Edizione n.21 di mercoledì 16 giugno 2021

Prima pagina

Busto Arsizio, risplende l’armonia dell’organo Mascioni

Lo strumento della basilica di San Giovanni Battista è stato restaurato ad Azzio dalla società Mascioni che lo costruì un secolo fa

A Busto Arsizio il 6 dicembre è tornato a nuova vita l’organo Mascioni opera 310 presente nella basilica di San Giovanni Battista. Nel tradizionale Concerto di Natale l’organista Sergio Paolini ha inaugurato lo strumento realizzato nel 1912 da Vincenzo Mascioni e quest’anno sottoposto a un accurato restauro. I lavori sono durati da maggio a ottobre e sono stati finanziati da Fondazione Cariplo e Fondazione Comunitaria del Varesotto.
Oltre al nuovo prevosto monsignor Severino Pagani era presente anche l’ex parroco, ora vicario episcopale della zona pastorale di Varese, monsignor Franco Agnesi. È stato lui nel 2010 a dare il via al progetto di restauro, a trent’anni di distanza dall’ultimo intervento eseguito.
Nei laboratori di Azzio (Varese) la società Famiglia Vincenzo Mascioni Srl ha pulito interamente l’organo e ha scrupolosamente rivisto tutti i componenti (canne, valvole-membrane in pelle, consolle…), comprese le parti lignee. Il restauro è stato affiancato da alcune operazioni di ammodernamento, tra cui il rifacimento dell’intero impianto trasmissivo. Le vecchie trasmissioni elettromeccaniche sono state sostituite con nuovi circuiti a tecnologia elettronica e per l’alimentazione del sistema sono stati installati due raddrizzatori di corrente.

“La donna il lavoro il sogno”, il mondo femminile e la sua forza di trasformazione tra ottocento e novecento

“La donna il lavoro il sogno” è il titolo di un agile e colto volume contenente dodici saggi di autori vari che analizzano l’universo femminile da prospettive differenti e che insieme vanno a costituire l’immagine completa della donna nell’arco di tempo di circa un secolo, tra ottocento e novecento.
Il libro, curato da Enrico Grandesso e Carlo Toniato, presenta cinque capitoli che individuano gli ambiti d’azione, le interferenze, gli apporti, le innovazioni in cui la presenza della donna evidenzia la sua sapientia quale segno che si caratterizza per incisività e non raramente potenza propulsiva alla trasformazione.
Sulla scena del testo si presenta una serie di donne che costituisce l’universo femminile in quanto gli autori dei saggi esprimono tutti gli ambiti in cui la donna viene a trovarsi sia per condizione, sia per scelta di vita.
Il volume si apre con il saggio relativo di Emanuela Favero all’identità – "Dell’identità" – in cui l’autrice individua nel «parlar con l’anima» la caratteristica che connota l’essenza femminile, attribuendo a questo elemento anche la valenza della forza, che si materializza come espressione spogliata da componenti distruttive nella danza: linguaggio di sentimento, testimonianza della modalità femminile di comprendere e generare il mondo.
Due lunghi saggi sono dedicati a “Le coordinate giuridiche” analizzando l’evoluzione durante il secolo scorso della legislazione in rapporto alla tutela di parità, concetto che, qui si sottolinea, prescinde dalle differenze di genere e quindi «potrà in futuro valere anche a tutela del genere maschile, per cui della lotta per la parità fatta dalle donne beneficeranno anche gli uomini.»
Il corpo centrale di “La donna il lavoro il sogno” è occupato da una serie di saggi che presentano la figura femminile nell’ambito della letteratura, sia come ispiratrice di scrittori e poeti, sia come personalità che rivendica attraverso la scrittura un posto proprio e come donna, e come autrice, non dimenticando un aspetto cruciale che riguarda il ruolo dell’emotività nel campo professionale. A tale proposito il saggio di Marcello Bernacchia “Il fuoco che solo consuma: alcune riflessioni su genere e burnout” illustra l’investimento emotivo come fattore determinante nella qualità del lavoro.
Quattro saggi sono dedicati al sogno, alla facoltà onirica di progettare il mondo secondo il canone del sentimento o di quello più bruciante, divorante, della passione, entrambi dichiarazione della responsabilità di entrare nelle cose, così che affiori visibile la dignità del femminile.
Infine, accanto al saggio sull’ironia di cui le donne si dotano per sopravvivere in condizioni infelici, si pone quello sulla donna nell’arte dal Romanticismo fino ai giorni nostri: l’autrice, Barbara Codogno, dopo aver esaminato il femminile come ispiratore in pittura e scultura e come artista, esprime che «Sono i nuovi linguaggi del contemporaneo che permettono alla donna di lasciare liberi i suoi sogni e di manifestarli anche nell’accezione di denuncia verso quel linguaggio “artistico-politico” maschile che ha lungamente esercitato un potere castrante, coercitivo e violento sul genere femminile».
Tutti i saggi hanno il pregio di focalizzare incisivamente il senso e le conseguenze del rapporto che intercorre tra la donna e l’ambito in cui si trova ad agire da protagonista, e in cui porta la sua “sapientia” arcaica, mondo pressoché sconosciuto al maschile, tranne a quello che ha deciso di porre ascolto e attenzione alla complessità trasformativa dell’universo femminile.
Adriana Gloria Marigo

-----“La donna il lavoro il sogno” a cura di Enrico Grandesso e Carlo Toniato, Egon edizioni, pagg. 150, euro 15. 

Trapianti, il Nord Italia Trasplant compie 40 anni

In Lombardia si pratica circa un quarto degli interventi effettuati in Italia

A Milano, il 12 novembre, oltre 300 operatori hanno celebrato a Palazzo Lombardia i 40 anni del Nord Italia Transplant (NITp), l'organizzazione che coordina tutte le fasi dal prelievo al trapianto e consente di assegnare gli organi ai pazienti più compatibili o a quelli "difficili" (bambini, secondi trapianti, iperimmunizzati).
ORGANIZZAZIONE
Attualmente il NITp serve le regioni Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Veneto e la Provincia autonoma di Trento.
Al programma partecipano 129 Unità che procurano donatori, Unità di trapianto operative in Lombardia (21), Veneto (10), Liguria (2), Friuli Venezia Giulia (3), Marche (2), sei Coordinamenti regionali/provinciali, 1 Centro interregionale di riferimento (Cir), dieci banche regionali dei tessuti. Al 30 settembre 2012 sono stati utilizzati 9.175 donatori e sono stati effettuati 28.487 trapianti. La Regione Lombardia nel 1974 identificò l'Ospedale Policlinico come Centro regionale di riferimento per i prelievi e i trapianti di organi e, negli anni successivi, altre Regioni si unirono all'organizzazione.
TRAPIANTI IN LOMBARDIA
In Lombardia si pratica circa un quarto di tutti i trapianti che si effettuano in Italia. Dal 18 giugno 1972 al 30 settembre 2012 sono stati utilizzati 4.645 donatori.
I pazienti trapiantati nei Centri lombardi sono stati 15.799 (più della metà del totale degli interventi effettuati dalla rete NITp). In particolare, 8.065 sono stati trapiantati di rene, 2.879 di cuore, 3.735 di fegato, 454 di pancreas, 656 di polmone e 10 di intestino. I pazienti in lista nei Centri lombardi sono 1.965 (1.359 di rene, 248 di cuore, 169 di fegato, 89 di pancreas, 98 di polmone e 2 di intestino).
NUOVE TERAPIE
Ottima la sopravvivenza degli organi e dei pazienti trapiantati che, a cinque anni, è pari all'86 per cento per il trapianto di rene, 80 per cento per il cuore, 75 per cento per il fegato e 56 per cento per il polmone. Gli eccellenti risultati clinici, che oggi caratterizzano i trapianti, sono anche dovuti all'attenzione posta dagli operatori nel ricercare nuove strategie terapeutiche e intraprendere nuove strade per consentire il miglior uso degli organi.
Proprio in Lombardia hanno avuto inizio le attività di trapianto "split liver" (donazione di parte del fegato) e doppio rene (a Bergamo), nonché il prelievo di organi da donatore a cuore fermo (a Pavia). 

Germignaga, fratelli Simonetto, due tragedie in Russia, solo una traccia

(gi) Un brandello di metallo e poche parole leggibili: «5 Regg. 9 Comp. Idrici…Simonetto Luigi…». È tutto quello che alla famiglia Simonetto, domenica 4 novembre, Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, è ritornato di Luigi, il primo dei sette fratelli, che dal gennaio 1943 è scomparso nei gorghi dell’ignoto nella campagna dell’Armir.
Era nato il 15 febbraio 1921 ad Annone Veneto ed era stato arruolato nella 9ª Compagnia Idrici del 5° Reggimento Genio di stanza nei pressi di Trieste. Partito nell’aprile 1941 per la Russia, aveva scritto l’ultima volta alla famiglia nel dicembre 1942. Di suo fratello Ferruccio, ancora più giovane e pure lui travolto come fante dalla spedizione in Russia, non rimane neppure questa traccia. Finora almeno.
Il piastrino di Luigi Simonetto è stato ritrovato con circa altri duecento dall’alpino di Abbiategrasso Antonio Respighi nell’estate di tre anni fa a Miciurinsk ed è stato consegnato dal sindaco Enrico Prato alla famiglia con una targa durante una cerimonia in municipio. Molti germignaghesi si sono stretti con sentita partecipazione ai fratelli del geniere disperso Stella, Armando, Nico e Attilio, ai loro figli e ai nipoti, uno dei quali, Maurizio, ha letto la poesia di un alpino mai più “tornato a baita”. «Sono stati venti minuti di intensa emozione per tutti» ha commentato il sindaco Prato. 

Ritrovato in Ucraina il piastrino di un soldato disperso, apparteneva al germignaghese Luigi Simonetto

Nemmeno lui, come il fratello Ferruccio, ritornò dalla Campagna di Russia – Lo ha recuperato un alpino di Abbiategrasso

Acquista un senso particolare, quest'anno, la celebrazione a Germignaga (Varese) della Festa dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate. Nel programma della manifestazione, organizzata in collaborazione con il Gruppo Germignaga della Sezione Associazione Nazionale Alpini di Luino, è stata infatti inserita una cerimonia di particolare rilievo.
Il motivo è stato spiegato dall’assessore all’Istruzione Marco Fazio. «Negli scorsi mesi è giunta in Comune la segnalazione del ritrovamento, da parte dell’alpino Antonio Respighi della Sezione ANA di Abbiategrasso, del piastrino di riconoscimento del soldato Luigi Simonetto, nato il 15 febbraio 1921, disperso dal 1943». Il piastrino, in condizioni di conservazioni non perfette, ma comunque leggibile, è stato recuperato nel corso di un viaggio tra l'Ucraina e la Russia, nei pressi della città di Miciurinsk.
Fatti gli accertamenti del caso, e dopo aver informato i fratelli del soldato Stella, Armando e Attilio residenti a Germignaga e Nico a Cremenaga, l'amministrazione comunale si è attivata per celebrare degnamente il "ritorno a casa" di questo soldato. «Confidiamo, aggiunge Fazio, in una larga partecipazione della popolazione e, per questo, abbiamo pensato di effettuare in modo ufficiale, nella casa di tutti i germignaghesi, la riconsegna del piastrino».
Domenica 4 novembre, alle ore 9.30, nella sala consiliare del municipio, si terrà una breve commemorazione e la riconsegna ai familiari di questa "reliquia" insieme con una pergamena. Alle ore 10.15 il corteo si recherà al cimitero per l'omaggio ai caduti. La cerimonia si concluderà alle ore 11 con la messa celebrata dal parroco di Germignaga.
La famiglia Simonetto è molto stimata e benvoluta nella comunità germignaghese. Tutti originari di Annone Veneto, sono arrivati il 7 dicembre 1937 a Montegrino Valtravaglia e successivamente, il 25 marzo 1943, si sono trasferiti a Germignaga. La guerra li ha travolti con un doppio dolore. «Oltre Luigi, ricorda il sindaco Prato, non è più tornato dalla Russia nemmeno il fratello Ferruccio». 

“Crocifissione” di Antonio da Tradate - Luino: «Maccagno se ne disinteressò e Luino salvò l’affresco»

Le proteste da parte di Maccagno circa il deposito e la conservazione in Luino della "Crocifissione" di Antonio da Tradate raccontate nell'articolo della scorsa settimana “Quell'affresco conteso tra Luino e Maccagno” hanno raccolto parecchia attenzione, soprattutto a Luino, e aperto nuovi fronti di considerazioni. Ma come! Maccagno aveva dato il suo benestare alla demolizione di quell'affresco - ci è stato scritto - invece Luino e benemeriti esponenti culturali come l’architetto Sandro Mazza, l’ingegnere Pierangelo Frigerio, lo storico Piergiacomo Pisoni e il dottore Piero Astini salvarono e recuperarono quell'opera e ora l’amministrazione maccagnese pretende «costi quel che costi» la restituzione dell’opera?
Molti lettori ci hanno espresso disappunto per la controversia sulla querelle dell’affresco e hanno ricordato interventi e protagonisti che hanno permesso la salvezza dell’opera. L’amministrazione luinese ha riassunto il sentimento di sorpresa con una ricostruzione dell’intera vicenda che di seguito pubblichiamo.

Un affresco salvato
Ho letto con attenzione l’articolo pubblicato il 24 ottobre a proposito della Crocifissione di Antonio da Tradate appesa in una sala al primo piano del “Verbania”, riscontrando alcune omissioni alle quali mi preme rimediare.
L’affresco si trovava a Campagnano, dove nel 1967 venne “scoperto” dal neonato gruppo Travalium, di cui facevano parte il trio Frigerio, Mazza e Pisoni, che con passione avevano iniziato a catalogare le opere d’arte che si trovavano nelle nostre valli.
Saputo che l’edificio in questione stava per essere oggetto di una radicale ristrutturazione, si rivolsero al restauratore Carlo Alberto Lotti per commissionargli lo strappo, come in gergo si chiama lo stacco di un affresco.
A questo punto Piero Astini, componente del sodalizio, si attiva per depositarlo in quello che allora si chiamava Istituto civico di cultura popolare, visto che in Maccagno all’epoca non esisteva un luogo idoneo alla sua conservazione.
In tutta questa vicenda l’assenza degli enti locali sembra evidente, se l’affresco esiste ancora il merito va solo ad un gruppo di appassionati; in quegli anni non si dava molto peso alla storia locale ed un’opera molto ammalorata di autore poco conosciuto raramente veniva recuperata. La questione evidentemente è delicata, per questo la nostra amministrazione sta facendo ricerche e valutazioni che possano portare ad una decisione equilibrata e giusta.
Sarebbe anche interessante sfogliare qualche numero di codesto giornale stampato tra il 1967 ed il 1968, per trovare magari ulteriori notizie.
Venendo ai nostri giorni l’ipotesi di trasferire la Crocifissione in Municipio corrisponde all’intenzione di valorizzare parte della collezione di Palazzo Verbania con un trasferimento a Palazzo Serbelloni, visto anche che si sta procedendo al restauro dell’edificio.
Ricorderei anche che proprio la tappezzeria della “Sala rossa” è stata oggetto di pulitura, dunque lì l’opera potrebbe avere una degna cornice.
Beh, alla fine la contesa accende i riflettori su un autore ed un’opera di pregio, sulla storia del nostro territorio… ben vengano le provocazioni, se portano ad un maggiore impegno nella salvaguardia e promozione di quello che c’è di interessante, magari anche sui muri di Maccagno come di Luino o nelle loro chiese.
Alessandra Miglio
Assessore territorio, verde pubblico e arredo urbano

«Tu m'hai lasciato questo, un bambinello », la Resistenza nelle parole di una donna

La figlia Giovanna ricorda Giuliana Gadola e "Il Capitano" Filippo Beltrami ucciso dai nazifascisti

A Gemonio vive ancora Giovanna, la figlia di Giuliana Gadola e dell’architetto Filippo Beltrami, trucidato dai nazifascisti insieme a Gaspare Pajetta e a undici partigiani nella battaglia di Megolo, nel febbraio 1944. La tragica vicenda, raccontata dalla madre nel libro “Il Capitano”, è stata traslata in una fiction cinematografica, recentemente presentata anche a Palazzo Verbania a Luino dal regista Vanni Vallino e dallo storico della Resistenza Mauro Begozzi. Un libro del quale Cesare Pavese ebbe a dire tra l’altro: «… è il primo di ispirazione partigiana, dove non s’acquatti la retorica». Significativa in proposito la testimonianza di Giovanna, rivolta al pubblico di Gemonio, in occasione della prima proiezione del film “Giuliana e il Capitano” nello scorso mese di aprile:
«Vi ringrazio di essere venuti per conoscere i miei genitori e il loro amore. Un amore di rara qualità, aperto al mondo, in cui ciascuno aiutava l'altro a essere se stesso, a realizzare la propria missione, a dare agli altri il meglio di sé. Questo loro reciproco modo di relazionarsi li ha portati pian piano, e non senza esitazioni, a decidere di entrare nella Resistenza e di dare il loro contributo a liberare il Paese dalla nube tetra e minacciosa che lo sovrastava.
Il film trae origine da un libro ("Il capitano") che mia madre ha scritto a Cogne, in Val d'Aosta, dove ci eravamo rifugiati dopo la morte di mio padre. Lì abbiamo passato un anno, dalla primavera del ‘44 alla liberazione, in una baita di montagna un po' fuori dal paese. Due donne, mia madre e una giovane trentina e tre bambini dai 7 anni ai 7 mesi.
Una poesia di mia madre descrive molto bene il suo stato d'animo in quel tempo.
Si intitola «La nostra storia».

Tu m'hai lasciato questo, un bambinello
di carne e pelo biondi come il miele.
Me lo porto in ispalla sui sentieri
in cerca d'uova da una grangia all'altra.

Se gli parlo di te, la nostra storia,
chiusa dall'insonnia in una casa
dove ogni notte mi sgretolo con te,
quella storia diventa una leggenda
e nell'aria pulita t'incorona.

Immaginiamoci la situazione: la giornata è finita, i bambini hanno fatto i compiti, hanno cenato, sono stati messi a letto sotto alti piumini d'oca. Viene riordinata la cucina, caricata la stufa, stabilite le incombenze per l'indomani, si spegne il parlottio dei bambini. Resta solo il borbottio dello stufa. Poi cala la notte, quella notte che mia madre non avrebbe mai voluto attraversare, che nessuno di noi vorrebbe attraversare, ma che prima o poi ci tocca.
Mia madre mi ha detto diverse volte che senza di noi si sarebbe buttata nelle azioni più rischiose della guerra partigiana a costo della sua vita. Dovendo restare con noi senza impazzire bisognava comunque interrompere la sequenza di quelle notti terribili. Ma come? Mia madre decise allora di scrivere la loro storia, per salvaguardarne la memoria. Le notti si trasformano in momenti di intenso lavoro, in cui mia madre deve per forza prendere le distanze dalla vicenda per riordinare i ricordi, per organizzare il materiale. Ed è la salvezza. Il dolore si trasforma in un atto creativo di grande importanza per se stessa, per noi figli, per mio padre che ritorna a vivere in quelle pagine.
La storia si fa leggenda.
Il manoscritto, avvolto in tela cerata, viene sepolto sotto un albero, in attesa di tempi migliori. Dissotterrato dopo la liberazione, inizia l'iter per essere pubblicato dalla casa editrice Gentile di Milano, nel febbraio del ‘46.
La nostra storia confluisce così nella storia collettiva della Resistenza, ma con un taglio particolare: è una donna che scrive, una donna il cui sguardo presta più attenzione alle emozioni, ai sentimenti, alle motivazioni, piuttosto che ai fatti d'arme.
Per finire vi invito a riflettere sulla frase del filosofo greco Sofocle: "Se una cosa è giusta, certo val meglio di una cosa saggia"... sulla quale i miei genitori hanno impostato la loro vita».
Un’opera quella di Giuliana Gadola che nell’edizione del 1964 ebbe l’onere di una postfazione del poeta Eugenio Montale, di Gianni Rodari e di Piero Calamandrei.
Emilio Rossi 

Cadegliano Viconago, recuperati gli affreschi della chiesa di S. Antonio

I lavori sono durati quarant’anni
Chiesa Viconago

(fp) A Cadegliano Viconago è stato presentato sabato 22 settembre nell’Oratorio Medievale il restauro degli affreschi della chiesa di S. Antonio. Il monumento è interamente decorato da un ciclo di affreschi che ne documentano le diverse fasi di costruzione.
Sono intervenuti il direttore ufficio Beni culturali ecclesiastici della Curia di Como don Andrea Straffi, Isabella Marelli della Soprintendenza per i Beni storici e artistici di Milano, il parroco don Giovanni Bianchi e il sindaco di Cadegliano Viconago Arnaldo Tordi, la presidente dell’Associazione recupero e tutela chiesa di S. Antonio Graziella Croci, la presidente della Comunità montana del Piambello Maria Sole De Medio, l’assessore provinciale alla cultura Francesca Brianza e inoltre Alessandra Brambilla della Pinacoteca Zust di Rancate, gli storici dell’arte Paola Viotto e Marco Brusa e il restauratore Massimo Maria Peron.
Sono serviti oltre quarant’anni di restauro per recuperare gli affreschi della chiesa, un piccolo gioiello architettonico e pittorico interamente decorato da un ciclo di affreschi che documentano le diverse fasi di costruzione del monumento. La chiesa fu adornata da dipinti murali fin dell’epoca romanica, successivamente i cicli pittorici furono coperti da strati di calce, probabilmente a causa di una pestilenza.
Nella cappella di sinistra è stata scoperta una singolare Crocifissione di grande valore liturgico e iconografico. Gli ultimi lavori hanno riportato all’antico splendore immagini dedicate alla Madonna del latte del XVII secolo e dipinti trecenteschi dedicati ai santi Leonardo, Maria Maddalena, Madonna in Trono e Madonna di Loreto. L’affresco di maggior pregio ritrae la Trinità sull’altare della fine del Trecento, di cui rimane ancora sconosciuto l’autore.
E’ toccato a don Andrea Straffi fare il punto sull’originalità dell’immagine della Trinità recuperata negli ultimi due anni e sul significato teologico di una raffigurazione, così particolare e unica, delle tre figure del Cristo perfettamente replicate (nella foto). Un esempio di raffigurazioni abbandonate dopo la Bolla papale del 1745 che metteva al bando una concezione triteistica, cioè di tre figure come tre Dei.
Rimandi ad affreschi della Valtravaglia e al vicino Canton Ticino sono stati fatti da Paola Viotto e Alessandra Brambilla. I loro studi fanno supporre la mano di Guglielmo da Montegrino o Antonio da Tradate. Nessun dubbio invece sugli affreschi della cappella di destra, dove è ben leggibile la data e la firma di Bartolomeo da Ponte Tresa, allievo di Bernardino Luini. 

Lago Maggiore, i turbini dell’Isola Bella

Abituati come sono a frequentare l’Isola Bella per ammirarvi le sale del palazzo Borromeo e i suoi giardini, i turisti spesso affrettandosi dall’uno all’altro ambiente, pressati dalla voglia di vedere tutto il possibile, non scoprono quello che da trecento e ottant’anni man mano di segreti e di curiosità l’Isola ha accumulato.
Ve ne sarebbe da scrivere pagine e pagine e non tutte le storie che si potrebbero raccontare sono positive o allegre: qualcuna dice gli sforzi di capimastri e artigiani, frustrati nel confronto con una natura quasi sempre solare, da “paradiso in terra”, che però talvolta riuscì a scatenarsi con violenza pari a quella che colpì l’Isola Bella, e con essa altri luoghi a noi cari del Medio Verbano, nello scorso 25 agosto.
Lavori e tempeste
Chi viene a visitare l’isola ignora come l’intenso lavorio di continua sistemazione dei vari ambienti botanici fu spesso ridotto a niente da trombe d’aria e tempeste, che misero in ginocchio quel paradiso terrestre, e fecero disperare chi vi lavorava di non poter forse rimettere le cose nello splendido ordine sognato da Vitaliano VI Borromeo nella seconda metà del Seicento.
Ma il turista deve sapere, per gustare appieno la perfezione con cui oggi vengono tenuti giardini e sale del palazzo museale, che, soprattutto durante la costruzione del palazzo, crolli e distacchi nelle volte e nelle decorazioni a stucco furono cosa frequente, come spesso accadeva nei cantieri edili dei grandi edifici del Seicento.
Oggigiorno ci si impressiona – giustamente – per i gravi danni causati dalla tromba d’aria di sabato 25 agosto, che ha recato violenza non solo alle isole, ma soprattutto a giardini e ville private, oltre che alle notissime Villa Taranto, Villa San Remigio, all’Allea delle Magnolie di Pallanza, all’Archivio di Stato di Verbania e al Museo del Paesaggio (quasi che il tempo atmosferico abbia voluto accanirsi con quanto di più prezioso e bello il nostro lago può regalare ai turisti: la cultura e la propria memoria storica), spingendosi poi a far strage di tetti e di alberi di là del lago, nell’entroterra lavenese.
Catastrofi del ‘600
Anche un tempo succedevano disgrazie paragonabili a quella appena occorsa, e forse – pur considerando che i mezzi tecnici erano meno adeguati, anche se la manodopera più abbondante e a buon mercato – esse risultavano più catastrofiche.
Venti impetuosi sollevarono talvolta onde alte e rabbiose dal lago, che demolirono facilmente i muraglioni di contenimento edificati con tanta fatica negli ultimi anni Settanta del Seicento: lo constatavano sconsolati nell’aprile del 1681 coloro che verificavano i danni e però scrivevano che alla fin della fiera «le disgratie del muraglione» erano «sane, perché insegnano». Il vento, infatti, era stato «portentoso, a sentir gl’effetti da esso cagionati»; il «riparamento» fatto al muraglione non era stato sufficiente a resistere ad altre raffiche, e tutto il lavoro di rinforzo fatto sino ad allora era stato inutile, anche se aveva insegnato che si doveva construire in modo più robusto.
Analoghi guai capitarono, sempre a causa dei venti, ad alcune statue in varie zone dei giardini, e alle guglie della chiesa parrocchiale (1667); in un caso (a inizio anno 1682, esattamente il 2 gennaio), per il terribile vento che tirava in quell’inizio d’anno cadde una statua che reggeva, al culmine del cosiddetto “Teatro d’Ercole”, l’insegna in ferro battuto dell’Humilitas; per tutto il Settecento, e l’Ottocento non si contano gli alberi stroncati alla base o dai “turbini”: la causa prima è però da ricercare nel mutato gusto botanico che man mano introduceva all’Isola essenze arboree ad alto fusto.
Troppa temerarietà nei disegni e mezzi tecnici talvolta ridotti costringevano i capimastri, manovali e stuccatori attivi in palazzo a rimettere mano a muri pericolanti, volte che appena gettate nel consolidarsi si riempivano invece di crepe, ornamenti che cadevano all’improvviso, costruzioni in extremis di pilastri di rinforzo...
In questo modo l’Isola Bella, luogo dove il bello e l’armonia delle costruzioni borromee hanno alle lunghe avuto ragione degli inconvenienti verificatisi negli propri antichi cantieri, si mostra (anche oggi che sono passate poche settimane dalle ferite che le trombe d’aria del 2012 le hanno inflitto) perfetta e desiderabile agli occhi dei turista: un paradiso in terra, una festa per gli occhi e per la memoria artistica del lago. Nell'immagine, le Isole in inverno (foto Ivan Spadoni)
G.C.

Verbania, “Ricostruiamo il parco di Villa Taranto”

L’appello è stato lanciato da Paolo Pejrone al Salone del Libro Editoria & Giardini

A Verbania il 22 settembre, all’inaugurazione del Salone del Libro Editoria & Giardini, il fondatore dell’Associazione Italiana Architetti del Paesaggio, Paolo Pejrone, ha lanciato un appello per la ricostruzione del parco di Villa Taranto distrutto dal tornado del 25 agosto.
Il celebre architetto ha dato la sua voce a una causa cara non solo agli abitanti di Verbania, ma a tutti coloro che sono consapevoli del disastro abbattutosi sulla cultura, sulla bellezza dei giardini verbanesi, sul paesaggio e sul turismo. In campo è sceso anche il Fai (Fondo Ambiente Italiano), che ha avviato una raccolta firme per far rientrare Villa Taranto tra “I Luoghi del Cuore”. Il censimento nazionale, promosso in collaborazione con Intesa San Paolo, chiede ai cittadini di indicare i luoghi che vorrebbero fossero ricordati e conservati intatti per le generazioni future.
La catastrofe ha sconvolto giardini, ville, abitazioni, strade. Villa Taranto, uno dei giardini botanici più importanti d’Europa che ogni anno accoglie 130 mila visitatori, ha visto schiantarsi a terra oltre 300 alberi secolari.
Non meno gravi le conseguenze sull'Archivio di Stato. Lo scoperchiamento del tetto ha causato il bagno di metri e metri lineari di documenti. La direttrice Mora ha invocato l’aiuto di volontari e Il Magazzeno Storico Verbanese ha subito appoggiato l’appello, sollecitando la collaborazione ad asciugare «carte e dati storici unici e indispensabili alla conoscenza del territorio». 

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