Edizione n.38 di mercoledì 24 novembre 2021

Storia e storie

Somma Lombardo, un secolo sulle ali della Siai Marchetti

A Volandia ripercorsa la storia dell’azienda sestese

A Volandia c’è anche l’idrovolante SM 80 bis tra le circa 100 macchine esposte o in fase di restauro. Di proprietà della Provincia Autonoma di Trento, resterà per lungo tempo nei padiglioni di Vizzola Ticino, a fianco di altri gioielli della Siai Marchetti, fondata a Sesto Calende (Varese) nell'agosto del 1915.
All’azienda aeronautica il Museo del Volo di Somma Lombardo (Varese) ha dedicato, sabato 26 settembre, un incontro pubblico diretto a celebrare il “Centenario Siai Marchetti. Testimonianza e conferma della simbiosi tra industria aeronautica e territorio”. Accolti dal presidente Marco Reguzzoni, sono, tra gli altri, intervenuti il capo di stato maggiore dell'Aeronautica, generale Pasquale Preziosa, il presidente di Confindustria Univa Riccardo Comerio, il sindaco di Sesto Calende Marco Colombo e il presidente del Comitato per il Centenario, Giuseppe Orsi.

Migliaia erano, una volta, i lavoratori Siai e a tutt'oggi non esiste famiglia sestese che non abbia avuto un genitore o un parente nell’azienda, alla quale rimangono legate indimenticabili imprese aeronautiche. Celebri sono la Crociera Atlantica di Italo Balbo, i coraggiosi Raid intorno al mondo o le competizioni aviatorie come la Parigi Istres Damasco, realizzate dagli ultimi prodotti usciti dagli stabilimenti di Vergiate e Sesto Calende.
Il marchio Siai Marchetti ha accompagnato – e accompagna ancora oggi - macchine sempre tecnologicamente avanzate, dai bombardieri SM72 al Siai Marchetti SF 260, che nelle sue diverse e numerose varianti è l'apparecchio italiano più costruito dal dopoguerra ed è tuttora, dopo circa cinquant'anni, in produzione presso Alenia. A conferma della qualità del prodotto Siai, va - sempre nel settore addestramento avanzato - anche ricordato il Siai 211. Primo e ultimo velivolo a reazione progettato, oltre ad avere avuto un notevole successo commerciale all'estero, sarà il futuro aereo che sostituirà i Macchi MB339 della Pattuglia acrobatica italiana.
La Fondazione Museo dell’Aeronautica è impegnata a diffondere la cultura aeronautica nel territorio e, tra le molteplici iniziative, Volandia punta anche a un traguardo speciale per la Siai Marchetti. È una replica del più importante aereo mai realizzato in Italia, il Siai 55, quale testimone della storica fabbrica. Il comitato scientifico, guidato da Claudio Tovaglieri, sta raccogliendo un diffuso desiderio di costituire un gruppo di lavoro che esamini la fattibilità del progetto. 

Varese, riapre il Museo Castiglioni

A Villa Toeplitz raccolti straordinari reperti e documentazioni sulle civiltà preistoriche e popolazioni africane, le miniere dell’oro e un misterioso minerale di origine celeste

Una “sala dei graffiti” molto più ampia e meglio illuminata. La “sala egizia” completamente ripensata e arricchita e la “sala Tuareg” radicalmente rimodernata. E poi un nuovo ingresso, il bookshop, una funzionale sala audiovisivi e altre novità esaltano l’attrattività del Museo Etnografico Castiglioni, che dal 20 giugno è stato riaperto a Villa Toeplitz (via G.B.Vico 46).
L’esposizione è stata profondamente rinnovata e ampliata grazie al contributo di Regione Lombardia, Comune di Varese e associazione Conoscere Varese, che da alcuni mesi ha avuto in gestione il museo. L’apparato didascalico e iconografico è stato aggiornarlo alla luce di recenti studi e testi e didascalie sono stati tradotti in inglese per facilitare la visita ai turisti stranieri. Un sito internet offre ora approfondite informazioni sui più importanti studi effettuati dai fratelli Castiglioni e, concepito con i più recenti criteri, è integrato coi principali social network e predisposto per divenire, nel prossimo futuro, la piattaforma per le visite guidate.

ORIGINE DEL MUSEO
Il museo, inserito nel sistema culturale “VareseMusei”, è nato dalla donazione di migliaia di reperti effettuata da Alfredo e Angelo Castiglioni al Comune di Varese.
Per sessanta anni i gemelli Castiglioni hanno condotto missioni di ricerca e documentazione etnologica e archeologica soprattutto in Africa. In questo lungo periodo hanno avvicinato numerosi gruppi etnici, tecnologicamente arretrati, come le popolazioni paleonegritiche del Nord Cameroun (Matakam, Mofou, Kapsiki ecc, e i Sombas dei monti Atakora del Togo), presso i quali soggiornarono a lungo nel lontano 1959, le popolazioni nilotiche dell’alto Nilo Bianco (Mundari, Dinka, Nuer, ecc) e le popolazioni di foresta (i pigmei del Gabon, gli Ewe’ e i Fon stanziati nell’area equatoriale del Golfo di Guinea).
Reperti e documentazioni foto-cinematografiche ormai irrepetibili permettono ai visitatori di immergersi in uno mondo lontano e scomparso.

AMBIENTI E “QUADRI” STRAORDINARI
Un affascinante unicum è la tenda tuareg, ricostruita con decine di pelli di capretto, sapientemente cucite e ammorbidite con grasso e dipinte di ocra rossa. Racchiude tutti gli oggetti della vita quotidiana di questo famoso e, in parte, ancora misterioso popolo del deserto, nonché i loro utensili, le loro armi, i giacigli, le sacche di pelle decorate, la gioielleria in argento.
Altro incanto suscitano i graffiti dei fiumi di pietra, “una straordinaria pinacoteca all’aperto di arte preistorica”. I graffiti rupestri dell’uadi Bergiug, in Libia, sono stati rintracciati negli alvei di antichi fiumi ora dissecati (“i fiumi di pietra”, per l’appunto) sulle cui pareti popolazioni preistoriche hanno lasciato tracce del loro passaggio e della loro attività.
Elefanti, rinoceronti, ippopotami, giraffe, antilopi, bovini e tutta la “grande fauna selvaggia” sono rappresentati in un ambiente desertico. Nel museo sono esposti 21 calchi di scene di caccia e trappole per la cattura di grandi animali. Si tratta di riproduzioni perfette degli originali - “quadri” unici che solo Varese possiede - ottenute dai fratelli utilizzando una apposita resina epossidica, messa a punto dalla Ciba.

LA CITTÀ DI BERENICE PANCRISIA
Il 12 febbraio 1989 l’équipe Castiglioni ritrovò la dimenticata città di Berenice Pancrisia, nel deserto nubiano sudanese, la città “tutta d’oro” menzionata da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia di cui si era persa l’ubicazione. Un ritrovamento che l’Accademico di Francia Jean Vercoutter annoverò «tra le grandi scoperte dell’archeologia».
I due ricercatori hanno documentato decine di insediamenti minerari abbandonati, compresi in uno spazio temporale dall’Egitto faraonico al periodo medievale arabo. Un mondo legato all’estrazione dell’oro dove erano ancora visibili i ruderi dei sommari ricoveri dei minatori e gli utensili litici (macine, pestelli. incudini) utilizzati per frantumare il quarzo aurifero e polverizzarlo poi con le macine a rotazione per ottenere una polvere sottile, «come farina» (ci informa Diodoro Siculo), che veniva successivamente lavata su piani inclinati per liberare le minute particelle d’oro. Un lavoro disumano che fece scrivere a Diodoro Siculo che «l’unica speranza dei condannati alle miniere era in una rapida morte1.
Nel museo troviamo alcune macine e gli altri semplici utensili litici necessari all’estrazione dell’oro. Per meglio comprendere l'asprezza del lavoro legato alla sua produzione, nel Museo sono esposti quaranta chili di quarzo aurifero dal quale, se venissero effettuate le fasi di frantumazione, polverizzazione, lavaggio della polvere, si otterrebbero giusto le pagliuzze d’oro messe in mostra.
La ricerca dei fratelli Castiglioni nel deserto nubiano si è protratta per qualche decennio e ha permesso di riscoprire le antiche piste dell’oro, della penetrazione militare egizia diretta alla conquista della Nubia e le più recenti piste dei pellegrini islamici attraverso il deserto diretti ai porti d’imbarco sul Mar Rosso.

LE MINIERE DI CLEOPATRA E LA MISTERIOSA SILICA GLASS
Accanto all’oro le ricerche del team Castiglioni hanno portato anche al ritrovamento delle antiche e dimenticate miniere di smeraldi, in Egitto, impropriamente chiamate le miniere di Cleopatra, e permesso di documentare le antiche zone di estrazione della selce che scheggiata in taglienti lamine veniva inserite in falci di legno (due “copie” si trovano nel Museo, opera di Gianni Moro di Oderzo), utensili agricoli ampiamente usati nell’Egitto faraonico per mietere i cereali.
A Villa Toeplitz sono esposti anche alcuni pezzi di Silica Glass, il misterioso minerale risalente a trenta milioni di anni fa che, sembra, sia stato prodotto da un corpo celeste. Un minerale conosciuto anche nell’Egitto faraonico e che troviamo inserito al centro di un pettorale di Tutankhamon, tagliato a forma di “keper” lo scarabeo stercorario simbolo di rinascita (che si riteneva fosse di calcedonio) e che recenti analisi hanno stabilito trattarsi di Silica Glass. 

Milano, uno sconosciuto Leonardo tra cibo e vigna

Due diversi progetti hanno portato a riscoprire una sua vigna vicina al Cenacolo e gli scritti su cibo e natura
Casa Atellani
Vigna  di Leonardo

Di Leonardo pittore, architetto, ingegnere, scenografo, scrittore e via elencando si sa un po’ tutti, ma di Leonardo vignaiolo e cultore del cibo sicuramente in molto meno. A gettare luce su questi altri aspetti del genio vinciano è la mole di iniziative sollecitate da Expo non solo da Palazzo Reale al Castello, dai Navigli alla Galleria, ma anche da Palazzo Bagatti a Palazzo degli Atellani.
Al rapporto tra Leonardo da Vinci e Milano la Regione Lombardia ha dedicato una articolata serie di iniziative culturali. Il panorama abbraccia l'opera di ingegneria sulle vie d'acqua in collaborazione con la società Navigli Lombardi. A cura dell' “ambasciatore delle Belle Arti” Vittorio Sgarbi sono stati allestiti alcuni padiglioni sul Cenacolo di Santa Maria delle Grazie e la preziosa esposizione della Bella Principessa.
A questi eventi si aggiunge la particolare iniziativa “E Leonardo Parlò-Cibo e natura negli scritti del genio di Vinci”, una serie di letture/recitazioni di opere vinciane sul cibo e la natura, realizzate in collaborazione con il Museo della Scienza e della Tecnica, Randastad spa, Il Sole 24ore, Centro sperimentale di Cinematografia-Lombardia e Museo Bagatti Valsecchi.

IL GENIO E IL CIBO - Si tratta di una serie di letture/recitazioni di opere vinciane che hanno come tema il Cibo e la natura tratti da 'Il Bestiario' e 'Le Novelle'. Buona parte di questi testi raccontano di tematiche legate al cibo e alla natura. Pur essendo brevi, sono assolutamente gustosi anche dal punto di vista dell'ironia e della acutezza intellettuale.
La preferenza è ricaduta su 'Scritti Scelti' riportati in un agile volumetto pubblicato nell'edizione 'Gli indispensabili' e curato dal gruppo editoriale 'Il Sole 24ore'. Di questo volume sono stati selezionati i seguenti componimenti: dal 'BESTIARIO': Amore di virtù, Gratitudine, Ingratitudine, Crudeltà, Liberalità, Giustizia, Fedeltà ovver lialtà, Falsità, Busia, Fortezza, Magnanimità, Vana gloria, Umiltà, Superbia, Gola, Lussuria, Ostriga: pel tradimento Coccodrillo: ipocresia, Lione, Taranta, Correzione, Astinenza, Castità.
Dalle 'NOVELLE' sono tratti i brani: La penitenza dell'acqua, L'inchiostro e la carta, L'alloro, il mirto, il pero, La farfalla e la fiamma della candela, La fiamma e la candela, Il ragno e il grappolo d'uva, Il cedro ambizioso, Il fuoco superbo e il paiolo, L'ostrica, il topo e la gatta, La vite e l'albero vecchio, La penna e il temperino, La vendetta del vino, Il merlo e il rovistico, La scimma e l'uccellino, La rete e i pesci, La noce e il campanile, La pulce sul cane.
Le letture/recitazioni, affidate agli attori Giulia Faggioni, Daniele Monachella e Francesco Wolf, sono state videoregistrate nel Museo Bagatti Valsecchi. Il materiale è realizzato nel formato adatto per la trasmissione sul web e sarà messo a disposizione di scuole, enti musei e di tutti coloro che vorranno usufruirne.

LA VIGNA DI LEONARDO
Ma la sorpresa maggiore sulla figura del grande genio toscano è sicuramente “La vigna di Leonardo”, ritornata a piena vita e bellezza nella Casa degli Atellani, vicina a S. Maria delle Grazie. Un progetto realizzato in collaborazione con Confagricoltura e RaiCom ha riscoperto e ripristinato un fazzoletto di terra donato dal duca di Milano Ludovico il Moro a Leonardo a riconoscimento dei suoi capolavori e delle sue varie opere per Milano.
Lo splendido palazzo sorge in corso Magenta 65 e custodisce pitture antiche di scuola del Luini mescolate con restauri di Piero Portaluppi. Il passaparola sulla apertura è stato rapido. Nel giro di pochi giorni si sono create file di visitatori, incantati dalla bellezza e dalla suggestione del sito. 

Via Regina, recuperato l'antico percorso tra Italia e Svizzera

Il tracciato pedonale di 110 chilometri mappato con geoportali
monte Bisbino (Como) panorama dalla vetta, foto Cai Luino

La Via Regina Lariana, l’antico tracciato pedonale di circa 110 chilometri tra Italia e Svizzera, è di nuovo percorribile. Da Como a Sorico residenti e turisti potranno riscoprire bellezze paesaggistiche e testimonianze culturali con nuove strumentazioni sia tecnologiche, sia tradizionali.
A Milano, il 15 giugno, sono stati presentati a Palazzo Pirelli i risultati del progetto “I cammini della Regina” (www.viaregina.eu), finanziato nell'ambito del Programma di cooperazione transfrontaliera Italia-Svizzera 2007-2013 (Interreg). Alla sua realizzazione hanno partecipato Politecnico di Milano, Polo Territoriale di Como (capofila), Fondazione Politecnico di Milano, Associazione Iubilantes, Supsi (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana), Comune di Cernobbio, Comunità Montana Lario Intelvese, Comunità Montana Valli del Lario e del Ceresio, Consorzio Frazioni Corti Acero (Muvis), Museo della Via Spluga di Campodolcino, Università degli Studi di Pavia.
Tra i relatori, l’assessore regionale Massimo Garavaglia, la prorettrice del Polo di Como Maria Antonia Brovelli, il professore Supsi in Ingegneria geomatica Massimiliano Cannata.

NOVITÀ DEL PROGETTO
L'antica Via Regina, sviluppatasi sulla sponda occidentale del Lario, è una via di comunicazione transalpina antichissima, documentata sin dall'età romana. Insieme alla Via Francisca e alla Via Spluga italo-svizzera costituisce un fondamentale sistema di collegamento transalpino di mobilità dolce, di cui sino a oggi non si erano colte le potenzialità di sviluppo.
Attraverso la collaborazione tra esperti di itinerari culturali, ingegneri geomatici, associazioni e Istituzioni, progettisti del paesaggio, architetti e designer, il cammino è stato rilevato e valorizzato nei suoi punti critici, sino a raggiungere una continuità di percorso. L'uso dei geoportali permette di navigare tramite pc o dispositivi mobili. Grazie a innovativi GIS è stata sviluppata un'applicazione che permette a escursionisti e turisti di trasmettere dati su quanto di interessante appaia loro durante il cammino: edifici storici, monumenti, punti panoramici, ma anche segnalazioni di rischi o interruzioni.

STRUMENTI E CONNESSIONI
Durante i lavori è stato compiuto un minuzioso lavoro di raccolta dati, poi elaborati con una nuova forma di mappatura, detta di geocrowd-sourcing territoriale. Queste applicazioni innovative hanno consentito di rilevare e archiviare informazioni in un'ottica di conservazione dei beni culturali. Agli strumenti tecnologici si sono affiancati quelli tradizionali: guide cartacee, segnaletica, punti di informazione sul cammino.
Si è aperta anche una collaborazione con il progetto Interreg 'Il paesaggio culturale alpino su Wikipedia', che mira alla creazione di informazioni di carattere turistico e culturale.
Sul versante svizzero il progetto è stato allineato con “Ticino Turismo”, che prevede la promozione di itinerari a piedi nel Canton Ticino. Sul territorio italiano si sta creando un'importante sinergia con il progetto della Via Spluga e Via Francisca, considerate come un continuo della Via Regina. 

Clivio, Luigi Cortile una “fiamma gialla” nelle tenebre del nazifascismo

Originario di Nola (Napoli), il sottufficiale della Finanza era giunto nel giugno 1935 in servizio alla frontiera varesina
Maresciallo Luigi Cortile

“Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale si prodigava, con eccezionale coraggio ed encomiabile abnegazione, in favore dei profughi ebrei e dei perseguitati politici, aiutandoli ad espatriare clandestinamente nella vicina Svizzera. Arrestato dai nazifascisti veniva infine trasferito in Austria, perdendo la vita in un campo di concentramento. Mirabile esempio di altissima dignità morale e di generoso spirito di sacrificio ed umana solidarietà”. 1943-1945/Melk (Austria).
Così il 16 giugno 2006 un decreto del Presidente della Repubblica ha motivato la medaglia d’oro al merito civile alla memoria concessa al sottufficiale delle Fiamme Gialle Luigi Cortile, un conterraneo del filosofo nolano Giordano Bruno arrivato, il 1° giugno 1935, in terra varesina come “Reggente” della dogana di confine di Clivio. La sua figura è stata ricordata, il 26 gennaio 2015, dal Comando Provinciale della Guardia di finanza di Varese con una scheda che riportiamo.

«L’EROE DI CLIVIO CHE SALVÒ
CENTINAIA DI EBREI E PERSEGUITATI»

La nobilissima figura del Maresciallo Maggiore Luigi Cortile - Medaglia d’Oro al Merito Civile “alla memoria”, morto nel campo di sterminio di Melk – Mauthausen (Austria) il 9 gennaio 1945 - emerge nell’ambito delle numerose azioni svolte dai finanzieri a favore dei profughi ebrei e dei perseguitati dal nazifascismo, negli ultimi anni del “ventennio” caratterizzato dall’emanazione di leggi razziali, dall’occupazione nazifascista, dalle persecuzioni e dallo sterminio di antifascisti ed ebrei. Accanto alle nefandezze e meschinità di quell’epoca, vi furono anche episodi in cui uomini, come il Maresciallo Cortile, agirono esponendosi in prima persona e mettendo a repentaglio la propria vita.
Luigi Cortile nacque a Nola l’8 aprile 1898, arruolatosi nella Regia Guardia di Finanza il 21 febbraio 1917, in piena guerra mondiale, il 1° ottobre dello stesso anno fu mobilitato con l’XI battaglione operante nei Balcani. Al termine del conflitto, rientrato in Patria, proseguì la sua carriera nelle Fiamme Gialle e il 1° dicembre 1930, frattanto promosso al grado di Maresciallo Capo, il Cortile fu quindi trasferito alla Legione di Milano e, a far data dal 1° giugno 1935, fu nominato “Reggente” della Dogana di confine di Clivio. Il 7 gennaio 1936, fu promosso al grado apicale di Maresciallo Maggiore.
ORGANIZZAZIONE UMANITARIA DON GILBERTO POZZI
In seguito all’occupazione tedesca della Provincia di Varese, il maresciallo Cortile entrò a far parte dell’organizzazione umanitaria, riconducibile a Don Gilberto Pozzi, parroco di Clivio, particolarmente attiva in favore dei profughi ebrei e dei perseguitati dai nazi-fascisti. Il Maresciallo Cortile fece dunque parte di un’eletta schiera di sottufficiali e finanzieri, la quale, nel rendere grandi servigi al Movimento di Liberazione Nazionale, si prodigò con tutte le proprie forze, offrendo disinteressatamente aiuti umanitari nei riguardi di migliaia di cittadini che desideravano espatriare clandestinamente in Svizzera per sfuggire alla caccia dei nazifascisti.
Il Maresciallo seppe scorgere, nei volti terrorizzati dei tanti fuggitivi ammassati lungo la frontiera svizzera, i tratti che li rendevano essere umani come lui: vittime inermi di atrocità piuttosto che nemici da combattere o “clandestini” da arrestare.
Per essersi reso responsabile di: “far passare dall’Italia alla Svizzera e viceversa della corrispondenza diretta ad internati e da questi alle loro famiglie”, come emerge dal Verbale di Irreperibilità redatto in data 16 luglio 1947, il Maresciallo Luigi Cortile fu tratto in arresto dai tedeschi, nella stessa Clivio, l’11 agosto 1944. Inizialmente tradotto nel carcere di Varese, il giorno seguente fu consegnato ad un soldato tedesco che lo trasferì al carcere di San Vittore, a Milano. Il 17 ottobre dello stesso anno fu, quindi, trasferito al Campo di Concentramento di Bolzano. Da qui fu, infine, trasferito a Mauthausen (Austria) il successivo 20 novembre. Il Maresciallo Luigi Cortile morì nel sotto campo di Melk – Mauthausen (Austria) il 9 gennaio 1945.
Alla memoria dell’eroico Sottufficiale delle Fiamme Gialle è stata concessa, con D.P.R. in data 16 giugno 2006, la Medaglia d’Oro al Merito Civile con la seguente motivazione: “Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale si prodigava, con eccezionale coraggio ed encomiabile abnegazione, in favore dei profughi ebrei e dei perseguitati politici, aiutandoli ad espatriare clandestinamente nella vicina Svizzera. Arrestato dai nazifascisti veniva infine trasferito in Austria, perdendo la vita in un campo di concentramento. Mirabile esempio di altissima dignità morale e di generoso spirito di sacrificio ed umana solidarietà”. 1943-1945/Melk (Austria).  

Milano, Bernardino Luini e i suoi figli

Dal 10 aprile al 13 luglio a Palazzo Reale una mostra sul pittore di Dumenza, 39 anni dopo quella di Luino
il poster di Luino del 1975
manifesto prossima mostra su Bernardino Luini

39 anni dopo l’esposizione dedicata nel 1975 a Sacro e profano nella pittura di Bernardino Luini, arditamente allestita in un rivoluzionato Palazzo Verbania, dal 10 aprile al 13 luglio a Milano (Palazzo Reale) si torna su quello che, forse, fu il più noto pittore del rinascimento in terra lombarda. Tra allora e oggi una cosa, di sicuro, è cambiata: si è scoperto che Luini, sempre supposto luinese, luinese non era, ma quasi. Facendo Scappi di cognome, sarebbe nato a Dumenza nel 1481 o giù di lì, figlio di Giovanni e, per nonno (Bernardo), uno dei tanti magister di valle.
DICERIE E RICERCHE
Così, finalmente, dal 1993, grazie alla scrupolosa ricerca di Vittorio Pini e Grazioso Pisoni, s’è potuto gettare luce su una biografia altrimenti poco nota. Troncando, di netto, tutte quelle dicerie sul ‘nostro’ che si erano alimentate in oltre un secolo di pagine tanto elogiative, quanto acritiche: chi l’immaginava (è il caso di un romanzetto di metà ’800) un poco licenzioso durante il soggiorno nella villa Pelucca, a Sesto S.G., dove lasciò un ciclo d’affreschi (1513-14 ca.) che è opera sua più celebre; chi lo pensava attaccabrighe e violento, tanto che la Crocifissione sul tramezzo in S. Maria degli Angeli a Lugano (1529) sarebbe stato frutto del forzato ritiro nell’attiguo convento, per sfuggire a chissà quali misfatti.
RASSEGNE MONOGRAFICHE DA COMO A MILANO
Con un elenco di fan sterminato (forse anche la Regina Vittoria, alla quale sarebbe sfumato l’acquisto dell’angelica pala in S. Magno a Legnano, del 1523 ca.), la figura di Luini s’è scontrata, alla svolta del ’900, con l’affinarsi degli strumenti critici e con l’affiorare, a volte dall’oblio, d’altri contemporanei degni di massima lode: tanto da rischiare di divenire, per alcuni, puro esecutore d’altrui sperimentazioni.
Così, dimentichi del maestro d’affetti infusi in soavi Madonne con Gesù bambino, degli elogi di Stendhal, Ruskin e Balzac, il ‘nostro’ arrivò al 1953 quando, finalmente, gli fu dedicata una rassegna monografica a Como, la prima. Il prezioso catalogo, curato da Angela Ottino Della Chiesa, affrontò con taglio analitico un’opera vasta e importante, ancorché concentrata tra il 1507 (oggi si retrocede al 1501) e il 1532, anno in cui la morte, forse nel capoluogo lombardo, arrestò “la sua terrena opera di poesia”.
CURATORI E ALLESTIMENTO
La mostra attuale ricalca quell’ambizioso progetto, non quello luinese, concentrato com’era su aspetti specifici dell’opera di Luini. Sarà certamente occasione per nuove esegesi di sicuro valore e innovative angolazioni di lettura, aperte a futuri studi, com’è nella tradizione dei curatori, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, già autori (per stare nei pressi) del ‘visitatissimo’ allestimento dedicato al Rinascimento nelle terre ticinesi, alla Züst di Rancate (2010; con Marco Tanzi).
Ben 12 le sezioni che si dispiegheranno nell’intero primo piano di Palazzo Reale, Sala delle cariatidi inclusa. L’allestimento ‘di grido’, affidato a Piero Lissoni, giocherà su nette cromie per richiamare, di volta in volta, i paralleli con l’opera di: Boltraffio, Gaudenzio Ferrari, Caroto, Cesare da Sesto, Lotto, ecc. Bramantino, soprattutto, la cui Sacra Famiglia (da Brera) illumina sulle evoluzioni luinesche nella citata Pelucca, ciclo che (nelle cromie uscite dal restauro del 1992, curato da Pinin Brambilla e sorvegliato da Maria Teresa Binaghi Olivari) sarà presente nei grandi capisaldi, dal ‘volo fatato’ di S. Caterina alle ultra-note Bagnanti.
OLTRE 200 TRA RECUPERI E PRESTITI
Oltre 200, tra recuperi in collezioni private e prestiti internazionali. Ecco il concatenarsi delle sezioni: la formazione, con quell’escursione in Veneto che è tra i capitoli fondanti della peculiare maniera luinesca; il ritorno a Milano e gli anni dieci (tra la pacata monumentalità di Zenale e Andrea Solario, colui che precisò il ‘tipo’ Madonna con Gesù bambino, sublimato da Luini nella versione ‘con roseto’, icona di questa rassegna) e venti; le complesse iconografie dei cicli sacri e profani, specchio dell’anima inquieta di Milano assediata dai Francesi; la superba parabola dei ritratti (ci sono tutti e tre i più famosi, superstiti di una produzione falcidiata nel tempo) culminate nei ‘tondi’ dei volti degli Sforza, riproposti con simulazione della disposizione originaria, quant’erano nella casa degli Atellani (ora sono al Castello Sforzesco); le sale dedicate al ‘dopo Roma’; la sintesi di una “formula di successo” (1525-30): Gesù bambino con l’agnello; la più popolare tra le Salomé (dagli Uffizi; in paragone con La scapigliata, bozzetto autografo di Leonardo); la Venere di Washington, recante, sullo sfondo, “il più trasfigurato paesaggio che Luini abbia dipinto” (Ottino).
EREDITÀ
Si arriva alla sez. 12., stimolante come mai: l’eredità. Non solo i figli (tra cui la fa da padrone Aurelio), ma un’indagine sull’insistente protrarsi per buona parte del ’500 di una ‘autorità’ Luini, come comprova (per stare in valle) il suo determinante influsso nel recidere di netto le formule gotiche, reiterate per secoli, d’attardate botteghe di ‘madonnari’. Ne sia d’esempio, in mostra, la pala di Bartolomeo da Ponte Tresa, il cui capolavoro sta racchiuso nel ciclo affrescato qui vicino, in S. Antonio abate a Viconago (una poderosa monografia su Cadegliano e sulla chiesetta è stata presentata giusto sabato passato). Luini che apre, persino, ai Campi e a Simone Peterzano (Pentecoste, 1580 ca.). E da Peterzano, si sa, s’arriva a Caravaggio. Che sia vero che “chi dice Luini, dice Lombardia”?
5.855 caratteri! La prossima volta staremo nei mitici 140. Primo cinguettio: inaugurazione 9 aprile. Poi lasceremo più ampio spazio al Luini, grazie ad un’intervista che, ci auguriamo, i curatori vorranno concederci. Nessun surrogato informatico, invece, abbiamo in mente che sostituisca una visita, dal vero, alla poetica arte del ‘nostro’.
Federico Crimi e Tiziana Zanetti

Nelle foto:
1) Manifesto della mostra su Bernardino Luini a Luino nel 1975;
2) Manifesto della mostra su Bernardino Luini a Milano dal 10 aprile al 13 luglio 2014 

A Luino Giorno della Memoria nel ricordo di Salvo D’acquisto e Enrico Sibona

Al Teatro Sociale saranno presenti alla celebrazione anche familiari dei due eroi

Sono passati duecento anni da quando Vittorio Emanuele I di Savoia fondò l’Arma dei Carabinieri, per fornire anche al Regno di Sardegna un corpo di polizia simile a quello francese della Gendarmerie. I Carabinieri hanno vissuto da protagonisti tutti gli eventi storici che hanno caratterizzato la vita del regno sabaudo prima e del Regno d’Italia e della Repubblica Italiana successivamente.
L’Arma, durante i molteplici mutamenti del nostro Paese, si è sempre accreditata come insostituibile presidio della pubblica e privata sicurezza. In momenti particolarmente drammatici, come durante la lotta di liberazione nazionale, ha continuato a seguire percorsi di fedeltà e di servizio alla collettività, ispirati a valori quali l’onestà, l’impegno sociale e civile, il senso del dovere, la disciplina e la tenacia, il senso di giustizia. E sarà proprio in occasione della Giornata della Memoria, in programma a Luino nella mattinata di martedì 18 febbraio nel Teatro Sociale, che verrà ricordata una pagina gloriosa della sua storia: il sacrificio del giovane vice brigadiere Salvo D’Acquisto e la vicenda del maresciallo Enrico Sibona. 

IL SACRIFICIO DI SALVO D'ACQUISTO…
Come è noto, nel settembre 1943, Salvo, pur essendo totalmente estraneo ai fatti, si autoaccusò come responsabile di un presunto attentato per il quale era stata minacciata una rappresaglia da parte dei tedeschi, contro ventidue cittadini inermi, scelti a caso tra la popolazione di Torrimpietra. Gli ostaggi, che erano stati costretti a scavarsi una fossa comune, alcuni con le pale, altri a mani nude, furono immediatamente liberati e Salvo fu barbaramente ucciso.
…e di ENRICO SIBONA
Il maresciallo Enrico Sibona fu comandante della Stazione dei Carabinieri di Maccagno dal 1939 al 1946. Durante la sua permanenza in paese, si adoperò per salvare la vita ad alcuni ebrei dalla persecuzione nazifascista e, tra loro, a Guido Lopez e Bianca Lopez Nunes.
Entrambi, giovani poco più che ventenni, erano sfollati da Milano, sulle rive del Lago Maggiore, per sottrarsi ad una ormai prevedibile cattura a seguito di un inasprimento delle leggi razziali, promulgate dal regime fin dal 1938.  Il maresciallo Sibona, obbedendo alla sua coscienza, anziché a leggi ingiuste e criminali, permise loro di mettersi in salvo. Scoperto dalle milizie fasciste, fu arrestato e deportato nei campi di concentramento in Germania e Cecoslovacchia. Lo Stato di Israele riconobbe la figura eroica di Enrico Sibona che, con provvedimento del 4 ottobre 1992, fu insignito da Yad Vashem del titolo di “Giusto tra le Nazioni”.
CELEBRAZIONE
Durante la mattinata, alla quale parteciperanno gli studenti delle scuole luinesi, saranno presenti Alessandro D’Acquisto, fratello di Salvo, i figli del maresciallo Sibona e il comandante provinciale dei Carabinieri, colonnello Alessandro De Angelis. Al termine il prefetto di Varese, Giorgio Zanzi, affiancato dal sindaco Andrea Pellicini, consegnerà le medaglie d’onore agli ex deportati o alle loro famiglie.
La manifestazione è organizzata dal Comune di Luino con la collaborazione della locale stazione dei Carabinieri, dell’ANPI e dell’Associazione Alpini.
Emilio Rossi 

Rsi, Epifania su La2 con il documentario sulla Gioconda e il segreto del furto

Notissima vicenda che risale a un centinaio di anni fa e si sviluppa tra Parigi e Dumenza quella del “Furto della Gioconda”. Protagonista ne fu Vincenzo Peruggia, autore, il 21 agosto 1911, della clamorosa sottrazione del capolavoro di Leonardo ai danni del Louvre di Parigi. La storia dell'episodio, i suoi retroscena, l'origine dell'impulso a sottrarre il dipinto (Peruggia si difese dicendo che voleva l'opera tornasse all'Italia) ha fatto scorrere fiumi di inchiostro fino a oggi. Lunedì 2 gennaio, alle 22.10,sarà la tv svizzera LA2 a riportare l'argomento al grande pubblico nella trasmissione Doc “La Gioconda: il segreto del furto”. Il documentario è di Joe Medeiros. In foto il manifesto della Rsi.

Armando Chirola, una giovinezza spezzata dalla guerra

Intitolata al tenente trucidato nel 1943 a Cefalonia la piazza del Parco a lago

(SC) Una mattinata intensa, con momenti di profonda emozione che ha coinvolto tutti i presenti, quella che a Luino si è svolta domenica 22 settembre sulla piazza in legno del Parco a Lago per intitolare questo spazio alla memoria di Armando Chirola. Il giovane tenente luinese fece parte della Divisione Acqui massacrata dai tedeschi  durante l'Eccidio di Cefalonia il 22 settembre 1943. Il suo ricordo ha radici ben profonde a Luino: ne parlò anche l'avvocato Trento Salvi nel 2001 su "Il Corriere del Verbano" in un articolo ripubblicato l'anno scorso.
Il sindaco Andrea Pellicini ha ricordato Chirola con grande affetto, pensando «ad un giovane che nutriva grandi speranze per il futuro e che amava così tanto il suo lago da descriverne la bellezza in versi. Ne è testimone la sua raccolta di poesie. Che Armando Chirola diventi esempio per i giovani: la guerra stermina intere generazioni, ammutolendole, solo la pace permette agli uomini di 'parlare', di esprimersi secondo i propri talenti».
Una celebrazione importante, con i ritmi scanditi da brani proposti dalla Musica Cittadina, dal momento religioso della benedizione dello spazio ad opera di don Marco Longoni, dalla lettura della poesia incisa sulla stele in cor-ten letta da Edoardo Maria Castelli. Alla cerimonia hanno presenziato la giunta comunale, alcuni consiglieri e dirigenti della città, le rappresentanze dei corpi d'arma e dell'associazionismo locale, l'intera famiglia Chirola, l'architetto Enrico Marforio, progettista del Parco a Lago, e Giorgio Gaspari in rappresentanza della Fondazione Cariplo.
Lo storico Carlo Alessandro Pisoni ha così celebrato un uomo dalla grande passione per la vela:
La vicenda umana di Armando Chirola, giovane caduto a Cefalonia con fierezza di uomo adulto e coraggio di militare tutto d’un pezzo, nonostante i suoi soli 23 anni d’età sarebbe forse una delle tante storie tragiche di guerra.
Ma la figura di Armando Chirola, per quanti amino il lago Maggiore e le sue dolci brume settembrine, porta con sé un’ulteriore memoria: non a tutti capita di poter cantare – come occorse al ragazzo nella propria ultima verde giovinezza - le terre in cui si è vissuto e le acque solcate in barca a vela. Ad Armando Chirola successe (vogliamo credere per tenacia ed entusiasmo tutto giovanile) di scrivere e pubblicare un libro di poesie, a proprie spese stampato a Palo Del Colle presso Bari dalla tipografia Andriola, giusto alla vigilia della partenza per il fronte greco.

Con ottimismo e scrittura lineare Chirola cantò, nel proprio “Eco della Selva”, i tramonti di Luino, i castelli di Cannero, e soprattutto le speranze per un futuro che non immaginava gli sarebbe stato brutalmente negato di lì a poco dalla storia e dagli uomini.
Oggi, a distanza di settant’anni, ricordando Cefalonia, si ricorda Armando Chirola non come giovane militare che con coraggio e statura di vero uomo non si sottrasse alla morte in guerra; piuttosto, dedicandogli un luogo di pace e serenità in riva al suo lago, in mezzo alle sue barche, si lega il ricordo di Armando Chirola, in un’Eco gentile, che per sempre risuona alla riva verbanese, nella sua Luino. 

Guido Petter, giornalista adolescente nella X Brigata Partigiana “Rocco”

La rinascita etica e civile dell'Italia nelle cronache del 17enne combattente

Sono stati recentemente pubblicati sul sito www.giornaliallamacchia.isrn.it, a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nel Novarese, nel Verbano-Cusio–Ossola, i giornali della stampa clandestina della Resistenza, nei territori in cui combatterono le formazioni partigiane sul versante piemontese.
Di particolare interesse i tre numeri di STAFFETTA AZZURRA, giornale della X Brigata “Rocco”, che operava sulle alture intorno al lago d’Orta, curato dal concittadino luinese Guido Petter. Si tratta di dattiloscritti con disegni eseguiti a mano e diversi per ogni copia.
Petter, futuro docente di Psicologia dello Sviluppo presso l’Università di Padova, saggista e scrittore, come giornalista della brigata, ne curava la pubblicazione. Avrebbe raccontato lui stesso questa esaltante esperienza, quando girava con la sua macchina portatile, alla ricerca di una scatola di latta dove riporre i fogli e la carta a carbone, procuratagli finalmente da un ragazzo del luogo. E furono proprio i coetanei a salvarlo, quando, rintanato in una stalla al centro del paese, invaso da reparti tedeschi e fascisti, gli portavano di nascosto il cibo.

Realismo tattico
Giornali aperti al dibattito, rivolto soprattutto ai compagni di lotta. Nel numero del 12 marzo 1945, ad esempio, viene evidenziata la necessità di trasformare le bande partigiane in un regolare reparto dell’esercito di liberazione. «Le popolazioni lavoratrici di Torino, Milano, Genova, Venezia, Trieste attendono la libertà dalle nostre forze organizzate. […] La piccola banda autonoma non è sufficiente a questo grandioso compito, non basta da sola a sollevare le martoriate popolazioni italiane dal loro grande dolore, dalla tremenda loro umiliazione». Un realismo tattico finalizzato ad un unico ideale: “Libertà, piena libertà al popolo italiano”.

Cronache epiche
Non mancano cronache dal sapore epico, come la descrizione delle imprese del Barba, caduto in una missione operativa, «fondatore assieme con Rafles della Volante Azzurra nei primi mesi di lotta partigiana, l’uomo popolare per tutto il Biellese, che osava disarmare l’intera caserma con pistole di legno, che in un anno di guerra tutti avevano imparato ad amare, come si amano queste montagne amiche, come si ama questo cielo prealpino così freddo talvolta e pur così azzurro, così pieno di stelle nelle notti serene. I morti non vogliono vendetta, vogliono giustizia […] E continueremo pensando che la vita è bella solo se la si sa donare per un’umanità migliore, che la morte non è amara, quando si muore per la libertà della Patria».
Nel gioco crudele della guerra «uccidere è spesse volte un dovere, ma il vantarsi d’aver ucciso è sempre una miseria». E si cita Garibaldi che dopo una battaglia si mostrava sempre triste e qualche volta fu visto piangere per aver dovuto uccidere un nemico.

Pensiero unico e senso di responsabilità
Dichiaratamente di Guido Petter, che si firma con il nome di battaglia di Renzo, è l’articolo dal titolo «Significato del 25 Luglio». Vengono qui analizzate le forme di oppressione che hanno inquinato lo spirito dell’intera nazione.
La soppressione della libertà di parola, di stampa, di critica, infatti, secondo Petter, «ha facilitato il dilagare della disonestà, soprattutto negli elementi dirigenti, non più controllati dalla libera critica di qualsiasi cittadino, l’oppressione di ogni iniziativa individuale, con la conseguente paralisi delle migliori energie della vita nazionale; l’adozione di leggi e provvedimenti non discussi e per questo molto imperfetti e in certi casi dannosi […] infine ha permesso che la politica nazionale venisse diretta secondo mire espansionistiche e imperialistiche non sentite e non certamente volute dalla maggior parte del popolo italiano».
In questo contesto è venuto meno anche il senso di responsabilità. «Nel decalogo del milite fascista, il decimo comandamento è questo: Mussolini ha sempre ragione!» I giovani, pertanto, abituati al mito di un capo che pensava a tutto, hanno smarrito la coscienza di essere una forza viva in seno alla società.  «Bastava inneggiare al risorto impero romano per passare un esame, avere la tessera del partito nazionale fascista per esser ammesso ai posti direttivi». 
Era dunque questa la chiave che apriva qualunque porta. Il diciassettenne Petter non è però così ingenuo da pensare che la libertà possa consistere «nella possibilità che ognuno avrà di poter fare ciò che vuole, mirando solo a se stesso». Saremmo da capo, ammonisce, come prima, peggio di prima. Occorre pertanto transitare verso nuovi lidi dove ciascuno potrà esprimere il proprio pensiero e dirigere la propria azione «verso un miglioramento comune, cioè di tutti: ecco la vera Libertà».

Ricordi dei caduti
Toccanti sono i ricordi dei compagni caduti nella battaglia. «Nella chiesa del cimitero sono allineati i morti, sulle lunghe panche oscure; fuori, la sera di primavera traspare dal cielo luminoso in cui si drizzano snelli i mandorli in fiore. C’è gente che parla sommessa, che domanda e in tutti è il dolore muto e forte come un peso che fa male al cuore».
Il cronista solleva il lembo della coperta in cui ognuno è avvolto quasi per un ultimo saluto. C’è Matteotti con il maglione bianco tutto sporco di sangue, c’è Brighin, con la giacca così lunga per lui così piccolo che impigliandosi nei rami gli è costata la vita. E intorno ci sono le sorelle che piangono e lo accarezzano, lo chiamano dolcemente, come se potesse risvegliarsi. Poi ci sono Tom, Quirico, Vento, Nuvola, Generale, un ragazzo di sedici anni, che voleva diventare un grande poeta ed è morto con la sua illusione intatta.
«Generale che avrebbe fatto chissà che cosa per i suoi uomini che hanno imparato presto a volergli bene; ha i calzoni laceri e inzuppati di sangue, è stato colpito al ventre. Adesso la chiesa s’è fatta più buia; fuori, nella sera piena di profumi, si alza la luna piena, sopra le grandi montagne. E li riguardo tutti, distesi tra macchie di sangue rappreso, senza scarpe e mi sembrano addormentati nelle loro coperte. Come quando dormivamo insieme. Attendevano la primavera, le foglie, il ritorno; adesso noi li lasciamo così, a mezzo del cammino e proseguiamo nell’opera, perché non è giusto abbandonarla, quando i compagni per essa hanno dato la vita. A voi, compagni cari che non rivedremo più e che lasciamo qui in un paese forse non vostro, verranno col vento che porta lontano nella valle l’indistinto profumo dei fiori della montagna, le parole delle nostre canzoni, quelle che tante volte abbiamo cantato insieme: onore a chi cade in cammino, esempio a chi resta a lottare!»
Emilio Rossi