Edizione n.29 di mercoledì 16 settembre 2026
Salute
Luino, l’ortoterapia al Monsignor Comi
Nel percorso sul tema delle demenze per la Fondazione Mons. Gerolamo Comi di Luino comincia un’altra tappa. Alla lunga e impegnativa opera di riqualificazione del Nucleo Alzheimer sotto il profilo non soltanto degli spazi, ma soprattutto dell'assistenza alle persone con demenza, sono seguite attività terapeutiche e interventi educativi che affiancano l'assistenza sanitaria e sociosanitaria. Ma l’impegno del Comi non si ferma qui.
Nel Giardino del Polo per la cura delle Demenze, lunedì 21 settembre 2026, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, la Fondazione ripercorrerà il cammino fatto negli ultimi anni. In particolare, presenterà il progetto “Orti della Memoria”, che mette al centro le terapie non farmacologiche e la qualità della vita dei residenti.
Canti popolari e della tradizione eseguiti dal Gruppo “Sciuera” apriranno, alle 14.15, un pomeriggio di informazione sul lavoro finora compiuto e soprattutto sul progetto di ortoterapia e sulle attività realizzate con i residenti. «Una festa - aggiungono dal Comi - sobria pensata soprattutto per stare insieme» e dunque accompagnata da «un momento conviviale con gelato e dolcetti».
CURA DELLE DEMENZE
Il Nucleo Alzheimer accoglie persone con disturbi cognitivi e comportamentali e dispone di spazi specificamente pensati per garantire protezione e sicurezza e di un ampio giardino dedicato. Negli ultimi anni cospicui sono stati gli investimenti per la sua trasformazione e riqualificazione, culminata nella nascita del Polo per la Cura delle Demenze.
«Con la nascita del Polo per la Cura delle Demenze - precisano Il presidente Gianfranco Malagola e la vicepresidente Enrica Nogara - abbiamo voluto creare ambienti più accoglienti, familiari e adeguati alle esigenze dei residenti, accompagnando gli interventi strutturali con una crescente attenzione alla formazione, alle attività e alla qualità della vita. Il nostro impegno è proseguire su questa strada, migliorando ulteriormente ciò che è stato realizzato e facendo del Polo un luogo sempre più aperto alle famiglie e alla comunità».
Ora la nuova sfida è consolidare ulteriormente il ruolo delle terapie non farmacologiche all'interno della quotidianità del Polo.
«La cura delle demenze non può esaurirsi nell'aspetto sanitario e farmacologico» dichiara il direttore generale Pierfrancesco Buchi. Il progetto degli orti nasce da una chiara visione. «La relazione, la musica, il contatto con la natura, la stimolazione sensoriale e le attività capaci di richiamare gesti e abitudini della vita quotidiana possono diventare parte integrante del percorso di cura».
In tale direzione marcia anche la progressiva riqualificazione del Giardino Alzheimer. «Un luogo nel quale residenti, operatori e familiari possano ritrovarsi e dove la natura stessa possa diventare uno strumento di relazione e di cura».
Nella foto: Locandina Fondazione Comi.
Defibrillatori, il salvavita entra negli impianti sportivi
Ogni anno in Lombardia si registrano 1.400 arresti cardiaci, di cui circa la metà dovuta a patologie traumatiche o avvenute nelle strutture sanitarie. Questo dato del 118 basta da solo ad avvalorare la campagna regionale per la prevenzione degli arresti cardiaci avviata con il progetto “A prova di cuore”.
Gli obiettivi vanno dalla diffusione sempre più capillare dei dispositivi di rianimazione alla formazione di farmacisti e operatori fino alla sensibilizzazione dei giovani mediante spot e video anche su Youtube e Twitter. A regime, saranno circa 300 i defibrillatori semi-automatici sistemati sui mezzi di trasporto sanitario e circa 70 DAE quelli in prossimità di farmacie rurali.
Questi dati sono emersi il 22 maggio in Consiglio regionale dalla risposta dell'assessore Luciano Bresciani a un’interrogazione del consigliere Roberto Alboni (PdL). Attualmente sono complessivamente 461 i defibrillatori presenti in Lombardia, di cui 361 fissi e 50 mobili. Oltre 300 i defibrillatori installati su mezzi di trasporto e 70 presenti nelle farmacie. Inoltre 81 sono collocati in impianti sportivi, così ripartiti per provincia: Bergamo 6; Brescia 4; Como 11; Cremona 2; Lecco 1; Lodi 4; Mantova 0; Milano 29; Monza 11; Pavia 10; Sondrio 0; Varese 3.
Prescrizioni urgenti, l’amara “ricetta” sulla validità
Dal 15 settembre 2026 in Lombardia cambiano i termini di validità delle ricette del Servizio Sanitario Regionale con priorità U (Urgente) e B (Breve).
«A seguito di indicazioni nazionali - precisa un comunicato di Regione Lombardia del 14 settembre - la validità delle ricette è stata uniformata a 180 giorni. Questo ha determinato che una prescrizione indicata dal medico come urgente, con un tempo massimo di erogazione di 3 giorni, potesse essere utilizzata per prenotare anche a distanza di mesi, quando nel frattempo la situazione clinica del paziente può essere cambiata e la prestazione richiesta non essere più appropriata».
NUOVI TERMINI
Per le prime visite specialistiche e gli esami diagnostici di primo accesso, le prescrizioni urgenti dovranno essere prenotate entro 10 giorni e quelle brevi entro 30 giorni. Confermata la validità di 180 giorni per le classi D e P.
In particolare, le ricette emesse a partire dal 15 settembre con: priorità U – Urgente, dovranno essere prenotate il prima possibile e comunque entro 10 giorni dalla data di prescrizione; priorità B – Breve, dovranno essere prenotate il prima possibile e comunque entro 30 giorni dalla data di prescrizione. Per le altre classi di priorità, D (Differibile) e P (Programmabile), resta confermata la validità di 180 giorni dalla data di prescrizione.
La modifica riguarda il termine entro il quale deve essere effettuata la prenotazione e non il termine entro il quale la prestazione deve essere materialmente erogata.
COME PRENOTARE
Le prestazioni possono essere prenotate attraverso: PrenotaSalute e Fascicolo Sanitario Elettronico; le app regionali Salutile Prenotazioni e Fascicolo Sanitario; il Contact Center Regionale, al numero 800.638638 da rete fissa e 02.999599 da rete mobile; i Cup delle strutture sanitarie; la rete delle farmacie.
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«Senza ricevuta scritta dal Cup, chi resta senza posto
perde la ricetta e paga il privato»
Per il consigliere comune di Luino, Marco Massarenti, «La stretta rischia di scaricare l’inefficienza delle liste d’attesa direttamente sui cittadini»
Sulle criticità dei nuovi tempi per visite ed esami urgenti in regione Lombardia riportiamo dichiarazioni del consigliere comunale di Luino Marco Massarenti.
«La legge parla chiaro da anni: se il pubblico non ha posto nei tempi previsti dalla ricetta 72 ore per l’urgenza, 10 giorni per la breve l’azienda sanitaria deve garantire la visita privatamente a spese del servizio sanitario, facendo pagare al paziente solo l’eventuale ticket.
Invece cosa succede? Chi chiama il CUP o va allo sportello spesso si sente dire a voce che i posti sono finiti. Il risultato è che passano i 10 o i 30 giorni, la ricetta scade per colpa del sistema e il malato si ritrova senza visita e costretto a pagare 150 euro di tasca propria per un controllo privato. Per questo la battaglia che porto avanti da tempo è una sola: la ricevuta obbligatoria dal Cup. Se non c’è disponibilità, l’operatore non può liquidare l’utente a parole e il portale non può limitarsi a una schermata di errore.
«Il sistema deve rilasciare una risposta scritta, che sia un foglio allo sportello o una notifica tracciata direttamente sul Fascicolo Sanitario Elettronico del cittadino, con data, ora e motivo del mancato appuntamento. Quel documento serve a due cose precise: dimostra che il cittadino ha cercato di prenotare in tempo bloccando la scadenza della ricetta, e diventa la prova formale con cui pretendere la visita in libera professione a carico dell’Asst».
«Nei nostri paesi dell’Alto Verbano la situazione è ancora più pesante. Tra l’ospedale di Luino che continua a perdere pezzi, gli anziani che non sanno usare il fascicolo elettronico o lo Spid e i chilometri da fare per andare a Varese o altrove, queste nuove scadenze sono un muro contro chi ha bisogno di curarsi. Regione e Asst Sette Laghi non possono far finta di niente: serve una presa di posizione netta a tutela del territorio e dei pazienti più fragili».
Marco Massarenti
consigliere comunale “La Nostra Luino”
Lombardia, via a telecamere in case di riposo e strutture per disabili
Disco verde del Consiglio regionale della Lombardia, il 14 febbraio 2017, alle telecamere di videosorveglianza nelle case di riposo e nelle strutture per disabili per prevenire furti e maltrattamenti. Il provvedimento, prima firmataria Elisabetta Fatuzzo (Partito Pensionati), è stato approvato a maggioranza. Si sono astenuti i rappresentanti di M5Stelle, Partito Democratico e Patto Civico (perplessità sul ricorso a una legge specifica), contraria Chiara Cremonesi, SEL (precedenza ad altri aspetti, a partire dal riconoscimento vero delle competenze fino ai rischi professionali).
L’installazione delle telecamere non è obbligatoria. Le strutture che decideranno di farvi ricorso potranno contare, quest’anno, su uno stanziamento complessivo pari a 1milione e 400mila euro. Un emendamento del Partito Democratico, recepito dalla relatrice, prevede una compartecipazione della Regione pari almeno al 50% della spesa complessiva.
FURTI E MALTRATTAMENTI
In Lombardia attualmente sono presenti 678 residenze sanitarie assistenziali per complessivi 57.853 posti letto a contratto (quelli per cui la Regione compartecipa al pagamento della retta). Il costo medio regionale della retta giornaliera è pari a 56,18 euro, con un costo minimo medio di 48,93 euro nelle RSA della provincia di Brescia e un costo massimo di 65,67 euro in quelle della provincia di Monza e Brianza.
L’incidenza maggiore di denunce per furti e maltrattamenti subiti dagli ospiti delle RSA lombarde si riscontra a Milano e nella cintura metropolitana, dove al 31 dicembre 2016 risultavano ricoverate 17.043 persone.
AREE E AUTORIZZAZIONE
Telecamere e circuiti di videosorveglianza potranno essere collocati solo in corridoi, sale d’attesa e altre aree comuni e per l’installazione sarà necessaria l’autorizzazione dei sindacati interni. A tutela della privacy, le immagini raccolte saranno criptate e l’accesso alle registrazioni sarà possibile solo su autorizzazione dell’autorità giudiziaria.
L’elenco delle residenze sanitarie assistenziali che si doteranno di sistemi di videosorveglianza sarà pubblicato sul sito della giunta regionale. Non ci saranno incentivi premianti ai fini dell’accreditamento.
Piemonte, rafforzate le cure alla fibrosi cistica
È considerata una delle malattie genetiche rare più diffuse. Colpisce soprattutto il sistema respiratorio e quello gastrointestinale e può essere particolarmente invalidante per il carico di sintomi e per le terapie da affrontare. È la fibrosi cistica, che in Italia interessa circa 6.000 persone curate dai centri specializzati e genera 200 nuovi casi l’anno.
In Piemonte lo screening neonatale diagnostica dai 12 ai 15 nuovi casi di fibrosi cistica l’anno e ora la Regione punta a migliorare la rete di protezione. I malati sono, ad oggi, 422 e sono assistiti in due Aziende ospedaliere universitarie: l’ospedale Regina Margherita della Città della Salute di Torino, che si occupa dei minori, e il San Luigi Gonzaga di Orbassano, che assiste i pazienti adulti.
Il 29 agosto 2017 la giunta subalpina ha, su proposta dell’assessore Antonio Saitta, rafforzato la rete delle cure, istituendo il coordinamento regionale per la prevenzione e cura della malattia. Il “Coordinamento regionale fibrosi cistica” sarà composto dai responsabili clinici delle due sedi, dal coordinatore del centro unico, da rappresentanti delle Aziende sanitarie e delle associazioni dei pazienti, con lo scopo di predisporre le raccomandazioni regionali sui percorsi di cura, dalla diagnosi fino al trapianto d’organo.
«Proprio dal Piemonte - ricorda l’assessore Saitta - è arrivato nei mesi scorsi un importante contributo alla ricerca per combattere questa malattia attraverso sperimentazioni effettuate anche da un laboratorio della Scuola di Medicina di Novara. Mentre prosegue la ricerca, la Regione Piemonte intende potenziare la rete delle cure, rispondendo in maniera sempre più efficace alle nuove esigenze dei pazienti, che proprio grazie al miglioramento delle terapie ora possono contare su un’aspettativa di vita più lunga rispetto al passato».
Origine del latte sulle etichette, storico via libera dell'Unione Europea
«Provvedimento epocale, che riconosce ai consumatori e agli allevatori il diritto alla trasparenza sull’origine. Si apre una fase nuova». Così Fernando Fiori e Raffaello Betti, presidente e direttore di Coldiretti Varese, hanno commentato il via libera dell’Unione europea alla richiesta italiana di indicazione di origine obbligatoria per il latte e i prodotti lattiero-caseari.
Alle ore 24 del 13 ottobre scadevano i tre mesi dalla notifica previsti dal regolamento 1169/2011 quale termine per rispondere agli Stati membri che ritengono necessario adottare una nuova normativa in materia di informazioni sugli alimenti. Il termine è scaduto senza obiezioni e il provvedimento, sostenuto dalla Coldiretti e annunciato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal ministro delle politiche agricole Maurizio Martina nel maggio 2016 a Milano, è diventato definitivo.
L'entrata in vigore è fissata 60 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale e quindi auspicabilmente dal 1° gennaio 2017, come è stato previsto per un testo analogo in Francia.
INDICAZIONI OBBLIGATORIE
Ora in etichetta dovrà essere riportata obbligatoriamente l’indicazione di origine del latte o del latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari. Queste le tre possibili diciture:
a) “paese di mungitura: nome del paese nel quale è stato munto il latte”;
b) “paese di condizionamento: nome della nazione nella quale il latte è stato condizionato”;
c) “paese di trasformazione: nome della nazione nella quale il latte è stato trasformato”.
Qualora il latte o il latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari sia stato munto, condizionato e trasformato nello stesso paese, l’indicazione di origine può essere assolta - precisa la Coldiretti - con la dicitura: “origine del latte: nome del paese”.
Se invece le operazioni indicate avvengono nei territori di più paesi membri dell’Unione europea, per indicare il luogo in cui ciascuna singola operazione è stata effettuata possono essere usate le seguenti diciture: “miscela di latte di Paesi UE” per l’operazione di mungitura, “latte condizionato in Paesi UE” per l’operazione di condizionamento, “latte trasformato in Paesi UE” per l’operazione di trasformazione.
Infine, se le operazioni avvengono nel territorio di più paesi situati al di fuori dell’Unione Europea, per indicare il luogo in cui ciascuna singola operazione è stata effettuata possono essere utilizzate le seguenti diciture: “miscela di latte di Paesi non UE” per l’operazione di mungitura, “latte condizionato in Paesi non UE” per l’operazione di condizionamento, “latte trasformato in Paesi non UE” per l’operazione di trasformazione.
ALLEVAMENTI E POSTI DI LAVORO
Oltre la qualità dei prodotti made in Italy e le scelte del consumatore, la norma protegge il lavoro anche di 1,7 milioni di mucche da latte presenti in Italia – compresi 14.310 capi bovini della provincia di Varese (dati dell’Anagrafe Zootecnica Nazionale aggiornati al 30 settembre 2016).
La trasparenza, inoltre, salva dall’omologazione l’identità di ben 487 diversi tipi di formaggi tradizionali, 120 mila posti di lavoro e un fatturato di 28 miliardi di euro.
Milano, inaugurato Centro Tiflotecnico
Vi si possono trovare bastoni bianchi e orologi parlanti, tattili e sonori, ma anche strumenti elettromedicali come misuratori di pressione parlanti e materiale per uso scolastico (cartine geografiche in rilievo, figure geometriche, righelli con riferimenti tattili, piani gomma per disegnare) e naturalmente strumenti per la scrittura, giochi, videoingranditori elettronici manuali, display e stampanti Braille.
È il Centro Regionale Tiflotecnico (per non vedenti) nato a Milano dalla cooperazione tra Consiglio Regionale Lombardo e Unione Italiana dei Ciechi e Ipovedenti onlus e inaugurato il 10 novembre dal nuovo assessore alla Famiglia Carolina Pellegrini.
É situato presso lo stesso Consiglio Regionale e mette a disposizione strumenti e programmi informatici specifici per non vedenti e ipovedenti. Personale qualificato fornisce informazioni su una vastissima gamma di strumenti di varie tipologie e di diverse marche ed è possibile testare gli strumenti e avere tutte le delucidazioni del caso prima di procedere ad un'eventuale fornitura.
Varese, alla scoperta di virus che possono causare diabete, malattie del cuore e altre patologie
In casi di diabete, miocardiopatia cronica e sindrome post-poliomielite ci possono essere enterovirus mutati capaci di produrre infezioni croniche progressive. La loro presenza è stata messa in luce dai microbiologi dell’Università dell’Insubria di Varese.
Lo studio, pubblicato il 10 luglio 2017 sulla rivista inglese Scientific Reports, è stato condotto su casi clinici dei reparti di pediatria, cardiologia e neurologia dell’Ospedale di Circolo con la collaborazione di un virologo della Food and Drug Administration americana e di un diabetologo dell’Università di Miami. La ricerca prosegue a Varese con il sostegno del ministero della Salute italiano e con un finanziamento americano.
CHE COSA SONO GLI ENTEROVIRUS
Gli enterovirus sono tra gli agenti infettivi più diffusi in tutto il mondo, comprendono almeno 110 tipi diversi di virus e si trasmettono nella popolazione per via fecale-orale, ma anche per via respiratoria. Se si aggiunge che alla loro vastità s’abbina anche una notevole variabilità genetica, si capisce subito perché la loro identificazione sia particolarmente complessa.
Il virologo Konstantin Chumakov della Food and Drug Administration americana ha confermato i risultati ottenuti a Varese sequenziando i genomi virali con metodi sviluppati ad hoc ed ha anche effettuato un’analisi filogenetica utilizzando un database dei genomi degli enterovirus che lui stesso ha prodotto.
NUOVE PROCEDURE DIAGNOSTICHE
«Per questa ricerca - ha spiegato il professor Antonio Toniolo, ordinario di Microbiologia medica nell’ateneo varesino - sono state messe a punto nuove procedure diagnostiche che si basano sull’integrazione di metodi per isolare i virus in colture di cellule, per sequenziare i genomi virali, per evidenziare le proteine dei virus nei campioni biologici. Questo approccio particolare ha dimostrato che infezioni croniche da enterovirus possono rappresentare un’importante causa di disturbi endocrini, cardiaci e neurologici a lenta evoluzione»
SOGGETTI COLPITI E PERSISTENZA
I risultati ottenuti a Varese sono stati confermati dal virologo Konstantin Chumakov della Food and Drug Administration americana. Oltre a sequenziare i genomi virali con metodi sviluppati ad hoc, ha anche effettuato un’analisi filogenetica, utilizzando un database dei genomi degli enterovirus che lui stesso ha prodotto.
Nel loro insieme i risultati indicano che i poliovirus (enterovirus della specie C) possono persistere per almeno 80 anni nei soggetti colpiti da poliomielite. Altri tipi di enterovirus (delle specie A e B) sono presenti in soggetti con diabete o con miocardiopatie croniche.
Lo studio segue recenti pubblicazioni dell’équipe del professor Toniolo riguardanti il ruolo eziologico delle infezioni virali nel diabete e in altre patologie croniche. Questi lavori sono apparsi su Pediatric Diabetes, Diabetologia, Scientific Reports e sul volume di Springer “Diabetes and Viruses”.
RISULTATI CLINICI E PROSPETTIVE ANTIVIRALI
I risultati mettono a disposizione dei clinici un nuovo metodo per identificare precocemente gli individui cronicamente infettati con tipi diversi di enterovirus. «Gli individui infetti – ha aggiunto il professor Toniolo - potranno essere tenuti in osservazione per diagnosticare eventuali forme di diabete, di miocardiopatie, di patologie neurologiche e curarle il più precocemente possibile. In secondo luogo, è oggi possibile pensare all’uso di farmaci antivirali per ridurre il danno conseguente alle infezioni virali già in atto. In terzo luogo - nell’ambito di collaborazioni internazionali che l’Università dell’Insubria mantiene da tempo – si potranno identificare tipi di enterovirus con tendenza particolare a produrre danni del pancreas endocrino, del miocardio, oppure dei motoneuroni. Questi studi potranno aprire una via per la formulazione di vaccini antivirali specifici».
Varesotto, «Fattorie ostaggio dei piccioni»
In città sporcano piazze e rovinano monumenti con il loro guano acido, ma disseminano danni in lungo e in largo planando anche su campi e stalle. A lanciare l’allarme contro i piccioni è la Coldiretti Varese.
«I piccioni puntano alle mangiatoie degli animali e ai raccolti di cereali, danneggiando le colture di riso, mais, frumento, orzo, soia e girasole» spiega il presidente Fernando Fiori. I danni da piccione, nel nostro territorio, supererebbero il 10% del totale da fauna selvatica, nonostante l’escalation numerica registrata negli ultimi anni delle devastazioni dei cinghiali.
DAL 2004 A OGGI DANNI PER 6 MILIONI
In tutta la Lombardia — secondo Coldiretti — i danni a campi e stalle, provocati dai piccioni, sono arrivati a quota 6 milioni di euro dal 2004 a oggi, e non sembrano diminuire.
«I piccioni tengono in ostaggio la mia fattoria», racconta un imprenditore agricolo di Carnago. «La stalla è lunga una cinquantina di metri e, quando metto giù il mangime per le 110 mucche che ho, arriva l’orda. Nell’ultimo periodo quattro dei nostri capi hanno avuto un aborto perché si erano ammalati, e i principali indiziati sono proprio i colombi».
A fargli eco un allevatore di Lonate Ceppino: «I piccioni ogni giorno arrivano puntuali in corsia quando diamo la miscelata agli animali, e rubano il cibo. Inoltre, assieme ai corvi, volano sui campi di mais e cereali per nutrirsi, dandoci non pochi grattacapi».
«L’emergenza – commenta Fiori - è anche di carattere sanitario, visto che il guano di tali volatili non solo è responsabile di danni da corrosione, ma i luoghi dove trovano riparo popolano di agenti patogeni e parassiti derivanti dai detriti organici. I batteri si espandono nell'aria e giungono nei luoghi pubblici e nelle aziende, contaminando oggetti e persino il cibo».
Epatite B cronica, in Lombardia al via progetto di nuovo farmaco
Un altro passo avanti verso la cura definitiva dell'epatite B cronica in Lombardia. A Milano, l’11 luglio 2017, l'assessore regionale all'università, ricerca e open innovation, Luca Del Gobbo, e il presidente di Promidis srl, Pietro Di Lorenzo, hanno siglato un accordo per la realizzazione di farmaci innovativi.
Il progetto vede in campo Promidis Srl, Istituto Nazionale di Genetica Molecolare, Ospedale San Raffaele, Università degli Studi di Milano, Policlinico San Matteo. L’investimento complessivo è di 5,6 milioni di euro e il contributo regionale di 3,3 milioni di euro.
Nell’epatite B il virus HBV intacca pericolosamente il fegato e il 5 per cento degli adulti e oltre il 50 dei bambini al di sotto dei 5 anni infettati diventano malati cronici.
DAL 2009 AL 2015 SPESA SANITARIA RADDOPPIATA
«I malati - ha sottolineato l'assessore - devono assumere farmaci per tutta la vita e questo significa costi elevatissimi per il sistema sanitario e la non certezza di ridurre il rischio del cancro al fegato. Su scala mondiale sono 300 milioni le persone affette, di cui 1 milione muore ogni anno. Dal 2009 al 2015 la spesa sanitaria per la cura dell'epatite B, in Lombardia, è passata da 12 a 24 milioni di euro».
Gli "Accordi per la ricerca e l'innovazione" sono stati introdotti con la legge 29/2016. Loro cardini sono l’abbandono della logica dei vecchi bandi e l’opzione della negoziazione tra le parti rispetto a elementi tecnici, tempi, risorse e modalità di compartecipazione a un progetto comune. Su questa misura Regione Lombardia ha scelto 32 progetti su un totale di 90 presentati e stanziato 106 milioni di euro a fondo perduto. Uno tra questi è il progetto per la realizzazione del nuovo farmaco contro l’epatite B.
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