Edizione n.11 di mercoledì 25 marzo 2020

Cultura

Piazza Scala, al maestro Abbado l'ultimo saluto della Milano democratica nel Giorno della memoria

Piazza Scala per Abbado 27 gennaio 2014

Lunedì 27 gennaio, in un tardo pomeriggio molto milanese - freddo ma non freddissimo, umido ma sopportabilmente -, molto milanese non solo per le temperature ma anche perché la popolazione - dai luoghi comuni spesso dipinta tiepida se non freddina, frettolosa, quasi distratta nel suo essere gran produttrice di lavoro - ha fatto quello che sempre ha fatto nei tempi storici della sua anima, s'è raccolta. Chi poteva, fisicamente; col sentimento, un'altra infinità. Migliaia di persone – si dice più di ottomila – sono accorse nella piazza icona di Milano, davanti al Teatro alla Scala, le strade del centro chiuse al traffico.
Milano, e con lei l'Italia, qui davano il loro saluto al maestro Claudio Abbado, scomparso il 20 gennaio. A teatro vuoto e porte aperte, come vuole la tradizione scaligera nei confronti dei suoi direttori musicali. In modo che la musica che non conosce confini ed è di tutti su tutti fluisca, senza discriminazioni.

La piazza ha indossato il suo colore d'imbrunire invernale e qualcosa di più, una rete di fili simbolici intrecciati stretti stretti in sentimento di unità e appartenenza. Perché il 27 gennaio è anche il Giorno della Memoria, in cui si ricordano le vittime della Shoah e la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Abbado, uomo di libertà e democrazia, si è spento a Bologna, città profondamente antifascista. A dirigere la Filarmonica nella Marcia funebre dalla terza Sinfonia "Eroica" di Beethoven era quel prodigioso Daniel Barenboim, di origini ebraiche, capace di creare una orchestra-mito, la West-Eastern Divan Orchestra, interamente composta da musicisti arabi e israeliani. Al di là di confini, muri, fili spinati.
«Abbado, per sempre», ha scritto sul suo sito il Teatro alla Scala, e poi: «Claudio Abbado ci ha lasciati. Ma alla Scala resterà per sempre. Questo è il suo Teatro: il luogo in cui rimane, concreto e tangibile, il segno del direttore senza confini, del musicista senza preconcetti, dell’uomo di teatro pronto a rischiare, dell’uomo di pensiero aperto al mondo». Tangibile segno.
Nella stessa giornata, e nei giorni precedenti, ex deportati, i coraggiosi Testimoni della Memoria - si chiamano Sami Modiano, Piero Terracina, Stella Levi, Lello Di Segni, Rosa Hannan, Nedo Fiano... - hanno percorso vie, rivisitato testimonianze, incontrato scolaresche, accompagnato persone di ogni ceto ed età perché vedessero di quanto orrore si sono nutriti nazismo e fascismo. Anche loro, i Testimoni della Memoria, sono "tangibile segno". Ogni volta che ricominciano a spiegare rivivono quei lutti, la privazione, la morte, indossano il colore d'imbrunire invernale sul quale però ora non c'è più quello della solitudine.
Elena Ciuti

Le esequie di Franca Rame: un’inutile polemica

Avendo partecipato al funerale di Franca, moglie di mio cugino Dario Fo, ho trovato fuori luogo le polemiche apparse su taluna stampa e nella rappresentazione parziale che ne hanno fornito alcuni media, come se si fossero trattate, più che di esequie, di una sorta di rigurgito di una manifestazione anni ’70. Ma occorre comprendere la rabbia di chi non riesce a tirare avanti e trovò un tempo in Dario e Franca, e oggi forse in Grillo, qualcosa di diverso dalla burocrazia di una certa sinistra istituzionale o della solita variegata e camaleontica casta dominante, nei suoi mutevoli travestimenti, che promette e poi non mantiene, o perlomeno "mantiene se stessa" a spese del Paese.
Volontà di Franca
Certo noi stessi parenti stretti, percorrendo a piedi il corteo, ci sentivamo forse anche un po’ a disagio, per i cori intonati (mentre alcuni milanesi del centro chiudevano le persiane), gli striscioni e gli slogan di chi a proprio modo ha voluto rendere omaggio a quella che considerava una sorta di simbolo, una ‘Madre Coraggio’ sempre schierata sinceramente per la lotta contro l’arroganza dei poteri (e che ha pagato cara e di persona, con lo stupro da parte dei fascisti nel ’73, le continue minacce, il telefono sotto controllo, i contrasti con il PCI, l’interdizione dalla RAI, etc), ma Dario e Jacopo hanno voluto rispettare le indicazioni che Franca aveva annotato in una lettera a Dario, scritta nel 2012 in un momento di sconforto, in cui, pensando a come avrebbe potuto svolgersi il suo funerale, andava immaginando tante donne, con una sciarpa o una veste rossa. Un motivo di nostalgia, più che una dichiarazione di intenti, forse per la delusione e lo sconforto che prova a malincuore chi si è sempre scontrato contro un muro di gomma, ancora saldamente al proprio posto, nonostante decenni di sforzi, di lettere, battaglie, per ottenere giustizia per chi ha subito e subisce ancora soprusi.
Noi parenti e amici stretti forse avremmo preferito una cerimonia più raccolta, privata, ma Franca era un personaggio pubblico, soprattutto nella Milano dei lavoratori «dove la vusa la sirena», e aveva rappresentato, soprattutto negli anni ’70, un riferimento forte per le classi sociali più disagiate.
Solco imploso
Dario e Franca avevano realizzato centinaia di spettacoli gratis per sostenere i lavoratori in difficoltà, ma la forte connotazione di sinistra che li caratterizzava in quei tempi non era certo esauriente e prevalente rispetto all’aspetto artistico e creativo, rappresentando soprattutto un segno dell’epoca, il solco tracciato da un movimento che poi è imploso, perché, come ha fatto giustamente presente Massimo Cacciari in risposta a una mia domanda alla Summer School del 2012 presso la IMF a Luino, si è passati, dal ’68 in poi, dal progetto legittimo, storicamente e potenzialmente innovativo, di un parricidio simbolico (per sostituire una classe dirigente inadeguata e corrotta) a un fratricidio e a una frammentazione disastrosa delle forze di sinistra, che non ha permesso lo sviluppo di una reale socialdemocrazia, bensì la costruzione di due realtà in continuo dissidio, che non comunicavano e non comunicano tra loro (prima tra DC e PC ora tra PD e PDL), sviluppando una diatriba e uno scontro interno che ha impedito di realizzare le riforme e di investire nella crescita, seguendo costantemente una tattica clientelare per assicurarsi le sacche di voti delle varie corporazioni privilegiate, dall’una e dall’altra parte.
A Maccagno l'omaggio a Franca
Per questo il 16 giugno prossimo, domenica sera, alle 20.30 presso l’Auditorium di Maccagno (vedere in sezione Valli Monti Laghi), ho accettato volentieri, coinvolgendo le attrici e collaboratrici di Franca, Marina De Juli e Valeria Ferrario, di partecipare a un omaggio a Franca, che vuole rendere il suo ricordo più realistico e veritiero, vivo e umano. Quello di una donna tenace, amorevole, spesso anche fragile, in grado di sostenere per anni tantissime esperienze teatrali, scelte civili, battaglie parlamentari, senza mai perdersi d’animo, ma anche moglie e nonna esemplare.
Quelle stesse battaglie parlamentari e civili che solo oggi sono all’ordine del giorno nelle agende politiche, dopo venti, trent’anni di appelli inascoltati, sulla violenza alle donne, il trattamento carcerario, le trattative tra Stato e mafia, i diritti degli ultimi ad avere una vita dignitosa, come i diversamente abili, con una campagna per l’acquisto di centinaia di pullmini speciali per il loro trasporto, che dura dal ricevimento del premio Nobel a Dario, fino a oggi, in cui come sempre i cittadini si sono dovuti sostituire a uno Stato inadempiente.
Dopo gli interventi di Marina De Juli e Valeria Ferrario, che leggeranno e interpreteranno alcuni brani significativi del repertorio di Franca, inediti e no, vi sarà la proiezione de ‘Lo Svitato’ strano e simpatico film di Lizzani del ’56, con Dario e Franca agli inizi della loro folgorante carriera. L’ingresso ovviamente è libero e nessuno recepisce alcun compenso, anzi ci mette del suo, a cominciare dagli amministratori.
Davide Rota

Dario e Franca, lui di Sangiano, lei di Parabiago

Franca Rame in una foto degli anni Settanta

Articolo pubblicato il 6 marzo 2002 su Il Corriere del Verbano

DARIO E FRANCA
LUI DI SANGIANO, LEI DI PARABIAGO

Hanno 150 anni in due. Instancabili e inesauribili, girano ancora sui palcoscenici di mezza Europa per raccontarci la loro versione della vera storia del mondo. Dario Fo e Franca Rame, lui di Sangiano e lei di Parabiago, possono sembrare due lombardi anomali, ma a ben vedere sono proprio figli di quell’alacrità passionale che da sempre informa lo spirito della generosa caparbietà lombarda, dagli eroi risorgimentali fino a Mani Pulite. 50 anni di teatro, di idee, una vita da ‘rompiballe’, insomma, sempre dalla parte scomoda di chi sta fuori dal coro. La tournée, partita da Modena a settembre, ora approda e termina a Milano. Al Teatro Strehler, dal 12 al 28 marzo, sono ormai quasi introvabili i biglietti. Tutto esaurito, come sempre. La gente affolla il botteghino, ma gli ultimi saranno i primi, perché troveranno posto sul palcoscenico, seduti accanto ai ‘mostri sacri’.

C’é chi non si preoccupa neppure del titolo dello spettacolo a cui assisterà (cinque i testi proposti dalla coppia sul palco del Teatro Strehler), l’importante è esserci, forse anche e soprattutto per emozionarsi con “quelli che...” del variopinto popolo della sinistra rappresentano ancora la parte più irriverente e genuina. A Dario e Franca nessuno dà del lei. Con loro ci si sente parte di una grande famiglia allargata. Ogni sera è una festa popolare, come ai tempi di Shakespeare, insieme per divertirsi e condividere l’antico rito del teatro, capace, attraverso il riso e il paradosso, di trasformare i fatti della quotidianità in metafore storiche e religiose universali. Per Dario e Franca ‘mettere in scena’ significa infatti farsi voce dell’indignazione popolare, costruire un grande specchio del mondo in tempo reale, per renderlo decifrabile a un pubblico il più vasto possibile. Ma non solo. Si contano ormai a migliaia gli spettacoli della ‘Strana Coppia’ i cui incassi sono stati devoluti per le cause sociali e civili più disparate.

Tra queste mi preme citare la campagna partita nel ‘98: un Nobel per i disabili, 4 miliardi di lire raccolti complessivamente e utilizzati per acquistare pulmini speciali Volkswagen (75 milioni di lire l’uno) destinati alle associazioni di volontariato che si occupano della cura e del trasporto dei disabili. «I volontari sono gli eroi del Terzo Millennio» ricorda Dario, testimoni della passione generosa di chi continua ad amare e ad aiutare il prossimo gratis. Ed è proprio la ricca e alacre Milano, “ex” capitale morale del ‘Bel Paese’, la città italiana in cui più è vivo e diffuso il volontariato, campo in cui Dario e Franca hanno speso molte energie. Anche per questo motivo il Premio Nobel per la letteratura ricevuto nel ‘97 da Dario appare ampiamente meritato, un premio per il lavoro svolto con costanza in 50 anni, ma anche una testimonianza alla lotta tenace in sostegno delle classi sociali meno protette.
Cinque gli spettacoli in cartellone al Teatro Strehler: Dario proporrà alternativamente Mistero Buffo, Fabulazzo Osceno e Lo Santo Jullare Francesco, Franca porterà in scena gli atti unici Grasso è bello e Una Giornata Qualunque e l’esilarante Sesso, grazie, tanto per gradire. Una vetrina esauriente per gustare i molteplici aspetti della Strana Coppia, dal grammelot surreale di Dario, pregno di allusioni satiriche a sfondo storico-religioso, fino alla tenerezza della quotidianità del mondo femminile di Franca, dei suoi ritratti fedeli e divertenti di donne, siano esse sole e abbandonate, sessualmente liberate o gioiosamente ciccione.
 

Attenti a quei due

Dario nasce a Sangiano, vicino a Laveno, il 24 marzo del 1926. Suo padre si chiamava Fo Felice, un nome incoraggiante (leggi Fo= faccio... Felice) tanto che la signorina Pina Rota, nativa della Lomellina se ne innamora e induce il fratello Nino (mio padre) a raggiungerla a Luino. Negli anni ‘40 Dario fa il pendolare verso Milano, dove più tardi inizia gli studi all’Accademia di Brera e poi alla facoltà di Architettura. Nel dopoguerra Dario si trasferisce a Milano, dove scoppia il suo amore per il teatro. Nel 1950 si presenta a Franco Parenti (allora Dario ha 24 anni), gli racconta a modo suo la storia di Caino e Abele, Parenti ride di gusto e lo accoglie nella sua compagnia. Con lui e Durano realizzerà la commedia Il Dito nell’occhio.
Franca nasce a Parabiago per caso, durante una recita della famiglia Rame, antica e celebre compagnia teatrale di giro, attiva dal 1600, che usa recitare ‘all’improvviso’, muovendosi con dimestichezza in un repertorio vastissimo della Commedia dell’Arte. A otto giorni ‘Franchina’ è già sul palcoscenico nelle vesti di una poppante, ovviamente. La sua vita è tutta, da subito, all’insegna del teatro e della passione politica. La madre Emilia le insegna a recitare, i fratelli Tommaso e Domenico la avvicinano alla fede socialista. Un imprinting molto significativo. Nel 1950 con la sorella Pia (che è oggi titolare della più prestigiosa sartoria teatrale italiana) lascia la compagnia e lavora con Tino Scotti, nello spettacolo Ghe pensi mi.

Nel ‘51 Dario conosce Franca (entrambi recitano nello spettacolo Sette giorni a Milano) e se ne innamora follemente. Franca lo mette alla prova e l’allampanato e simpatico ‘dentone’ la supera brillantemente, conquistando il cuore della fanciulla. Nel ‘54 si sposano nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Il 31 marzo del 1955 nasce Jacopo, a Roma, dove la coppia si trasferisce per dedicarsi momentaneamente al cinema, Franca come attrice, Dario come sceneggiatore e battutista. Nel ‘57, dopo l’insuccesso del film Lo svitato, Dario e Franca tornano a Milano e fondano la compagnia Fo-Rame. Nel ‘61 arriva la televisione e nel ‘62 Canzonissima. Censura e contestazioni portano la coppia ad abbandonare la produzione in diretta. Dalla Rai resteranno fuori per 16 anni.

Dal ‘63 la produzione teatrale prende una svolta più dichiaratamente politica: Settimo, ruba un po’ meno, La Signora è da buttare . E poi via via fino a Mistero Buffo. E’ il momento della cooperazione culturale. Nel ‘68 nasce Nuova Scena, nel ‘73 il Collettivo la Comune, che occupa e ristruttura la fatiscente Palazzina Liberty, punto di riferimento politico e culturale della Milano degli anni 70. Nel ‘78 Dario è il regista de l’Histoire du Soldat di Stravinsky, realizzato per il bicentenario del Teatro alla Scala. Tra i mimi in scena anche Paolo Rossi e Marco Columbro. Seguono altri spettacoli corali che affrontano temi di cronaca (come Pum! Pum! Chi é? La polizia o Guerra di popolo in Cile) alternati a testi e monologhi in grammelot come La storia della Tigre e Fabulazzo Osceno. Franca porterà in scena con successoTutta casa, letto e chiesa e Coppia aperta.

Da allora la Strana Coppia ha realizzato numerossissimi spettacoli, in Italia e all’estero, i testi dei quali sono pubblicati da Einaudi e/o disponibili in videocassetta e audiocassetta. Tutto il materiale relativo al lavoro svolto da Dario e Franca è visionabile sul sito internet www.francarame.it.
Davide Rota 

Rose rosse per Franca Rame

Mercoledì 29 maggio si è spenta a Milano Franca Rame, attrice, scrittrice, nel 2006 anche senatrice per l'Idv, moglie del Premio Nobel Dario Fo e, soprattutto, donna in prima fila per le battaglie sociali e i gravi e difficili temi delle povertà, dell'emarginazione, della violenza, della sopraffazione.
«Chissà quante donne ci saranno ai miei funerali», aveva detto qualche tempo fa in un'intervista alla tv. L'aveva detto con la modestia che la contraddistingueva, ma pur consapevole dopo tanti anni spesi per gli altri della rete di associazionismo e individualità che aveva saputo attrarre, e spesso motivare nella solidarietà o nella reazione. Così è stato. Venerdì 31 maggio, dopo che la camera ardente allestita al Piccolo Teatro era rimasta aperta anche di notte per permettere a tutti l'omaggio, un'onda di donne è accorsa al commiato davanti al Teatro Strehler di Milano. Tutti quelle e quelli che hanno riconosciuto nella costanza di Franca Rame, e nel suo non risparmiarsi, non cedere, e anche non perdere fiducia, la speranza di un'etica possibile.
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Prima il sindaco di Milano Pisapia e il suo partecipe saluto, dopo Jacopo, che racconta una madre-donna così coraggiosa e prodiga da saper trasformare lo stupro subito da parte di un manipolo di neofascisti in parola e teatro; non tanto per elaborare il dolore proprio, quanto per raggiungere con quel suo mai sopito dolore altre donne, per smuovere coscienze e torpore. Dario Fo parla per ultimo. E la sua orazione è battito d'ali di un gabbiano che, volando attorno alla sua compagna fermata dal tempo ad altra Dimensione, smuova l'aria e propaghi vibrazioni nel vento e sul lago.
La sua narrazione dice il miracolo della creazione d'arte insieme, di una vita trascorsa per sessant'anni fianco a fianco, a tessere una tela quotidiana in cui l'una dall'altro non si sarebbero potuti distinguere, né scindere, eppure in cui ciascuno dei due è stato unico, diverso e inconfondibile.
Il testo, il teatro, gli ideali e le idee sono stati vita e sintesi del loro essere, per Rame e Fo, e come sintesi di teatro-vita si sono liberati nel commiato di Dario per Franca. Il quale ha offerto a una piazza colorata di fiori bianchi e rose e sciarpe e vesti rossi e piccoli, intimi riferimenti di comuni sentire – perchè così a lei sarebbe piaciuto – la recita/non recita di un'opera che la moglie stava componendo. In cui lei scrive – traendo spunto da rinvenuti documenti apocrifi – di un'Eva non nata dalla costola di Adamo bensì modellata dal Creatore per prima, che preferisce la scelta della morte avendo conosciuto la gioia e la festa e la ricchezza dell'amore invece che l'eternità senza sapere l'amore.
Recita ma non/recita, ancora una volta vita in scena, simbolo e sublimazione, sotto il sipario del cielo, dove due voci si fanno una.
Elena Ciuti

Nelle foto in basso:

1) L'ingresso del Piccolo Teatro di Milano dove è stata allestita la camera ardente e dove sono confluite anche il mattino dei funerali moltissime persone per unirsi al corteo e accompagnare verso Teatro Strehler, luogo del commiato di Dario Fo per la moglie.

2) La targa dell'Anpi all'ingresso del Piccolo di Milano. «Qui tra l'8 Settembre 1943 e il 25 Aprile 1945 hanno subito torture e trovato la morte centinaia di combattenti della libertà prigionieri dei fascisti. Il Piccolo Teatro ha fatto di questo edificio un centro ed un simbolo della rinascita culturale e della vita democratica di Milano. Anpi - Milano 10 aprile 1995».

3) e 4) Dario Fo esce a salutare e ringraziare la folla

5) Cartello di un gruppo di donne: «La miglior donna che ci ha rappresentate»

6) Si avvia il corteo. Con la sciarpa rossa, Jacopo Fo.

7) Teatro Strehler di primo mattino. Qui si svolgerà dopo le 11 il funerale laico di Franca Rame

8) Durante il commiato di Dario Fo

(Pubblichiamo in questa stessa pagina un articolo di Davide Rota dedicato a Franca Rame e Dario Fo apparso sul Corriere del Verbano del marzo 2002). 

Cave e miniere nell'Ottocento tra Ossola, Malcantone e alto Varesotto

Carta geologica 1829, © Magazzeno Storico Verbanese

Ancor oggi cercatori s'aggirano per semplice diletto qua e là tra le plaghe dell'Insubria sulle tracce di qualche dispersa pagliuzza gialla; ma nell'Ottocento la corsa all'oro tra il Verbano piemontese, la confinante Svizzera e l'area del Luinese suscitò ben altro interesse e attrasse impegni non di semplice hobby.
A ricordarlo è Carlo Alessandro Pisoni nella newsletter del
Magazzeno Storico Verbanese, da questo aprile ritornata sulle rotte internautiche in veste rinnovata e adeguata al potenziamento tecnologico del sito. Al testo si accompagna una non meno preziosa pubblicazione, una Carta Geologica della fascia tra Vergante e Ceresio del 1829 (nella foto dal sito).

Seduti su una pentola d’oro

È notorio che la zona del Rosa è tra le più ricche d’oro, tanto da poter stare al pari, come potenziale ricchezza dei filoni, con i luoghi di maggior produzione del prezioso metallo al mondo.
Piace però constatare come dopo gli antichi e protratti sfruttamenti delle vene scoperte intorno al Rosa, in Ossola e Valsesia (Pestarena, Macugnaga, Alagna, per dire qualche luogo), dove spesso i primi sondaggi e coltivazioni di cave risalivano al periodo medioevale, nell’Ottocento la corsa all’oro (e all’argento...) non si limitò territorialmente al Verbano piemontese.
Francesco Ruzieska (o Ruziczka) D’Odmark, che a fine Settecento era affittuario a Feriolo di un edificio di proprietà Borromeo e direttore della miniera aurifera che i Borromeo possedevano in Ossola, nei primi anni del secolo XIX dirigeva la miniera di Viconago.
Il ben noto imprenditore inglese – con villa a Pallanza – Eugenio Francfort lavorava allo sfruttamento della miniera Teresina di Brusimpiano già a partire dal 1858; non si esclude che egli fosse tra quegli “industriali inglesi” alla fine che negli anni ’70 dell’Ottocento, dopo aver intrapreso tra Vergante e Ossola, effettuavano ricerche nel canton Grigioni, «in una antica miniera detta Felsberg».
Nel 1883 a Magadino si scopriva un filone di pirite aurifera (forse lo stesso che passa sotto il monte Paglione) e subito si effettuavano le analisi nella speranza che i risultati fossero positivi. Nel 1885 si lavorava all’estrazione di minerale nella miniera proprietà di Virginia Baglioni di Lavena Ponte Tresa, «essendo quelle miniere ricche di piombo argentifero».  … Della stessa famiglia Baglioni è l’intraprendente ma sfortunato ingegnere Vinasco Baglioni, che tra 1855 e 1878 aveva dato molto impulso allo sfruttamento delle vene aurifere che segnavano e arricchivano il territorio del Malcantone (sempre alle pendici del monte Lema e del Paglione, ma al di là del confine svizzero). 

Olmi a Luino, il candore della coscienza libera

Ermanno Olmi intervistato da mons. Viganò

Il Premio Chiara Festival del Racconto ha tanti meriti. Per esempio, capace di cernita e unificazione, è riuscito in venticinque anni di lavoro a sgrossare tanti piccoli particolarismi - un po' la costante di questi nostri posti - che magari ad occhio estraneo possono apparire quel folclore che conferisce caratteristica, ma che al contempo pecca di troppa territorialità e di provincialismo. Il Premio Chiara – anche se questo non era il suo compito – andando per la sua strada, con competenza e una precisa idea dei mondi letterari & loro variabili, si è trasformato in una lezione di approccio e dimensione e ha determinato alla fine qualche cambiamento sostanziale del fare cultura in provincia di Varese. Insomma, una bella crescita generale.
Domenica 24, invitando a Luino Ermanno Olmi, cui è stato conferito il Premio Chiara alla carriera, ha avuto un colpo d'ala. Certo già il premio è stato nel passato attribuito ad autori solidi e importanti (l'anno scorso, Villaggio; prima Claudio Magris, Raffaele La Capria, Mario Rigoni Stern, Alberto Arbasino, Andrea Camilleri, Franca Valeri...), ma Olmi ha portato con sé, in questi tempi strani e difficili, in cui rischiano di stridere anche le cose belle, anzi, ha tratto da sé, per donarlo alla gente del Teatro Sociale, il tocco della coscienza libera, il consapevole candore di chi davvero è «puro di cuore». Forse mai la sala del Sociale è stata tanto silenziosa, attenta. Rare sincere vere, senza alcuna sbavatura, senza alcun eccesso le parole di Olmi, forti a entrare nell'altro e a commuovere. Della commozione che tiene conto della ragione e che dunque conduce alle categorie dello spirito.
Bravi e capaci di dare il giusto spazio i conduttori - i giornalisti Claudia Donadoni e Mauro Gervasini - e monsignor Dario E. Viganò, che ha intervistato Olmi sapendosi mettere in secondo piano. Anche i politici che si sono – meno male alla fine e non all'inizio – succeduti sul palco per omaggiare il premiato sono riusciti ad essere succinti. E quindi, per una volta, si è potuti tornare a casa con animo lieve.
Elena Ciuti

«Tu m'hai lasciato questo, un bambinello », la Resistenza nelle parole di una donna

La figlia Giovanna ricorda Giuliana Gadola e "Il Capitano" Filippo Beltrami ucciso dai nazifascisti

A Gemonio vive ancora Giovanna, la figlia di Giuliana Gadola e dell’architetto Filippo Beltrami, trucidato dai nazifascisti insieme a Gaspare Pajetta e a undici partigiani nella battaglia di Megolo, nel febbraio 1944. La tragica vicenda, raccontata dalla madre nel libro “Il Capitano”, è stata traslata in una fiction cinematografica, recentemente presentata anche a Palazzo Verbania a Luino dal regista Vanni Vallino e dallo storico della Resistenza Mauro Begozzi. Un libro del quale Cesare Pavese ebbe a dire tra l’altro: «… è il primo di ispirazione partigiana, dove non s’acquatti la retorica». Significativa in proposito la testimonianza di Giovanna, rivolta al pubblico di Gemonio, in occasione della prima proiezione del film “Giuliana e il Capitano” nello scorso mese di aprile:
«Vi ringrazio di essere venuti per conoscere i miei genitori e il loro amore. Un amore di rara qualità, aperto al mondo, in cui ciascuno aiutava l'altro a essere se stesso, a realizzare la propria missione, a dare agli altri il meglio di sé. Questo loro reciproco modo di relazionarsi li ha portati pian piano, e non senza esitazioni, a decidere di entrare nella Resistenza e di dare il loro contributo a liberare il Paese dalla nube tetra e minacciosa che lo sovrastava.
Il film trae origine da un libro ("Il capitano") che mia madre ha scritto a Cogne, in Val d'Aosta, dove ci eravamo rifugiati dopo la morte di mio padre. Lì abbiamo passato un anno, dalla primavera del ‘44 alla liberazione, in una baita di montagna un po' fuori dal paese. Due donne, mia madre e una giovane trentina e tre bambini dai 7 anni ai 7 mesi.
Una poesia di mia madre descrive molto bene il suo stato d'animo in quel tempo.
Si intitola «La nostra storia».

Tu m'hai lasciato questo, un bambinello
di carne e pelo biondi come il miele.
Me lo porto in ispalla sui sentieri
in cerca d'uova da una grangia all'altra.

Se gli parlo di te, la nostra storia,
chiusa dall'insonnia in una casa
dove ogni notte mi sgretolo con te,
quella storia diventa una leggenda
e nell'aria pulita t'incorona.

Immaginiamoci la situazione: la giornata è finita, i bambini hanno fatto i compiti, hanno cenato, sono stati messi a letto sotto alti piumini d'oca. Viene riordinata la cucina, caricata la stufa, stabilite le incombenze per l'indomani, si spegne il parlottio dei bambini. Resta solo il borbottio dello stufa. Poi cala la notte, quella notte che mia madre non avrebbe mai voluto attraversare, che nessuno di noi vorrebbe attraversare, ma che prima o poi ci tocca.
Mia madre mi ha detto diverse volte che senza di noi si sarebbe buttata nelle azioni più rischiose della guerra partigiana a costo della sua vita. Dovendo restare con noi senza impazzire bisognava comunque interrompere la sequenza di quelle notti terribili. Ma come? Mia madre decise allora di scrivere la loro storia, per salvaguardarne la memoria. Le notti si trasformano in momenti di intenso lavoro, in cui mia madre deve per forza prendere le distanze dalla vicenda per riordinare i ricordi, per organizzare il materiale. Ed è la salvezza. Il dolore si trasforma in un atto creativo di grande importanza per se stessa, per noi figli, per mio padre che ritorna a vivere in quelle pagine.
La storia si fa leggenda.
Il manoscritto, avvolto in tela cerata, viene sepolto sotto un albero, in attesa di tempi migliori. Dissotterrato dopo la liberazione, inizia l'iter per essere pubblicato dalla casa editrice Gentile di Milano, nel febbraio del ‘46.
La nostra storia confluisce così nella storia collettiva della Resistenza, ma con un taglio particolare: è una donna che scrive, una donna il cui sguardo presta più attenzione alle emozioni, ai sentimenti, alle motivazioni, piuttosto che ai fatti d'arme.
Per finire vi invito a riflettere sulla frase del filosofo greco Sofocle: "Se una cosa è giusta, certo val meglio di una cosa saggia"... sulla quale i miei genitori hanno impostato la loro vita».
Un’opera quella di Giuliana Gadola che nell’edizione del 1964 ebbe l’onere di una postfazione del poeta Eugenio Montale, di Gianni Rodari e di Piero Calamandrei.
Emilio Rossi 

Milano, arriva da Budapest la Madonna Esterházy

Il dipinto di Raffaello sarà esposto a Palazzo Marino dal 3 dicembre fino all’11 gennaio
mostra

A Milano, dal 3 dicembre 2014 all’11 gennaio 2015, sarà esposta a Palazzo Marino (sala Alessi) la Madonna Esterházy di Raffaello, proveniente dal Museo delle Belle Arti di Budapest. Ingresso e visite guidate (prenotazione numero 800-16-76-19) saranno gratuiti.
La mostra, curata da Stefano Zuffi e accompagnata dal catalogo Skira, è un nuovo appuntamento natalizio offerto dal Comune di Milano insieme con Intesa Sanpaolo e Rinascente. Alla sua realizzazione hanno collaborato Palazzo Reale, Gallerie d’Italia di Piazza Scala e Arthemisia Group.
Il dipinto segna la conclusione del periodo trascorso da Raffaello a Firenze, prima di essere chiamato a Roma da Papa Giulio II. La sua composizione si ispira in modo esplicito a Leonardo, conosciuto e attentamente studiato da Raffaello, che porta con sé la tavola a Roma, dove aggiunge, sullo sfondo, i ruderi del Foro Romano.
Info: www.comune.milano.it/raffaello; Hashtag ufficiale: #raffaelloEsterházy.

“Affari di famiglia: Bernardino Luini riletto nella sua terra natale”

Esercizi di lettura a cura degli studenti della II A Turismo dell’ISIS “Città di Luino-Carlo Volontè”

Che si trattasse di un affare di famiglia lo si era già detto ( http://www.ilcorrieredelverbano.it/cms/mostra-di-bernardino-luini-milano... ) a proposito della grande mostra milanese “Bernardino Luini e i suoi figli”, della (complicata) eredità affidata dal Luini padre ai figli, del legame tra il pittore e il nostro territorio. Questa ne è un’ulteriore conferma oltre che una possibile ipotesi ed esperienza di lettura: un gruppo di giovani studenti, coinvolti nell’anno scolastico appena concluso in un progetto didattico interdisciplinare dedicato al patrimonio culturale, si sono avvicinati, nella fase finale, alla vita e all’opera del Luini attraversando, curiosi e attenti (curiosità, attenzione e impegno hanno caratterizzato la partecipazione dei ragazzi durante l’intero percorso progettuale), le sale di Palazzo Reale e, poco più in là, i luoghi della Milano del Cinquecento, alla ricerca delle tracce utili per ricostruire l’ambiente culturale, politico e religioso che incaricò l’artista della realizzazione di opere sacre e profane (che, neanche a dirlo, suona subito come citazione della mostra luinese del 1975).
Sul progetto e sul Luini diamo la parola agli studenti che lo sentono ora più vicino, verrebbe quasi da dire, per restare in tema, più familiare. Non dimenticando che se si allarga il compasso del tempo, includendo il futuro, l’eredità culturale - Luini compreso, anzi per certi aspetti in testa - spetterà a loro gestirla: e per farlo in maniera seria dovranno, innanzitutto, conoscerne la consistenza e la qualità, consapevoli del fatto che servirà «qualcosa di più specifico di una strada o di un monumento» (per valorizzare un artista locale e, più in generale, il patrimonio culturale), scomodando Piero Chiara a proposito delle ragioni dell’evento luinese del 1975.
Tiziana Zanetti
Federico Crimi

DA UN PROGETTO SUI “FURTI D’ARTE”
ALLO STUDIO DI BERNARDINO LUINI

Il progetto “I furti d’arte”, che ci ha visto impegnati nell’ultima parte del secondo quadrimestre, per contenuti e attività si inserisce coerentemente nell’itinerario didattico del nostro corso di studi, il Turismo, e mira all’acquisizione di strumenti utili a comprendere e contestualizzare le opere più significative della tradizione culturale del nostro Paese.
Il progetto, curato dagli esperti esterni Tiziana Zanetti e Federico Crimi, è stato accolto con entusiasmo e curiosità da parte di noi studenti della classe 2 A. Attraverso lezioni frontali abbiamo potuto riflettere sul significato, sul valore e sulla fragilità del nostro “patrimonio culturale”. Ci siamo soffermati sul concetto di “bene culturale” e sulle attività di tutela, valorizzazione e fruizione che caratterizzano il settore e che il Codice dei beni culturali e del paesaggio disciplina (senza dimenticare ovviamente la legge al grado più alto: la Costituzione e l’art. 9 in particolare); abbiamo potuto riflettere sui numerosi rischi che rendono i beni culturali tanto fragili e in particolare sui pericoli legati all’attività dell’uomo: le guerre, l’incuria, gli scavi clandestini, i furti.
Proprio nell’ambito dei furti d’arte ci siamo avvicinati allo studio e alla conoscenza diretta del nostro territorio, con particolare riferimento al furto della Gioconda ad opera di Vincenzo Peruggia, originario di Dumenza. A Dumenza (si sa dal 1993) è nato anche il celebre pittore Bernardino Luini: sulla sua opera e sul legame con i suoi luoghi (non solo quello natale) ci siamo soffermati nella seconda fase del percorso progettuale.
“Da Dumenza a Milano… sulle orme di Bernardino Luini” è il titolo dell’itinerario da noi realizzato e presentato in occasione della conferenza del 6 giugno 2014 dal titolo “Affari di famiglia: Luini riletto nella sua terra natale”, curata da Tiziana e Federico, presso il Punto d’incontro dell’Auditorium di Maccagno. Il lavoro presentato è il risultato di lezioni in aula in cui sono state analizzate le fasi che caratterizzano la costruzione di un (grande) evento culturale espositivo e dell’uscita didattica a Milano del 21 maggio 2014. A Milano abbiamo visitato la mostra “Bernardino Luini e i suoi figli” nelle sale di Palazzo Reale e altri luoghi della città con testimonianze dell’epoca del Luini per avere un quadro più chiaro della Milano cinquecentesca.
L’esperienza vissuta ci rende sicuramente più “istruiti” e ci spinge ad invitare i lettori, che non lo avessero ancora fatto, a visitare la mostra del nostro illustre conterraneo: una mostra di grande importanza sul piano storico-artistico, con 200 opere esposte, allestita in un luogo di grande pregio quale Palazzo Reale, che racconta l’intero percorso del Luini, “dalle ricerche giovanili ai quadri della maturità, con un occhio costante, da un lato, al lavoro dei suoi contemporanei, dall’altro, alla traiettoria dei suoi figli, e in particolare del più piccolo Aurelio”.
La mostra resterà aperta fino al 13 luglio 2014 ed è tutta da scoprire e da vivere in prima persona per poter assaporare emozioni e sentimenti che i dipinti proposti possono suscitare con sfumature ed intensità diverse in ciascuno di noi.
Gli studenti della II A Turistico, ISIS “Città di Luino-Carlo Volontè” con la prof.ssa Filomena Parente, responsabile e coordinatrice del progetto.  

Studenti del Liceo Sereni a bottega nel Magazzeno Storico Verbanese

Una decina di ragazzi impegnati in un progetto di studio e lavoro su carte d'archivio - Riproposta una esperienza varata negli anni '70 da Pier Giacomo Pisoni insieme con Piero Tosi e Gianni Geraci

A Luino nei giorni tra lunedì 24 febbraio e mercoledì 5 marzo si è svolta, nell'aula di informatica del Liceo, una sessione di "training on the job" molto particolare, rispetto alle normali esperienze lavorative condotte dagli studenti del nostro Liceo.
Bisogna tornare agli ultimi anni Settanta per incontrare, grazie all'intelligenza di un docente e di un laureando sinceramente appassionati della cultura locale, come Piero Tosi e Gianni Geraci, e la guida storico-archivistica di uno studioso animato da un profondo amore per il proprio lago, come Pier Giacomo Pisoni, la realizzazione di un progetto che condusse alla trascrizione sistematica di un'ingente quantità di "stati delle anime" per le pievi di Valtravaglia in epoca carliana, consentendo così l'elaborazione di statistiche e di considerazioni in chiave storico-demografica che a firma di Geraci e Tosi apparvero in sunto su "Verbanus" 3-1981/82.
A distanza di decenni, l'esperienza "lavorativa" è stata ripresa e riproposta in chiave moderna a una decina di ragazzi di una sezione terza del Liceo Scientifico, nell'ambito del progetto alternanza, varato dal Liceo e che ha raccolto l'adesione del Magazzeno Storico Verbanese.
TRA COMPUTER E ANTICHE CARTE
A questi ragazzi è stata proposta (con il titolo "Legger 'le venerande carte': noia o vedere nel futuro?") una sessione di studio e lavoro su carte d'archivio in modo virtuale (sono stati dotati di schede USB da 4 Gb, appositamente disegnate e ingegnerizzate dal MSV), e dopo due giorni di preparazione teorica (sui metodi della Storia, sulla storia locale e gli storici del territorio verbanese-ossolano; sugli archivi come strumenti della nostra memoria; sul lavoro d'archivio e gli strumenti da usare per muoversi tra le carte d'archivio; sulle peculiarità dei documenti), i ragazzi si sono dedicati alle trascrizioni documentali a partire da digitalizzazioni da fondi realizzate in quello che è forse il più importante archivio nobiliare del Verbano: l'Archivio Borromeo Isola Bella.
Così facendo, essi si sono resi conto, in modo vivace e moderno (le sessioni di lavoro erano sempre al computer in presenza del tutor Carlo Alessandro Pisoni, conservatore dell'Archivio Borromeo Isola Bella, ed erano accompagnate da "question time" e non di rado con un discreto sottofondo di musica, classica e pop), delle difficoltà e del fascino di interpretazione delle antiche scritture e con il glossario dialettale e dell'italiano sei-settecentesco, delle non poche similitudini che esistono con la nostra vita odierna.
QUESTION TIME
Altri casi notevoli di discussione sono stati ad esempio le rivalutazioni e le conversioni monetarie (ongaro, filippo, scudo, giulio), l'utilizzo di terminologia specifica (vocaboli dialettali, contaminazioni da altre lingue, come il caso di "papello", spagnoleggiante per carta, termine oggi tornato molto di moda per questioni di mafia...), o ancora curiosità e stranezze che ai ragazzi di oggi sembrano cose dell'altro mondo (l'uso dei "procacci" o "stafette" per recapitare la posta, in un'epoca che non disponeva di comunicazioni rapide come le nostre)...
Le pagine e pagine di trascrizioni, nei prossimi tempi, verranno pubblicate sul sito sociale del Magazzeno Storico Verbanese, come risultato di una collaborazione piacevole ed efficace, che si spera abbia fatto comprendere ai ragazzi che la storia non è lo studio del passato, ma la preparazione consapevole del nostro futuro; e che questa preparazione matura proprio negli archivi, che vanno dunque conosciuti e amati come patrimonio vivo e generoso di una nazione.