Edizione n.1 di mercoledì 14 gennaio 2026
Lago Maggiore
Laveno Mombello, rievocata la battaglia garibaldina del 1859
A Laveno Mombello il bel tempo ha incorniciato, domenica 26 maggio, la rievocazione storica dello scontro della notte tra il 30 e il 31 maggio del 1859 fra le truppe austriache di stanza nei forti di Laveno e i Cacciatori delle Alpi. Nella mattinata sono sfilati per le vie del centro gruppi in divisa accompagnati dalla Filarmonica "G.Verdi", mentre nel pomeriggio rappresentanti dei due eserciti hanno percorso il viale Fnm e, al termine, hanno dato luogo alla battaglia storica in piazza Matteotti.
La manifestazione è stata organizzata dall'amministrazione, guidata dal sindaco Graziella Giacon, in collaborazione con Ugo Francesco Fichtner di Besozzo, l'associazione storico-culturale “Cannoni e Moschetti” di Medole (Mn) e il Gruppo storico di Montichiari. La ricostruzione della vicenda è stata affidata a Giuseppe Armocida (Università dell'Insubria). Una mostra di documenti originali dell’epoca è stata allestita dal 20 al 24 maggio presso la Banca Popolare di Bergamo.
SCONTRO TRA GENERALE URBAN E CAMICIE ROSSE
Il 23 maggio 1859 Garibaldi sbarca a Sesto Calende e punta direttamente su Varese, momentaneamente abbandonata dagli austriaci. Da Gallarate il generale Urban parte con il suo corpo d'armata e fa sloggiare Garibaldi e i suoi uomini, occupando Varese. Garibaldi contrattacca e ordina a Bixio di distaccare alcune compagnie di Cacciatori delle Alpi per conquistare i forti di Laveno, principalmente il forte Castello. L'attacco doveva, da una parte, coprire il fianco sinistro dei Cacciatori delle Alpi dai circa 600 soldati austriaci delle varie armi stazionanti a Laveno e, dall'altra, assicurare un agevole rifornimento delle sue truppe attraverso il lago, controllato dalla flotta austriaca che a Laveno aveva una importante base navale.
Lo scontro avvenne nella notte tra il 30 e il 31, ma fallì per molteplici cause. Innanzi tutto, la chiesa di S. Maria, adiacente al cimitero, era stata adibita dagli austriaci a polveriera e le guardie, pur essendo sopraffatte, riuscirono a dare l'allarme. Sembra poi che la guida che doveva condurre i garibaldini al forte Castello abbia perso la strada o, peggio, li abbia fatti di proposito girare a vuoto cosicché, quando riuscirono ad arrivare all'entrata del forte, furono accolti da una nutrita scarica di fucileria e da colpi di cannone sparati a mitraglia. Morti e feriti si contarono numerosi da ambo le parti. I feriti dei Cacciatori delle Alpi furono ricoverati nell'ospedale di Cittiglio. Nella stessa notte Bixio cercò di attaccare Laveno dal lago con una eterogenea "flotta" di imbarcazioni, ma fu anch'egli respinto.
Il numero dei morti austriaci non si seppe mai. La persona che divenne proprietaria della collina e del forte dopo la cacciata degli austriaci, al fine di recuperare i resti dei caduti delle due parti che sembrava fossero stati sepolti là dove erano caduti, fece piantumare la collina, sino a quel momento brulla, con migliaia di pianticelle. I resti dei caduti ora giacciono sepolti all'interno del forte.
Quale importanza ebbe l'opera di Garibaldi nello svolgimento della seconda guerra d'indipendenza? Tenendo impegnato il suo corpo d'armata, impedì a Urban di congiungersi con le truppe schierate sul Ticino nella zona di Buffalora e di Magenta. I francesi poterono così vincere a Magenta ed entrare a Milano, costringendo, di fatto, l'intero esercito austriaco a ritirarsi oltre il Mincio.
Francesco Branca, spirito "parigino" in riva al Verbano
(s.f.) Un incontro con la storia delle nostre valli molto importante per chi voglia meglio conoscere le nostre radici si terrà giovedì 2 maggio nel salone dell’Ubi Banca a Luino. Il consigliere comunale Alessandro Franzetti alle ore 14.30 presenterà un estratto della sua tesi di laurea Francesco Branca e “Il Corriere del Verbano” tra l’ottocento e il novecento.
«Lo scopo del mio lavoro di tesi è stato quello di valorizzare e di far conoscere un personaggio eclettico e dalla operosità tipicamente lombarda che è stato Francesco Branca» commenta Franzetti. «Egli ha avuto il merito, oltre che di essere un imprenditore generoso, di fondare nel 1879 Il Corriere del Verbano, testata pluricentenaria che permane tuttora».
Imprenditore illuminato, Francesco Branca riuscì con il suo impegno costante e la sua geniale quotidianità a potenziare e concertare l’attività delle vallate luinesi, mettendo azioni forti che favorirono l’economia e l’editoria locale. Branca, grazie anche ad un’esperienza a Le Figaro di Parigi, ritenne necessario fondare un settimanale che promuovesse «gli interessi di questa parte d’Italia Superiore, priva finora dei beneficii di comunicazione ferroviaria, e pressoché fuori del Consorzio del Regno, ed a provvedere alle molte necessità locali» (Corriere del Verbano, 8 gennaio 1879-primo numero). Nacque così Il Corriere del Verbano, dove Branca concesse grande spazio anche alla cultura, in particolare pubblicando novelle a puntate nell’”Appendice del Corriere”, una serie di romanzi molto in voga in quegli anni.
ALBERGHI, STRADE, FERROVIE
Tra le imprese più eclatanti, Francesco Branca aveva attivato una cordata di imprenditori e di professionisti per la costruzione di un albergo alpino al Lago Delio, aperto nei mesi estivi per gli amanti della montagna, sull’esempio di analoghe strutture funzionanti nella vicina Confederazione Elvetica (da cui la famiglia proveniva). Un’ambiziosa iniziativa per valorizzare uno degli angoli più pittoreschi di tutta la valle. E questo anche in vista dell’apertura della ferrovia del Gottardo che avrebbe facilitato le comunicazioni con i principali centri della Lombardia e del Piemonte.
Il vero problema per promuovere un turismo di montagna era ed è costituito dalla inaccessibilità del luogo. Si era pertanto presa in considerazione l’ipotesi della costruzione di una funicolare per accedervi e l’acquisto di terreni incolti per costruirvi uno stabilimento balneare. Era stata individuata anche l’impresa disposta ad accollarsi l’onere della costruzione di «un impianto di una ferrovia funicolare tra la riva del Lago Maggiore ed il Lago Delio». Tale investimento non fu mai realizzato.
Oltre ad aver favorito la nascita della strada che collega Luino a Maccagno, l’imprenditore si impegnò nello sviluppo della rete ferroviaria ed elettrica per collegare Luino ad altre realtà italiane e straniere importanti, confidando nella posizione strategica della cittadina nel cuore dell’Europa.
"Le mani azzurre", il cielo dentro il tunnel
E’ uscito, nello scorso gennaio, per i tipi dell’Editrice Tufani, il romanzo-racconto “Le mani azzurre”. L’autrice, che si cela sotto lo pseudonimo di Leti Loft, narra una storia di donne - in particolare di due di loro, Liana ed Ernesta - e la ambienta in un paese di lago.
Chiare indicazioni (piazza Risorgimento, alcuni negozi, il monumento di Garibaldi, la strada di Creva) sono espliciti riferimenti alla nostra realtà locale. Un paesaggio animato e umanizzato dalla felicità o dal dolore dei protagonisti: “Azzurra, tra i venti che imbarbariscono i monti e le faggete, tra i temporali estivi che scatenano sferzante freddo, compare, scompare, compare, scompare”. Ed ancora: “La luna fece un passo sul vetro dondolando come un’ostrica che si aggiusti bene nella sabbia, decorò il naso e la fronte della donna con una scia di luce”.
Leti Loft si addentra con straordinaria perspicacia nelle pieghe più recondite dell’animo umano, sondandone gli aspetti chiaroscurali, legati qui all’evolversi di una malattia, l’Alzheimer. La narrazione si dipana lungo una traiettoria che conduce verso l’irreversibile abisso dove i ricordi si aggrovigliano e si disperdono in un crepuscolo senza ritorno.
La forma del racconto appare la più appropriata a cogliere l’impossibilità dell’uomo di sottrarsi al suo destino, una sorta di tarlo racchiuso dentro di noi, una potenza disgregatrice contro la quale è inutile combattere. Solo l’umana pietà può essere l’olio che lenisce il dolore delle ferite. La Musa di riferimento dell’autrice può apparire la malinconia, ma è la malinconia delle cose. Attorno, l’ambiente provinciale di un paese di frontiera dove domina il senso del concreto e dell’efficienza ad ogni costo.
Liana, dopo le delusioni amorose che bruciano ancora sulla sua pelle, deve confrontarsi con un mondo ipocrita. Anche la perdita delle persone care, dei genitori, pesa sulle sue spalle come una morte lenta. Il suo stesso carattere però è un gran medico. Una speciale serenità interiore in parte la isola dalla realtà e in parte la sollecita ad affermarsi nel lavoro e nella generosità: quel tanto che basta per alleggerire il carico delle frustrazioni. Una tematica estremamente esposta al rischio di un pessimismo avvilente, che potrebbe scoraggiare il lettore, incline a percorsi più agevoli.
Improvvisamente, però, nel cuore del racconto, si aprono spiragli di “azzurro” - il colore dello spirito - che ripropongono i ricordi lieti di una fanciullezza, percepita come primigenia sorgente degli stili di vita dell’età matura. Ne è un esempio l’esilarante descrizione di una disavventura vissuta dall’io narrante, Emanuela, rimasta sospesa su un elicottero arancione e giallo, bloccato su un tentacolo di un polpo meccanico nel lunapark nei pressi del Baradello (sul Lario?).
Leti Loft dipinge la scena con dovizia di particolari che tuttavia non mortificano la fantasia, ma le restituiscono spazi sconfinati per un gioco senza regole precostituite. Una successione, una sovrapposizione di brevi vicende che costruiscono un caleidoscopio di umanità. Talvolta nei dialoghi risuona l’eco della schietta parlata lombarda, il gusto gergale, ricco di cadenze idiomatiche, non disgiunte da accenti popolareschi.
Si coglie talora, tra le righe, una sentenziosità che nasce da una profonda esperienza di vita: “La buona considerazione andava a quelle che si sposavano. Ma il settanta per cento di loro aveva l’obbligo implicito di diventare madre, altrimenti sarebbe stato bersaglio di preconcetti scaraventati sulle spalle da parentesse e parenti incapaci di farsi i fatti propri”.
Quello di Leti Loft è un inno alle donne ferite o affaticate, al rarefatto mondo delle acque dolci e alla poesia della vita cosi com’è, compresa l’accettazione consapevole della morte, nell’amenità di una visione ultraterrena che non rinuncia ad una sorridente lepidezza.
Un libro che affascina e che si legge in un batter d’occhio: due buoni motivi perché non manchi nelle nostre biblioteche domestiche.
Emilio Rossi
La Shoah sulla sponda occidentale del Lago Maggiore
La Shoah – lo sterminio del popolo ebraico voluto dal terzo Reich – comincia in Italia dal Lago Maggiore, nei giorni seguenti l’otto settembre 1943, dopo lo sfacelo dell’esercito che consegnò gran parte della penisola ai tedeschi.
Sin dal 1938 il governo italiano aveva approvato leggi persecutorie, una cappa di piombo sul giudizio storico del fascismo, ma l’efferatezza dei provvedimenti nazisti fu solo sfiorata. Con la furia della “soluzione finale”, quattro Sonderkommando SS, della divisione corazzata Leibstandarte Adolf Hitler, furono fulmineamente trasferiti a Novara, Arona, Meina e Baveno.
Erano militari giovani e fanatici, reduci dalla Russia ove avevano fatto le prove generali del genocidio. Mentre l’olocausto, sullo scorcio del 1941, era avviato su scala industriale, ai cani sciolti della SS veniva affidata la caccia selvaggia sul campo, con corredo di latrocini e violenze d’ogni tipo.
I sommersi
Con l’aiuto degli elenchi disponibili presso la Prefettura di Novara, e forse di delazioni locali, le SS il 15 settembre braccarono i molti ebrei che avevano trovato illusorio rifugio in ville e alberghi sulla sponda del Vergante, fra Arona e Baveno, e anche in valli più lontane. Alcuni erano italiani come i Modiano, Ovazza, Cantoni, magari da tempo radicati sul posto, altri provenivano da Austria, Polonia, Ungheria, sfuggiti ai prodromi della persecuzione.
Nell’albergo che da Meina traeva il nome, proprietà di ebrei turchi che scamparono per il pronto intervento del loro console, ce n’erano quindici provenienti in gran parte da Salonicco, mescolati ai molti italiani fra cui i dirigenti della Mondadori, sfollata ad Arona.
Tutti i catturati, più di cinquanta, furono uccisi, ad Arona, Baveno, Stresa, Mergozzo, Orta, Pian Nava, sepolti qui e là alla spicciolata, qualcuno orrendamente incenerito nella caldaia d’una scuola a Intra o, come il gruppo di Meina, fucilati nottetempo in luogo nascosto della riva e gettati nel lago. Dopo qualche giorno alcune salme riaffiorarono e, sventrate a colpi di baionetta, furono ricacciate sottacqua.
Il tribunale di Osnabrück, nel 1968, condannò i tre ufficiali dei Kommando all’ergastolo e, a pene minori, due sottufficiali, ma la Corte suprema di Berlino ritenne poi estinti i reati. Almeno 36 vittime erano stati massacrate per ordine formale dei tre comandanti, tra il 20 e il 22 settembre, e fra essi tre ragazzi di 12, 13, 17 anni, e molte donne.
I salvati
Molti tra i sommersi e anche tra i salvati, per usare le categorie di primo Levi, non avevano avuto la percezione del pericolo che correvano. Sembrava impossibile che gente inerme, di nulla colpevole e del resto emarginata a ruolo di mera sopravvivenza, qualcuno ricco e titolato ma altri di modesta estrazione, potessero interessare alla macchina militare e poliziesca impegnata in una guerra disperata.
L’attesa passiva fu per qualche settimana propria della famiglia Torre-Minerbi che si era rifugiata nell’entroterra, a Vergiate. Solo l’eco dei tragici eventi che per quanto tenuti nascosti non erano sfuggiti alla attenzione della popolazione, la decise a cercare la salvezza altrove. Ci fu forse la speranza di rifugiarsi in Svizzera, ma la presenza di tre donne, una delle quali anziana, e di due bambine sconsigliò l’espatrio clandestino, quale era riuscito a Sem Benelli, a Sabatino Lopez, a Dino Segre alias Pitigrilli (con l’aiuto di don Folli a Voldomino), a qualche giovane che aveva affrontato l’odissea d’una fuga attraverso le montagne (la racconta in prima persona Aldo Toscano, nella esauriente raccolta di documenti sull’Olocausto del Lago Maggiore, in Bollettino storico per la provincia di Novara, 1993).
I sei Torre-Minerbi, cui si unì poi altra congiunta, fuggita da Venezia ove il marito era stato catturato e inviato ad Auschwitz, si salvarono, nascosti qui e là, donne e bambini nel monastero delle Benedettine di Ghiffa, tutti poi riuniti a Trarego sotto la protezione della maestra locale, Anna Bedone, che procurò carte false, casa e cibo.
La storia è già stata raccontata su queste pagine. nel numero del 26 febbraio 1997: possiamo aggiornarla, segnalando che il riconoscimento israeliano di “Giusto davanti alle nazioni”, conferito a coloro che hanno rischiato la loro vita per salvarla a un ebreo, è stato attribuito alla memoria di suor Giuseppina Lavizzari, superiora nel monastero di Ghiffa (come già alla Bedone).
Alla pentola infernale della malvagità umana, mai scoperchiata con tanta ferocia, riscontra l’esile luce di quanti, senza cercare lucro o postumi premi e riconoscimenti, nel momento del bisogno hanno aiutato chi era in pericolo.
Più numerosi di quanti non si sappia: in Verbanus 25-2004, per cura di Giovanni Coduri (di genitori che in tal missione si erano prodigati e per questo figurano allo Yad Vashem di Gerusalemme) e del verbanista Leonardo Parachini, è stato documentato per Pallanza il sostegno fornito a molti ebrei, che ospiti di amici con carte false vi condussero normale esistenza sino alla Liberazione, o furono aiutati ad espatriare, anche per opera di pubblici ufficiali, taluno dei quali riscattò in tal modo la sua militanza fascista.
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