino’ del malnatese Paolo Borghi, in sala Astini, giusto di fronte al modelletto in creta con il volto dello scrittore, lavoro di Francesco Messina) e una buona rappresentanza di scuola locale.
La necessità che ha fatto scattare l’operazione era di mero ordine pratico: ‘alleggerire’ Palazzo Verbania dei pezzi soggetti a possibile degrado. L’idea non è certo nuova; ma non perde di validità per la possibilità di associare momenti di approfondimento e di contemplazione entro spazi solitamente concepiti come sede di asettici uffici. Il miglior modo per celebrare l’ingente sforzo per il restauro conservativo degli esterni del palazzo, da poco concluso. Buona visita.
Federico Crimi

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