Edizione n.1 di mercoledì 14 gennaio 2026

Lombardia

Grotte della Valceresio, trent’anni di esplorazioni e studi

Scoperte dagli speleologi oltre 70 grotte e una quarantina di risorgenze
speleologia

Oltre un trentennio di ricerche, esplorazioni e studi condotti sulle principali aree carsiche della Valceresio, alle porte di Varese. La scoperta di oltre 70 grotte e una quarantina di risorgenze, patrimonio naturale di grande importanza per la conoscenza e gestione delle risorse idriche locali. Informazioni preziose ed esclusive raccolte dagli speleologi e donate alla collettività attraverso una pubblicazione di elevato spessore scientifico.
Sono, queste, le coordinate del volume scientifico “Le grotte e le sorgenti carsiche dei Monti Monarco, Rho, Minisfreddo e Useria (Valceresio–Va)-Meteorologia e idrologia ipogea Chimismo delle acque" recentemente realizzato da Gian Paolo Rivolta, Guglielmo Ronaghi ed Edoardo Raschellà con la collaborazione del Gruppo Speleologico Prealpino e il sostegno della Fondazione Comunitaria del Varesotto. L'opera è stata presentata il 28 settembre a Villa Recalcati a Varese e ha inaugurato la mostra "Speleologia: immagini dal mondo sotterraneo", aperta dal 29 settembre all'1 ottobre a cura di Provincia di Varese, Cersaiac (Centro Ricerche e Studi su Ambiente, Ipogei e Acque Carsiche), Gruppo speleologico prealpino, Gruppo Grotte Cai Carnago.

CATASTO DELLE GROTTE
Le grotte si formano prevalentemente sulle montagne calcaree, aree caratterizzate da roccia di colore grigiastro formatasi anticamente da fondali marini.
Un esempio di casa nostra è rappresentato dal monte Campo dei Fiori, dalla Valceresio e dalla Valganna, luoghi ove sono presenti alcune centinaia di cavità naturali scoperte dagli speleologi. La più profonda di esse si trova sul monte Campo dei Fiori. La grotta Schiaparelli, scoperta nella seconda metà degli anni ’80, è stata esplorata sino ad oltre 700 metri di profondità, superando pozzi, gallerie, sale, cunicoli e ambienti ostili e pericolosi che impegnano gli esperti per lunghe ore, a volte per giorni interi, durante le loro ispezioni sotterranee.
Grazie all’opera di questi specialisti del sottosuolo, si è potuto istituire il catasto delle grotte, importante ed esclusivo archivio dove sono riportate tutte le grotte scoperte, l’esatta ubicazione dell’ingresso, la loro lunghezza e profondità, nonché le caratteristiche idrologiche e meteorologiche della cavità.
Al coraggio e alla preparazione di questi ricercatori si deve l'esplorazione delle acque sotterranee e la conoscenza di forme di coleotteri e insetti che, in molti casi, vivono esclusivamente negli ambienti bui e umidi delle grotte, formazioni minerali spettacolari e rare, creazioni della natura che devono assolutamente essere preservate. 

Armando Chirola, una giovinezza spezzata dalla guerra

Intitolata al tenente trucidato nel 1943 a Cefalonia la piazza del Parco a lago

(SC) Una mattinata intensa, con momenti di profonda emozione che ha coinvolto tutti i presenti, quella che a Luino si è svolta domenica 22 settembre sulla piazza in legno del Parco a Lago per intitolare questo spazio alla memoria di Armando Chirola. Il giovane tenente luinese fece parte della Divisione Acqui massacrata dai tedeschi  durante l'Eccidio di Cefalonia il 22 settembre 1943. Il suo ricordo ha radici ben profonde a Luino: ne parlò anche l'avvocato Trento Salvi nel 2001 su "Il Corriere del Verbano" in un articolo ripubblicato l'anno scorso.
Il sindaco Andrea Pellicini ha ricordato Chirola con grande affetto, pensando «ad un giovane che nutriva grandi speranze per il futuro e che amava così tanto il suo lago da descriverne la bellezza in versi. Ne è testimone la sua raccolta di poesie. Che Armando Chirola diventi esempio per i giovani: la guerra stermina intere generazioni, ammutolendole, solo la pace permette agli uomini di 'parlare', di esprimersi secondo i propri talenti».
Una celebrazione importante, con i ritmi scanditi da brani proposti dalla Musica Cittadina, dal momento religioso della benedizione dello spazio ad opera di don Marco Longoni, dalla lettura della poesia incisa sulla stele in cor-ten letta da Edoardo Maria Castelli. Alla cerimonia hanno presenziato la giunta comunale, alcuni consiglieri e dirigenti della città, le rappresentanze dei corpi d'arma e dell'associazionismo locale, l'intera famiglia Chirola, l'architetto Enrico Marforio, progettista del Parco a Lago, e Giorgio Gaspari in rappresentanza della Fondazione Cariplo.
Lo storico Carlo Alessandro Pisoni ha così celebrato un uomo dalla grande passione per la vela:
La vicenda umana di Armando Chirola, giovane caduto a Cefalonia con fierezza di uomo adulto e coraggio di militare tutto d’un pezzo, nonostante i suoi soli 23 anni d’età sarebbe forse una delle tante storie tragiche di guerra.
Ma la figura di Armando Chirola, per quanti amino il lago Maggiore e le sue dolci brume settembrine, porta con sé un’ulteriore memoria: non a tutti capita di poter cantare – come occorse al ragazzo nella propria ultima verde giovinezza - le terre in cui si è vissuto e le acque solcate in barca a vela. Ad Armando Chirola successe (vogliamo credere per tenacia ed entusiasmo tutto giovanile) di scrivere e pubblicare un libro di poesie, a proprie spese stampato a Palo Del Colle presso Bari dalla tipografia Andriola, giusto alla vigilia della partenza per il fronte greco.

Con ottimismo e scrittura lineare Chirola cantò, nel proprio “Eco della Selva”, i tramonti di Luino, i castelli di Cannero, e soprattutto le speranze per un futuro che non immaginava gli sarebbe stato brutalmente negato di lì a poco dalla storia e dagli uomini.
Oggi, a distanza di settant’anni, ricordando Cefalonia, si ricorda Armando Chirola non come giovane militare che con coraggio e statura di vero uomo non si sottrasse alla morte in guerra; piuttosto, dedicandogli un luogo di pace e serenità in riva al suo lago, in mezzo alle sue barche, si lega il ricordo di Armando Chirola, in un’Eco gentile, che per sempre risuona alla riva verbanese, nella sua Luino. 

Rose rosse per Franca Rame

Mercoledì 29 maggio si è spenta a Milano Franca Rame, attrice, scrittrice, nel 2006 anche senatrice per l'Idv, moglie del Premio Nobel Dario Fo e, soprattutto, donna in prima fila per le battaglie sociali e i gravi e difficili temi delle povertà, dell'emarginazione, della violenza, della sopraffazione.
«Chissà quante donne ci saranno ai miei funerali», aveva detto qualche tempo fa in un'intervista alla tv. L'aveva detto con la modestia che la contraddistingueva, ma pur consapevole dopo tanti anni spesi per gli altri della rete di associazionismo e individualità che aveva saputo attrarre, e spesso motivare nella solidarietà o nella reazione. Così è stato. Venerdì 31 maggio, dopo che la camera ardente allestita al Piccolo Teatro era rimasta aperta anche di notte per permettere a tutti l'omaggio, un'onda di donne è accorsa al commiato davanti al Teatro Strehler di Milano. Tutti quelle e quelli che hanno riconosciuto nella costanza di Franca Rame, e nel suo non risparmiarsi, non cedere, e anche non perdere fiducia, la speranza di un'etica possibile.
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Prima il sindaco di Milano Pisapia e il suo partecipe saluto, dopo Jacopo, che racconta una madre-donna così coraggiosa e prodiga da saper trasformare lo stupro subito da parte di un manipolo di neofascisti in parola e teatro; non tanto per elaborare il dolore proprio, quanto per raggiungere con quel suo mai sopito dolore altre donne, per smuovere coscienze e torpore. Dario Fo parla per ultimo. E la sua orazione è battito d'ali di un gabbiano che, volando attorno alla sua compagna fermata dal tempo ad altra Dimensione, smuova l'aria e propaghi vibrazioni nel vento e sul lago.
La sua narrazione dice il miracolo della creazione d'arte insieme, di una vita trascorsa per sessant'anni fianco a fianco, a tessere una tela quotidiana in cui l'una dall'altro non si sarebbero potuti distinguere, né scindere, eppure in cui ciascuno dei due è stato unico, diverso e inconfondibile.
Il testo, il teatro, gli ideali e le idee sono stati vita e sintesi del loro essere, per Rame e Fo, e come sintesi di teatro-vita si sono liberati nel commiato di Dario per Franca. Il quale ha offerto a una piazza colorata di fiori bianchi e rose e sciarpe e vesti rossi e piccoli, intimi riferimenti di comuni sentire – perchè così a lei sarebbe piaciuto – la recita/non recita di un'opera che la moglie stava componendo. In cui lei scrive – traendo spunto da rinvenuti documenti apocrifi – di un'Eva non nata dalla costola di Adamo bensì modellata dal Creatore per prima, che preferisce la scelta della morte avendo conosciuto la gioia e la festa e la ricchezza dell'amore invece che l'eternità senza sapere l'amore.
Recita ma non/recita, ancora una volta vita in scena, simbolo e sublimazione, sotto il sipario del cielo, dove due voci si fanno una.
Elena Ciuti

Nelle foto in basso:

1) L'ingresso del Piccolo Teatro di Milano dove è stata allestita la camera ardente e dove sono confluite anche il mattino dei funerali moltissime persone per unirsi al corteo e accompagnare verso Teatro Strehler, luogo del commiato di Dario Fo per la moglie.

2) La targa dell'Anpi all'ingresso del Piccolo di Milano. «Qui tra l'8 Settembre 1943 e il 25 Aprile 1945 hanno subito torture e trovato la morte centinaia di combattenti della libertà prigionieri dei fascisti. Il Piccolo Teatro ha fatto di questo edificio un centro ed un simbolo della rinascita culturale e della vita democratica di Milano. Anpi - Milano 10 aprile 1995».

3) e 4) Dario Fo esce a salutare e ringraziare la folla

5) Cartello di un gruppo di donne: «La miglior donna che ci ha rappresentate»

6) Si avvia il corteo. Con la sciarpa rossa, Jacopo Fo.

7) Teatro Strehler di primo mattino. Qui si svolgerà dopo le 11 il funerale laico di Franca Rame

8) Durante il commiato di Dario Fo

(Pubblichiamo in questa stessa pagina un articolo di Davide Rota dedicato a Franca Rame e Dario Fo apparso sul Corriere del Verbano del marzo 2002). 

Palude Brabbia, un gioiello naturale alle porte di Varese

Tra i monti e i laghi del Varesotto spicca una delle zone più preziose, a livello europeo, per biodiversità. É l’oasi della Palude Brabbia, situata nella porzione meridionale del lago di Varese tra Casale Litta, Cazzago Brabbia, Inarzo, Ternate e Varano Borghi. Dal 1983 è riconosciuta "riserva naturale" dalla Regione Lombardia e affidata alla Provincia di Varese, che, da vent'anni, la gestisce in convenzione con la Lipu.
Ogni anno sono oltre 10.000 le persone che, tra visite libere e iniziative organizzate, fanno un tuffo in un ambiente straordinario custodito da una ventina di volontari sotto la direzione della responsabile Barbara Ravasio.
Il successo quasi da record di vent'anni di impegno è stato celebrato il 19 febbraio a Villa Recalcati in occasione della presentazione del progetto Trans Insubria Bionet (Tib). Oltre Barbara Ravasio e l'assessore provinciale Luca Marsico, sono intervenuti i responsabili nazionali di Oasi Lipu, Ugo Faralli, e di volontari Lipu e progetto Tib, Massimo Soldarini.

VOLONTARIATO E SPECIE CENSITE
Nel 2012 l'oasi Brabbia ha visto 3415 tra scolari e visitatori partecipare a percorsi guidati, laboratori didattici per famiglie, corsi e giornate di educazione e sensibilizzazione ambientale. A suscitare l'interesse è certamente un ambiente unico ma anche la manutenzione sistematica di strutture e sentieri.
Annualmente il personale ridipinge i capanni di osservazione, sostituisce le assi delle passerelle, rimette a nuovo le schermature, taglia l'erba d'estate e rimuove piante morte o spezzate dal vento in inverno. In suo aiuto arrivano per oltre 1500 ore l'anno i volontari, che collaborano anche alla gestione - altrimenti impossibile - degli eventi e, soprattutto, al censimento ornitologico.
Il lavoro dei volontari ha - sempre nel 2012 - consentito di censire su transetto e in punti di ascolto 144 specie di uccelli meno comuni. Il campionario spazia dai rapaci (albanella minore, nibbio reale, smeriglio) agli anatidi (moretta, fistione turco, moriglione) e dai limicoli (cavaliere d’italia e pantana) ai passeriformi (luì verde e luì bianco, forapaglie comune e forapaglie macchiettato, bigiarella e sterpazzola). Alla vista degli osservatori non sono sfuggiti alcuni gruccioni, upupe e un gruppo di otto cicogne. La loro maggiore sorpresa rimane forse l'avvistamento, soprattutto in inverno, di continuamente numerosi picchi neri, una specie assente fino a pochi anni fa.

SOSTA IDEALE PER LE MIGRAZIONI
La palude rappresenta ancora un punto ideale di sosta durante la migrazione primaverile. Tra marzo e aprile si stagliano nell'aria le sagome di germano reale, alzavole, canapiglie, mestoloni, moretta tabaccata e pure di rapaci caratteristici della zona, come nibbio bruno, falco pescatore, falco di palude, albanella reale.
Nutrita anche la popolazione dei cormorani, quasi un migliaio secondo un censimento condotto in collaborazione con l’Università dell’Insubria. Animata pure la garzaia - il luogo di nidificazione di aironi e uccelli della loro famiglia - con le sue 100 coppie tra aironi cenerini e nitticore.

DECRESCONO LE RONDINI
Nella rassegna delle meraviglie alate non mancano, purtroppo in misura decrescente, l'airone rosso e il tarabusino. Le loro nidificazioni, nel migliore dei casi, si sono, per l'airone, spostate sul lago di Varese e, per il tarabusino, presente con 15/20 coppie fino agli anni ’90, sono quest’anno addirittura scomparse.
Un altro dato che fa riflettere viene dalla stazione ornitologica, introdotta per la prima volta nel 2012. Dal 21 agosto al 20 ottobre, su 1767 catture di 54 specie diverse, è emersa la scarsissima presenza di rondini. Questi meravigliosi messaggeri della primavera erano un tempo una specie molto comune con grossi dormitori nei canneti della palude in fase postriproduttiva e oggi invece sono quasi assenti. Per fortuna molti altri passeriformi sono stati catturati con contingenti simili a quelli degli scorsi anni e questo elemento conferma l’importanza della palude come sito di sosta durante le migrazioni. 

Sotto al titolo, Garzaia, foto di Armando Bottelli; in basso, Hottonia e Palude, foto di Armando Bottelli; Ninfee e Visione aerea, foto Archivio LIPU.

Parco a lago, dedicata al tenente Chirola la nuova “Piazza belvedere”

Armando Chirola
Trento Salvi (TreSa)

Sarà dedicata al tenente dell’Esercito Armando Chirola, ucciso dai nazisti a Cefalonia nel 1943, l’area multifunzionale “Piazza belvedere” in via di ultimazione nel Parco a Lago, nelle vicinanze della sede dell’Associazione Velica Alto Verbano. La giunta Andrea Pellicini ne ha deliberato il 23 ottobre l’intitolazione e ora attende l’autorizzazione da parte del prefetto Giorgio Zanzi. L’area è una piattaforma in legno fissata su una base di calcestruzzo ed è stata costruita sullo spazio originariamente destinato al parcheggio, contestato e rimosso insieme al “Muro”.
La tragedia dell’ufficiale luinese fu così ricordata dall'avvocato e indimenticabile appassionato studioso di vicende luinesi Trento Salvi (TreSa) sul Corriere del Verbano del 14 febbraio 2001 nella rubrica "Campo della memoria":

<Campo della memoria
Armando Chirola e l'eccidio di Cefalonia - Scelsero tra vita e dignità

Anni 1940-1945. Non dirò come Montale «Volarono anni corti come giorni». Furono anni di lunghi sacrifici, angustie e sofferenze fisiche e morali.
Eravamo giovani ventenni trascinati da ideali più o meno validi, spinti da entusiasmo, da giovanili aneliti e anche solidarietà per non sentirci vigliacchi o imboscati, per non vergognarci di rimanere a casa mentre fratelli, padri di famiglia, amici, coscritti erano ai vari fronti a combattere, convinti perché la partenza era considerata un preciso dovere, lontani da certa retorica di moda a quei tempi: noi, vivi, fummo ripagati dalla delusione; loro, i caduti, non sono più tornati “a baita”, i loro corpi sono rimasti in luoghi lontani insepolti, o in cimiteri di guerra con una semplice croce, o in fondo al mare.
Con loro, noi vivi, ci accompagniamo e ricordiamo, tra i tanti, il tenente Armando Chirola, sepolto con una decina di migliaia di soldati barbaramente ammazzati dai tedeschi (nonostante avessero ammainato le bandiere e abbandonato le armi) nell’isola di Cefalonia, Egeo. Come Gino Miravalle, Aldo Mazzucchelli, Pier Luigi Maragni e il sottoscritto, aveva ricevuto nel gennaio ‘41 la cartolina rossa, poco più di un fazzoletto tricolore. Al distretto dicemmo: «Siamo qui». E ci unimmo ai canti dei richiamati, degli anziani; e cantammo fino ad Aosta. Eravamo un centinaio. Armando fu assegnato ai carristi.
A pagina 74 del libro di Alfio Caruso (ed. Longanesi) Italiani dovete morire: Cefalonia settembre 1943, il Massacro della divisione Acqui da parte dei tedeschi: un’epopea di eroi, il tenente Chirola è ricordato: «... I soldati temono che sia la premessa alla cessione totale delle armi. Il tenente Chirola si sbraccia, cerca di persuadere i più esagitati...».
Cadranno fucilati tutti, dal generale comandante Gandin all’ultimo bocia: «Si dimisero dalla vita per non dimettersi dalla dignità».
L’Armando aveva frequentato con me e con il fratello Renato le scuole superiori dell’Istituto Salesiano di Novara. (Il padre, noto avvocato, aveva professato a Luino dal 1930 al 1952. Era grande invalido della prima guerra). Era gioviale, intelligente e molto cortese. Volendo seguire le orme paterne, si era iscritto a Giurisprudenza, 1° anno accademico.
L’ingegner Dino Magnaghi mi assicura che costante è il ricordo dell’Armando nel Circolo Avav. Gli vollero dedicare fin dall’agosto 1949 una regata, che fu assegnata ogni anno per la classe Star.
Tra i “Lunari” che Piera Corsini compila sul “Rondò” veniva riportata l’anno scorso una breve composizione del tenente Chirola:
«La guerra è un inno
vado, lo canto e torno
benigna è la mia stella»

Presto il presidente della Repubblica [NdR: Carlo Azeglio Ciampi] si recherà a Cefalonia. Renderà omaggio e onore ai caduti sui quali per molti anni cadde il silenzio, e porterà un fiore anche ad Armando.
La foto [NdR: tratta dal volume "Avav 1938-1988", Nastro & Nastro-Grafica e Stampa] mi è stata data dall’ingegner Dino Magnaghi, che ringrazio.
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«Tu m'hai lasciato questo, un bambinello », la Resistenza nelle parole di una donna

La figlia Giovanna ricorda Giuliana Gadola e "Il Capitano" Filippo Beltrami ucciso dai nazifascisti

A Gemonio vive ancora Giovanna, la figlia di Giuliana Gadola e dell’architetto Filippo Beltrami, trucidato dai nazifascisti insieme a Gaspare Pajetta e a undici partigiani nella battaglia di Megolo, nel febbraio 1944. La tragica vicenda, raccontata dalla madre nel libro “Il Capitano”, è stata traslata in una fiction cinematografica, recentemente presentata anche a Palazzo Verbania a Luino dal regista Vanni Vallino e dallo storico della Resistenza Mauro Begozzi. Un libro del quale Cesare Pavese ebbe a dire tra l’altro: «… è il primo di ispirazione partigiana, dove non s’acquatti la retorica». Significativa in proposito la testimonianza di Giovanna, rivolta al pubblico di Gemonio, in occasione della prima proiezione del film “Giuliana e il Capitano” nello scorso mese di aprile:
«Vi ringrazio di essere venuti per conoscere i miei genitori e il loro amore. Un amore di rara qualità, aperto al mondo, in cui ciascuno aiutava l'altro a essere se stesso, a realizzare la propria missione, a dare agli altri il meglio di sé. Questo loro reciproco modo di relazionarsi li ha portati pian piano, e non senza esitazioni, a decidere di entrare nella Resistenza e di dare il loro contributo a liberare il Paese dalla nube tetra e minacciosa che lo sovrastava.
Il film trae origine da un libro ("Il capitano") che mia madre ha scritto a Cogne, in Val d'Aosta, dove ci eravamo rifugiati dopo la morte di mio padre. Lì abbiamo passato un anno, dalla primavera del ‘44 alla liberazione, in una baita di montagna un po' fuori dal paese. Due donne, mia madre e una giovane trentina e tre bambini dai 7 anni ai 7 mesi.
Una poesia di mia madre descrive molto bene il suo stato d'animo in quel tempo.
Si intitola «La nostra storia».

Tu m'hai lasciato questo, un bambinello
di carne e pelo biondi come il miele.
Me lo porto in ispalla sui sentieri
in cerca d'uova da una grangia all'altra.

Se gli parlo di te, la nostra storia,
chiusa dall'insonnia in una casa
dove ogni notte mi sgretolo con te,
quella storia diventa una leggenda
e nell'aria pulita t'incorona.

Immaginiamoci la situazione: la giornata è finita, i bambini hanno fatto i compiti, hanno cenato, sono stati messi a letto sotto alti piumini d'oca. Viene riordinata la cucina, caricata la stufa, stabilite le incombenze per l'indomani, si spegne il parlottio dei bambini. Resta solo il borbottio dello stufa. Poi cala la notte, quella notte che mia madre non avrebbe mai voluto attraversare, che nessuno di noi vorrebbe attraversare, ma che prima o poi ci tocca.
Mia madre mi ha detto diverse volte che senza di noi si sarebbe buttata nelle azioni più rischiose della guerra partigiana a costo della sua vita. Dovendo restare con noi senza impazzire bisognava comunque interrompere la sequenza di quelle notti terribili. Ma come? Mia madre decise allora di scrivere la loro storia, per salvaguardarne la memoria. Le notti si trasformano in momenti di intenso lavoro, in cui mia madre deve per forza prendere le distanze dalla vicenda per riordinare i ricordi, per organizzare il materiale. Ed è la salvezza. Il dolore si trasforma in un atto creativo di grande importanza per se stessa, per noi figli, per mio padre che ritorna a vivere in quelle pagine.
La storia si fa leggenda.
Il manoscritto, avvolto in tela cerata, viene sepolto sotto un albero, in attesa di tempi migliori. Dissotterrato dopo la liberazione, inizia l'iter per essere pubblicato dalla casa editrice Gentile di Milano, nel febbraio del ‘46.
La nostra storia confluisce così nella storia collettiva della Resistenza, ma con un taglio particolare: è una donna che scrive, una donna il cui sguardo presta più attenzione alle emozioni, ai sentimenti, alle motivazioni, piuttosto che ai fatti d'arme.
Per finire vi invito a riflettere sulla frase del filosofo greco Sofocle: "Se una cosa è giusta, certo val meglio di una cosa saggia"... sulla quale i miei genitori hanno impostato la loro vita».
Un’opera quella di Giuliana Gadola che nell’edizione del 1964 ebbe l’onere di una postfazione del poeta Eugenio Montale, di Gianni Rodari e di Piero Calamandrei.
Emilio Rossi 

Cadegliano Viconago, recuperati gli affreschi della chiesa di S. Antonio

I lavori sono durati quarant’anni
Chiesa Viconago

(fp) A Cadegliano Viconago è stato presentato sabato 22 settembre nell’Oratorio Medievale il restauro degli affreschi della chiesa di S. Antonio. Il monumento è interamente decorato da un ciclo di affreschi che ne documentano le diverse fasi di costruzione.
Sono intervenuti il direttore ufficio Beni culturali ecclesiastici della Curia di Como don Andrea Straffi, Isabella Marelli della Soprintendenza per i Beni storici e artistici di Milano, il parroco don Giovanni Bianchi e il sindaco di Cadegliano Viconago Arnaldo Tordi, la presidente dell’Associazione recupero e tutela chiesa di S. Antonio Graziella Croci, la presidente della Comunità montana del Piambello Maria Sole De Medio, l’assessore provinciale alla cultura Francesca Brianza e inoltre Alessandra Brambilla della Pinacoteca Zust di Rancate, gli storici dell’arte Paola Viotto e Marco Brusa e il restauratore Massimo Maria Peron.
Sono serviti oltre quarant’anni di restauro per recuperare gli affreschi della chiesa, un piccolo gioiello architettonico e pittorico interamente decorato da un ciclo di affreschi che documentano le diverse fasi di costruzione del monumento. La chiesa fu adornata da dipinti murali fin dell’epoca romanica, successivamente i cicli pittorici furono coperti da strati di calce, probabilmente a causa di una pestilenza.
Nella cappella di sinistra è stata scoperta una singolare Crocifissione di grande valore liturgico e iconografico. Gli ultimi lavori hanno riportato all’antico splendore immagini dedicate alla Madonna del latte del XVII secolo e dipinti trecenteschi dedicati ai santi Leonardo, Maria Maddalena, Madonna in Trono e Madonna di Loreto. L’affresco di maggior pregio ritrae la Trinità sull’altare della fine del Trecento, di cui rimane ancora sconosciuto l’autore.
E’ toccato a don Andrea Straffi fare il punto sull’originalità dell’immagine della Trinità recuperata negli ultimi due anni e sul significato teologico di una raffigurazione, così particolare e unica, delle tre figure del Cristo perfettamente replicate (nella foto). Un esempio di raffigurazioni abbandonate dopo la Bolla papale del 1745 che metteva al bando una concezione triteistica, cioè di tre figure come tre Dei.
Rimandi ad affreschi della Valtravaglia e al vicino Canton Ticino sono stati fatti da Paola Viotto e Alessandra Brambilla. I loro studi fanno supporre la mano di Guglielmo da Montegrino o Antonio da Tradate. Nessun dubbio invece sugli affreschi della cappella di destra, dove è ben leggibile la data e la firma di Bartolomeo da Ponte Tresa, allievo di Bernardino Luini. 

Ispra, sistema preallarme per tsunami nel Mediterraneo

Alla sua realizzazione lavoreranno per quattro anni il Centro Comune di Ricerca e il Dipartimento Protezione Civile

Incrementare la sicurezza e la sensibilizzazione delle popolazioni rispetto al fenomeno dello tsunami e alle sue conseguenze. Questo l'obiettivo di un sistema di pre-allertamento in caso di tsunami nel Mediterraneo che Italia e Commissione Europea realizzeranno a Ispra.
Il 16 maggio il capo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC), Franco Gabrielli, e il direttore dell’Istituto per la Protezione e Sicurezza dei Cittadini del Joint Research Centre, Stephan Lechner, hanno firmato un accordo di collaborazione della durata di quattro anni. Le parti si scambieranno non solo dati e conoscenze già disponibili ma anche quelli che deriveranno dai progressi di studio.
Condivisione dati
Il JRC metterà a disposizione i propri strumenti informatici per l’allerta e il monitoraggio in tempo reale degli tsunami. Vi sono inclusi il database globale, che nella zona del Mediterraneo contiene circa 8.000 scenari risultanti da calcoli in aree storicamente soggette a tale fenomeno, e il software di analisi degli tsunami per il calcolo del tempo di propagazione e dell’altezza dell’onda. Tali sistemi sperimentali possono fornire supporto agli operatori nel momento in cui si debbano prendere decisioni su un’eventuale evacuazione di alcune aree del Paese. Inoltre il JRC fornirà un dispositivo di allerta tsunami (Tsunami Alerting Device) che sarà collocato in prova dal Dipartimento della Protezione civile in una zona costiera potenzialmente esposta a tale fenomeno, in modo da verificarne il funzionamento e le sue potenzialità.
Dal canto suo, il DPC contribuirà alla definizione di ulteriori scenari potenziali e alla messa a disposizione di dati sismici e di livello del mare in tempo reale.
Scambio esperti e tecnologie
Per un migliore risultato sarà necessario rafforzare il coordinamento e la collaborazione tra il Dipartimento della Protezione civile e la Commissione Europea, promuovendo anche lo scambio reciproco di esperti, informazioni, tecnologie e assicurando la formazione degli analisti e degli operatori che saranno chiamati a lavorare su uno scenario condiviso. Il DPC si raccorderà con la comunità scientifica italiana, in particolare con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), oltre che con le altre componenti e strutture operative del Servizio Nazionale di Protezione civile. 

Moriva 64 anni fa Don Piero Folli, prete di frontiera nell’ultimo conflitto mondiale

Favorì l’esodo di ebrei e perseguitati politici in Svizzera e fu imprigionato a San Vittore
Don Folli

«Ho il dolore di comunicare a V. E. Rev.ma che ieri sera è stato colpito da congestione cerebrale il m. rev. sig. Parroco di Voldomino, D. Piero Folli. E’ rimasto paralizzato alla parte sinistra, parla a stento confusamente, mantiene discreta la conoscenza. Gli furono praticati due salassi, ma con poco esito. E’ difficile che possa riprendersi». Con questa lettera, datata 28 febbraio 1948, il prevosto di Luino, don Enrico Longoni, preannunciava al card. Schuster la fine imminente del sacerdote che, infatti, spirava pochi giorni dopo, l’8 marzo.
Negli anni intercorsi tra la sua liberazione dal carcere dove era stato imprigionato per aver favorito l’esodo degli Ebrei e dei perseguitati politici in Svizzera, don Folli fu sollecitato a fornire utili informazioni su quel tormentato periodo della nostra storia recente. In un documento, stilato di sua mano, custodito presso l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Fondo Giuseppe Bacciagaluppi), don Piero redasse un elenco dei nominativi di coloro che avevano operato per il C.L.N., premettendo comunque di non essere in grado di stendere una relazione esaustiva a causa della sua assenza da Voldomino dopo il 1943.
La collaborazione di uomini coraggiosi e intrepidi a Voldomino…
Vengono comunque citati i nomi di Zeffirino Mongodi, residente a Mesenzana, e di Alberto Badi fu Francesco, abitante a Voldomino. Uomini coraggiosi ed intrepidi che erano stati al suo fianco «per il passaggio di 200 inglesi» e forse «anche qualcuno in più». Avevano ricevuto, per suo tramite, per conto del C.L.N., £ 100 per ogni inglese accompagnato. Don Folli sottolineava però l’aiuto disinteressato di Mario Baggiolini, allora residente in Isvizzera, che aveva alloggiato e mantenuto i prigionieri sempre gratuitamente, salvo qualche sovvenzione saltuaria per i viveri. Tullio Berzi e il fratello Domenico inoltre lo avevano coadiuvato «nel passaggio di 13 prigionieri a £ 100 e di altri 9 gratuitamente».
Anche dopo il suo arresto e il trasferimento nel carcere di S. Vittore, Zeffirino Mongodi e Alberto Badi avevano continuato la loro attività. Quest’ultimo, per conto suo, ne aveva fatti passare gratis altri 53. Fortunatamente, dopo la razzia nella casa Baggiolini–Garibaldi, non erano stati trovati i biglietti attestanti l’avvenuto espatrio. «Credo di non errare – conclude don Folli – che fra Mongodi e Badi ne abbiano fatti passare in totale più di trecento».
…e a Novara
Facendo riferimento ad una sua registrazione personale, don Piero afferma di aver speso per espatri £ 22.000, delle quali £ 20.000 gli erano state versate dal dottor Calini direttore della Banca di Luino. Si dichiarava in ogni caso consapevole di non essere stato l’unico a spendersi per questa nobile causa: «So che altri hanno prestato la loro opera attraverso gli amici di Novara che portavano a Voldomino i prigionieri, ma non posso dare di ciò sicura relazione. Gli amici di Novara sapranno essi dare notizia». Un’organizzazione capillare dunque che aveva però come fulcro propulsore Voldomino ed il suo coraggioso parroco.
Don Folli, prete di frontiera in ogni senso, non si sottrasse mai all’imperativo evangelico di aiutare coloro che si trovassero nel bisogno e di salvare preziose vite umane, indipendentemente dal loro credo politico o religioso.
Emilio Rossi  

Musei della Lombardia, "Trasmettere a tutti il patrimonio culturale"

Nell’anno di Bergamo Brescia Capitale italiana della cultura 2023 progetto per inclusione e accessibilità

«Chiunque, previa semplice registrazione, può fare richiesta delle schede gratuitamente a questo link»; e il link è https://tinyurl.com/4u4ztztn
Bella valida indicazione. Qualcosa di estensibile e suggerimento per tutti, anche se realizzato altrove. Lo ricorda Studio Esseci nel presentare “Mi leggo la storia”, progetto sviluppato nei territori di Bergamo e Brescia (Capitale italiana della cultura 2023) e dedicato a «trasmettere la complessità del patrimonio culturale alle persone con fragilità linguistiche e cognitive». L'iniziativa si deve alla direzione regionale Musei della Lombardia (ministero della Cultura) diretta da Emanuela Daffra, con la collaborazione scientifica dell’Associazione Storia Buffa ETS, il supporto del Lions club Le Mura di Bergamo e il patrocinio del Comune di Bergamo,

In “Mi leggo la storia” vengono proposti brevi racconti realizzati seguendo i principi della Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA). È questo un insieme di strategie, conoscenze e tecniche per potenziare il linguaggio verbale. Gli elaborati, sotto forma di schede pdf, sono gratuiti e promuovono la fruizione del patrimonio culturale dei territori di Bergamo (Campanone, Fontana Contarini, Mura, Porta San Giacomo, Pala di Lorenzo Lotto in San Bartolomeo, Meridiana, Monumento a Gaetano Donizetti di Francesco Jerace, Monumento al Partigiano di Giacomo Manzù) e Brescia (Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane, a Capo di Ponte, primo parco archeologico e sito italiano riconosciuto dall’Unesco nel 1979 patrimonio mondiale dell’umanità). Il progetto propone, nel linguaggio cosiddetto “facilitatore”, il racconto di otto luoghi. I testi sono messi a disposizione sul sito di Visit Bergamo, sul portale della Direzione regionale Musei Lombardia e sul sito dell’Associazione Storia Buffa ETS .

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