Edizione n.35 di mercoledì 10 ottobre 2018

Emilio Rossi

Duno (Varese), rievocazione della Battaglia del S. Martino

La cerimonia di domenica 16 novembre sarà una prima risposta alle provocazioni neofasciste – A fine mese seguirà una grande manifestazione a Varese
LA STELE RICORDO SUL S. MARTINO
IL SACRARIO DEL S. MARTINO

Sabato, 1° novembre 2014, sono state piantate 200 rune celtiche a lato della chiesetta di San Martino in culmine, sopra Duno, nell’area che fa parte del sacrario dove giacciono le spoglie di quei valorosi che hanno sacrificato la loro vita per un ideale di giustizia e di libertà. Questa vetta fu, infatti, teatro della battaglia svoltasi il 13-14-15 novembre 1943.
Furono proprio gli uomini della formazione “Cinque Giornate” agli ordini del colonnello Carlo Croce che, primi in Italia, si ribellarono all'occupazione nazi-fascista. Un luogo sacro dunque dove militanti neofascisti si sono persino fatti fotografare accanto alle rune in legno, alla svastica e al fascio littorio, simboli dei regimi dittatoriali del secolo scorso. Sono stati inoltre ritrovati diversi volantini in cui si equiparano le vittime partigiane a quelle del nazismo e uno striscione che inneggia ai “guerrieri d'Europa”.
La “rivendicazione” del gesto è arrivata da una pagina Facebook.

SFIDA ALLA COSTITUZIONE
E’ la seconda volta che si ripete una manifestazione del genere, ma quest’anno i responsabili del gesto hanno alzato il tiro: non più solo striscioni, ma l’utilizzo di una simbologia che di certo non può passare inosservata.
Il vergognoso atto rivendicato dalla comunità militante dei Dodici Raggi rappresenta un’oltraggiosa e ignobile sfida che si pone in aperto contrasto con i principi su cui si fonda la Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza e dal sacrificio di migliaia di uomini vittime di un regime liberticida.
Di fronte a questa grave istigazione di chiara matrice neo-fascista, le istituzioni pubbliche (comuni, comunità montane, provincia, regione, ecc.) hanno il dovere di levare alta la loro voce. Alcune l’hanno già fatto, altre lo faranno.
DAL SAN MARTINO ALLA GERA
Non possiamo dimenticare che il fascismo-nazismo ha causato una guerra mondiale disastrosa con un bilancio, secondo alcuni studiosi, di 60 milioni di morti e lo sterminio di 6 milioni di ebrei e che il nazismo nacque dal tronco del fascismo e si modellò sui principi autoritari propugnati da Mussolini. Il fascismo peraltro non si sottrasse alla logica delle vergognose leggi razziali contro gli ebrei, promulgate in Italia nel 1938. 

Anche il Varesotto ha offerto un tributo di sangue alla riconquista della libertà perduta. Ne sono un fulgido esempio i martiri della Gera che abbiamo appena commemorato.
COMMEMORAZIONE 16 NOVEMBRE
Domenica 16 novembre occorre pertanto un sussulto di indignazione, che deve tradursi nella partecipazione sul Monte S. Martino alla cerimonia commemorativa in ricordo degli eroi che hanno combattuto per la difesa del suolo italiano di fronte all’invasione tedesca, fonte di tanti lutti, di tragedie e di massacri.
Sono passati nemmeno 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale in Italia e alcuni partigiani sono ancora in vita. Persone che hanno vissuto il dramma della dittatura, che hanno subito anni di carcere, di torture e di guerra, nella quale hanno visto amici e familiari morire per mano fascista e nazista sono oggi costretti ad assistere ad un simile scempio.
Eppure la legge n. 645/1952 (la cosiddetta legge Scelba) sanziona chiunque promuova od organizzi, sotto qualsiasi forma, la costituzione di un'associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi propri del fascismo, o le sue finalità antidemocratiche o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista, denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista.
Perché allora ad un anno di distanza queste provocazioni si ripetono? A fine novembre una grande manifestazione a Varese richiamerà l’attenzione su questi gravi fatti, nella speranza che si giunga finalmente a porre la parola fine a questo doloroso capitolo della nostra storia recente.
Emilio Rossi  

Curiglia, una lapide e un tuffo nel Rinascimento

Nella chiesa di S. Vittore un’antica iscrizione richiama personaggi e vicende della storia nazionale
Curiglia, lapide Chiesa S. Vittore.jpg

Curiglia ha da poco celebrato la festa patronale di S. Vittore con una tradizionale cerimonia in cui si mescola la devozione al martire africano con quella della Madonna, trasportata processionalmente per le vie del paese dopo la messa solenne del mattino. Fu il vescovo di Laudicea, Francesco Ladino, suffraganeo dell’arcivescovo di Milano, a consacrare, il 25 aprile 1526, la chiesa parrocchiale di S. Vittore di Curiglia. Lo attesta un’antica lapide murata all’interno della chiesa stessa.
VESCOVI SUFFRAGANEI…
Come in tutto l’Occidente cristiano, anche nelle diocesi di Milano e di Como si verificò il fenomeno dei vescovi suffraganei, cioè titolari di una delle tante diocesi rimaste solo sulla carta ed elevati alla dignità episcopale in soprannumero. Nessun vescovo suffraganeo aveva incarichi di governo. Riceveva deleghe di volta in volta per la consacrazione di chiese o per altre funzioni dal vicario generale, che di solito era un esperto giurista ed amministratore, cui spesso non erano stati neppure conferiti gli ordini maggiori.
Solo con l’avvento di S. Carlo la situazione mutò radicalmente. Nel caso specifico l’arcivescovo era Ippolito d’Este, figlio del duca  Alfonso I e di Lucrezia Borgia, nipote del cardinale Ippolito I d'Este. Suo nonno materno era il papa Alessandro VI.
…E ARCIVESCOVI MONDANI
Ippolito era però in tutt’altre faccende affaccendato. E ne aveva ben donde.
A soli dieci anni, in fretta e furia, infatti, fu cresimato e gli vennero conferiti gli ordini minori, perché lo zio, cardinale Ippolito d'Este, da cui aveva ripreso il nome, aveva deciso di cedergli l'arcivescovato di Milano. Un vestito che gli andava stretto, ma che non gli impedì sin da giovane di condurre una vita gaudente e licenziosa. Ebbe, infatti, relazioni amorose con donne dalla non brillante reputazione e si diede a feste di ogni tipo, senza badare allo sfarzo e alle spese. Assetato di potere qual era, si cimentò in difficili missioni diplomatiche, per ottenere il cardinalato, ricchi appannaggi di diocesi e abbazie e, in prospettiva, l’elezione al soglio pontificio.
A onor del vero però Ippolito fu anche un mecenate, amante dell'arte e, in particolare, dell'archeologia. Nel 1537 ospitò alla sua corte Benvenuto Cellini, che avrebbe goduto della sua protezione per diversi anni. Giovanni Pierluigi da Palestrina inoltre entrò al suo servizio dal 1567 al 1571, per organizzare le esecuzioni musicali estive a villa d'Este.
Durante la sua vita si impegnò indefessamente nella costruzione, nel rinnovo e nel restauro di molte bellezze della città d'origine e di quella d'elezione, Roma. E non è poco. Il suo nome è legato soprattutto alla costruzione della meravigliosa Villa d'Este di Tivoli.
MORALE PUBBLICA E VITA PRIVATA
Un personaggio che, al di là della corruzione e della mancanza di scrupoli, fu costantemente percorso da un anelito verso il bello e il sublime, dalla ricerca di qualcosa che potesse appagarlo più profondamente. Una vita al di fuori degli schemi tradizionali, nel contesto di una società che imponeva ai deboli e agli sprovveduti una morale ipocrita e formalmente perbenista, sistematicamente disattesa dai potenti.
Per fortuna c’era il lavacro delle sante indulgenze ad evitare un’interminabile espiazione tra le fiamme del purgatorio e il nostro buon Ladino, in quel lontano 1526, bontà sua, ne concesse parecchie anche ai curigliesi, gente laboriosa ed onesta che forse non ne aveva neppure tanto bisogno.
INDULGENZE PER I CURIGLIESI
A coloro che, genuflessi davanti all’altare, avessero recitato un Pater e un’Ave Maria ogni domenica o nelle festività di precetto, quali il Natale, la Circoncisione, l’Epifania, la Resurrezione, la Pentecoste e il Corpus Domini, nonché in tutte le feste dedicate alla Santissima Beata Vergine Maria, ai Santi Apostoli Evangelisti, ai quattro dottori della Chiesa, Agostino, Ambrogio, Gregorio e Gerolamo, a S. Giovanni Battista e a Santa Maria Maddalena, a S. Stefano, S. Lorenzo, S. Martino, S. Nicolao, e in ogni giorno di Quaresima, ottanta giorni.
Quindici giorni di indulgenza inoltre a coloro che, in occasione dell’annuale festa della dedicazione, avessero visitato gli altari dei S. Rocco e Vittore. Altri ottanta giorni erano infine accordati ai benefattori che avessero provveduto ai bisogni della chiesa e del sacerdote. Il riferimento ai santi Rocco e Vittore sembra forse voler alludere ad una doppia dedicazione, attualmente scomparsa?
Emilio Rossi 

Eccidio della Gera, la ferocia nazifascista contro 12 paladini della libertà

A Voldomino di Luino, settant’anni fa, la cascina della famiglia Garibaldi fu il centro della Resistenza dopo la battaglia del San Martino

Sono passati 70 anni da quel tragico 7 ottobre 1944, quando vennero catturati e barbaramente uccisi dodici partigiani della Formazione Lazzarini, che avevano stabilito il loro quartier generale in località Gera di Voldomino. E’ anche grazie al loro sacrificio che oggi possiamo godere di una riconquistata libertà.
RETE “BACCIAGALUPPI”
Voldomino, dopo la disfatta del S. Martino, divenne il centro della Resistenza nella nostra zona, soprattutto per merito della rete “Bacciagaluppi”, mediante la quale furono fatti espatriare, come sostiene lo storico Roger Absalon, circa 1843 prigionieri alleati. Franco Giannantoni, nel libro Varese come frontiera di libertà. Il salvataggio dei prigionieri di Mussolini dopo l’8 settembre 1943 e la “rete Bacciagaluppi”, sostiene che, nel periodo ottobre 1943–aprile 1945, circa 1020 prigionieri di guerra, di cui 754 britannici, 151 slavi e altri 115 prigionieri alleati, siano stati aiutati nel trasferimento in Svizzera.
I dati sono ricavati da formulari che venivano fatti compilare ai fuggiaschi e consegnati alle guide all’atto del passaggio della frontiera. Nella “rete Bacciagaluppi” inoltre si inserirono molti ebrei che utilizzarono gli stessi percorsi e le stesse persone.
DON FOLLI E SECONDO SASSI
Fu il parroco don Piero Folli, uomo di temperamento austero ma deciso, ad istituire a Voldomino un centro di assistenza, al servizio dei perseguitati dal regime nazi-fascista. «La sua casa, la sacrestia, l’oratorio, il vecchio asilo di Santa Liberata - scriveva don Giovanni Barbareschi, stretto collaboratore del cardinale Ildefonso Schuster - sono letteralmente invasi da centinaia di persone che vengono accolte, ospitate, rifocillate, aiutate ad espatriare».
Don Folli, che fu la punta di diamante del clero della provincia di Varese, venne però arrestato nel dicembre 1943 e condotto nel carcere di S. Vittore di Milano, insieme con Secondo Sassi, un attivista del PCI, primo sindaco di Germignaga dopo la Liberazione.
IL MARTIRIO DI ELVIO CAPELLI
In questo contesto si colloca la formazione Lazzarini, nella primavera del 1944, ospite della famiglia Garibaldi nell’attigua cascina della Gera.
I sogni di questi giovani partigiani si infransero però rovinosamente contro la ferocia dei loro aguzzini che ne decretarono la morte senza appello. Ad Elvio Coppelli, trucidato alle Bettole di Varese, furono addirittura strappati gli occhi prima dell’esecuzione. Rituali di una brutalità inqualificabile.
A questi eroi le amministrazioni comunali di Luino del dopoguerra intitolarono vie, a futura memoria.
Lassù, alla Gera, vive ancora Rosetta Garibaldi Merini, che, insieme alla mamma Maria, venne incarcerata per più di 40 giorni ai Miogni di Varese per presunta complicità con la formazione Lazzarini, rischiando una non improbabile fucilazione. A lei e ai famigliari la città ha il dovere di ribadire, ad alta voce, attraverso i suoi rappresentanti istituzionali, il suo grazie.
Emilio Rossi 

A Luino Giorno della Memoria nel ricordo di Salvo D’acquisto e Enrico Sibona

Al Teatro Sociale saranno presenti alla celebrazione anche familiari dei due eroi

Sono passati duecento anni da quando Vittorio Emanuele I di Savoia fondò l’Arma dei Carabinieri, per fornire anche al Regno di Sardegna un corpo di polizia simile a quello francese della Gendarmerie. I Carabinieri hanno vissuto da protagonisti tutti gli eventi storici che hanno caratterizzato la vita del regno sabaudo prima e del Regno d’Italia e della Repubblica Italiana successivamente.
L’Arma, durante i molteplici mutamenti del nostro Paese, si è sempre accreditata come insostituibile presidio della pubblica e privata sicurezza. In momenti particolarmente drammatici, come durante la lotta di liberazione nazionale, ha continuato a seguire percorsi di fedeltà e di servizio alla collettività, ispirati a valori quali l’onestà, l’impegno sociale e civile, il senso del dovere, la disciplina e la tenacia, il senso di giustizia. E sarà proprio in occasione della Giornata della Memoria, in programma a Luino nella mattinata di martedì 18 febbraio nel Teatro Sociale, che verrà ricordata una pagina gloriosa della sua storia: il sacrificio del giovane vice brigadiere Salvo D’Acquisto e la vicenda del maresciallo Enrico Sibona. 

IL SACRIFICIO DI SALVO D'ACQUISTO…
Come è noto, nel settembre 1943, Salvo, pur essendo totalmente estraneo ai fatti, si autoaccusò come responsabile di un presunto attentato per il quale era stata minacciata una rappresaglia da parte dei tedeschi, contro ventidue cittadini inermi, scelti a caso tra la popolazione di Torrimpietra. Gli ostaggi, che erano stati costretti a scavarsi una fossa comune, alcuni con le pale, altri a mani nude, furono immediatamente liberati e Salvo fu barbaramente ucciso.
…e di ENRICO SIBONA
Il maresciallo Enrico Sibona fu comandante della Stazione dei Carabinieri di Maccagno dal 1939 al 1946. Durante la sua permanenza in paese, si adoperò per salvare la vita ad alcuni ebrei dalla persecuzione nazifascista e, tra loro, a Guido Lopez e Bianca Lopez Nunes.
Entrambi, giovani poco più che ventenni, erano sfollati da Milano, sulle rive del Lago Maggiore, per sottrarsi ad una ormai prevedibile cattura a seguito di un inasprimento delle leggi razziali, promulgate dal regime fin dal 1938.  Il maresciallo Sibona, obbedendo alla sua coscienza, anziché a leggi ingiuste e criminali, permise loro di mettersi in salvo. Scoperto dalle milizie fasciste, fu arrestato e deportato nei campi di concentramento in Germania e Cecoslovacchia. Lo Stato di Israele riconobbe la figura eroica di Enrico Sibona che, con provvedimento del 4 ottobre 1992, fu insignito da Yad Vashem del titolo di “Giusto tra le Nazioni”.
CELEBRAZIONE
Durante la mattinata, alla quale parteciperanno gli studenti delle scuole luinesi, saranno presenti Alessandro D’Acquisto, fratello di Salvo, i figli del maresciallo Sibona e il comandante provinciale dei Carabinieri, colonnello Alessandro De Angelis. Al termine il prefetto di Varese, Giorgio Zanzi, affiancato dal sindaco Andrea Pellicini, consegnerà le medaglie d’onore agli ex deportati o alle loro famiglie.
La manifestazione è organizzata dal Comune di Luino con la collaborazione della locale stazione dei Carabinieri, dell’ANPI e dell’Associazione Alpini.
Emilio Rossi 

Guido Petter, giornalista adolescente nella X Brigata Partigiana “Rocco”

La rinascita etica e civile dell'Italia nelle cronache del 17enne combattente

Sono stati recentemente pubblicati sul sito www.giornaliallamacchia.isrn.it, a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nel Novarese, nel Verbano-Cusio–Ossola, i giornali della stampa clandestina della Resistenza, nei territori in cui combatterono le formazioni partigiane sul versante piemontese.
Di particolare interesse i tre numeri di STAFFETTA AZZURRA, giornale della X Brigata “Rocco”, che operava sulle alture intorno al lago d’Orta, curato dal concittadino luinese Guido Petter. Si tratta di dattiloscritti con disegni eseguiti a mano e diversi per ogni copia.
Petter, futuro docente di Psicologia dello Sviluppo presso l’Università di Padova, saggista e scrittore, come giornalista della brigata, ne curava la pubblicazione. Avrebbe raccontato lui stesso questa esaltante esperienza, quando girava con la sua macchina portatile, alla ricerca di una scatola di latta dove riporre i fogli e la carta a carbone, procuratagli finalmente da un ragazzo del luogo. E furono proprio i coetanei a salvarlo, quando, rintanato in una stalla al centro del paese, invaso da reparti tedeschi e fascisti, gli portavano di nascosto il cibo.

Realismo tattico
Giornali aperti al dibattito, rivolto soprattutto ai compagni di lotta. Nel numero del 12 marzo 1945, ad esempio, viene evidenziata la necessità di trasformare le bande partigiane in un regolare reparto dell’esercito di liberazione. «Le popolazioni lavoratrici di Torino, Milano, Genova, Venezia, Trieste attendono la libertà dalle nostre forze organizzate. […] La piccola banda autonoma non è sufficiente a questo grandioso compito, non basta da sola a sollevare le martoriate popolazioni italiane dal loro grande dolore, dalla tremenda loro umiliazione». Un realismo tattico finalizzato ad un unico ideale: “Libertà, piena libertà al popolo italiano”.

Cronache epiche
Non mancano cronache dal sapore epico, come la descrizione delle imprese del Barba, caduto in una missione operativa, «fondatore assieme con Rafles della Volante Azzurra nei primi mesi di lotta partigiana, l’uomo popolare per tutto il Biellese, che osava disarmare l’intera caserma con pistole di legno, che in un anno di guerra tutti avevano imparato ad amare, come si amano queste montagne amiche, come si ama questo cielo prealpino così freddo talvolta e pur così azzurro, così pieno di stelle nelle notti serene. I morti non vogliono vendetta, vogliono giustizia […] E continueremo pensando che la vita è bella solo se la si sa donare per un’umanità migliore, che la morte non è amara, quando si muore per la libertà della Patria».
Nel gioco crudele della guerra «uccidere è spesse volte un dovere, ma il vantarsi d’aver ucciso è sempre una miseria». E si cita Garibaldi che dopo una battaglia si mostrava sempre triste e qualche volta fu visto piangere per aver dovuto uccidere un nemico.

Pensiero unico e senso di responsabilità
Dichiaratamente di Guido Petter, che si firma con il nome di battaglia di Renzo, è l’articolo dal titolo «Significato del 25 Luglio». Vengono qui analizzate le forme di oppressione che hanno inquinato lo spirito dell’intera nazione.
La soppressione della libertà di parola, di stampa, di critica, infatti, secondo Petter, «ha facilitato il dilagare della disonestà, soprattutto negli elementi dirigenti, non più controllati dalla libera critica di qualsiasi cittadino, l’oppressione di ogni iniziativa individuale, con la conseguente paralisi delle migliori energie della vita nazionale; l’adozione di leggi e provvedimenti non discussi e per questo molto imperfetti e in certi casi dannosi […] infine ha permesso che la politica nazionale venisse diretta secondo mire espansionistiche e imperialistiche non sentite e non certamente volute dalla maggior parte del popolo italiano».
In questo contesto è venuto meno anche il senso di responsabilità. «Nel decalogo del milite fascista, il decimo comandamento è questo: Mussolini ha sempre ragione!» I giovani, pertanto, abituati al mito di un capo che pensava a tutto, hanno smarrito la coscienza di essere una forza viva in seno alla società.  «Bastava inneggiare al risorto impero romano per passare un esame, avere la tessera del partito nazionale fascista per esser ammesso ai posti direttivi». 
Era dunque questa la chiave che apriva qualunque porta. Il diciassettenne Petter non è però così ingenuo da pensare che la libertà possa consistere «nella possibilità che ognuno avrà di poter fare ciò che vuole, mirando solo a se stesso». Saremmo da capo, ammonisce, come prima, peggio di prima. Occorre pertanto transitare verso nuovi lidi dove ciascuno potrà esprimere il proprio pensiero e dirigere la propria azione «verso un miglioramento comune, cioè di tutti: ecco la vera Libertà».

Ricordi dei caduti
Toccanti sono i ricordi dei compagni caduti nella battaglia. «Nella chiesa del cimitero sono allineati i morti, sulle lunghe panche oscure; fuori, la sera di primavera traspare dal cielo luminoso in cui si drizzano snelli i mandorli in fiore. C’è gente che parla sommessa, che domanda e in tutti è il dolore muto e forte come un peso che fa male al cuore».
Il cronista solleva il lembo della coperta in cui ognuno è avvolto quasi per un ultimo saluto. C’è Matteotti con il maglione bianco tutto sporco di sangue, c’è Brighin, con la giacca così lunga per lui così piccolo che impigliandosi nei rami gli è costata la vita. E intorno ci sono le sorelle che piangono e lo accarezzano, lo chiamano dolcemente, come se potesse risvegliarsi. Poi ci sono Tom, Quirico, Vento, Nuvola, Generale, un ragazzo di sedici anni, che voleva diventare un grande poeta ed è morto con la sua illusione intatta.
«Generale che avrebbe fatto chissà che cosa per i suoi uomini che hanno imparato presto a volergli bene; ha i calzoni laceri e inzuppati di sangue, è stato colpito al ventre. Adesso la chiesa s’è fatta più buia; fuori, nella sera piena di profumi, si alza la luna piena, sopra le grandi montagne. E li riguardo tutti, distesi tra macchie di sangue rappreso, senza scarpe e mi sembrano addormentati nelle loro coperte. Come quando dormivamo insieme. Attendevano la primavera, le foglie, il ritorno; adesso noi li lasciamo così, a mezzo del cammino e proseguiamo nell’opera, perché non è giusto abbandonarla, quando i compagni per essa hanno dato la vita. A voi, compagni cari che non rivedremo più e che lasciamo qui in un paese forse non vostro, verranno col vento che porta lontano nella valle l’indistinto profumo dei fiori della montagna, le parole delle nostre canzoni, quelle che tante volte abbiamo cantato insieme: onore a chi cade in cammino, esempio a chi resta a lottare!»
Emilio Rossi 

L’affresco conteso di Antonio da Tradate

Tradimento di Giuda

S’è fatto un gran parlare in quest’ultimo periodo di un affresco di Antonio da Tradate, conteso tra il Comune di Maccagno e quello di Luino, con toni perentori dall’una e dall’altra parte. Al di là delle argomentazioni addotte dai singoli contendenti, ci si domanda però in riferimento al suo autore: ma chi era costui?
Una recente pubblicazione di Lara Broggi, per i tipi di Macchione editore, dal titolo “Antonio da Tradate–La pittura tardo-gotica tra Ticino e Lombardia” ci fornisce un importante contributo per una ricognizione storica della sua figura. Incerti sono il luogo e la data di nascita, anche se si può affermare, sulla base delle firme apposte su alcuni suoi affreschi e di tre atti notarili, che abbia vissuto a Locarno, «habitator Locarni». Tra i collaboratori nella sua bottega, come risulta dalle firme congiunte sull’importante ciclo di S. Michele ad Arosio, c’era il figlio Giovanni Taddeo Antonio, lo stesso che fu al suo fianco con ogni probabilità nella decorazione dell’abside della chiesa di S. Stefano sul colle di Migleglia nel 1511.

Canton Ticino, Grigioni e Lago Maggiore
Si sa per certo comunque che la sua attività pittorica si dispiega tra l’ultimo quarto del secolo XV e l’inizio di quello successivo nel Canton Ticino, nei Grigioni e lungo le sponde lombarde del Lago Maggiore. Ed è proprio questo segmento della sua produzione artistica che ci interessa da vicino. Se le notizie sulla sua vita sono scarse, la sua produzione artistica è molto prolifica. Attraverso le sue opere si cercherà pertanto di ricostruire la storia di questa singolare personalità. Sono cinque i cicli pittorici che recano la sua firma, una pietra di paragone per l’attribuzione di dipinti di incerta provenienza.

Pittori girovaghi
Alla fase iniziale della sua carriera sembrerebbe rimandarci la Madonna di Loreto dell’Alpe Cedullo di Indemini, un territorio di confine che geograficamente gravita però nell’orbita dei paesi della Val Veddasca.
Antonio da Tradate faceva parte di quella schiera di pittori che, meno aggiornati sulla pittura del tempo, girovagavano nelle valli ticinesi, anche in luoghi erti e di difficile accesso, per rispondere ad una committenza meno colta rispetto a quella delle corti rinascimentali italiane. Questa considerazione tuttavia non inficia il valore delle sue opere, quantunque ancora legate a canoni pittorici bizantini e gotici.

Madonne di Indemini e Curiglia
La Madonna del Latte di Indemini troneggia sotto un baldacchino, che idealmente rappresenta la casa di Nazareth, sorretto da due angeli. Sul capo della Vergine, ricoperto da un bianco velo, rifulge una corona regale. Adagiato sulle sue ginocchia, il Divino Infante, le cui mani poggiano sul libro sacro, sugge il latte dal suo seno. Particolare significativo: sulla sinistra del dipinto una piccola montagna a cono, elemento ricorrente nell’iconografia di Antonio da Tradate.
Della stessa mano è l’affresco del santuario del Tronchedo che sorge alle porte di Curiglia. Anche qui Antonio da Tradate ripropone l’immagine della Madonna del Latte. Un volto dolce e nel contempo austero, consono alla dignità regale di madre del Salvatore, evidenziata dall’aurea corona posta sul suo capo e dal trono dallo schienale turrito su cui è seduta. Rispetto alla precedente, quella del Tronchedo rivela una maggiore padronanza della tecnica pittorica: i capelli che incorniciano il viso, lo sguardo penetrante, le labbra atteggiate ad un tenue sorriso, la mano che nasconde pudicamente il seno, la figura del committente che emerge appena nell’angolo destro dell’affresco. Inizialmente forse il dipinto si trovava in un tabernacolo ai margini di una strada, come sembra indicare il cartiglio che regge il Bambino: «O ti che va per questa via, saluta la madre mia con uno pater et una ave maria», la medesima rima che appare nel cartiglio della cappella de’ Bernardi di Corzonesco. 

Devozione diffusa fino al Concilio di Trento
Assai diffusa era, specie nelle zone rurali, la devozione per la Madonna del Latte, come attestano le numerose raffigurazioni presenti in ogni dove, a partire da quella più famosa di Re per la miracolosa effusione del sangue. L’allattamento al seno materno, in una società connotata da una forte mortalità infantile, era un efficace antidoto contro le epidemie ricorrenti ed un nutrimento completo e gradevole dal punto di vista organolettico, che poteva essere facilmente dispensato in ogni momento della giornata.
Una lattazione insufficiente o mancante del tutto poteva configurasi come una vera e propria maledizione divina. Da qui i pellegrinaggi ai santuari e la costruzione di edicole sacre per chiedere protezione e aiuto in questa funzione fondamentale soprattutto per la società di quel tempo. Anche nella Milano rinascimentale, furono eseguiti moltissimi dipinti della Madonna del Latte. Basti ricordare il Foppa, Donato di Bardi, Solario, Luini, Boltraffio, Lanino, Bergognone. Raffigurazioni che vennero però abbandonate dopo il Concilio di Trento, in particolare nella diocesi ambrosiana, a seguito delle disposizioni del cardinale Federico Borromeo, con le sue istruzioni De pictura sacra.

Ciclo di Maccagno
Il ciclo più importante per la nostra zona è però quello della chiesa di S. Antonio di Maccagno. I dipinti sono una vera e propria “Biblia pauperum”, una Bibbia dei poveri, secondo un’espressione usata da Papa Gregorio VII e rappresentano momenti significativi della vita di Gesù, offrendo nel contempo agli analfabeti che costituivano la maggioranza della popolazione la possibilità di conoscere la storia della salvezza.
Gli affreschi superstiti descrivono le scene cruciali della passione: l’ingresso in Gerusalemme, l’ultima cena, l’orazione nel Getsemani, la cattura di Gesù, il bacio di Giuda, il taglio dell’orecchio da parte di Pietro al servo del sommo sacerdote Caifa, la flagellazione, l’incoronazione di spine, Cristo di fronte a Pilato che si lava le mani. L’intento didascalico è reso ancor più evidente dai cartigli esplicativi posti sopra i dipinti, alcuni dei quali facilmente decodificabili: «Com Dio è a tavola con li apostoli», «Come li farixei ano menato Dio denanzi a Pilato», «Come Zuda baxa Dio per tradirlo in le mani….» (illeggibile).
E nel cartiglio della preghiera nell’orto degli ulivi una citazione in latino, tratta da Matteo, 26, 39: «Pater, si possibile est, transeat a me calix iste».
Ieratica la figura del Cristo nell’ultima cena, circondato dagli apostoli e da S. Giovanni che, secondo l’iconografia tradizionale, reclina il capo sul petto del Maestro. Una scena di apparente serenità conviviale, anche se dal volto di Cristo traspare l’amara consapevolezza della fine imminente.
Nella scena del tradimento di Giuda, i due volti accostati manifestano in tutta la loro drammaticità la tensione emotiva: nell’espressione di sconforto del Cristo che volge il suo sguardo altrove è già presente la sconfessione dello spergiuro, mentre il traditore avvicina la sua guancia a quella di Gesù e tende le sue lunghe mani in un abbraccio infido. Più in basso il focoso Pietro colpisce all’orecchio il servo del sinedrio, incurante della condanna del Maestro, mirabilmente espressa dall’indice puntato verso di lui.
Leopoldo Giampaolo attribuisce anche la Madonna nella chiesa di S. Stefano a Maccagno inferiore ad Antonio da Tradate. L’affresco sembra, infatti, rimandare alla lunetta sulla facciata del S. Antonio, soprattutto per quanto riguarda lo sfondo damascato a foglie di quercia, motivo decorativo spesso usato dall’artista.
«Purtroppo - osserva giustamente Lara Broggi - le immagini si trovano in un pessimo stato conservativo e risultano di difficile lettura». Auguriamoci pertanto che qualche Mecenate locale si faccia carico di un restauro conservativo, perché questo prezioso documento pittorico, testimonianza di un lontano passato, possa essere fruibile anche dalle generazioni future.

Tra Cunardo e Arosio
Sorprendenti le affinità tematiche e strutturali della Pietà di Cunardo, con la parziale rappresentazione della deposizione della navata settentrionale della chiesa di S. Michele di Arosio. Identico lo sfondo, identica l’inclinazione del capo della Vergine, afflitta da un indicibile dolore, identico il fermaglio del manto. Attorno l’iscrizione esplicativa : Mccccciij die ultimo agusti hoc opus fecit fieri Iemolus et frater eius filius condam Petri Betami (Gemolo figlio del fu Pietro Betami e suo fratello fecero eseguire  il giorno ultimo di agosto 1503).
Del tutto rispondente agli stilemi pittorici di Antonio da Tradate la Madonna in trono con Bambino salvata dall’ingiuria del tempo su un muro di un’antica corte in frazione Raglio, sempre a Cunardo. L’affresco, ancora in precario stato di conservazione, nonostante il restauro del 1997, corrisponde perfettamente alle numerose rappresentazioni della Vergine, presentata frontalmente, con un panneggio rigido e con l’uso dei medesimi colori: il rosso dell’abito, l’azzurro del mantello, stretto da un fermaglio floreale. Il cartiglio che si dipana dalle mani del Bambino reca la scritta; «In gremio Matris sedet sapientia Patris» (Nel grembo della Madre siede la sapienza del Padre), la stessa del dipinto della Madonna di Re che l’artista poté senza dubbio leggere nelle sue frequenti peregrinazioni attraverso le Centovalli.

Affresco conteso
E soffermiamoci finalmente sull’affresco conteso, conservato a Palazzo Verbania a Luino, ma strappato dalla facciata di una casa di Campagnano nel 1966. La figura del Cristo crocifisso, solo parzialmente conservata, dal momento che presenta un solo strato pittorico, campeggia solenne in tutto lo spazio disponibile. Ai lati due angeli raccolgono il sangue effuso dal Redentore. In primo piano Maria Maddalena, coi lungi capelli biondi sciolti sulle spalle che contrastano col rosso del mantello. Dietro di lei, in piedi, quasi per sentirsi più prossima al figlio morente, la Vergine con le mani giunte in preghiera, col volto straziato dal dolore, avviluppata in un manto opaco che l’avvolge interamente; sul lato sinistro, Giovanni, il discepolo prediletto, col capo sorretto dalla mano destra in un gesto di composta mestizia. Lara Broggi coglie in questa crocifissione evidenti analogie con quelle di Curaglia, Arosio e Palagnedra, senza rilevanti variazioni narrative.
Una personalità poliedrica dunque quella di Antonio da Tradate, capace di trasfondere la veemenza dei suoi sentimenti nelle figure umanamente partecipi della tragica vicenda del Cristo, ma pronto a regalarci momenti di tenera intimità come nelle immagini della Theotókos, la madre di Dio che mantiene però viva e operante la sua schietta natura di donna fragile, sottoposta alla fatica e alle contraddizioni del vivere quotidiano.
Emilio Rossi 

(Altre immagini degli affreschi in pagina Valli Monti Laghi)

Cassano Valcuvia, inaugurato il Centro Documentale “Linea Cadorna”

In occasione dell’annuale commemorazione della battaglia del S. Martino

Giornata memorabile quella di domenica, 18 novembre, nella quale si è posta una pietra miliare sul percorso, spesso faticoso, del recupero della memoria storica del nostro territorio.
L’occasione la celebrazione della commemorazione della battaglia del S. Martino, che quest’anno si è tenuta a Cassano Valcuvia (Varese), dove è stato inaugurato il Centro Documentale Frontiera Nord “Linea Cadorna”, fortemente voluto dal sindaco Marco Magrini e dalla Comunità Montana Valli del Verbano di cui è presidente. Un’opera realizzata anche con il contributo della Regione Lombardia e della Fondazione Cariplo.
Sei sale espositive raccontano la storia della linea di difesa Cadorna, della cruenta battaglia partigiana del S. Martino, evidenziando nel contempo, in modo dettagliato, la geologia, la geomorfologia, la fauna, la flora e gli aspetti naturalistici della nostra zona. Un lavoro che si è avvalso della preziosa consulenza di Francesca Boldrini, Gianfranco Giannantoni e Federico Pianezza, coadiuvati da numerosi collaboratori cassanesi.

Istituzione unica nel Varesotto
Le sale multimediali espositive sono dotate di strumentazioni audio-visive, di pannelli iconografici, di punti interattivi e di documenti ed oggetti pertinenti alle varie tematiche trattate. Il fabbricato che accoglie il Centro è stato donato al comune dalla famiglia Giani in memoria del partigiano Marco Giani.
Un’istituzione unica nella nostra provincia, destinata a diventare un polo di riferimento per le scuole, per i ricercatori, per la promozione di un’articolata offerta culturale e didattica. Questo l’auspicio espresso più volte durante la mattinata dal presidente Magrini e dalle varie personalità intervenute. Una cerimonia che ha visto la presenza di una folta rappresentanza dei comuni della provincia, insieme ai sindaci o ai loro delegati.

Reduci del S. Martino
Un gran numero di gonfaloni, gli uni accanto agli altri, hanno sfilato, al termine della messa nella chiesa parrocchiale, lungo le vie del paese per convergere nella piazza dove sorge il monumento ai Caduti. Momenti di intensa commozione soprattutto quando Pietro Somaini, uno dei reduci del S. Martino, ha rievocato i drammatici avvenimenti di cui è stato testimone e protagonista. Sul palco d’onore anche Carlo Alini, classe 1916, lui pure scampato al massacro. Presenti inoltre il prefetto di Varese, Giorgio Franco Zanzi, Luca Marsico, vicepresidente della Provincia, il senatore Giuseppe Zamberletti, l’ex assessore regionale Raffaele Cattaneo, il presidente provinciale dell’ANPI, Angelo Chiesa. Da parte di tutti gli oratori è stato ribadito l’invito, in un momento di generale sconforto come quello che stiamo attraversando, a dare concreta attuazione agli ideali di libertà, di impegno politico e sociale, per i quali i partigiani del S. Martino hanno combattuto mettendo a repentaglio la loro vita. (Altre immagini sulla manifestazione in Prima pagina)
Emilio Rossi 

«Tu m'hai lasciato questo, un bambinello », la Resistenza nelle parole di una donna

La figlia Giovanna ricorda Giuliana Gadola e "Il Capitano" Filippo Beltrami ucciso dai nazifascisti

A Gemonio vive ancora Giovanna, la figlia di Giuliana Gadola e dell’architetto Filippo Beltrami, trucidato dai nazifascisti insieme a Gaspare Pajetta e a undici partigiani nella battaglia di Megolo, nel febbraio 1944. La tragica vicenda, raccontata dalla madre nel libro “Il Capitano”, è stata traslata in una fiction cinematografica, recentemente presentata anche a Palazzo Verbania a Luino dal regista Vanni Vallino e dallo storico della Resistenza Mauro Begozzi. Un libro del quale Cesare Pavese ebbe a dire tra l’altro: «… è il primo di ispirazione partigiana, dove non s’acquatti la retorica». Significativa in proposito la testimonianza di Giovanna, rivolta al pubblico di Gemonio, in occasione della prima proiezione del film “Giuliana e il Capitano” nello scorso mese di aprile:
«Vi ringrazio di essere venuti per conoscere i miei genitori e il loro amore. Un amore di rara qualità, aperto al mondo, in cui ciascuno aiutava l'altro a essere se stesso, a realizzare la propria missione, a dare agli altri il meglio di sé. Questo loro reciproco modo di relazionarsi li ha portati pian piano, e non senza esitazioni, a decidere di entrare nella Resistenza e di dare il loro contributo a liberare il Paese dalla nube tetra e minacciosa che lo sovrastava.
Il film trae origine da un libro ("Il capitano") che mia madre ha scritto a Cogne, in Val d'Aosta, dove ci eravamo rifugiati dopo la morte di mio padre. Lì abbiamo passato un anno, dalla primavera del ‘44 alla liberazione, in una baita di montagna un po' fuori dal paese. Due donne, mia madre e una giovane trentina e tre bambini dai 7 anni ai 7 mesi.
Una poesia di mia madre descrive molto bene il suo stato d'animo in quel tempo.
Si intitola «La nostra storia».

Tu m'hai lasciato questo, un bambinello
di carne e pelo biondi come il miele.
Me lo porto in ispalla sui sentieri
in cerca d'uova da una grangia all'altra.

Se gli parlo di te, la nostra storia,
chiusa dall'insonnia in una casa
dove ogni notte mi sgretolo con te,
quella storia diventa una leggenda
e nell'aria pulita t'incorona.

Immaginiamoci la situazione: la giornata è finita, i bambini hanno fatto i compiti, hanno cenato, sono stati messi a letto sotto alti piumini d'oca. Viene riordinata la cucina, caricata la stufa, stabilite le incombenze per l'indomani, si spegne il parlottio dei bambini. Resta solo il borbottio dello stufa. Poi cala la notte, quella notte che mia madre non avrebbe mai voluto attraversare, che nessuno di noi vorrebbe attraversare, ma che prima o poi ci tocca.
Mia madre mi ha detto diverse volte che senza di noi si sarebbe buttata nelle azioni più rischiose della guerra partigiana a costo della sua vita. Dovendo restare con noi senza impazzire bisognava comunque interrompere la sequenza di quelle notti terribili. Ma come? Mia madre decise allora di scrivere la loro storia, per salvaguardarne la memoria. Le notti si trasformano in momenti di intenso lavoro, in cui mia madre deve per forza prendere le distanze dalla vicenda per riordinare i ricordi, per organizzare il materiale. Ed è la salvezza. Il dolore si trasforma in un atto creativo di grande importanza per se stessa, per noi figli, per mio padre che ritorna a vivere in quelle pagine.
La storia si fa leggenda.
Il manoscritto, avvolto in tela cerata, viene sepolto sotto un albero, in attesa di tempi migliori. Dissotterrato dopo la liberazione, inizia l'iter per essere pubblicato dalla casa editrice Gentile di Milano, nel febbraio del ‘46.
La nostra storia confluisce così nella storia collettiva della Resistenza, ma con un taglio particolare: è una donna che scrive, una donna il cui sguardo presta più attenzione alle emozioni, ai sentimenti, alle motivazioni, piuttosto che ai fatti d'arme.
Per finire vi invito a riflettere sulla frase del filosofo greco Sofocle: "Se una cosa è giusta, certo val meglio di una cosa saggia"... sulla quale i miei genitori hanno impostato la loro vita».
Un’opera quella di Giuliana Gadola che nell’edizione del 1964 ebbe l’onere di una postfazione del poeta Eugenio Montale, di Gianni Rodari e di Piero Calamandrei.
Emilio Rossi 

Moriva 64 anni fa Don Piero Folli, prete di frontiera nell’ultimo conflitto mondiale

Favorì l’esodo di ebrei e perseguitati politici in Svizzera e fu imprigionato a San Vittore
Don Folli

«Ho il dolore di comunicare a V. E. Rev.ma che ieri sera è stato colpito da congestione cerebrale il m. rev. sig. Parroco di Voldomino, D. Piero Folli. E’ rimasto paralizzato alla parte sinistra, parla a stento confusamente, mantiene discreta la conoscenza. Gli furono praticati due salassi, ma con poco esito. E’ difficile che possa riprendersi». Con questa lettera, datata 28 febbraio 1948, il prevosto di Luino, don Enrico Longoni, preannunciava al card. Schuster la fine imminente del sacerdote che, infatti, spirava pochi giorni dopo, l’8 marzo.
Negli anni intercorsi tra la sua liberazione dal carcere dove era stato imprigionato per aver favorito l’esodo degli Ebrei e dei perseguitati politici in Svizzera, don Folli fu sollecitato a fornire utili informazioni su quel tormentato periodo della nostra storia recente. In un documento, stilato di sua mano, custodito presso l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Fondo Giuseppe Bacciagaluppi), don Piero redasse un elenco dei nominativi di coloro che avevano operato per il C.L.N., premettendo comunque di non essere in grado di stendere una relazione esaustiva a causa della sua assenza da Voldomino dopo il 1943.
La collaborazione di uomini coraggiosi e intrepidi a Voldomino…
Vengono comunque citati i nomi di Zeffirino Mongodi, residente a Mesenzana, e di Alberto Badi fu Francesco, abitante a Voldomino. Uomini coraggiosi ed intrepidi che erano stati al suo fianco «per il passaggio di 200 inglesi» e forse «anche qualcuno in più». Avevano ricevuto, per suo tramite, per conto del C.L.N., £ 100 per ogni inglese accompagnato. Don Folli sottolineava però l’aiuto disinteressato di Mario Baggiolini, allora residente in Isvizzera, che aveva alloggiato e mantenuto i prigionieri sempre gratuitamente, salvo qualche sovvenzione saltuaria per i viveri. Tullio Berzi e il fratello Domenico inoltre lo avevano coadiuvato «nel passaggio di 13 prigionieri a £ 100 e di altri 9 gratuitamente».
Anche dopo il suo arresto e il trasferimento nel carcere di S. Vittore, Zeffirino Mongodi e Alberto Badi avevano continuato la loro attività. Quest’ultimo, per conto suo, ne aveva fatti passare gratis altri 53. Fortunatamente, dopo la razzia nella casa Baggiolini–Garibaldi, non erano stati trovati i biglietti attestanti l’avvenuto espatrio. «Credo di non errare – conclude don Folli – che fra Mongodi e Badi ne abbiano fatti passare in totale più di trecento».
…e a Novara
Facendo riferimento ad una sua registrazione personale, don Piero afferma di aver speso per espatri £ 22.000, delle quali £ 20.000 gli erano state versate dal dottor Calini direttore della Banca di Luino. Si dichiarava in ogni caso consapevole di non essere stato l’unico a spendersi per questa nobile causa: «So che altri hanno prestato la loro opera attraverso gli amici di Novara che portavano a Voldomino i prigionieri, ma non posso dare di ciò sicura relazione. Gli amici di Novara sapranno essi dare notizia». Un’organizzazione capillare dunque che aveva però come fulcro propulsore Voldomino ed il suo coraggioso parroco.
Don Folli, prete di frontiera in ogni senso, non si sottrasse mai all’imperativo evangelico di aiutare coloro che si trovassero nel bisogno e di salvare preziose vite umane, indipendentemente dal loro credo politico o religioso.
Emilio Rossi  

Garibaldini delle valli luinesi

E l’Eroe dei Due Mondi venne a Luino per salutare un vecchio compagno d’arme - Nella galleria delle Camicie Rosse figurano Giuseppe Pugni e Attilio Eusebio di Luino, Daniele Giovanelli e il cavalier Pecchio di Porto Valtravaglia, Guglielmo Clerici di Maccagno Superiore

Prima che si concludano le celebrazioni per il 150° dell’unità d’Italia, penso sia doveroso rendere omaggio alla memoria di quanti furono artefici di questa controversa avventura, per la quale comunque combatterono valorosamente, credendo negli ideali di patria che avevano destato in loro slanci di inopinata generosità. Anche questa nostra terra di frontiera, come la definiva Vittorio Sereni, seppe partecipare, e non da gregaria, alle imprese di quell’epica stagione.
Nel maggio 1884 era deceduto Daniele Giovanelli di Porto Valtravaglia, classe 1835 che, come scriveva Il Corriere del Verbano «alla sua patria, all’Italia, consacrò il cuore ed il braccio nel 1859 seguendo le schiere che, duce Garibaldi, si prefissero ed eroicamente conseguirono l’indipendenza della patria, cacciandone gli usurpatori stranieri ed i tiranni». Nel dicembre 1888, a soli 46 anni, era scomparso Attilio Eusebio di Luino. Nel 1859, a soli 19 anni, si era arruolato nelle file garibaldine e dal 1861 aveva prestato servizio per ben cinque anni nell’esercito regio. Unica nota dissonante in tanta mestizia, il rifiuto del parroco di far entrare in chiesa la bandiera italiana. «Se la va di questo passo», commentava polemicamente il cronista, «un giorno proibiranno a tutti gli italiani di entrare in chiesa».
Non possiamo peraltro dimenticare un singolare personaggio, morto a Cadero nel 1901. Si chiamava Giuseppe Pugni, ma era soprannominato Brascin, per aver perso un braccio dopo esser stato colpito da una palla di cannone. Aveva, infatti, combattuto nell’America del Sud nella leggendaria e prode legione italiana capitanata da Garibaldi. Per questo motivo, come testimonia il fondatore e direttore del Corriere del Verbano, Francesco Branca, che fu presente all’incontro, quando l’eroe nel 1862, venne a Luino, volle vedere il Pugni per significargli ancora una volta la sua amicizia e la sua incondizionata ammirazione.
Un altro garibaldino, il cavalier Pecchio di Porto Valtravaglia, si era spento nel febbraio del 1906. Era cugino del deputato locale, on. Lucchini.
Nel 1907, all’età di 63 anni, era morto inoltre Guglielmo Clerici di Maccagno Superiore. Provetto orefice, era entrato nel rinomato stabilimento Calderoni di Milano e successivamente aveva aperto un suo studio, assicurandosi una rispettabile posizione. Nel 1866, «abbandonato il bullino», si era arruolato tra le file garibaldine, nel 4° Battaglione Volontari, combattendo valorosamente a Bezzecca.
Eroi di secondo piano, ma non per questo meno importanti. La storia non è fatta solo di teste coronate, ma da donne e uomini senza nome spesso spazzati via da una folata di fosca caligine e avvolti in una coltre di un impenetrabile silenzio.
Ognuno di loro tuttavia, a diverso titolo, ha dato il proprio prezioso contributo. Figure evanescenti quelle ricordate che sarebbero state inghiottite per sempre dall’oblio se qualcuno non avesse deciso di farne memoria.
Emilio Rossi

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