Edizione n. 6 di mercoledì 24 febbraio 2021

Lago Maggiore

Germignaga, fratelli Simonetto, due tragedie in Russia, solo una traccia

(gi) Un brandello di metallo e poche parole leggibili: «5 Regg. 9 Comp. Idrici…Simonetto Luigi…». È tutto quello che alla famiglia Simonetto, domenica 4 novembre, Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, è ritornato di Luigi, il primo dei sette fratelli, che dal gennaio 1943 è scomparso nei gorghi dell’ignoto nella campagna dell’Armir.
Era nato il 15 febbraio 1921 ad Annone Veneto ed era stato arruolato nella 9ª Compagnia Idrici del 5° Reggimento Genio di stanza nei pressi di Trieste. Partito nell’aprile 1941 per la Russia, aveva scritto l’ultima volta alla famiglia nel dicembre 1942. Di suo fratello Ferruccio, ancora più giovane e pure lui travolto come fante dalla spedizione in Russia, non rimane neppure questa traccia. Finora almeno.
Il piastrino di Luigi Simonetto è stato ritrovato con circa altri duecento dall’alpino di Abbiategrasso Antonio Respighi nell’estate di tre anni fa a Miciurinsk ed è stato consegnato dal sindaco Enrico Prato alla famiglia con una targa durante una cerimonia in municipio. Molti germignaghesi si sono stretti con sentita partecipazione ai fratelli del geniere disperso Stella, Armando, Nico e Attilio, ai loro figli e ai nipoti, uno dei quali, Maurizio, ha letto la poesia di un alpino mai più “tornato a baita”. «Sono stati venti minuti di intensa emozione per tutti» ha commentato il sindaco Prato. 

Parco a lago, dedicata al tenente Chirola la nuova “Piazza belvedere”

Armando Chirola
Trento Salvi (TreSa)

Sarà dedicata al tenente dell’Esercito Armando Chirola, ucciso dai nazisti a Cefalonia nel 1943, l’area multifunzionale “Piazza belvedere” in via di ultimazione nel Parco a Lago, nelle vicinanze della sede dell’Associazione Velica Alto Verbano. La giunta Andrea Pellicini ne ha deliberato il 23 ottobre l’intitolazione e ora attende l’autorizzazione da parte del prefetto Giorgio Zanzi. L’area è una piattaforma in legno fissata su una base di calcestruzzo ed è stata costruita sullo spazio originariamente destinato al parcheggio, contestato e rimosso insieme al “Muro”.
La tragedia dell’ufficiale luinese fu così ricordata dall'avvocato e indimenticabile appassionato studioso di vicende luinesi Trento Salvi (TreSa) sul Corriere del Verbano del 14 febbraio 2001 nella rubrica "Campo della memoria":

<Campo della memoria
Armando Chirola e l'eccidio di Cefalonia - Scelsero tra vita e dignità

Anni 1940-1945. Non dirò come Montale «Volarono anni corti come giorni». Furono anni di lunghi sacrifici, angustie e sofferenze fisiche e morali.
Eravamo giovani ventenni trascinati da ideali più o meno validi, spinti da entusiasmo, da giovanili aneliti e anche solidarietà per non sentirci vigliacchi o imboscati, per non vergognarci di rimanere a casa mentre fratelli, padri di famiglia, amici, coscritti erano ai vari fronti a combattere, convinti perché la partenza era considerata un preciso dovere, lontani da certa retorica di moda a quei tempi: noi, vivi, fummo ripagati dalla delusione; loro, i caduti, non sono più tornati “a baita”, i loro corpi sono rimasti in luoghi lontani insepolti, o in cimiteri di guerra con una semplice croce, o in fondo al mare.
Con loro, noi vivi, ci accompagniamo e ricordiamo, tra i tanti, il tenente Armando Chirola, sepolto con una decina di migliaia di soldati barbaramente ammazzati dai tedeschi (nonostante avessero ammainato le bandiere e abbandonato le armi) nell’isola di Cefalonia, Egeo. Come Gino Miravalle, Aldo Mazzucchelli, Pier Luigi Maragni e il sottoscritto, aveva ricevuto nel gennaio ‘41 la cartolina rossa, poco più di un fazzoletto tricolore. Al distretto dicemmo: «Siamo qui». E ci unimmo ai canti dei richiamati, degli anziani; e cantammo fino ad Aosta. Eravamo un centinaio. Armando fu assegnato ai carristi.
A pagina 74 del libro di Alfio Caruso (ed. Longanesi) Italiani dovete morire: Cefalonia settembre 1943, il Massacro della divisione Acqui da parte dei tedeschi: un’epopea di eroi, il tenente Chirola è ricordato: «... I soldati temono che sia la premessa alla cessione totale delle armi. Il tenente Chirola si sbraccia, cerca di persuadere i più esagitati...».
Cadranno fucilati tutti, dal generale comandante Gandin all’ultimo bocia: «Si dimisero dalla vita per non dimettersi dalla dignità».
L’Armando aveva frequentato con me e con il fratello Renato le scuole superiori dell’Istituto Salesiano di Novara. (Il padre, noto avvocato, aveva professato a Luino dal 1930 al 1952. Era grande invalido della prima guerra). Era gioviale, intelligente e molto cortese. Volendo seguire le orme paterne, si era iscritto a Giurisprudenza, 1° anno accademico.
L’ingegner Dino Magnaghi mi assicura che costante è il ricordo dell’Armando nel Circolo Avav. Gli vollero dedicare fin dall’agosto 1949 una regata, che fu assegnata ogni anno per la classe Star.
Tra i “Lunari” che Piera Corsini compila sul “Rondò” veniva riportata l’anno scorso una breve composizione del tenente Chirola:
«La guerra è un inno
vado, lo canto e torno
benigna è la mia stella»

Presto il presidente della Repubblica [NdR: Carlo Azeglio Ciampi] si recherà a Cefalonia. Renderà omaggio e onore ai caduti sui quali per molti anni cadde il silenzio, e porterà un fiore anche ad Armando.
La foto [NdR: tratta dal volume "Avav 1938-1988", Nastro & Nastro-Grafica e Stampa] mi è stata data dall’ingegner Dino Magnaghi, che ringrazio.
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«Tu m'hai lasciato questo, un bambinello », la Resistenza nelle parole di una donna

La figlia Giovanna ricorda Giuliana Gadola e "Il Capitano" Filippo Beltrami ucciso dai nazifascisti

A Gemonio vive ancora Giovanna, la figlia di Giuliana Gadola e dell’architetto Filippo Beltrami, trucidato dai nazifascisti insieme a Gaspare Pajetta e a undici partigiani nella battaglia di Megolo, nel febbraio 1944. La tragica vicenda, raccontata dalla madre nel libro “Il Capitano”, è stata traslata in una fiction cinematografica, recentemente presentata anche a Palazzo Verbania a Luino dal regista Vanni Vallino e dallo storico della Resistenza Mauro Begozzi. Un libro del quale Cesare Pavese ebbe a dire tra l’altro: «… è il primo di ispirazione partigiana, dove non s’acquatti la retorica». Significativa in proposito la testimonianza di Giovanna, rivolta al pubblico di Gemonio, in occasione della prima proiezione del film “Giuliana e il Capitano” nello scorso mese di aprile:
«Vi ringrazio di essere venuti per conoscere i miei genitori e il loro amore. Un amore di rara qualità, aperto al mondo, in cui ciascuno aiutava l'altro a essere se stesso, a realizzare la propria missione, a dare agli altri il meglio di sé. Questo loro reciproco modo di relazionarsi li ha portati pian piano, e non senza esitazioni, a decidere di entrare nella Resistenza e di dare il loro contributo a liberare il Paese dalla nube tetra e minacciosa che lo sovrastava.
Il film trae origine da un libro ("Il capitano") che mia madre ha scritto a Cogne, in Val d'Aosta, dove ci eravamo rifugiati dopo la morte di mio padre. Lì abbiamo passato un anno, dalla primavera del ‘44 alla liberazione, in una baita di montagna un po' fuori dal paese. Due donne, mia madre e una giovane trentina e tre bambini dai 7 anni ai 7 mesi.
Una poesia di mia madre descrive molto bene il suo stato d'animo in quel tempo.
Si intitola «La nostra storia».

Tu m'hai lasciato questo, un bambinello
di carne e pelo biondi come il miele.
Me lo porto in ispalla sui sentieri
in cerca d'uova da una grangia all'altra.

Se gli parlo di te, la nostra storia,
chiusa dall'insonnia in una casa
dove ogni notte mi sgretolo con te,
quella storia diventa una leggenda
e nell'aria pulita t'incorona.

Immaginiamoci la situazione: la giornata è finita, i bambini hanno fatto i compiti, hanno cenato, sono stati messi a letto sotto alti piumini d'oca. Viene riordinata la cucina, caricata la stufa, stabilite le incombenze per l'indomani, si spegne il parlottio dei bambini. Resta solo il borbottio dello stufa. Poi cala la notte, quella notte che mia madre non avrebbe mai voluto attraversare, che nessuno di noi vorrebbe attraversare, ma che prima o poi ci tocca.
Mia madre mi ha detto diverse volte che senza di noi si sarebbe buttata nelle azioni più rischiose della guerra partigiana a costo della sua vita. Dovendo restare con noi senza impazzire bisognava comunque interrompere la sequenza di quelle notti terribili. Ma come? Mia madre decise allora di scrivere la loro storia, per salvaguardarne la memoria. Le notti si trasformano in momenti di intenso lavoro, in cui mia madre deve per forza prendere le distanze dalla vicenda per riordinare i ricordi, per organizzare il materiale. Ed è la salvezza. Il dolore si trasforma in un atto creativo di grande importanza per se stessa, per noi figli, per mio padre che ritorna a vivere in quelle pagine.
La storia si fa leggenda.
Il manoscritto, avvolto in tela cerata, viene sepolto sotto un albero, in attesa di tempi migliori. Dissotterrato dopo la liberazione, inizia l'iter per essere pubblicato dalla casa editrice Gentile di Milano, nel febbraio del ‘46.
La nostra storia confluisce così nella storia collettiva della Resistenza, ma con un taglio particolare: è una donna che scrive, una donna il cui sguardo presta più attenzione alle emozioni, ai sentimenti, alle motivazioni, piuttosto che ai fatti d'arme.
Per finire vi invito a riflettere sulla frase del filosofo greco Sofocle: "Se una cosa è giusta, certo val meglio di una cosa saggia"... sulla quale i miei genitori hanno impostato la loro vita».
Un’opera quella di Giuliana Gadola che nell’edizione del 1964 ebbe l’onere di una postfazione del poeta Eugenio Montale, di Gianni Rodari e di Piero Calamandrei.
Emilio Rossi 

Verbania, “Ricostruiamo il parco di Villa Taranto”

L’appello è stato lanciato da Paolo Pejrone al Salone del Libro Editoria & Giardini

A Verbania il 22 settembre, all’inaugurazione del Salone del Libro Editoria & Giardini, il fondatore dell’Associazione Italiana Architetti del Paesaggio, Paolo Pejrone, ha lanciato un appello per la ricostruzione del parco di Villa Taranto distrutto dal tornado del 25 agosto.
Il celebre architetto ha dato la sua voce a una causa cara non solo agli abitanti di Verbania, ma a tutti coloro che sono consapevoli del disastro abbattutosi sulla cultura, sulla bellezza dei giardini verbanesi, sul paesaggio e sul turismo. In campo è sceso anche il Fai (Fondo Ambiente Italiano), che ha avviato una raccolta firme per far rientrare Villa Taranto tra “I Luoghi del Cuore”. Il censimento nazionale, promosso in collaborazione con Intesa San Paolo, chiede ai cittadini di indicare i luoghi che vorrebbero fossero ricordati e conservati intatti per le generazioni future.
La catastrofe ha sconvolto giardini, ville, abitazioni, strade. Villa Taranto, uno dei giardini botanici più importanti d’Europa che ogni anno accoglie 130 mila visitatori, ha visto schiantarsi a terra oltre 300 alberi secolari.
Non meno gravi le conseguenze sull'Archivio di Stato. Lo scoperchiamento del tetto ha causato il bagno di metri e metri lineari di documenti. La direttrice Mora ha invocato l’aiuto di volontari e Il Magazzeno Storico Verbanese ha subito appoggiato l’appello, sollecitando la collaborazione ad asciugare «carte e dati storici unici e indispensabili alla conoscenza del territorio». 

Maccagno, Francesco Branca, un maccagnese a Luino

Francesco Branca

(FP) Venerdì 18 maggio, alle 21, al Punto d’Incontro (via Valsecchi 21, complesso Auditorium) Emilio Rossi terrà una conferenza su “Francesco Branca: un maccagnese trapiantato a Luino”. Continua in questo modo il viaggio attraverso personalità che hanno dato lustro al luogo natale, un solco nel quale si inserisce perfettamente il Branca. Fondatore a Luino de Il Corriere del Verbano, fu imprenditore attivo in paese e famoso per aver introdotto brevetti e innovazione che caratterizzarono l’industria del tempo. A lui si deve, per esempio, l’apertura dell’Albergo Monte Borgna al Lago Delio.
Contemporaneamente alla conferenza di Rossi, sarà inaugurata una mostra suggestiva che vede protagonisti Elena Gallazzi e Renato Scesa, dal titolo “Identità nascoste”. Al centro della scena sono le maschere e le loro metamorfosi. Partecipa anche Anna Maria Folchini Stabile con alcuni haiku, un’antica forma di poesia giapponese. La mostra rimarrà aperta fino al 27 maggio, il sabato e la domenica dalle 17 alle 19 con ingresso libero.

Unione Velica, nuova sede
Domenica 20 maggio alle 11, taglio del nastro alla nuova sede dell’Unione Velica in una proprietà comunale all’interno del nuovo quartiere di Golfo Gabella, sul Lungolago Girardi. Un trasloco di soli pochi metri, ma che significherà una piccola rivoluzione per la società sportiva attiva a Maccagno fin dal 1977. Il presidente Gianfranco Paganini, fresco di riconferma dai circa 200 soci, farà gli onori di casa ai nuovi spazi che conterranno le attività di segreteria, aree comuni, deposito del materiale agonistico. La nuova e onerosa sistemazione, realizzata grazie a un soppalco che ha raddoppiato le zone a disposizione, è frutto della collaborazione tra Uvm e Amministrazione comunale che si sono legati con un contratto siglato nel 2011 della durata di dodici anni.

Dedicati a Camilla Valsecchi i giardini della scuola media
Sabato 19 maggio, alle 15, nel ventennale della morte si terrà la cerimonia di intitolazione dei giardini della scuola media a Camilla Valsecchi che a Maccagno era nata nel 1947.
Sono pochissimi in zona a non conoscere Valsecchi, che dedicò al mondo della scuola gran parte della sua vita. Alcune sue ricerche storiche sono inoltre sfociate in attività pubbliche, dalla rinascita della Scuola Musicale alla rievocazione storica dello Sbarco dell’Imperatore, dalla valorizzazione del museo etnografico di Garabiolo alla pubblicazione di libri su usi e costumi.

Giovani artisti all’Auditorium
Sabato 19 maggio, alle 21, sul palco dell’Auditorium comunale si alterneranno giovani artisti in una serata dedicata alla musica classica. Un vero piacere poterne apprezzare talento  e impegno. Ingresso libero.

Scalinata a lago intitolata a Guido Fontebuoni

Sarà dedicata al sommergibilista Guido Fontebuoni la scalinata a lago posta tra il complesso dell’Imbarcadero e il Porto vecchio di Luino. La cerimonia ufficiale avrà luogo domenica 30 novembre alle ore 11.15.
La giunta comunale ha accolto la richiesta dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia di Luino e ha deliberato l’intitolazione al giovane marinaio luinese, che perse la vita a soli 23 anni. Era a bordo del Regio Sommergibile Scirè, che il 10 agosto 1942 fu affondato  nelle acque prospicienti Haifa ad opera delle forze navali inglesi. Solo nel 1984 furono recuperate le salme di 42 marinai morti nell'affondamento.
La più celebre azione militare dello Scirè e del suo equipaggio, alla quale il fuochista Fontebuoni partecipò,  è senza dubbio l’impresa di Alessandria d’Egitto del 19 dicembre 1941, conclusasi con la messa fuori combattimento di due navi da battaglia inglesi, la Valiant e la Queen Elizabeth, e con il danneggiamento di altre due navi per mano degli incursori Luigi Durand de la Penne, Antonio Marceglia, Vincenzo Martellotta,  Emilio Bianchi, Mario Marino e  Spartaco Schergat.
«Dopo l’intitolazione della piazzetta in legno del Parco a Lago  ad Armando Chirola, martire di Cefalonia, ha spiegato il sindaco Andrea Pellicini, abbiamo voluto ricordare un altro giovane luinese caduto per la patria. Fontebuoni, con l'impresa di Alessandria, contribuì a salvare l'onore italiano in guerra, offeso da tante sconfitte, causate da scelte sbagliate sul piano politico e militare».

“Affari di famiglia: Bernardino Luini riletto nella sua terra natale”

Esercizi di lettura a cura degli studenti della II A Turismo dell’ISIS “Città di Luino-Carlo Volontè”

Che si trattasse di un affare di famiglia lo si era già detto ( http://www.ilcorrieredelverbano.it/cms/mostra-di-bernardino-luini-milano... ) a proposito della grande mostra milanese “Bernardino Luini e i suoi figli”, della (complicata) eredità affidata dal Luini padre ai figli, del legame tra il pittore e il nostro territorio. Questa ne è un’ulteriore conferma oltre che una possibile ipotesi ed esperienza di lettura: un gruppo di giovani studenti, coinvolti nell’anno scolastico appena concluso in un progetto didattico interdisciplinare dedicato al patrimonio culturale, si sono avvicinati, nella fase finale, alla vita e all’opera del Luini attraversando, curiosi e attenti (curiosità, attenzione e impegno hanno caratterizzato la partecipazione dei ragazzi durante l’intero percorso progettuale), le sale di Palazzo Reale e, poco più in là, i luoghi della Milano del Cinquecento, alla ricerca delle tracce utili per ricostruire l’ambiente culturale, politico e religioso che incaricò l’artista della realizzazione di opere sacre e profane (che, neanche a dirlo, suona subito come citazione della mostra luinese del 1975).
Sul progetto e sul Luini diamo la parola agli studenti che lo sentono ora più vicino, verrebbe quasi da dire, per restare in tema, più familiare. Non dimenticando che se si allarga il compasso del tempo, includendo il futuro, l’eredità culturale - Luini compreso, anzi per certi aspetti in testa - spetterà a loro gestirla: e per farlo in maniera seria dovranno, innanzitutto, conoscerne la consistenza e la qualità, consapevoli del fatto che servirà «qualcosa di più specifico di una strada o di un monumento» (per valorizzare un artista locale e, più in generale, il patrimonio culturale), scomodando Piero Chiara a proposito delle ragioni dell’evento luinese del 1975.
Tiziana Zanetti
Federico Crimi

DA UN PROGETTO SUI “FURTI D’ARTE”
ALLO STUDIO DI BERNARDINO LUINI

Il progetto “I furti d’arte”, che ci ha visto impegnati nell’ultima parte del secondo quadrimestre, per contenuti e attività si inserisce coerentemente nell’itinerario didattico del nostro corso di studi, il Turismo, e mira all’acquisizione di strumenti utili a comprendere e contestualizzare le opere più significative della tradizione culturale del nostro Paese.
Il progetto, curato dagli esperti esterni Tiziana Zanetti e Federico Crimi, è stato accolto con entusiasmo e curiosità da parte di noi studenti della classe 2 A. Attraverso lezioni frontali abbiamo potuto riflettere sul significato, sul valore e sulla fragilità del nostro “patrimonio culturale”. Ci siamo soffermati sul concetto di “bene culturale” e sulle attività di tutela, valorizzazione e fruizione che caratterizzano il settore e che il Codice dei beni culturali e del paesaggio disciplina (senza dimenticare ovviamente la legge al grado più alto: la Costituzione e l’art. 9 in particolare); abbiamo potuto riflettere sui numerosi rischi che rendono i beni culturali tanto fragili e in particolare sui pericoli legati all’attività dell’uomo: le guerre, l’incuria, gli scavi clandestini, i furti.
Proprio nell’ambito dei furti d’arte ci siamo avvicinati allo studio e alla conoscenza diretta del nostro territorio, con particolare riferimento al furto della Gioconda ad opera di Vincenzo Peruggia, originario di Dumenza. A Dumenza (si sa dal 1993) è nato anche il celebre pittore Bernardino Luini: sulla sua opera e sul legame con i suoi luoghi (non solo quello natale) ci siamo soffermati nella seconda fase del percorso progettuale.
“Da Dumenza a Milano… sulle orme di Bernardino Luini” è il titolo dell’itinerario da noi realizzato e presentato in occasione della conferenza del 6 giugno 2014 dal titolo “Affari di famiglia: Luini riletto nella sua terra natale”, curata da Tiziana e Federico, presso il Punto d’incontro dell’Auditorium di Maccagno. Il lavoro presentato è il risultato di lezioni in aula in cui sono state analizzate le fasi che caratterizzano la costruzione di un (grande) evento culturale espositivo e dell’uscita didattica a Milano del 21 maggio 2014. A Milano abbiamo visitato la mostra “Bernardino Luini e i suoi figli” nelle sale di Palazzo Reale e altri luoghi della città con testimonianze dell’epoca del Luini per avere un quadro più chiaro della Milano cinquecentesca.
L’esperienza vissuta ci rende sicuramente più “istruiti” e ci spinge ad invitare i lettori, che non lo avessero ancora fatto, a visitare la mostra del nostro illustre conterraneo: una mostra di grande importanza sul piano storico-artistico, con 200 opere esposte, allestita in un luogo di grande pregio quale Palazzo Reale, che racconta l’intero percorso del Luini, “dalle ricerche giovanili ai quadri della maturità, con un occhio costante, da un lato, al lavoro dei suoi contemporanei, dall’altro, alla traiettoria dei suoi figli, e in particolare del più piccolo Aurelio”.
La mostra resterà aperta fino al 13 luglio 2014 ed è tutta da scoprire e da vivere in prima persona per poter assaporare emozioni e sentimenti che i dipinti proposti possono suscitare con sfumature ed intensità diverse in ciascuno di noi.
Gli studenti della II A Turistico, ISIS “Città di Luino-Carlo Volontè” con la prof.ssa Filomena Parente, responsabile e coordinatrice del progetto.  

Laveno Mombello, rievocata la battaglia garibaldina del 1859

L'amministrazione comunale ha organizzato mostra, sfilata e ricostruzione storica
Laveno-Castello-foto Comune Laveno

A Laveno Mombello il bel tempo ha incorniciato, domenica 26 maggio, la rievocazione storica dello scontro della notte tra il 30 e il 31 maggio del 1859 fra le truppe austriache di stanza nei forti di Laveno e i Cacciatori delle Alpi. Nella mattinata sono sfilati per le vie del centro gruppi in divisa accompagnati dalla Filarmonica "G.Verdi", mentre nel pomeriggio rappresentanti dei due eserciti hanno percorso il viale Fnm e, al termine, hanno dato luogo alla battaglia storica in piazza Matteotti.
La manifestazione è stata organizzata dall'amministrazione, guidata dal sindaco Graziella Giacon, in collaborazione con Ugo Francesco Fichtner di Besozzo, l'associazione storico-culturale “Cannoni e Moschetti” di Medole (Mn) e il Gruppo storico di Montichiari. La ricostruzione della vicenda è stata affidata a Giuseppe Armocida (Università dell'Insubria). Una mostra di documenti originali dell’epoca è stata allestita dal 20 al 24 maggio presso la Banca Popolare di Bergamo.

SCONTRO TRA GENERALE URBAN E CAMICIE ROSSE
Il 23 maggio 1859 Garibaldi sbarca a Sesto Calende e punta direttamente su Varese, momentaneamente abbandonata dagli austriaci. Da Gallarate il generale Urban parte con il suo corpo d'armata e fa sloggiare Garibaldi e i suoi uomini, occupando Varese. Garibaldi contrattacca e ordina a Bixio di distaccare alcune compagnie di Cacciatori delle Alpi per conquistare i forti di Laveno, principalmente il forte Castello. L'attacco doveva, da una parte, coprire il fianco sinistro dei Cacciatori delle Alpi dai circa 600 soldati austriaci delle varie armi stazionanti a Laveno e, dall'altra, assicurare un agevole rifornimento delle sue truppe attraverso il lago, controllato dalla flotta austriaca che a Laveno aveva una importante base navale.
Lo scontro avvenne nella notte tra il 30 e il 31, ma fallì per molteplici cause. Innanzi tutto, la chiesa di S. Maria, adiacente al cimitero, era stata adibita dagli austriaci a polveriera e le guardie, pur essendo sopraffatte, riuscirono a dare l'allarme. Sembra poi che la guida che doveva condurre i garibaldini al forte Castello abbia perso la strada o, peggio, li abbia fatti di proposito girare a vuoto cosicché, quando riuscirono ad arrivare all'entrata del forte, furono accolti da una nutrita scarica di fucileria e da colpi di cannone sparati a mitraglia. Morti e feriti si contarono numerosi da ambo le parti. I feriti dei Cacciatori delle Alpi furono ricoverati nell'ospedale di Cittiglio. Nella stessa notte Bixio cercò di attaccare Laveno dal lago con una eterogenea "flotta" di imbarcazioni, ma fu anch'egli respinto.
Il numero dei morti austriaci non si seppe mai. La persona che divenne proprietaria della collina e del forte dopo la cacciata degli austriaci, al fine di recuperare i resti dei caduti delle due parti che sembrava fossero stati sepolti là dove erano caduti, fece piantumare la collina, sino a quel momento brulla, con migliaia di pianticelle. I resti dei caduti ora giacciono sepolti all'interno del forte.  
Quale importanza ebbe l'opera di Garibaldi nello svolgimento della seconda guerra d'indipendenza? Tenendo impegnato il suo corpo d'armata, impedì a Urban di congiungersi con le truppe schierate sul Ticino nella zona di Buffalora e di Magenta. I francesi poterono così vincere a Magenta ed entrare a Milano, costringendo, di fatto, l'intero esercito austriaco a ritirarsi oltre il Mincio. 

"Le mani azzurre", il cielo dentro il tunnel

Le mani azzurre

E’ uscito, nello scorso gennaio, per i tipi dell’Editrice Tufani, il romanzo-racconto “Le mani azzurre”. L’autrice, che si cela sotto lo pseudonimo di Leti Loft, narra una storia di donne - in particolare di due di loro, Liana ed Ernesta - e la ambienta in un paese di lago.
Chiare indicazioni (piazza Risorgimento, alcuni negozi, il monumento di Garibaldi, la strada di Creva) sono espliciti riferimenti alla nostra realtà locale. Un paesaggio animato e umanizzato dalla felicità o dal dolore dei protagonisti: “Azzurra, tra i venti che imbarbariscono i monti e le faggete, tra i temporali estivi che scatenano sferzante freddo, compare, scompare, compare, scompare”. Ed ancora: “La luna fece un passo sul vetro dondolando come un’ostrica che si aggiusti bene nella sabbia, decorò il naso e la fronte della donna con una scia di luce”.
Leti Loft si addentra con straordinaria perspicacia nelle pieghe più recondite dell’animo umano, sondandone gli aspetti chiaroscurali, legati qui all’evolversi di una malattia, l’Alzheimer. La narrazione si dipana lungo una traiettoria che conduce verso l’irreversibile abisso dove i ricordi si aggrovigliano e si disperdono in un crepuscolo senza ritorno.
La forma del racconto appare la più appropriata a cogliere l’impossibilità dell’uomo di sottrarsi al suo destino, una sorta di tarlo racchiuso dentro di noi, una potenza disgregatrice contro la quale è inutile combattere. Solo l’umana pietà può essere l’olio che lenisce il dolore delle ferite. La Musa di riferimento dell’autrice può apparire la malinconia, ma è la malinconia delle cose. Attorno, l’ambiente provinciale di un paese di frontiera dove domina il senso del concreto e dell’efficienza ad ogni costo.
Liana, dopo le delusioni amorose che bruciano ancora sulla sua pelle, deve confrontarsi con un mondo ipocrita. Anche la perdita delle persone care, dei genitori, pesa sulle sue spalle come una morte lenta. Il suo stesso carattere però è un gran medico. Una speciale serenità interiore in parte la isola dalla realtà e in parte la sollecita ad affermarsi nel lavoro e nella generosità: quel tanto che basta per alleggerire il carico delle frustrazioni. Una tematica estremamente esposta al rischio di un pessimismo avvilente, che potrebbe scoraggiare il lettore, incline a percorsi più agevoli.
Improvvisamente, però, nel cuore del racconto, si aprono spiragli di “azzurro” - il colore dello spirito - che ripropongono i ricordi lieti di una fanciullezza, percepita come primigenia sorgente degli stili di vita dell’età matura. Ne è un esempio l’esilarante descrizione di una disavventura vissuta dall’io narrante, Emanuela, rimasta sospesa su un elicottero arancione e giallo, bloccato su un tentacolo di un polpo meccanico nel lunapark nei pressi del Baradello (sul Lario?).
Leti Loft dipinge la scena con dovizia di particolari che tuttavia non mortificano la fantasia, ma le restituiscono spazi sconfinati per un gioco senza regole precostituite. Una successione, una sovrapposizione di brevi vicende che costruiscono un caleidoscopio di umanità. Talvolta nei dialoghi risuona l’eco della schietta parlata lombarda, il gusto gergale, ricco di cadenze idiomatiche, non disgiunte da accenti popolareschi.
Si coglie talora, tra le righe, una sentenziosità che nasce da una profonda esperienza di vita: “La buona considerazione andava a quelle che si sposavano. Ma il settanta per cento di loro aveva l’obbligo implicito di diventare madre, altrimenti sarebbe stato bersaglio di preconcetti scaraventati sulle spalle da parentesse e parenti incapaci di farsi i fatti propri”.
Quello di Leti Loft è un inno alle donne ferite o affaticate, al rarefatto mondo delle acque dolci e alla poesia della vita cosi com’è, compresa l’accettazione consapevole della morte, nell’amenità di una visione ultraterrena che non rinuncia ad una sorridente lepidezza.
Un libro che affascina e che si legge in un batter d’occhio: due buoni motivi perché non manchi nelle nostre biblioteche domestiche.
Emilio Rossi 

La Shoah sulla sponda occidentale del Lago Maggiore

Efferatezza e abnegazione tra Novara, Arona, Meina, Baveno

La Shoah – lo sterminio del popolo ebraico voluto dal terzo Reich – comincia in Italia dal Lago Maggiore, nei giorni seguenti l’otto settembre 1943, dopo lo sfacelo dell’esercito che consegnò gran parte della penisola ai tedeschi.

Sin dal 1938 il governo italiano aveva approvato leggi persecutorie, una cappa di piombo sul giudizio storico del fascismo, ma l’efferatezza dei provvedimenti nazisti fu solo sfiorata. Con la furia della “soluzione finale”, quattro Sonderkommando SS, della divisione corazzata Leibstandarte Adolf Hitler, furono fulmineamente trasferiti a Novara, Arona, Meina e Baveno.

Erano militari giovani e fanatici, reduci dalla Russia ove avevano fatto le prove generali del genocidio. Mentre l’olocausto, sullo scorcio del 1941, era avviato su scala industriale, ai cani sciolti della SS veniva affidata la caccia selvaggia sul campo, con corredo di latrocini e violenze d’ogni tipo.

 

I sommersi

Con l’aiuto degli elenchi disponibili presso la Prefettura di Novara, e forse di delazioni locali, le SS il 15 settembre braccarono i molti ebrei che avevano trovato illusorio rifugio in ville e alberghi sulla sponda del Vergante, fra Arona e Baveno, e anche in valli più lontane. Alcuni erano italiani come i Modiano, Ovazza, Cantoni, magari da tempo radicati sul posto, altri provenivano da Austria, Polonia, Ungheria, sfuggiti ai prodromi della persecuzione.

Nell’albergo che da Meina traeva il nome, proprietà di ebrei turchi che scamparono per il pronto intervento del loro console, ce n’erano quindici provenienti in gran parte da Salonicco, mescolati ai molti italiani fra cui i dirigenti della Mondadori, sfollata ad Arona.

Tutti i catturati, più di cinquanta, furono uccisi, ad Arona, Baveno, Stresa, Mergozzo, Orta, Pian Nava, sepolti qui e là alla spicciolata, qualcuno orrendamente incenerito nella caldaia d’una scuola a Intra o, come il gruppo di Meina, fucilati nottetempo in luogo nascosto della riva e gettati nel lago. Dopo qualche giorno alcune salme riaffiorarono e, sventrate a colpi di baionetta, furono ricacciate sottacqua.

Il tribunale di Osnabrück, nel 1968, condannò i tre ufficiali dei Kommando all’ergastolo e, a pene minori, due sottufficiali, ma la Corte suprema di Berlino ritenne poi estinti i reati. Almeno 36 vittime erano stati massacrate per ordine formale dei tre comandanti, tra il 20 e il 22 settembre, e fra essi tre ragazzi di 12, 13, 17 anni, e molte donne.

 

I salvati

Molti tra i sommersi e anche tra i salvati, per usare le categorie di primo Levi, non avevano avuto la percezione del pericolo che correvano. Sembrava impossibile che gente inerme, di nulla colpevole e del resto emarginata a ruolo di mera sopravvivenza, qualcuno ricco e titolato ma altri di modesta estrazione, potessero interessare alla macchina militare e poliziesca impegnata in una guerra disperata.

L’attesa passiva fu per qualche settimana propria della famiglia Torre-Minerbi che si era rifugiata nell’entroterra, a Vergiate. Solo l’eco dei tragici eventi che per quanto tenuti nascosti non erano sfuggiti alla attenzione della popolazione, la decise a cercare la salvezza altrove. Ci fu forse la speranza di rifugiarsi in Svizzera, ma la presenza di tre donne, una delle quali anziana, e di due bambine sconsigliò l’espatrio clandestino, quale era riuscito a Sem Benelli, a Sabatino Lopez, a Dino Segre alias Pitigrilli (con l’aiuto di don Folli a Voldomino), a qualche giovane che aveva affrontato l’odissea d’una fuga attraverso le montagne (la racconta in prima persona Aldo Toscano, nella esauriente raccolta di documenti sull’Olocausto del Lago Maggiore, in Bollettino storico per la provincia di Novara, 1993).

I sei Torre-Minerbi, cui si unì poi altra congiunta, fuggita da Venezia ove il marito era stato catturato e inviato ad Auschwitz, si salvarono, nascosti qui e là, donne e bambini nel monastero delle Benedettine di Ghiffa, tutti poi riuniti a Trarego sotto la protezione della maestra locale, Anna Bedone, che procurò carte false, casa e cibo.

La storia è già stata raccontata su queste pagine. nel numero del 26 febbraio 1997: possiamo aggiornarla, segnalando che il riconoscimento israeliano di “Giusto davanti alle nazioni”, conferito a coloro che hanno rischiato la loro vita per salvarla a un ebreo, è stato attribuito alla memoria di suor Giuseppina Lavizzari, superiora nel monastero di Ghiffa (come già alla Bedone).

Alla pentola infernale della malvagità umana, mai scoperchiata con tanta ferocia, riscontra l’esile luce di quanti, senza cercare lucro o postumi premi e riconoscimenti, nel momento del bisogno hanno aiutato chi era in pericolo.

Più numerosi di quanti non si sappia: in Verbanus 25-2004, per cura di Giovanni Coduri (di genitori che in tal missione si erano prodigati e per questo figurano allo Yad Vashem di Gerusalemme) e del verbanista Leonardo Parachini, è stato documentato per Pallanza il sostegno fornito a molti ebrei, che ospiti di amici con carte false vi condussero normale esistenza sino alla Liberazione, o furono aiutati ad espatriare, anche per opera di pubblici ufficiali, taluno dei quali riscattò in tal modo la sua militanza fascista.