Edizione n. 29 di mercoledì 8 agosto 2018

archeologia

Castelseprio, giovani archeologi della Cattolica scavano alla Casa Longobarda

Al progetto parteciperà successivamente il Politecnico di Milano – Il finanziamento di 356mila euro viene da Provincia di Varese e Regione Lombardia
scavi Castelseprio

A Castelseprio (Varese), dal 4 luglio, trenta giovani archeologi della Cattolica di Milano lavorano allo scavo della Casa Longobarda all’interno del sito Unesco. Sono studenti della facoltà di Scienze dei beni culturali e della Scuola di specializzazione dei beni archeologici.
L’obiettivo è studiare la stratificazione e iniziare a indagare anche le parti esterne all’abitazione, oggi ancora coperte dal mistero e dalla terra.
L’intervento rientra nel più ampio progetto denominato “Tecnologie innovative per la gestione integrate e interventi di valorizzazione”, che prevede anche una serie di azione già portate a termine. Tra queste vi sono la realizzazione di una foto leader dell’area archeologica, che ha permesso di ottenere una più approfondita mappatura dell’intero complesso e il recupero e la riqualificazione delle aree boschive di pertinenza della Provincia.
Dopo il lavoro agli scavi, entrerà in azione il Politecnico di Milano, altro partner del progetto, che creerà un sistema informativo territoriale, la rielaborazione della foto leader già eseguita e la mappatura digitalizzata dell’intera area.
Quello che sta interessando la Casa longobarda non è il primo scavo e l’ultimo risale ormai agli anni Ottanta. Ora gli studenti, sotto la direzione scientifica dei docenti Silvia Lusuardi Siena, Marco Sannazzaro e Caterina Giostra, lavoreranno sul restauro delle mura e delle pertinenze già riportate alla luce, indagheranno le aree non scavate attorno alla casa ed elaboreranno un nuovo studio stratigrafico.
Il progetto è stato avviato qualche anno fa e prevede un investimento di 252 mila euro. È stato finanziato, oltre che da Provincia di Varese con bando per siti Unesco, anche da Regione Lombardia per un importo di 104 mila euro. 

Quando il “Vento divino” salvò il Giappone dall’invasione cinese

A Milano, dal 3 marzo all’1 aprile 2017, mostra fotografica sulla spedizione archeologica che ha riportato alla luce la flotta perduta dell’imperatore cinese Kubilai Khan, nipote di Gengis
“La flotta perduta di Kubilai Khan”

Nel 1281 l’Imperatore della Cina Kubilai Khan, nipote del più noto Gengis, tentò di invadere il Giappone, ma la gigantesca flotta di circa mille imbarcazioni e quarantamila uomini naufragò. Un improvviso e violentissimo tifone la fece affondare insieme ai sogni di conquista di Kubilai. I giapponesi considerarono provvidenziale la terribile tempesta e la ribattezzarono kamikaze, “Vento divino”.
Dopo sette secoli la maestosa flotta agli ordini di Kubilai Kahn è stata riportata alla luce nelle acque dell’isola di Takashima, regione del Kyushu, nel sud del Giappone.
UNO DEI DIECI GRANDI MISTERI DELL’ARCHEOLOGIA
Una spedizione archeologica, finanziata e sostenuta dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, ha svelato quello che era considerato uno dei dieci grandi misteri dell’archeologia. A dirigerla erano, per parte italiana, il suo ideatore Daniele Petrella, presidente dell’International Research Institute for Archaeology and Ethnology (Iriae), e, per parte giapponese, il presidente dell’Asian Research Institute for Underwater Archaeology (Ariua), Hayashida Kenz.
Il successo ha fatto acquisire, nel 2014, a Daniele Petrella e all’Iriae il Premio Rotondi “Salvatori dell’Arte” nel Mondo.
SETTE ANNI DI RICERCHE
Sull’impresa la Fondazione Luciana Matalon di Milano (Foro Buonaparte, 67) ha realizzato, in collaborazione con l’Iriae, la mostra “La flotta perduta di Kubilai Khan”. In 36 grandi fotografie dei giornalisti e fotografi Marco Merola e David Hogsholt si potranno vedere, dal 3 marzo all’1 aprile 2017, i momenti più suggestivi di scavo subacqueo, recupero dei materiali e vita della missione durante le ricerche.
Insieme alle stampe sarà presentato un filmato montato da Fabio Branno, Cinemax Studio. È un viaggio nel Giappone profondo, che mostra l'area della spedizione e, soprattutto, fa rivivere le emozioni degli archeologi nei sette anni di attività sul campo.
EVENTI COLLATERALI
All’esposizione saranno affiancati anche particolari approfondimenti.
Giovedì 9 marzo (ore 19) il giornalista e fotografo Marco Merola terrà una conferenza su "Live from Takashima. Mille e una storie dal Giappone profondo, inseguendo il mito di Kubilai".
Seguirà, giovedì 16 marzo (sempre ore 19), una conferenza di Daniele Petrella su "Kubilai e la sua armata, dal mito alla storia grazie agli archeologi italiani".
APERTURA
La mostra sarà aperta da martedì a domenica (ore 10–19); lunedì chiuso. Biglietti: intero, euro 3+euro 2 di tessera associativa Amici della Fondazione Luciana Matalon; ridotto, euro 1+euro 2 di tessera (over 65, disabili, bambini 7-12 anni, gruppi e scolaresche di minimo 15 persone); gratuito: under 6.
Info: Fondazione Luciana Matalon Foro Buonaparte 67, Milano (tel.+02.87.87.81; 02.45.47.08.85). 

Varese, nella “bottega” di Pashed, l'artista del faraone

Mostra sull'antico Egitto al Museo Castiglioni dal 3 ottobre 2015 al 14 febbraio 2016
PASHED_POSTER mostra

La camera funeraria di una delle tombe più belle e decorate della necropoli di Luxor. È stata ricostruita in scala naturale da Gianni Moro ed è il pezzo forte della mostra "Pashed, l'artista del faraone", aperta dal 3 ottobre 2015 fino al 14 febbraio 2016 nel Museo Castiglioni di Varese.
L'onnipresenza del giallo dorato all'interno della cripta è stata attribuita alla volontà di richiamare l'immagine del metallo, prezioso e imperituro, che avrebbe avuto il compito di garantire l'integrità e l'eternità alle mummie dei defunti. «Questa spettacolare opera – spiega Marco Castiglioni, curatore Museo - si propone di suscitare nei visitatori la stessa meraviglia che prova chi ha l'opportunità di ammirare in Egitto la vera tomba di Pashed».
Il percorso espositivo è arricchito da reperti provenienti da collezioni private e da numerose sezioni parietali di altre importanti tombe della Valle dei Nobili ricostruite fin nei minimi particolari con una tecnica innovativa. L'agricoltura e la viticoltura  sono anch'esse ben rappresentate e completate con la ricostruzione di un torchio per la vinificazione dell'epoca di Ramesse II. Inoltre la sala dedicata all'antica scrittura geroglifica sarà integrata da opere contemporanee di Luciano Dall'Acqua, che ha dedicato alla lunga stagione dell'arte egizia sculture in vetro unite a dipinti e incisioni.
VALLE DEI RE
L’esposizione arriva a Varese dopo il successo ottenuto in altri importanti musei e porterà il visitatore sulla sponda ovest del Nilo. In una valle vicino a Tebe (oggi Luxor), nel villaggio di Deir el-Medina, abitava una comunità artigiana che lavorò per volere dei faraoni del Nuovo Regno (1500-1050 a.C.) alla realizzazione delle tombe della Valle dei Re e della Valle delle Regine.
Il Museo Castiglioni sorge nella dépendance di Villa Toeplitz (viale Vico 46) ed è frutto della donazione di migliaia di reperti etnologici e archeologici fatta dai fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni al Comune di Varese.
La mostra è stata sostenuta da Rotary Club Varese-Verbano, Associazione UNI3Varese, Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus e si avvale della consulenza di studiosi di primo piano nel campo dell'egittologia, come Alessandro Roccati (Accademia delle Scienze di Torino) ed Emanuele Ciampini (Ca' Foscari di Venezia), e archeologi come Paola Zanovello (Università di Padova). 

Sede e info: Dépendance Parco pubblico di Villa Toeplitz, viale Vico 45, Varese. Tel. 0332/1692429 o 33496877111. Orari: giovedì, venerdì, sabato e domenica dalle 10 alle 19; biglietti: intero 7 euro, ridotto 5, visite guidate 5.

Varese, riapre il Museo Castiglioni

A Villa Toeplitz raccolti straordinari reperti e documentazioni sulle civiltà preistoriche e popolazioni africane, le miniere dell’oro e un misterioso minerale di origine celeste

Una “sala dei graffiti” molto più ampia e meglio illuminata. La “sala egizia” completamente ripensata e arricchita e la “sala Tuareg” radicalmente rimodernata. E poi un nuovo ingresso, il bookshop, una funzionale sala audiovisivi e altre novità esaltano l’attrattività del Museo Etnografico Castiglioni, che dal 20 giugno è stato riaperto a Villa Toeplitz (via G.B.Vico 46).
L’esposizione è stata profondamente rinnovata e ampliata grazie al contributo di Regione Lombardia, Comune di Varese e associazione Conoscere Varese, che da alcuni mesi ha avuto in gestione il museo. L’apparato didascalico e iconografico è stato aggiornarlo alla luce di recenti studi e testi e didascalie sono stati tradotti in inglese per facilitare la visita ai turisti stranieri. Un sito internet offre ora approfondite informazioni sui più importanti studi effettuati dai fratelli Castiglioni e, concepito con i più recenti criteri, è integrato coi principali social network e predisposto per divenire, nel prossimo futuro, la piattaforma per le visite guidate.

ORIGINE DEL MUSEO
Il museo, inserito nel sistema culturale “VareseMusei”, è nato dalla donazione di migliaia di reperti effettuata da Alfredo e Angelo Castiglioni al Comune di Varese.
Per sessanta anni i gemelli Castiglioni hanno condotto missioni di ricerca e documentazione etnologica e archeologica soprattutto in Africa. In questo lungo periodo hanno avvicinato numerosi gruppi etnici, tecnologicamente arretrati, come le popolazioni paleonegritiche del Nord Cameroun (Matakam, Mofou, Kapsiki ecc, e i Sombas dei monti Atakora del Togo), presso i quali soggiornarono a lungo nel lontano 1959, le popolazioni nilotiche dell’alto Nilo Bianco (Mundari, Dinka, Nuer, ecc) e le popolazioni di foresta (i pigmei del Gabon, gli Ewe’ e i Fon stanziati nell’area equatoriale del Golfo di Guinea).
Reperti e documentazioni foto-cinematografiche ormai irrepetibili permettono ai visitatori di immergersi in uno mondo lontano e scomparso.

AMBIENTI E “QUADRI” STRAORDINARI
Un affascinante unicum è la tenda tuareg, ricostruita con decine di pelli di capretto, sapientemente cucite e ammorbidite con grasso e dipinte di ocra rossa. Racchiude tutti gli oggetti della vita quotidiana di questo famoso e, in parte, ancora misterioso popolo del deserto, nonché i loro utensili, le loro armi, i giacigli, le sacche di pelle decorate, la gioielleria in argento.
Altro incanto suscitano i graffiti dei fiumi di pietra, “una straordinaria pinacoteca all’aperto di arte preistorica”. I graffiti rupestri dell’uadi Bergiug, in Libia, sono stati rintracciati negli alvei di antichi fiumi ora dissecati (“i fiumi di pietra”, per l’appunto) sulle cui pareti popolazioni preistoriche hanno lasciato tracce del loro passaggio e della loro attività.
Elefanti, rinoceronti, ippopotami, giraffe, antilopi, bovini e tutta la “grande fauna selvaggia” sono rappresentati in un ambiente desertico. Nel museo sono esposti 21 calchi di scene di caccia e trappole per la cattura di grandi animali. Si tratta di riproduzioni perfette degli originali - “quadri” unici che solo Varese possiede - ottenute dai fratelli utilizzando una apposita resina epossidica, messa a punto dalla Ciba.

LA CITTÀ DI BERENICE PANCRISIA
Il 12 febbraio 1989 l’équipe Castiglioni ritrovò la dimenticata città di Berenice Pancrisia, nel deserto nubiano sudanese, la città “tutta d’oro” menzionata da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia di cui si era persa l’ubicazione. Un ritrovamento che l’Accademico di Francia Jean Vercoutter annoverò «tra le grandi scoperte dell’archeologia».
I due ricercatori hanno documentato decine di insediamenti minerari abbandonati, compresi in uno spazio temporale dall’Egitto faraonico al periodo medievale arabo. Un mondo legato all’estrazione dell’oro dove erano ancora visibili i ruderi dei sommari ricoveri dei minatori e gli utensili litici (macine, pestelli. incudini) utilizzati per frantumare il quarzo aurifero e polverizzarlo poi con le macine a rotazione per ottenere una polvere sottile, «come farina» (ci informa Diodoro Siculo), che veniva successivamente lavata su piani inclinati per liberare le minute particelle d’oro. Un lavoro disumano che fece scrivere a Diodoro Siculo che «l’unica speranza dei condannati alle miniere era in una rapida morte1.
Nel museo troviamo alcune macine e gli altri semplici utensili litici necessari all’estrazione dell’oro. Per meglio comprendere l'asprezza del lavoro legato alla sua produzione, nel Museo sono esposti quaranta chili di quarzo aurifero dal quale, se venissero effettuate le fasi di frantumazione, polverizzazione, lavaggio della polvere, si otterrebbero giusto le pagliuzze d’oro messe in mostra.
La ricerca dei fratelli Castiglioni nel deserto nubiano si è protratta per qualche decennio e ha permesso di riscoprire le antiche piste dell’oro, della penetrazione militare egizia diretta alla conquista della Nubia e le più recenti piste dei pellegrini islamici attraverso il deserto diretti ai porti d’imbarco sul Mar Rosso.

LE MINIERE DI CLEOPATRA E LA MISTERIOSA SILICA GLASS
Accanto all’oro le ricerche del team Castiglioni hanno portato anche al ritrovamento delle antiche e dimenticate miniere di smeraldi, in Egitto, impropriamente chiamate le miniere di Cleopatra, e permesso di documentare le antiche zone di estrazione della selce che scheggiata in taglienti lamine veniva inserite in falci di legno (due “copie” si trovano nel Museo, opera di Gianni Moro di Oderzo), utensili agricoli ampiamente usati nell’Egitto faraonico per mietere i cereali.
A Villa Toeplitz sono esposti anche alcuni pezzi di Silica Glass, il misterioso minerale risalente a trenta milioni di anni fa che, sembra, sia stato prodotto da un corpo celeste. Un minerale conosciuto anche nell’Egitto faraonico e che troviamo inserito al centro di un pettorale di Tutankhamon, tagliato a forma di “keper” lo scarabeo stercorario simbolo di rinascita (che si riteneva fosse di calcedonio) e che recenti analisi hanno stabilito trattarsi di Silica Glass. 

Casciago, 200 alunni adottano la "Ghiacciaia" della scuola

Alla storia delle "nevere" saranno dedicati studi e ricerche durante tutto l'anno scolastico

A Casciago (Varese), il 20 novembre, i 200 alunni delle scuole S. Agostino e Villa Valerio hanno adottato la “Ghiacciaia” che si trova nel loro edificio e scoperto una targa a memoria dell’impegno assunto. A rimuovere il drappo, per conto di tutti i giovani studenti, sono stati l’alunna più piccola della scuola elementare, Laura, e l’alunno più grande delle medie, Alexander. Erano presenti anche il sindaco di Casciago Beniamino Maroni e il dirigente scolastico Antonio Antonellis.
La cerimonia ha concluso due giorni - il 19 e il 20 - dedicati dall’intera scuola alle lezioni didattiche tenute da Lucina Caramella, presidente del comitato promotore Club Unesco di Biandronno nel Seprio, sul tema: “Non solo ghiaccio... natura, ambiente e architettura: le ghiacciaie”. La speciale adozione è stata promossa nell'ambito della Settimana Unesco di Educazione allo sviluppo sostenibile (18-24 novembre 2013), sostenuta dalla Commissione nazionale italiana per l’Unesco e dedicata, quest’anno, al tema “I paesaggi della bellezza: dalla valorizzazione alla creatività”.
Le “ghiacciaie” o “nevere” sono particolari manufatti assegnabili alle forme dell’architettura spontanea e destinate, prima dell’avvento dei moderni frigoriferi, alla conservazione annuale di ghiaccio e neve sia per conservare gli alimenti sia per scopi terapeutici. Nel territorio varesino se ne contano ancora in buon numero e il loro patrimonio di “cosa” e “come” si faceva una volta merita di essere salvaguardato e riutilizzato nel rispetto delle loro peculiarità.
Il tema delle ghiacciaie è stato proposto e curato dal Club Unesco di Biandronno nel Seprio e sarà sviluppato nel corso dell’anno scolastico sotto la guida dei 20 docenti. Alla sua realizzazione parteciperanno l’Archivio di Stato di Varese, il Club Foto Click di Carbonate e le associazioni dei genitori delle due scuole con il sostegno della Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus e del Centro di studi preistorici e archeologici di Varese.

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