Edizione n.23 di mercoledì 1 luglio 2020

Canton Ticino

Sessa (Canton Ticino), la Miniera d’oro verso la riapertura

Al traguardo il risanamento di oltre 600 metri
Miniere Sessa, foto Fondazione Malcantone

La miniera di Sessa torna a far parlare di sé. Non che sia mai finita nel dimenticatoio, troppo importante per il Canton Ticino, in particolare la regione del Malcantone, e per le vicine zone italiane (Dumenza, ad esempio, immediatamente sul confine). Tutte ne hanno tratto beneficio quanto a lavoro, economia e immagine, qui e nel mondo. Ora è di nuovo al centro dell'attenzione per un progetto di risanamento avviato, che integra nell'oggi un'antica e onorata storia e la fa rifiorire.
Merito della capacità di guardare avanti, di non vedere il passato chiuso in un bozzolo, di trovare progettuale intesa; merito della capacità di affiancamento e della lungimiranza dell'opinione pubblica. Insomma, una volta ancora, sotto lo sguardo del Tanaro, del Gradiccioli, del Lema e tra le valli bagnate dalle acque del Ceresio e del fiume Tresa, è entrato in funzione quel meccanismo dinamico tipicamente svizzero che le mete non solo le annuncia e propaganda ma le raggiunge.
Il Malcantone è caratterizzato dalla varietà del paesaggio, fatto di montagne, colline, fiumi, laghi. In più, il suo sottosuolo possiede un vasto patrimonio minerario, tanto che è inserito nell’Inventario nazionale con la motivazione “Distretto minerario fra i più grandi della Svizzera attivo dal 1800 per l’estrazione di minerali industriali (oro, argento, piombo, ferro, eccetera) di grande interesse per la sua estensione, la storia, l’ampia documentazione e per le implicazioni socio-economiche”.
UN PIONIERE DEL 1785
Di sfruttamento di miniere si parla fin da un documento del 1785. Lo ricorda un opuscolo edito nel 2006 dal Museo Svizzero dell’oro di Burgdorf con edizione italiana curata dal Museo Cantonale di Storia naturale di Lugano. In quell'anno Giovanni Battista Trezzini chiese al Landvogto Wild il permesso di cercare oro nella regione di Astano. La richiesta fu respinta, ma successivamente «a fasi alterne» e secondo la legislazione che man mano veniva perfezionandosi si cominciò a sfruttare la vena.
Il percorso che si avviò fu lungo, complesso e continuamente in evoluzione. Gli scavi progressivamente, in base alle esigenze e al materiale in cui ci si imbatteva, si estendevano a nuove zone, si fermavano, si spostavano; le concessioni si rinnovavano insieme ai nomi di chi le conduceva, ma potevano anche interrompersi, come avvenne allo scoppio della seconda guerra mondiale. I lavori sarebbero ripresi a fine conflitto, per terminare pochi anni dopo, nel 1953.
RISANAMENTO
Complessivamente la miniera si sviluppa su 1900 metri di cui 870 agibili. La parte che interessa il risanamento è di 623 metri. Comprende un cunicolo principale di 346 metri, da cui partono gallerie secondarie con pozzi e macchinari utilizzati un tempo per le estrazioni.
IL MUSEO DELLA MINIERA
Il Museo della miniera d’oro di Sessa possiede una collezione di reperti con materiale, equipaggiamento, documenti, piani, libri contabili. Non manca il riferimento ad eventi drammatici che coinvolsero i minatori.
PROGETTO DI RECUPERO
A seguire e interpretare prima l'idea, poi la messa in opera di un progetto di recupero all'interno di una visione ampia e complessiva l'Associazione Acqua Fregia e la Fondazione Malcantone (già Ente turistico del Malcantone). «La miniera d’oro di Sessa, sottolinea l'Associazione Acqua Fregia, oltre a presentare le peculiarità della tecnica estrattiva, costituisce un importante elemento per la valorizzazione storico, culturale e turistica, non solo per il Malcantone e il Luganese, ma anche per tutto il Cantone Ticino. La miniera ripristinata costituirà un'attrattiva turistica unica nel suo genere».
APERTURA
Per la miniera sta adesso per avviarsi un nuovo viaggio. Ormai si parla di formazione di volontari che accompagnino e illustrino, di visitatori, di offerta tematica, di agganci e rilancio per altre realtà territoriali, di organizzare, proporre... Cioé si parla di apertura. Imminente. A quanto si dice, potrebbe già essere nella prossima estate. Nel frattempo, in attesa di poter accedere direttamente alla storia di un patrimonio dall'impronta unica e a ciò che ha significato quanto a rischio e sacrificio per gli uomini che vi lavorarono, alcune immagini d'archivio fornite dalla Fondazione Malcantone. (Per ampliare le foto cliccare nella loro parte centrale).

Creva, a pieno regime “l’autostrada dei pesci” nel fiume Tresa

Il corridoio ecologico, il più alto d’Italia, collega i laghi Maggiore e Ceresio

A Creva funziona la “scala” alla centrale idroelettrica sul fiume Tresa, ribattezzata “l’autostrada dei pesci più alta d’Italia”. Con la fine dei lavori è già possibile, in questi giorni, osservare i primi risultati e, soprattutto, il passaggio delle specie ittiche che popolano i laghi Maggiore e Ceresio e utilizzano questo corridoio ecologico per gli spostamenti.
L’opera per il passaggio dei pesci della diga di Creva è tecnicamente una “scala” di risalita a bacini successivi ed è la più alta d'Italia, visto che copre un salto di 24 metri, che permette la riconnessione ecologica dei laghi Ceresio e Verbano. Sostenuta dalla Provincia di Varese, è stata costruita con Enel, Canton Ticino e Regione Lombardia con un notevole contributo di Fondazione Cariplo. La sua entrata in azione a regime è stata lo spunto di un convegno tenutosi qualche giorno fa a Luino.
La presenza di una camera di monitoraggio, dotata di telecamere che si attivano automaticamente al passaggio dei pesci, ha consentito di verificare il transito, sino ad ora, di ben 11 specie ittiche, tutti migratori a corto raggio che si spostano in salita dal Verbano al Ceresio.
Si tratta di un risultato insperato, in quanto, dal momento della attivazione della scala di risalita, agosto 2014, non si è ancora giunti al momento di massima mobilità dei pesci, che coincide con la stagione primaverile. Barbi, trote, vaironi, anguille e cavedani stanno per così dire "scaldando i motori" e collaudando con successo questo piccolo, ma efficiente corridoio ecologico artificiale giunto ormai alla sua fase operativa.
Per il futuro sarà possibile visitare la camera di monitoraggio anche da parte delle scuole della zona, come già succede per l'analoga struttura collocata sulla traversa di Ponte Tresa. 

Lugano, nasce Fai Swiss, prima delegazione internazionale del Fai

Italia e Svizzera insieme per nuovi scambi culturali

Dà buoni frutti, utili alla salute culturale e alla crescita sociale, il Fondo Ambiente Italiano, che ora supera le frontiere di casa e si volge a missione anche internazionale. Come? Con la prima delegazione non italiana, che si chiama Fai Swiss e è fondazione di diritto svizzero, con sede al Museo delle Culture di Lugano. Suo scopo «sviluppare e consolidare i legami tra la cultura italiana e quella svizzera».
Si tratta – come sempre nelle ideazioni e intuizioni del Fai - di un progetto ad ampio respiro, proiettato nel futuro, che offrirà alla Svizzera e all’Italia un nuovo, stabile punto di riferimento culturale di livello internazionale.
Il Fai, nato dall’idea ispiratrice di Elena Croce, nipote del filosofo, opera in Italia dal 1975. Una fitta rete di volontari persegue da allora una missione sociale di protezione del paesaggio, di conservazione dei beni artistici e di diffusione culturale. Quando si dice “diffusione” non si deve pensare soltanto all'informazione, al trasferimento di nozioni e culture. Il Fai vuole di più, vuole penetrare nelle coscienze, rovesciare cattive abitudini, scuotere dai torpori. In Italia in questi anni di sua attività ha fatto e sollecitato molto, anche se il lavoro è lungo e con molti ostacoli da superare, per esempio certe impermeabilità dei politici.
La presenza Fai sul territorio elvetico avrà come obbiettivo non solo di accrescere a livello internazionale la conoscenza e la sensibilizzazione dei beni italiani, quali patrimonio universale dell’umanità, ma anche quello di contribuire alla promozione della cultura svizzera in Italia. L’interscambio culturale tra i due Paesi rappresenta così il fulcro dell’attività e la filosofia alla base di tutte le iniziative e le proposte culturali di Fai Swiss.
A garanzia di questa visione, la Fondazione si avvale della collaborazione di un importante protagonista della cultura svizzera, il Museo delle Culture di Lugano, il quale ospiterà la sede di Fai Swiss, in base ad un accordo sottoscritto con la Città di Lugano.
Nel programma si prevede inoltre l’affidamento della villa Fogazzaro a Oria di Valsolda, di proprietà del Fai, alla Fondazione Fai Swiss di Lugano.
Il progetto culturale, già attivo sul territorio da oltre un anno, ha ottenuto un buon riscontro di pubblico. Visti i successi, questa attività viene ora istituzionalizzata grazie alla costituzione della Fondazione Fai Swiss per diventare crocevia permanente di scambio, riflessione e di salvaguardia del territorio.  

L’affresco conteso di Antonio da Tradate

Tradimento di Giuda

S’è fatto un gran parlare in quest’ultimo periodo di un affresco di Antonio da Tradate, conteso tra il Comune di Maccagno e quello di Luino, con toni perentori dall’una e dall’altra parte. Al di là delle argomentazioni addotte dai singoli contendenti, ci si domanda però in riferimento al suo autore: ma chi era costui?
Una recente pubblicazione di Lara Broggi, per i tipi di Macchione editore, dal titolo “Antonio da Tradate–La pittura tardo-gotica tra Ticino e Lombardia” ci fornisce un importante contributo per una ricognizione storica della sua figura. Incerti sono il luogo e la data di nascita, anche se si può affermare, sulla base delle firme apposte su alcuni suoi affreschi e di tre atti notarili, che abbia vissuto a Locarno, «habitator Locarni». Tra i collaboratori nella sua bottega, come risulta dalle firme congiunte sull’importante ciclo di S. Michele ad Arosio, c’era il figlio Giovanni Taddeo Antonio, lo stesso che fu al suo fianco con ogni probabilità nella decorazione dell’abside della chiesa di S. Stefano sul colle di Migleglia nel 1511.

Canton Ticino, Grigioni e Lago Maggiore
Si sa per certo comunque che la sua attività pittorica si dispiega tra l’ultimo quarto del secolo XV e l’inizio di quello successivo nel Canton Ticino, nei Grigioni e lungo le sponde lombarde del Lago Maggiore. Ed è proprio questo segmento della sua produzione artistica che ci interessa da vicino. Se le notizie sulla sua vita sono scarse, la sua produzione artistica è molto prolifica. Attraverso le sue opere si cercherà pertanto di ricostruire la storia di questa singolare personalità. Sono cinque i cicli pittorici che recano la sua firma, una pietra di paragone per l’attribuzione di dipinti di incerta provenienza.

Pittori girovaghi
Alla fase iniziale della sua carriera sembrerebbe rimandarci la Madonna di Loreto dell’Alpe Cedullo di Indemini, un territorio di confine che geograficamente gravita però nell’orbita dei paesi della Val Veddasca.
Antonio da Tradate faceva parte di quella schiera di pittori che, meno aggiornati sulla pittura del tempo, girovagavano nelle valli ticinesi, anche in luoghi erti e di difficile accesso, per rispondere ad una committenza meno colta rispetto a quella delle corti rinascimentali italiane. Questa considerazione tuttavia non inficia il valore delle sue opere, quantunque ancora legate a canoni pittorici bizantini e gotici.

Madonne di Indemini e Curiglia
La Madonna del Latte di Indemini troneggia sotto un baldacchino, che idealmente rappresenta la casa di Nazareth, sorretto da due angeli. Sul capo della Vergine, ricoperto da un bianco velo, rifulge una corona regale. Adagiato sulle sue ginocchia, il Divino Infante, le cui mani poggiano sul libro sacro, sugge il latte dal suo seno. Particolare significativo: sulla sinistra del dipinto una piccola montagna a cono, elemento ricorrente nell’iconografia di Antonio da Tradate.
Della stessa mano è l’affresco del santuario del Tronchedo che sorge alle porte di Curiglia. Anche qui Antonio da Tradate ripropone l’immagine della Madonna del Latte. Un volto dolce e nel contempo austero, consono alla dignità regale di madre del Salvatore, evidenziata dall’aurea corona posta sul suo capo e dal trono dallo schienale turrito su cui è seduta. Rispetto alla precedente, quella del Tronchedo rivela una maggiore padronanza della tecnica pittorica: i capelli che incorniciano il viso, lo sguardo penetrante, le labbra atteggiate ad un tenue sorriso, la mano che nasconde pudicamente il seno, la figura del committente che emerge appena nell’angolo destro dell’affresco. Inizialmente forse il dipinto si trovava in un tabernacolo ai margini di una strada, come sembra indicare il cartiglio che regge il Bambino: «O ti che va per questa via, saluta la madre mia con uno pater et una ave maria», la medesima rima che appare nel cartiglio della cappella de’ Bernardi di Corzonesco. 

Devozione diffusa fino al Concilio di Trento
Assai diffusa era, specie nelle zone rurali, la devozione per la Madonna del Latte, come attestano le numerose raffigurazioni presenti in ogni dove, a partire da quella più famosa di Re per la miracolosa effusione del sangue. L’allattamento al seno materno, in una società connotata da una forte mortalità infantile, era un efficace antidoto contro le epidemie ricorrenti ed un nutrimento completo e gradevole dal punto di vista organolettico, che poteva essere facilmente dispensato in ogni momento della giornata.
Una lattazione insufficiente o mancante del tutto poteva configurasi come una vera e propria maledizione divina. Da qui i pellegrinaggi ai santuari e la costruzione di edicole sacre per chiedere protezione e aiuto in questa funzione fondamentale soprattutto per la società di quel tempo. Anche nella Milano rinascimentale, furono eseguiti moltissimi dipinti della Madonna del Latte. Basti ricordare il Foppa, Donato di Bardi, Solario, Luini, Boltraffio, Lanino, Bergognone. Raffigurazioni che vennero però abbandonate dopo il Concilio di Trento, in particolare nella diocesi ambrosiana, a seguito delle disposizioni del cardinale Federico Borromeo, con le sue istruzioni De pictura sacra.

Ciclo di Maccagno
Il ciclo più importante per la nostra zona è però quello della chiesa di S. Antonio di Maccagno. I dipinti sono una vera e propria “Biblia pauperum”, una Bibbia dei poveri, secondo un’espressione usata da Papa Gregorio VII e rappresentano momenti significativi della vita di Gesù, offrendo nel contempo agli analfabeti che costituivano la maggioranza della popolazione la possibilità di conoscere la storia della salvezza.
Gli affreschi superstiti descrivono le scene cruciali della passione: l’ingresso in Gerusalemme, l’ultima cena, l’orazione nel Getsemani, la cattura di Gesù, il bacio di Giuda, il taglio dell’orecchio da parte di Pietro al servo del sommo sacerdote Caifa, la flagellazione, l’incoronazione di spine, Cristo di fronte a Pilato che si lava le mani. L’intento didascalico è reso ancor più evidente dai cartigli esplicativi posti sopra i dipinti, alcuni dei quali facilmente decodificabili: «Com Dio è a tavola con li apostoli», «Come li farixei ano menato Dio denanzi a Pilato», «Come Zuda baxa Dio per tradirlo in le mani….» (illeggibile).
E nel cartiglio della preghiera nell’orto degli ulivi una citazione in latino, tratta da Matteo, 26, 39: «Pater, si possibile est, transeat a me calix iste».
Ieratica la figura del Cristo nell’ultima cena, circondato dagli apostoli e da S. Giovanni che, secondo l’iconografia tradizionale, reclina il capo sul petto del Maestro. Una scena di apparente serenità conviviale, anche se dal volto di Cristo traspare l’amara consapevolezza della fine imminente.
Nella scena del tradimento di Giuda, i due volti accostati manifestano in tutta la loro drammaticità la tensione emotiva: nell’espressione di sconforto del Cristo che volge il suo sguardo altrove è già presente la sconfessione dello spergiuro, mentre il traditore avvicina la sua guancia a quella di Gesù e tende le sue lunghe mani in un abbraccio infido. Più in basso il focoso Pietro colpisce all’orecchio il servo del sinedrio, incurante della condanna del Maestro, mirabilmente espressa dall’indice puntato verso di lui.
Leopoldo Giampaolo attribuisce anche la Madonna nella chiesa di S. Stefano a Maccagno inferiore ad Antonio da Tradate. L’affresco sembra, infatti, rimandare alla lunetta sulla facciata del S. Antonio, soprattutto per quanto riguarda lo sfondo damascato a foglie di quercia, motivo decorativo spesso usato dall’artista.
«Purtroppo - osserva giustamente Lara Broggi - le immagini si trovano in un pessimo stato conservativo e risultano di difficile lettura». Auguriamoci pertanto che qualche Mecenate locale si faccia carico di un restauro conservativo, perché questo prezioso documento pittorico, testimonianza di un lontano passato, possa essere fruibile anche dalle generazioni future.

Tra Cunardo e Arosio
Sorprendenti le affinità tematiche e strutturali della Pietà di Cunardo, con la parziale rappresentazione della deposizione della navata settentrionale della chiesa di S. Michele di Arosio. Identico lo sfondo, identica l’inclinazione del capo della Vergine, afflitta da un indicibile dolore, identico il fermaglio del manto. Attorno l’iscrizione esplicativa : Mccccciij die ultimo agusti hoc opus fecit fieri Iemolus et frater eius filius condam Petri Betami (Gemolo figlio del fu Pietro Betami e suo fratello fecero eseguire  il giorno ultimo di agosto 1503).
Del tutto rispondente agli stilemi pittorici di Antonio da Tradate la Madonna in trono con Bambino salvata dall’ingiuria del tempo su un muro di un’antica corte in frazione Raglio, sempre a Cunardo. L’affresco, ancora in precario stato di conservazione, nonostante il restauro del 1997, corrisponde perfettamente alle numerose rappresentazioni della Vergine, presentata frontalmente, con un panneggio rigido e con l’uso dei medesimi colori: il rosso dell’abito, l’azzurro del mantello, stretto da un fermaglio floreale. Il cartiglio che si dipana dalle mani del Bambino reca la scritta; «In gremio Matris sedet sapientia Patris» (Nel grembo della Madre siede la sapienza del Padre), la stessa del dipinto della Madonna di Re che l’artista poté senza dubbio leggere nelle sue frequenti peregrinazioni attraverso le Centovalli.

Affresco conteso
E soffermiamoci finalmente sull’affresco conteso, conservato a Palazzo Verbania a Luino, ma strappato dalla facciata di una casa di Campagnano nel 1966. La figura del Cristo crocifisso, solo parzialmente conservata, dal momento che presenta un solo strato pittorico, campeggia solenne in tutto lo spazio disponibile. Ai lati due angeli raccolgono il sangue effuso dal Redentore. In primo piano Maria Maddalena, coi lungi capelli biondi sciolti sulle spalle che contrastano col rosso del mantello. Dietro di lei, in piedi, quasi per sentirsi più prossima al figlio morente, la Vergine con le mani giunte in preghiera, col volto straziato dal dolore, avviluppata in un manto opaco che l’avvolge interamente; sul lato sinistro, Giovanni, il discepolo prediletto, col capo sorretto dalla mano destra in un gesto di composta mestizia. Lara Broggi coglie in questa crocifissione evidenti analogie con quelle di Curaglia, Arosio e Palagnedra, senza rilevanti variazioni narrative.
Una personalità poliedrica dunque quella di Antonio da Tradate, capace di trasfondere la veemenza dei suoi sentimenti nelle figure umanamente partecipi della tragica vicenda del Cristo, ma pronto a regalarci momenti di tenera intimità come nelle immagini della Theotókos, la madre di Dio che mantiene però viva e operante la sua schietta natura di donna fragile, sottoposta alla fatica e alle contraddizioni del vivere quotidiano.
Emilio Rossi 

(Altre immagini degli affreschi in pagina Valli Monti Laghi)

Da Los Angeles a Lugano, l’Angelo Incarnato di Leonardo

E’ solo un piccolo disegno a carboncino di circa 25 centimetri per 20, ma L’angelo incarnato è una delle più inquietanti tra le tante opere piene di mistero realizzate da Leonardo da Vinci; vi è ancora qualche giorno di tempo (fino al 29 gennaio) per poterlo ammirare a Lugano presso il Museo Cantonale d’Arte: un’occasione decisamente rara, dal momento che l’Angelo si trova normalmente in custodia a Los Angeles, negli Stati Uniti.

Il disegno ha oltretutto una storia avvincente: ritrovato nel 1991, dopo essere stato sottratto nell’Ottocento dalle raccolte reali del Castello di Windsor, è tuttora oggetto di un vasto dibattito sulla sua natura e sul suo significato. Secondo alcuni il motivo della sua scomparsa non fu un furto, ma addirittura un atto volontario di alienazione della Regina Vittoria, motivato dal suo spiccato moralismo.
L’opera viene usualmente denominata The Angel in the Flesh a causa dell’attuale collocazione presso la Fondazione Pedretti a Los Angeles (pur essendo di proprietà privata tedesca) e tale titolo inglese è sicuramente più appropriato di quello italiano, poiché non permette confusioni con il concetto teologico di incarnazione, ma, al contrario, consente di cogliere la natura profondamente ambigua del personaggio. La figura, infatti, di cui è disegnato il volto e il busto, presenta spiccati caratteri ermafroditi e una virilità potentemente accentuata, che inducono ad osservare la duplice presenza dell’elemento materiale e di quello spirituale. Se la corporeità accentuata e quasi esibita non lascia dubbi sulla carnalità del personaggio, le ali angeliche e la mano destra alzata con l’indice rivolto verso il cielo sono segni inequivocabili della sua origine celeste. Tale duplicità ha indotto alcuni a scomodare dottrine e miti manichei e catari, un’autentica miniera di spunti per coloro che propongono suggestive teorie esoteriche in merito a Leonardo.
Anche la datazione del disegno è molto dibattuta: taluno ritiene che sia stato realizzato nel Casentino intorno al 1503-1505 e che non sia altro che la rappresentazione di un gioco amoroso in voga in quel periodo, altri invece, a causa soprattutto delle annotazioni sul verso (relative probabilmente agli studi sul tema del Diluvio), ma anche per lo stile, per il tipo di carta (ruvida e azzurra) e per l’analisi della grafia, sostengono che sia stato disegnato tra il 1513 e il 1515.
Un aspetto che colpisce qualsiasi osservatore è l’espressione del viso dell’Angelo: non il celebre enigmatico abbozzo di sorriso leonardesco, ma quasi un ghigno ironico e beffardo, che induce a credere che l’opera non sia altro che uno dei ben noti divertissement di Leonardo, un salace scherzo toscano di colui che amava natura e fantasia, bellezza e bruttezza, tecnica e gioco nella riproduzione e invenzione continua dell’universo reale e di quello solo possibile.

Museo Cantonale d’Arte di Lugano.
Orari: 10-17; martedì 14-17.

Paola Biavaschi

Lugano, concorso videamatori TeleTicino

A Lugano-Trevano, tra fine agosto e inizio settembre 2017, si terrà la rassegna internazionale dei festival della cinematografia di montagna “Il Festival dei Festival”, diretta da Marco Grandi. Anche questa edizione sarà accompagnata dal concorso internazionale Videamatori-premio TeleTicino 2017, riservato a videomaker amatoriali. Tema, la montagna in tutte le sue sfaccettature (dal paesaggio alle scalate, avventure, storie, flora, fauna, vita alpestre).
I filmati (video o dvd di non oltre 25 minuti; formato minidv sd, minidv hdv, dvd o blueray; nessun copyright; una sola opera) vanno inviati a: Festival dei Festival Lugano-Switzerland, Concorso Int. TeleTicino Videoamatori, Casella postale 3, CH – 6936 Cademario. Info: www.festival-dei-festival.ch; www.ciac.ch