Edizione n.11 di mercoledì 25 marzo 2020

Storia e storie

Armando Chirola, una giovinezza spezzata dalla guerra

Intitolata al tenente trucidato nel 1943 a Cefalonia la piazza del Parco a lago

(SC) Una mattinata intensa, con momenti di profonda emozione che ha coinvolto tutti i presenti, quella che a Luino si è svolta domenica 22 settembre sulla piazza in legno del Parco a Lago per intitolare questo spazio alla memoria di Armando Chirola. Il giovane tenente luinese fece parte della Divisione Acqui massacrata dai tedeschi  durante l'Eccidio di Cefalonia il 22 settembre 1943. Il suo ricordo ha radici ben profonde a Luino: ne parlò anche l'avvocato Trento Salvi nel 2001 su "Il Corriere del Verbano" in un articolo ripubblicato l'anno scorso.
Il sindaco Andrea Pellicini ha ricordato Chirola con grande affetto, pensando «ad un giovane che nutriva grandi speranze per il futuro e che amava così tanto il suo lago da descriverne la bellezza in versi. Ne è testimone la sua raccolta di poesie. Che Armando Chirola diventi esempio per i giovani: la guerra stermina intere generazioni, ammutolendole, solo la pace permette agli uomini di 'parlare', di esprimersi secondo i propri talenti».
Una celebrazione importante, con i ritmi scanditi da brani proposti dalla Musica Cittadina, dal momento religioso della benedizione dello spazio ad opera di don Marco Longoni, dalla lettura della poesia incisa sulla stele in cor-ten letta da Edoardo Maria Castelli. Alla cerimonia hanno presenziato la giunta comunale, alcuni consiglieri e dirigenti della città, le rappresentanze dei corpi d'arma e dell'associazionismo locale, l'intera famiglia Chirola, l'architetto Enrico Marforio, progettista del Parco a Lago, e Giorgio Gaspari in rappresentanza della Fondazione Cariplo.
Lo storico Carlo Alessandro Pisoni ha così celebrato un uomo dalla grande passione per la vela:
La vicenda umana di Armando Chirola, giovane caduto a Cefalonia con fierezza di uomo adulto e coraggio di militare tutto d’un pezzo, nonostante i suoi soli 23 anni d’età sarebbe forse una delle tante storie tragiche di guerra.
Ma la figura di Armando Chirola, per quanti amino il lago Maggiore e le sue dolci brume settembrine, porta con sé un’ulteriore memoria: non a tutti capita di poter cantare – come occorse al ragazzo nella propria ultima verde giovinezza - le terre in cui si è vissuto e le acque solcate in barca a vela. Ad Armando Chirola successe (vogliamo credere per tenacia ed entusiasmo tutto giovanile) di scrivere e pubblicare un libro di poesie, a proprie spese stampato a Palo Del Colle presso Bari dalla tipografia Andriola, giusto alla vigilia della partenza per il fronte greco.

Con ottimismo e scrittura lineare Chirola cantò, nel proprio “Eco della Selva”, i tramonti di Luino, i castelli di Cannero, e soprattutto le speranze per un futuro che non immaginava gli sarebbe stato brutalmente negato di lì a poco dalla storia e dagli uomini.
Oggi, a distanza di settant’anni, ricordando Cefalonia, si ricorda Armando Chirola non come giovane militare che con coraggio e statura di vero uomo non si sottrasse alla morte in guerra; piuttosto, dedicandogli un luogo di pace e serenità in riva al suo lago, in mezzo alle sue barche, si lega il ricordo di Armando Chirola, in un’Eco gentile, che per sempre risuona alla riva verbanese, nella sua Luino. 

Guido Petter, giornalista adolescente nella X Brigata Partigiana “Rocco”

La rinascita etica e civile dell'Italia nelle cronache del 17enne combattente

Sono stati recentemente pubblicati sul sito www.giornaliallamacchia.isrn.it, a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nel Novarese, nel Verbano-Cusio–Ossola, i giornali della stampa clandestina della Resistenza, nei territori in cui combatterono le formazioni partigiane sul versante piemontese.
Di particolare interesse i tre numeri di STAFFETTA AZZURRA, giornale della X Brigata “Rocco”, che operava sulle alture intorno al lago d’Orta, curato dal concittadino luinese Guido Petter. Si tratta di dattiloscritti con disegni eseguiti a mano e diversi per ogni copia.
Petter, futuro docente di Psicologia dello Sviluppo presso l’Università di Padova, saggista e scrittore, come giornalista della brigata, ne curava la pubblicazione. Avrebbe raccontato lui stesso questa esaltante esperienza, quando girava con la sua macchina portatile, alla ricerca di una scatola di latta dove riporre i fogli e la carta a carbone, procuratagli finalmente da un ragazzo del luogo. E furono proprio i coetanei a salvarlo, quando, rintanato in una stalla al centro del paese, invaso da reparti tedeschi e fascisti, gli portavano di nascosto il cibo.

Realismo tattico
Giornali aperti al dibattito, rivolto soprattutto ai compagni di lotta. Nel numero del 12 marzo 1945, ad esempio, viene evidenziata la necessità di trasformare le bande partigiane in un regolare reparto dell’esercito di liberazione. «Le popolazioni lavoratrici di Torino, Milano, Genova, Venezia, Trieste attendono la libertà dalle nostre forze organizzate. […] La piccola banda autonoma non è sufficiente a questo grandioso compito, non basta da sola a sollevare le martoriate popolazioni italiane dal loro grande dolore, dalla tremenda loro umiliazione». Un realismo tattico finalizzato ad un unico ideale: “Libertà, piena libertà al popolo italiano”.

Cronache epiche
Non mancano cronache dal sapore epico, come la descrizione delle imprese del Barba, caduto in una missione operativa, «fondatore assieme con Rafles della Volante Azzurra nei primi mesi di lotta partigiana, l’uomo popolare per tutto il Biellese, che osava disarmare l’intera caserma con pistole di legno, che in un anno di guerra tutti avevano imparato ad amare, come si amano queste montagne amiche, come si ama questo cielo prealpino così freddo talvolta e pur così azzurro, così pieno di stelle nelle notti serene. I morti non vogliono vendetta, vogliono giustizia […] E continueremo pensando che la vita è bella solo se la si sa donare per un’umanità migliore, che la morte non è amara, quando si muore per la libertà della Patria».
Nel gioco crudele della guerra «uccidere è spesse volte un dovere, ma il vantarsi d’aver ucciso è sempre una miseria». E si cita Garibaldi che dopo una battaglia si mostrava sempre triste e qualche volta fu visto piangere per aver dovuto uccidere un nemico.

Pensiero unico e senso di responsabilità
Dichiaratamente di Guido Petter, che si firma con il nome di battaglia di Renzo, è l’articolo dal titolo «Significato del 25 Luglio». Vengono qui analizzate le forme di oppressione che hanno inquinato lo spirito dell’intera nazione.
La soppressione della libertà di parola, di stampa, di critica, infatti, secondo Petter, «ha facilitato il dilagare della disonestà, soprattutto negli elementi dirigenti, non più controllati dalla libera critica di qualsiasi cittadino, l’oppressione di ogni iniziativa individuale, con la conseguente paralisi delle migliori energie della vita nazionale; l’adozione di leggi e provvedimenti non discussi e per questo molto imperfetti e in certi casi dannosi […] infine ha permesso che la politica nazionale venisse diretta secondo mire espansionistiche e imperialistiche non sentite e non certamente volute dalla maggior parte del popolo italiano».
In questo contesto è venuto meno anche il senso di responsabilità. «Nel decalogo del milite fascista, il decimo comandamento è questo: Mussolini ha sempre ragione!» I giovani, pertanto, abituati al mito di un capo che pensava a tutto, hanno smarrito la coscienza di essere una forza viva in seno alla società.  «Bastava inneggiare al risorto impero romano per passare un esame, avere la tessera del partito nazionale fascista per esser ammesso ai posti direttivi». 
Era dunque questa la chiave che apriva qualunque porta. Il diciassettenne Petter non è però così ingenuo da pensare che la libertà possa consistere «nella possibilità che ognuno avrà di poter fare ciò che vuole, mirando solo a se stesso». Saremmo da capo, ammonisce, come prima, peggio di prima. Occorre pertanto transitare verso nuovi lidi dove ciascuno potrà esprimere il proprio pensiero e dirigere la propria azione «verso un miglioramento comune, cioè di tutti: ecco la vera Libertà».

Ricordi dei caduti
Toccanti sono i ricordi dei compagni caduti nella battaglia. «Nella chiesa del cimitero sono allineati i morti, sulle lunghe panche oscure; fuori, la sera di primavera traspare dal cielo luminoso in cui si drizzano snelli i mandorli in fiore. C’è gente che parla sommessa, che domanda e in tutti è il dolore muto e forte come un peso che fa male al cuore».
Il cronista solleva il lembo della coperta in cui ognuno è avvolto quasi per un ultimo saluto. C’è Matteotti con il maglione bianco tutto sporco di sangue, c’è Brighin, con la giacca così lunga per lui così piccolo che impigliandosi nei rami gli è costata la vita. E intorno ci sono le sorelle che piangono e lo accarezzano, lo chiamano dolcemente, come se potesse risvegliarsi. Poi ci sono Tom, Quirico, Vento, Nuvola, Generale, un ragazzo di sedici anni, che voleva diventare un grande poeta ed è morto con la sua illusione intatta.
«Generale che avrebbe fatto chissà che cosa per i suoi uomini che hanno imparato presto a volergli bene; ha i calzoni laceri e inzuppati di sangue, è stato colpito al ventre. Adesso la chiesa s’è fatta più buia; fuori, nella sera piena di profumi, si alza la luna piena, sopra le grandi montagne. E li riguardo tutti, distesi tra macchie di sangue rappreso, senza scarpe e mi sembrano addormentati nelle loro coperte. Come quando dormivamo insieme. Attendevano la primavera, le foglie, il ritorno; adesso noi li lasciamo così, a mezzo del cammino e proseguiamo nell’opera, perché non è giusto abbandonarla, quando i compagni per essa hanno dato la vita. A voi, compagni cari che non rivedremo più e che lasciamo qui in un paese forse non vostro, verranno col vento che porta lontano nella valle l’indistinto profumo dei fiori della montagna, le parole delle nostre canzoni, quelle che tante volte abbiamo cantato insieme: onore a chi cade in cammino, esempio a chi resta a lottare!»
Emilio Rossi 

Le esequie di Franca Rame: un’inutile polemica

Avendo partecipato al funerale di Franca, moglie di mio cugino Dario Fo, ho trovato fuori luogo le polemiche apparse su taluna stampa e nella rappresentazione parziale che ne hanno fornito alcuni media, come se si fossero trattate, più che di esequie, di una sorta di rigurgito di una manifestazione anni ’70. Ma occorre comprendere la rabbia di chi non riesce a tirare avanti e trovò un tempo in Dario e Franca, e oggi forse in Grillo, qualcosa di diverso dalla burocrazia di una certa sinistra istituzionale o della solita variegata e camaleontica casta dominante, nei suoi mutevoli travestimenti, che promette e poi non mantiene, o perlomeno "mantiene se stessa" a spese del Paese.
Volontà di Franca
Certo noi stessi parenti stretti, percorrendo a piedi il corteo, ci sentivamo forse anche un po’ a disagio, per i cori intonati (mentre alcuni milanesi del centro chiudevano le persiane), gli striscioni e gli slogan di chi a proprio modo ha voluto rendere omaggio a quella che considerava una sorta di simbolo, una ‘Madre Coraggio’ sempre schierata sinceramente per la lotta contro l’arroganza dei poteri (e che ha pagato cara e di persona, con lo stupro da parte dei fascisti nel ’73, le continue minacce, il telefono sotto controllo, i contrasti con il PCI, l’interdizione dalla RAI, etc), ma Dario e Jacopo hanno voluto rispettare le indicazioni che Franca aveva annotato in una lettera a Dario, scritta nel 2012 in un momento di sconforto, in cui, pensando a come avrebbe potuto svolgersi il suo funerale, andava immaginando tante donne, con una sciarpa o una veste rossa. Un motivo di nostalgia, più che una dichiarazione di intenti, forse per la delusione e lo sconforto che prova a malincuore chi si è sempre scontrato contro un muro di gomma, ancora saldamente al proprio posto, nonostante decenni di sforzi, di lettere, battaglie, per ottenere giustizia per chi ha subito e subisce ancora soprusi.
Noi parenti e amici stretti forse avremmo preferito una cerimonia più raccolta, privata, ma Franca era un personaggio pubblico, soprattutto nella Milano dei lavoratori «dove la vusa la sirena», e aveva rappresentato, soprattutto negli anni ’70, un riferimento forte per le classi sociali più disagiate.
Solco imploso
Dario e Franca avevano realizzato centinaia di spettacoli gratis per sostenere i lavoratori in difficoltà, ma la forte connotazione di sinistra che li caratterizzava in quei tempi non era certo esauriente e prevalente rispetto all’aspetto artistico e creativo, rappresentando soprattutto un segno dell’epoca, il solco tracciato da un movimento che poi è imploso, perché, come ha fatto giustamente presente Massimo Cacciari in risposta a una mia domanda alla Summer School del 2012 presso la IMF a Luino, si è passati, dal ’68 in poi, dal progetto legittimo, storicamente e potenzialmente innovativo, di un parricidio simbolico (per sostituire una classe dirigente inadeguata e corrotta) a un fratricidio e a una frammentazione disastrosa delle forze di sinistra, che non ha permesso lo sviluppo di una reale socialdemocrazia, bensì la costruzione di due realtà in continuo dissidio, che non comunicavano e non comunicano tra loro (prima tra DC e PC ora tra PD e PDL), sviluppando una diatriba e uno scontro interno che ha impedito di realizzare le riforme e di investire nella crescita, seguendo costantemente una tattica clientelare per assicurarsi le sacche di voti delle varie corporazioni privilegiate, dall’una e dall’altra parte.
A Maccagno l'omaggio a Franca
Per questo il 16 giugno prossimo, domenica sera, alle 20.30 presso l’Auditorium di Maccagno (vedere in sezione Valli Monti Laghi), ho accettato volentieri, coinvolgendo le attrici e collaboratrici di Franca, Marina De Juli e Valeria Ferrario, di partecipare a un omaggio a Franca, che vuole rendere il suo ricordo più realistico e veritiero, vivo e umano. Quello di una donna tenace, amorevole, spesso anche fragile, in grado di sostenere per anni tantissime esperienze teatrali, scelte civili, battaglie parlamentari, senza mai perdersi d’animo, ma anche moglie e nonna esemplare.
Quelle stesse battaglie parlamentari e civili che solo oggi sono all’ordine del giorno nelle agende politiche, dopo venti, trent’anni di appelli inascoltati, sulla violenza alle donne, il trattamento carcerario, le trattative tra Stato e mafia, i diritti degli ultimi ad avere una vita dignitosa, come i diversamente abili, con una campagna per l’acquisto di centinaia di pullmini speciali per il loro trasporto, che dura dal ricevimento del premio Nobel a Dario, fino a oggi, in cui come sempre i cittadini si sono dovuti sostituire a uno Stato inadempiente.
Dopo gli interventi di Marina De Juli e Valeria Ferrario, che leggeranno e interpreteranno alcuni brani significativi del repertorio di Franca, inediti e no, vi sarà la proiezione de ‘Lo Svitato’ strano e simpatico film di Lizzani del ’56, con Dario e Franca agli inizi della loro folgorante carriera. L’ingresso ovviamente è libero e nessuno recepisce alcun compenso, anzi ci mette del suo, a cominciare dagli amministratori.
Davide Rota

Cave e miniere nell'Ottocento tra Ossola, Malcantone e alto Varesotto

Carta geologica 1829, © Magazzeno Storico Verbanese

Ancor oggi cercatori s'aggirano per semplice diletto qua e là tra le plaghe dell'Insubria sulle tracce di qualche dispersa pagliuzza gialla; ma nell'Ottocento la corsa all'oro tra il Verbano piemontese, la confinante Svizzera e l'area del Luinese suscitò ben altro interesse e attrasse impegni non di semplice hobby.
A ricordarlo è Carlo Alessandro Pisoni nella newsletter del
Magazzeno Storico Verbanese, da questo aprile ritornata sulle rotte internautiche in veste rinnovata e adeguata al potenziamento tecnologico del sito. Al testo si accompagna una non meno preziosa pubblicazione, una Carta Geologica della fascia tra Vergante e Ceresio del 1829 (nella foto dal sito).

Seduti su una pentola d’oro

È notorio che la zona del Rosa è tra le più ricche d’oro, tanto da poter stare al pari, come potenziale ricchezza dei filoni, con i luoghi di maggior produzione del prezioso metallo al mondo.
Piace però constatare come dopo gli antichi e protratti sfruttamenti delle vene scoperte intorno al Rosa, in Ossola e Valsesia (Pestarena, Macugnaga, Alagna, per dire qualche luogo), dove spesso i primi sondaggi e coltivazioni di cave risalivano al periodo medioevale, nell’Ottocento la corsa all’oro (e all’argento...) non si limitò territorialmente al Verbano piemontese.
Francesco Ruzieska (o Ruziczka) D’Odmark, che a fine Settecento era affittuario a Feriolo di un edificio di proprietà Borromeo e direttore della miniera aurifera che i Borromeo possedevano in Ossola, nei primi anni del secolo XIX dirigeva la miniera di Viconago.
Il ben noto imprenditore inglese – con villa a Pallanza – Eugenio Francfort lavorava allo sfruttamento della miniera Teresina di Brusimpiano già a partire dal 1858; non si esclude che egli fosse tra quegli “industriali inglesi” alla fine che negli anni ’70 dell’Ottocento, dopo aver intrapreso tra Vergante e Ossola, effettuavano ricerche nel canton Grigioni, «in una antica miniera detta Felsberg».
Nel 1883 a Magadino si scopriva un filone di pirite aurifera (forse lo stesso che passa sotto il monte Paglione) e subito si effettuavano le analisi nella speranza che i risultati fossero positivi. Nel 1885 si lavorava all’estrazione di minerale nella miniera proprietà di Virginia Baglioni di Lavena Ponte Tresa, «essendo quelle miniere ricche di piombo argentifero».  … Della stessa famiglia Baglioni è l’intraprendente ma sfortunato ingegnere Vinasco Baglioni, che tra 1855 e 1878 aveva dato molto impulso allo sfruttamento delle vene aurifere che segnavano e arricchivano il territorio del Malcantone (sempre alle pendici del monte Lema e del Paglione, ma al di là del confine svizzero). 

Milano, Panama «d'ogni poesia» mettono ali all'arte

Alla Galleria Quintocortile 40 cappelli vintage trasformati in sculture e messi all'asta a favore della LILT
LILT
Annalisa Mitrano, "Dimora della mente", plexiglas modellato, vetro, fili di ferro

E tutto finì a tarallucci e vino. No.
E tutto finì con un rinfresco. Neanche.
E tutto finì in gloria. Magari sì, però...
… soprattutto tutto finì con un gesto di speranza e di vicinanza.
E' quello che ha preso corpo in un gruppo di artiste e artisti – quaranta, per la precisione – grazie a chi l'idea l'ha proposta e sviluppata, Donatella Airoldi e Mavi Ferrando.
Le due artiste, anima e mente della galleria Quintocortile di Milano, come sovente nella scelta delle mostre che progettano hanno costruito un evento che raccoglie tanti aspetti, tanti stralci, tanti vissuti e creato una sintesi che, questa volta, sfocerà in un'asta. E, anche qui, non un'asta qualsiasi ma un'asta di sostegno all'Istituto Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori, Milano).
All'origine ci sono quaranta Cappelli Panama e Cappelline in paglia di Firenze degli anni ‘40 generosamente donati dall'artista Rosanna Veronesi, patrimonio raffinato e già di per sé evocativo, storico anche. Il Panama, che in verità è stato inventato in Ecuador ma ha preso denominazione da Panama, scalo commerciale dei capelli, nel suo percorso nel costume di più epoche, è stato l'amatissimo accompagnatore di personalità come il presidente degli Stati Uniti Roosevelt, che lo indossò all'inaugurazione proprio del Canale di Panama nel 1906, e lo scrittore Hemingway. Oggi si è aggiunto un riconoscimento universale, perchè l'Unesco ha dichiarato il Panama Patrimonio immateriale dell'Umanità.
Allora come portare in una mostra una così preziosa “rappresentazione”? Qui è nata la sintesi. I cappelli sono stati affidati ai quaranta artisti ai quali è stato chiesto di trasformarli in sculture, indossabili e anche acquistabili, perchè i ricavi vadano a favore della LILT-Nastro Rosa. Perfetta occasione per una esposizione così composita è stata l'imminente Settimana della moda. Dunque  martedì 19 febbraio, alle 18, verrà inaugurata la mostra "40 Cappelli ‘40” che proseguirà fino a giovedì 28 febbraio quando, alle 19, sarà battuta l’asta. «In questa mostra ci sono cappelli d’ogni poesia», dice Donatella Airoldi.
Espongono: Silvia Abbiezzi, Giovanni Bai, Giuliana Bellini, Luisa Bergamini, Adalberto Borioli, Maria Amalia Cangiano, Chiò, Silvia Cibaldi, Elena Ciuti, Mercedes Cuman, Albino De Francesco, Gretel Fehr, Mavi Ferrando, Anna Finetti, Barbara Gabotto, Ornella Garbin, Giacomo Guidetti, Jane Kennedy, Anna Lenti, Pino Lia, Ruggero Maggi, Nadia Magnabosco, Marilde Magni, Annalisa Mitrano, Patrizia Pompeo, Tiziana Priori, Antonella Prota Giurleo, Rossella Roli, Raffaele Romano, Serena Rossi, Sergio Sansevrino, Evelina Schatz, Roberto Sommariva, Anna Spagna, Armando Tinnirello, Armanda Verdirame, Rosanna Veronesi, Monika Wolf, Peppa Zampini.
Orari mostra: da martedì a venerdì dalle 17 alle 19. Catalogo in galleria in via Bligny 42. 
Ibis

Ritrovato a Ganna (Varese) un vecchio manoscritto liturgico di Rito ambrosiano

Un antico Antifonale riprodotto in un cd allegato a un volume dedicato ai monasteri fruttuariensi presenti nel Seprio
Prima pagina Antifonario Ganna

Un'altra scoperta di un vecchio manoscritto liturgico di Rito ambrosiano ritrovato, questa volta, nel museo della parrocchia di Ganna (Varese) e appartenuto alla vecchia Badia benedettina. E un'altra pubblicazione contenente un cd musicale registrato dal gruppo vocale "Antiqua laus", curata da Mauro Luoni e sostenuta da Provincia di Varese, Comune di Gavirate, Comunità Montana del Monte Piambello e Banca Popolare di Bergamo con i tipi di Pietro Macchione Editore.
In precedenza, un'analoga pubblicazione aveva riguardato un codice contenente la solenne liturgia cantata per la festività di S.Sebastiano esistente presso la parrocchia di Coarezza, frazione di Somma lombardo, la cui chiesa è dedicata al martire ricordato nel calendario liturgico il 20 gennaio. Allora, si era trattato di un testo tardo, risalente ai primi anni del XVIII secolo. Nel caso del manoscritto di Ganna, invece, per quanto l'attribuzione cronologica sia incerta, si tratta nondimeno di un testo composto in epoca tutt'al più rinascimentale, se non antecedente. La scrittura e la notazione musicale, infatti, sono in gotico tradizionale. Il supporto grafico è cartaceo ma l'antichità del reperto è tale da aver provocato il fenomeno della bucatura della carta medesima ad opera del vetriolo contenuto nell'inchiostro.

Restauro del manoscritto
Un restauro del manoscritto venne compiuto negli anni '60 del Novecento
per iniziativa del benedettino Padre Benigno M. Comolli, il quale vi dedicò anche un saggio pubblicato nel 1964 sulla Rivista della Società Storica Varesina e riprodotto nel libro insieme con altri scritti inediti. Ciò nonostante, è rimasta impressa nel rigo musicale l'ombreggiatura della notazione musicale presente sul verso di ciascun foglio, con la conseguente difficoltà di discernere i neumi effettivi da quelli presenti sul retro.
Per tale motivo, anche allo scopo di rendere più agevole l'apprendimento della liturgia musicale presente nell'Antifonale, a cura del gruppo vocale "Antiqua laus", il direttore - e maestro - Alessandro Riganti ha provveduto, con lavoro certosino, a ritrascrivere l'intera liturgia in notazione gregoriana moderna utilizzando un programma informatico ad hoc. La riproduzione in facsimile del vecchio Antifonario seguita dalla trascrizione ha restituito al pubblico di oggi un vecchio reperto liturgico-musicale altrimenti di non facile consultazione.

Monasteri di Ganna e Voltorre
In particolare - visto e considerato che il cenobio benedettino di Ganna apparteneva all'Abbazia di Fruttuaria fondata da S. Guglielmo da Volpiano, un nobile originario del Canavese che nell'XI secolo si fece propagatore in Europa della riforma cluniacense - il volume si compone anche di due capitoli scritti da Alfredo Lucioni, docente di Storia all'Università Cattolica di Milano, relativi rispettivamente alla storia dell'Ordo Fructuariensis e a quella degli insediamenti monastici presenti nel territorio del Seprio e aderenti a Fruttuaria: Ganna, Voltorre di Gavirate, Caronno Pertusella e Castiglione Olona (dove esisteva non un monastero ma una semplice cappella di proprietà di Fruttuaria, nel luogo dove poi sorse, per iniziativa del Cardinale Branda Castiglioni, la cosiddetta Chiesa d Villa).
Per i primi due monasteri - Voltorre e Ganna, cioè quelli di cui sono rimaste le vestigia architettoniche - sono stati scritti rispettivamente due capitali relativi agli aspetti storico-artistici a cura di Raffaella Ganna, docente di Storia dell'arte nella scuola superiore.
Un altro capitolo, scritto da Alessandro Riganti, si riferisce ad un'analisi musicale dell'Antifonario gannense e alla sua comparazione con altri manoscritti liturgici più o meno coevi, presenti in chiese site in territorio varesino (Arcisate, Castiglione Olona, Solbiate Arno, oltre che nel Museo Baroffio al Sacro Monte di Varese) per meglio comprendere e poter così meglio valutare l'interpretazione ritenuta più aderente, sotto il profilo filologico, nell'esecuzione musicale da trasfondere nel cd allegato al volume. Dell'Antifonale in questione è stata eseguita buona parte, in particolare: la Messa del S. Rosario, i Vespri e la Messa di S. Giovanni Battista e le Antifone Mariane.

Individuate sessanta "mascherine"
Nel corso di tale analisi dell'antifonario di Ganna è emerso un particolare già evidenziato del resto nel saggio di Padre Comolli: la presenza cioè, nei capilettera, di faccine anch'esse disegnate a mano e ritenute più tarde rispetto alla compilazione del manoscritto liturgico. Non si tratta di una novità. Era costume, tra gli amanuensi, ricorrere a tali espedienti forse per cercare un po' di svago nel rigore della vita monastica, forse per prendersi gioco di confratelli più meno simpatici. Di tali faccine (o mascherine, come le aveva definite Comolli) ne sono state individuate ben sessanta, tutte riprodotte, estrapolandole dal manoscritto, nelle ultime pagine del volume.

Singolarità di paleografia musicale
Un ultimo capitolo, scritto da Mauro Luoni, curatore dell'opera, si propone di sciogliere un interrogativo suscitato da alcuni studiosi che si erano occupati in anni passati di compiere una descrizione storico-artistica del chiostro di Voltorre: se cioè, i capitelli delle colonne possano avere un qualche significato di tipo musicale. Se, in altri termini, si tratti, per Voltorre come per altri casi individuati nell'arte romanica catalana, di "pietre che cantano".
Una circostanza curiosa: l'Antifonario di Ganna pur dovendo servire al servizio liturgico di un cenobio benedettino (dove si officia secondo il Rito Romano), riporta invece brani di liturgia cantata secondo il Rito Ambrosiano. E', questa, una particolarità che rende tale reperto qualcosa di molto singolare nella paleografia musicale. 

Lugano, nasce Fai Swiss, prima delegazione internazionale del Fai

Italia e Svizzera insieme per nuovi scambi culturali

Dà buoni frutti, utili alla salute culturale e alla crescita sociale, il Fondo Ambiente Italiano, che ora supera le frontiere di casa e si volge a missione anche internazionale. Come? Con la prima delegazione non italiana, che si chiama Fai Swiss e è fondazione di diritto svizzero, con sede al Museo delle Culture di Lugano. Suo scopo «sviluppare e consolidare i legami tra la cultura italiana e quella svizzera».
Si tratta – come sempre nelle ideazioni e intuizioni del Fai - di un progetto ad ampio respiro, proiettato nel futuro, che offrirà alla Svizzera e all’Italia un nuovo, stabile punto di riferimento culturale di livello internazionale.
Il Fai, nato dall’idea ispiratrice di Elena Croce, nipote del filosofo, opera in Italia dal 1975. Una fitta rete di volontari persegue da allora una missione sociale di protezione del paesaggio, di conservazione dei beni artistici e di diffusione culturale. Quando si dice “diffusione” non si deve pensare soltanto all'informazione, al trasferimento di nozioni e culture. Il Fai vuole di più, vuole penetrare nelle coscienze, rovesciare cattive abitudini, scuotere dai torpori. In Italia in questi anni di sua attività ha fatto e sollecitato molto, anche se il lavoro è lungo e con molti ostacoli da superare, per esempio certe impermeabilità dei politici.
La presenza Fai sul territorio elvetico avrà come obbiettivo non solo di accrescere a livello internazionale la conoscenza e la sensibilizzazione dei beni italiani, quali patrimonio universale dell’umanità, ma anche quello di contribuire alla promozione della cultura svizzera in Italia. L’interscambio culturale tra i due Paesi rappresenta così il fulcro dell’attività e la filosofia alla base di tutte le iniziative e le proposte culturali di Fai Swiss.
A garanzia di questa visione, la Fondazione si avvale della collaborazione di un importante protagonista della cultura svizzera, il Museo delle Culture di Lugano, il quale ospiterà la sede di Fai Swiss, in base ad un accordo sottoscritto con la Città di Lugano.
Nel programma si prevede inoltre l’affidamento della villa Fogazzaro a Oria di Valsolda, di proprietà del Fai, alla Fondazione Fai Swiss di Lugano.
Il progetto culturale, già attivo sul territorio da oltre un anno, ha ottenuto un buon riscontro di pubblico. Visti i successi, questa attività viene ora istituzionalizzata grazie alla costituzione della Fondazione Fai Swiss per diventare crocevia permanente di scambio, riflessione e di salvaguardia del territorio.  

Varese, installazione speciale nel Museo Tattile

A Varese, nella Villa Baragiola (via Caracciolo 46), si è aggiunto alla mostra del Museo Tattile Varese il nuovo percorso “Il Castello dei nomi dei suoni”.
Dall’8 dicembre 2012 fino al 13 gennaio 2013 non vedenti, ipovedenti e vedenti avranno possibilità di ampliare le proprie conoscenze del reale, della cultura e dell'arte attraverso un’istallazione speciale che ospita oggetti che potranno essere ascoltati, suonati e “nominati”.
Il progetto è stato sostenuto dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus ed è stato presentato da Livia Cornaggia e Dede Conti, rispettivamente presidente e responsabile stampa dell’Associazione Controluce e del Museo Tattile. 

L’affresco conteso di Antonio da Tradate

Tradimento di Giuda

S’è fatto un gran parlare in quest’ultimo periodo di un affresco di Antonio da Tradate, conteso tra il Comune di Maccagno e quello di Luino, con toni perentori dall’una e dall’altra parte. Al di là delle argomentazioni addotte dai singoli contendenti, ci si domanda però in riferimento al suo autore: ma chi era costui?
Una recente pubblicazione di Lara Broggi, per i tipi di Macchione editore, dal titolo “Antonio da Tradate–La pittura tardo-gotica tra Ticino e Lombardia” ci fornisce un importante contributo per una ricognizione storica della sua figura. Incerti sono il luogo e la data di nascita, anche se si può affermare, sulla base delle firme apposte su alcuni suoi affreschi e di tre atti notarili, che abbia vissuto a Locarno, «habitator Locarni». Tra i collaboratori nella sua bottega, come risulta dalle firme congiunte sull’importante ciclo di S. Michele ad Arosio, c’era il figlio Giovanni Taddeo Antonio, lo stesso che fu al suo fianco con ogni probabilità nella decorazione dell’abside della chiesa di S. Stefano sul colle di Migleglia nel 1511.

Canton Ticino, Grigioni e Lago Maggiore
Si sa per certo comunque che la sua attività pittorica si dispiega tra l’ultimo quarto del secolo XV e l’inizio di quello successivo nel Canton Ticino, nei Grigioni e lungo le sponde lombarde del Lago Maggiore. Ed è proprio questo segmento della sua produzione artistica che ci interessa da vicino. Se le notizie sulla sua vita sono scarse, la sua produzione artistica è molto prolifica. Attraverso le sue opere si cercherà pertanto di ricostruire la storia di questa singolare personalità. Sono cinque i cicli pittorici che recano la sua firma, una pietra di paragone per l’attribuzione di dipinti di incerta provenienza.

Pittori girovaghi
Alla fase iniziale della sua carriera sembrerebbe rimandarci la Madonna di Loreto dell’Alpe Cedullo di Indemini, un territorio di confine che geograficamente gravita però nell’orbita dei paesi della Val Veddasca.
Antonio da Tradate faceva parte di quella schiera di pittori che, meno aggiornati sulla pittura del tempo, girovagavano nelle valli ticinesi, anche in luoghi erti e di difficile accesso, per rispondere ad una committenza meno colta rispetto a quella delle corti rinascimentali italiane. Questa considerazione tuttavia non inficia il valore delle sue opere, quantunque ancora legate a canoni pittorici bizantini e gotici.

Madonne di Indemini e Curiglia
La Madonna del Latte di Indemini troneggia sotto un baldacchino, che idealmente rappresenta la casa di Nazareth, sorretto da due angeli. Sul capo della Vergine, ricoperto da un bianco velo, rifulge una corona regale. Adagiato sulle sue ginocchia, il Divino Infante, le cui mani poggiano sul libro sacro, sugge il latte dal suo seno. Particolare significativo: sulla sinistra del dipinto una piccola montagna a cono, elemento ricorrente nell’iconografia di Antonio da Tradate.
Della stessa mano è l’affresco del santuario del Tronchedo che sorge alle porte di Curiglia. Anche qui Antonio da Tradate ripropone l’immagine della Madonna del Latte. Un volto dolce e nel contempo austero, consono alla dignità regale di madre del Salvatore, evidenziata dall’aurea corona posta sul suo capo e dal trono dallo schienale turrito su cui è seduta. Rispetto alla precedente, quella del Tronchedo rivela una maggiore padronanza della tecnica pittorica: i capelli che incorniciano il viso, lo sguardo penetrante, le labbra atteggiate ad un tenue sorriso, la mano che nasconde pudicamente il seno, la figura del committente che emerge appena nell’angolo destro dell’affresco. Inizialmente forse il dipinto si trovava in un tabernacolo ai margini di una strada, come sembra indicare il cartiglio che regge il Bambino: «O ti che va per questa via, saluta la madre mia con uno pater et una ave maria», la medesima rima che appare nel cartiglio della cappella de’ Bernardi di Corzonesco. 

Devozione diffusa fino al Concilio di Trento
Assai diffusa era, specie nelle zone rurali, la devozione per la Madonna del Latte, come attestano le numerose raffigurazioni presenti in ogni dove, a partire da quella più famosa di Re per la miracolosa effusione del sangue. L’allattamento al seno materno, in una società connotata da una forte mortalità infantile, era un efficace antidoto contro le epidemie ricorrenti ed un nutrimento completo e gradevole dal punto di vista organolettico, che poteva essere facilmente dispensato in ogni momento della giornata.
Una lattazione insufficiente o mancante del tutto poteva configurasi come una vera e propria maledizione divina. Da qui i pellegrinaggi ai santuari e la costruzione di edicole sacre per chiedere protezione e aiuto in questa funzione fondamentale soprattutto per la società di quel tempo. Anche nella Milano rinascimentale, furono eseguiti moltissimi dipinti della Madonna del Latte. Basti ricordare il Foppa, Donato di Bardi, Solario, Luini, Boltraffio, Lanino, Bergognone. Raffigurazioni che vennero però abbandonate dopo il Concilio di Trento, in particolare nella diocesi ambrosiana, a seguito delle disposizioni del cardinale Federico Borromeo, con le sue istruzioni De pictura sacra.

Ciclo di Maccagno
Il ciclo più importante per la nostra zona è però quello della chiesa di S. Antonio di Maccagno. I dipinti sono una vera e propria “Biblia pauperum”, una Bibbia dei poveri, secondo un’espressione usata da Papa Gregorio VII e rappresentano momenti significativi della vita di Gesù, offrendo nel contempo agli analfabeti che costituivano la maggioranza della popolazione la possibilità di conoscere la storia della salvezza.
Gli affreschi superstiti descrivono le scene cruciali della passione: l’ingresso in Gerusalemme, l’ultima cena, l’orazione nel Getsemani, la cattura di Gesù, il bacio di Giuda, il taglio dell’orecchio da parte di Pietro al servo del sommo sacerdote Caifa, la flagellazione, l’incoronazione di spine, Cristo di fronte a Pilato che si lava le mani. L’intento didascalico è reso ancor più evidente dai cartigli esplicativi posti sopra i dipinti, alcuni dei quali facilmente decodificabili: «Com Dio è a tavola con li apostoli», «Come li farixei ano menato Dio denanzi a Pilato», «Come Zuda baxa Dio per tradirlo in le mani….» (illeggibile).
E nel cartiglio della preghiera nell’orto degli ulivi una citazione in latino, tratta da Matteo, 26, 39: «Pater, si possibile est, transeat a me calix iste».
Ieratica la figura del Cristo nell’ultima cena, circondato dagli apostoli e da S. Giovanni che, secondo l’iconografia tradizionale, reclina il capo sul petto del Maestro. Una scena di apparente serenità conviviale, anche se dal volto di Cristo traspare l’amara consapevolezza della fine imminente.
Nella scena del tradimento di Giuda, i due volti accostati manifestano in tutta la loro drammaticità la tensione emotiva: nell’espressione di sconforto del Cristo che volge il suo sguardo altrove è già presente la sconfessione dello spergiuro, mentre il traditore avvicina la sua guancia a quella di Gesù e tende le sue lunghe mani in un abbraccio infido. Più in basso il focoso Pietro colpisce all’orecchio il servo del sinedrio, incurante della condanna del Maestro, mirabilmente espressa dall’indice puntato verso di lui.
Leopoldo Giampaolo attribuisce anche la Madonna nella chiesa di S. Stefano a Maccagno inferiore ad Antonio da Tradate. L’affresco sembra, infatti, rimandare alla lunetta sulla facciata del S. Antonio, soprattutto per quanto riguarda lo sfondo damascato a foglie di quercia, motivo decorativo spesso usato dall’artista.
«Purtroppo - osserva giustamente Lara Broggi - le immagini si trovano in un pessimo stato conservativo e risultano di difficile lettura». Auguriamoci pertanto che qualche Mecenate locale si faccia carico di un restauro conservativo, perché questo prezioso documento pittorico, testimonianza di un lontano passato, possa essere fruibile anche dalle generazioni future.

Tra Cunardo e Arosio
Sorprendenti le affinità tematiche e strutturali della Pietà di Cunardo, con la parziale rappresentazione della deposizione della navata settentrionale della chiesa di S. Michele di Arosio. Identico lo sfondo, identica l’inclinazione del capo della Vergine, afflitta da un indicibile dolore, identico il fermaglio del manto. Attorno l’iscrizione esplicativa : Mccccciij die ultimo agusti hoc opus fecit fieri Iemolus et frater eius filius condam Petri Betami (Gemolo figlio del fu Pietro Betami e suo fratello fecero eseguire  il giorno ultimo di agosto 1503).
Del tutto rispondente agli stilemi pittorici di Antonio da Tradate la Madonna in trono con Bambino salvata dall’ingiuria del tempo su un muro di un’antica corte in frazione Raglio, sempre a Cunardo. L’affresco, ancora in precario stato di conservazione, nonostante il restauro del 1997, corrisponde perfettamente alle numerose rappresentazioni della Vergine, presentata frontalmente, con un panneggio rigido e con l’uso dei medesimi colori: il rosso dell’abito, l’azzurro del mantello, stretto da un fermaglio floreale. Il cartiglio che si dipana dalle mani del Bambino reca la scritta; «In gremio Matris sedet sapientia Patris» (Nel grembo della Madre siede la sapienza del Padre), la stessa del dipinto della Madonna di Re che l’artista poté senza dubbio leggere nelle sue frequenti peregrinazioni attraverso le Centovalli.

Affresco conteso
E soffermiamoci finalmente sull’affresco conteso, conservato a Palazzo Verbania a Luino, ma strappato dalla facciata di una casa di Campagnano nel 1966. La figura del Cristo crocifisso, solo parzialmente conservata, dal momento che presenta un solo strato pittorico, campeggia solenne in tutto lo spazio disponibile. Ai lati due angeli raccolgono il sangue effuso dal Redentore. In primo piano Maria Maddalena, coi lungi capelli biondi sciolti sulle spalle che contrastano col rosso del mantello. Dietro di lei, in piedi, quasi per sentirsi più prossima al figlio morente, la Vergine con le mani giunte in preghiera, col volto straziato dal dolore, avviluppata in un manto opaco che l’avvolge interamente; sul lato sinistro, Giovanni, il discepolo prediletto, col capo sorretto dalla mano destra in un gesto di composta mestizia. Lara Broggi coglie in questa crocifissione evidenti analogie con quelle di Curaglia, Arosio e Palagnedra, senza rilevanti variazioni narrative.
Una personalità poliedrica dunque quella di Antonio da Tradate, capace di trasfondere la veemenza dei suoi sentimenti nelle figure umanamente partecipi della tragica vicenda del Cristo, ma pronto a regalarci momenti di tenera intimità come nelle immagini della Theotókos, la madre di Dio che mantiene però viva e operante la sua schietta natura di donna fragile, sottoposta alla fatica e alle contraddizioni del vivere quotidiano.
Emilio Rossi 

(Altre immagini degli affreschi in pagina Valli Monti Laghi)

Germignaga, fratelli Simonetto, due tragedie in Russia, solo una traccia

(gi) Un brandello di metallo e poche parole leggibili: «5 Regg. 9 Comp. Idrici…Simonetto Luigi…». È tutto quello che alla famiglia Simonetto, domenica 4 novembre, Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, è ritornato di Luigi, il primo dei sette fratelli, che dal gennaio 1943 è scomparso nei gorghi dell’ignoto nella campagna dell’Armir.
Era nato il 15 febbraio 1921 ad Annone Veneto ed era stato arruolato nella 9ª Compagnia Idrici del 5° Reggimento Genio di stanza nei pressi di Trieste. Partito nell’aprile 1941 per la Russia, aveva scritto l’ultima volta alla famiglia nel dicembre 1942. Di suo fratello Ferruccio, ancora più giovane e pure lui travolto come fante dalla spedizione in Russia, non rimane neppure questa traccia. Finora almeno.
Il piastrino di Luigi Simonetto è stato ritrovato con circa altri duecento dall’alpino di Abbiategrasso Antonio Respighi nell’estate di tre anni fa a Miciurinsk ed è stato consegnato dal sindaco Enrico Prato alla famiglia con una targa durante una cerimonia in municipio. Molti germignaghesi si sono stretti con sentita partecipazione ai fratelli del geniere disperso Stella, Armando, Nico e Attilio, ai loro figli e ai nipoti, uno dei quali, Maurizio, ha letto la poesia di un alpino mai più “tornato a baita”. «Sono stati venti minuti di intensa emozione per tutti» ha commentato il sindaco Prato.