Edizione n.19 di mercoledì 2 giugno 2020

Varese, riapre il Museo Castiglioni

A Villa Toeplitz raccolti straordinari reperti e documentazioni sulle civiltà preistoriche e popolazioni africane, le miniere dell’oro e un misterioso minerale di origine celeste

Una “sala dei graffiti” molto più ampia e meglio illuminata. La “sala egizia” completamente ripensata e arricchita e la “sala Tuareg” radicalmente rimodernata. E poi un nuovo ingresso, il bookshop, una funzionale sala audiovisivi e altre novità esaltano l’attrattività del Museo Etnografico Castiglioni, che dal 20 giugno è stato riaperto a Villa Toeplitz (via G.B.Vico 46).
L’esposizione è stata profondamente rinnovata e ampliata grazie al contributo di Regione Lombardia, Comune di Varese e associazione Conoscere Varese, che da alcuni mesi ha avuto in gestione il museo. L’apparato didascalico e iconografico è stato aggiornarlo alla luce di recenti studi e testi e didascalie sono stati tradotti in inglese per facilitare la visita ai turisti stranieri. Un sito internet offre ora approfondite informazioni sui più importanti studi effettuati dai fratelli Castiglioni e, concepito con i più recenti criteri, è integrato coi principali social network e predisposto per divenire, nel prossimo futuro, la piattaforma per le visite guidate.

ORIGINE DEL MUSEO
Il museo, inserito nel sistema culturale “VareseMusei”, è nato dalla donazione di migliaia di reperti effettuata da Alfredo e Angelo Castiglioni al Comune di Varese.
Per sessanta anni i gemelli Castiglioni hanno condotto missioni di ricerca e documentazione etnologica e archeologica soprattutto in Africa. In questo lungo periodo hanno avvicinato numerosi gruppi etnici, tecnologicamente arretrati, come le popolazioni paleonegritiche del Nord Cameroun (Matakam, Mofou, Kapsiki ecc, e i Sombas dei monti Atakora del Togo), presso i quali soggiornarono a lungo nel lontano 1959, le popolazioni nilotiche dell’alto Nilo Bianco (Mundari, Dinka, Nuer, ecc) e le popolazioni di foresta (i pigmei del Gabon, gli Ewe’ e i Fon stanziati nell’area equatoriale del Golfo di Guinea).
Reperti e documentazioni foto-cinematografiche ormai irrepetibili permettono ai visitatori di immergersi in uno mondo lontano e scomparso.

AMBIENTI E “QUADRI” STRAORDINARI
Un affascinante unicum è la tenda tuareg, ricostruita con decine di pelli di capretto, sapientemente cucite e ammorbidite con grasso e dipinte di ocra rossa. Racchiude tutti gli oggetti della vita quotidiana di questo famoso e, in parte, ancora misterioso popolo del deserto, nonché i loro utensili, le loro armi, i giacigli, le sacche di pelle decorate, la gioielleria in argento.
Altro incanto suscitano i graffiti dei fiumi di pietra, “una straordinaria pinacoteca all’aperto di arte preistorica”. I graffiti rupestri dell’uadi Bergiug, in Libia, sono stati rintracciati negli alvei di antichi fiumi ora dissecati (“i fiumi di pietra”, per l’appunto) sulle cui pareti popolazioni preistoriche hanno lasciato tracce del loro passaggio e della loro attività.
Elefanti, rinoceronti, ippopotami, giraffe, antilopi, bovini e tutta la “grande fauna selvaggia” sono rappresentati in un ambiente desertico. Nel museo sono esposti 21 calchi di scene di caccia e trappole per la cattura di grandi animali. Si tratta di riproduzioni perfette degli originali - “quadri” unici che solo Varese possiede - ottenute dai fratelli utilizzando una apposita resina epossidica, messa a punto dalla Ciba.

LA CITTÀ DI BERENICE PANCRISIA
Il 12 febbraio 1989 l’équipe Castiglioni ritrovò la dimenticata città di Berenice Pancrisia, nel deserto nubiano sudanese, la città “tutta d’oro” menzionata da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia di cui si era persa l’ubicazione. Un ritrovamento che l’Accademico di Francia Jean Vercoutter annoverò «tra le grandi scoperte dell’archeologia».
I due ricercatori hanno documentato decine di insediamenti minerari abbandonati, compresi in uno spazio temporale dall’Egitto faraonico al periodo medievale arabo. Un mondo legato all’estrazione dell’oro dove erano ancora visibili i ruderi dei sommari ricoveri dei minatori e gli utensili litici (macine, pestelli. incudini) utilizzati per frantumare il quarzo aurifero e polverizzarlo poi con le macine a rotazione per ottenere una polvere sottile, «come farina» (ci informa Diodoro Siculo), che veniva successivamente lavata su piani inclinati per liberare le minute particelle d’oro. Un lavoro disumano che fece scrivere a Diodoro Siculo che «l’unica speranza dei condannati alle miniere era in una rapida morte1.
Nel museo troviamo alcune macine e gli altri semplici utensili litici necessari all’estrazione dell’oro. Per meglio comprendere l'asprezza del lavoro legato alla sua produzione, nel Museo sono esposti quaranta chili di quarzo aurifero dal quale, se venissero effettuate le fasi di frantumazione, polverizzazione, lavaggio della polvere, si otterrebbero giusto le pagliuzze d’oro messe in mostra.
La ricerca dei fratelli Castiglioni nel deserto nubiano si è protratta per qualche decennio e ha permesso di riscoprire le antiche piste dell’oro, della penetrazione militare egizia diretta alla conquista della Nubia e le più recenti piste dei pellegrini islamici attraverso il deserto diretti ai porti d’imbarco sul Mar Rosso.

LE MINIERE DI CLEOPATRA E LA MISTERIOSA SILICA GLASS
Accanto all’oro le ricerche del team Castiglioni hanno portato anche al ritrovamento delle antiche e dimenticate miniere di smeraldi, in Egitto, impropriamente chiamate le miniere di Cleopatra, e permesso di documentare le antiche zone di estrazione della selce che scheggiata in taglienti lamine veniva inserite in falci di legno (due “copie” si trovano nel Museo, opera di Gianni Moro di Oderzo), utensili agricoli ampiamente usati nell’Egitto faraonico per mietere i cereali.
A Villa Toeplitz sono esposti anche alcuni pezzi di Silica Glass, il misterioso minerale risalente a trenta milioni di anni fa che, sembra, sia stato prodotto da un corpo celeste. Un minerale conosciuto anche nell’Egitto faraonico e che troviamo inserito al centro di un pettorale di Tutankhamon, tagliato a forma di “keper” lo scarabeo stercorario simbolo di rinascita (che si riteneva fosse di calcedonio) e che recenti analisi hanno stabilito trattarsi di Silica Glass.