Edizione n.21 di mercoledì 16 giugno 2021

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Sacro Monte di Varese, riapre la Casa Museo Pogliaghi, lo scultore del Portale del Duomo

La Casa Museo di Lodovico Pogliaghi, al Sacro Monte di Varese, dal 10 maggio torna alla collettività. Il pubblico potrà dopo 23 anni inoltrarsi nella splendida dimora, luogo d'arte e di pensiero, che Pogliaghi, affascinato dalla bellezza dei luoghi, predispose come propria abitazione. La colmò di sé stesso, di eclettica genialità artistica e di quella storia che prediligeva. Testimonianza di ciò sono, oltre la progettazione delle strutture, le collezioni che popolano la casa, dall'archeologia al Liberty, dal sacro al profano, dall'Oriente all'Occidente.
Il visitatore ammirerà reperti egizi, etruschi e di epoca greco-romana, opere del Rinascimento e di epoca barocca (anche statue lignee del XV e XVI secolo, una scultura del Giambologna e tele di Procaccini, Magnasco e Morazzone), una ricca collezione di tessuti antichi europei e asiatici, arredi... Una messe complessa ed evocativa.
Nato a Milano nel gennaio 1857 dall’ingegnere ferroviario Giuseppe Pogliaghi e da Luigia Merli, entrambi appartenenti a colte famiglie borghesi milanesi, Pogliaghi frequentò il Liceo Parini di Milano per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove fu suo professore Giuseppe Bertini. Fantasia, facilità di esecuzione, ordine e dedizione caratterizzarono la sua opera. Ai dipinti giovanili a carattere religioso e storico – nonché al restauro e alla decorazione di nobili dimore – affiancò presto la produzione scultorea (suo capolavoro il Portale del Duomo di Milano), ambito che più gli riuscì congeniale. Si applicò con finezza ed eleganza anche alla grafica, alla glittica, all’oreficeria e all’arte vetraria. Fu insegnante d’ornato a Brera dal 1891 e fece parte dei più validi consessi artistici. Proprio i gessi della Porta del Duomo di Milano, a grandezza naturale, accolgono nella sala principale della Casa Museo al Sacro Monte. Con essi altri lavori realizzati fino al 1950, anno di morte.


La riapertura avviene per volontà della proprietà, la  Veneranda Biblioteca Ambrosiana. Fondata nel 1607 dal cardinale Federico Borromeo l'istituzione comprende una Accademia di studi a livello mondiale diretta dal prefetto (mons. Franco Buzzi) e coordinata da un Collegio dei Dottori, una pinacoteca tra le più importanti al mondo (si pensi solo al Codice Atlantico di Leonardo), una straordinaria biblioteca. Il finanziamento per il restauro e la messa in sicurezza degli ambienti (100.000 euro ) si deve alla Regione Lombardia nell'ambito di una più ampia valorizzazione del Patrimonio Unesco dei Sacri Monti di Lombardia e Piemonte.


«Questo luogo incantevole – ha sottolineato lunedì 5 l'assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Regione durante l'inaugurazione - ha diversi importanti significati. Tra essi quello di valorizzazione dei luoghi spirituali presenti sul territorio lombardo. Stiamo portando avanti infatti anche una progettualità, in vista di Expo e del dopo Expo, in cui sono presenti, oltre i Sacri Monti, le Vie della Fede di Lecco, la Via Francigena, il Cammino di Sant'Agostino».
«La riapertura delle collezioni della Casa Museo Pogliaghi sostenuta dal costante e appassionato lavoro della Fondazione Pogliaghi - spiega la la Veneranda Biblioteca Ambrosiana nel presentare l'evento- contribuisce a valorizzare la storia e l’attrattività turistica del Sacro Monte di Varese, creando una più stretta connessione con la città di Milano in vista della prossima apertura di Expo 2015. La Casa Museo Lodovico Pogliaghi si aggiunge ad altri luoghi di grande rilevanza culturale nell’ambito della Provincia di Varese. Per questi si auspica la costituzione di una rete di percorribilità e fruibilità turistica, che già si disegna tra gli enti riferiti alla Diocesi di Milano».
La conclusione dell'iter che ha condotto alla riapertura segna così il punto di incontro con la intenzioni stesse di Pogliaghi. La Fondazione infatti fu da lui creata al momento della donazione alla Santa Sede della villa, in modo da coadiuvare la Biblioteca Ambrosiana nella conservazione della casa e delle raccolte.

APERTURA AL PUBBLICO - La Casa Museo Pogliaghi (Via Beata Giuliana 5, Santa Maria del Monte in Varese ) resterà aperta e visitabile dalle 9 alle 18 il sabato e la domenica e su appuntamento durante la settimana. Per l'accesso alle collezioni è previsto un biglietto d'ingresso di 4 euro (biglietto ridotto a 3 euro per studenti in visita di scolastica e gruppi, biglietto famiglia per due adulti e due bambini a 10 euro). È stato inoltre stipulato un accordo con il vicino Museo Baroffo, per permettere ai visitatori del Sacro Monte di accedere ad entrambi i musei usufruendo di un biglietto cumulativo di 5 euro.
INFO A partire dal 10 maggio 2014. info@casamuseopogliaghi.it 328.8377206 Twitter @CasaPogliaghi  

Mostra di Bernardino Luini (Milano, palazzo Reale, dal 10 aprile). Inaugurazione, Questioni di famiglia

9 aprile, ore 19.30. Piacevole, e a tratti insolito, buonumore milanese: sarà l’effervescenza delle idee del Salone del mobile, che riempie la città; sarà la grande attesa per la mostra (dopo così tanti anni da quella luinese); o forse sarà il cielo azzurro, come azzurro sa essere il cielo di Lombardia quando i tempi delle stagioni vengono rispettati. E, in questa sospesa atmosfera ambrosiana, pare proprio rispettato l’annuncio di una tersa primavera; e, con questa, di quel palpitante istante in cui si sciolgono i nodi e le tensioni legate a una lunga riflessione storico-critica e a un’altrettanto lunga ed estenuante costruzione del ‘grande evento’.
Il tempo dell’attesa è finito. Entriamo.
Come da programma, questa visita è per noi solo l’occasione per farci un’idea non troppo impegnativa della rassegna. L’occhio, preavvertito, cerca nel contrasto tra il bianco e il grigio sfumato delle strutture che ospitano, rispettivamente, i lavori di Luini e quelli di tutti gli altri. Pregustiamo i lavori del ‘maestro’, tra riconoscimenti e novità di segno e di contenuto. Cerchiamo i suoi ‘compagni’ d’arte e di vita: Lotto, Bramantino, Solario; Leonardo, soprattutto, la cui ‘Scapigliata’ sarà lì in mostra, da Parma, solo fino al 4 maggio. Rivediamo emozionati le Ragazze al bagno in mostra nel ’75 a Luino (precisando, non solo per vantare una certa giovane età, che non le abbiamo ammirate durante l’evento luinese, ma alla Pinacoteca di Brera). Gustiamo con calma la Sala delle Cariatidi nella quale, tra ricchi apparati decorativi, specchi e finestre, va in scena per sommi capi, la parabola della bottega Luini. Felici del privilegio di essere ormai quasi soli davanti al ‘nostro’, tentiamo di registrare quel dialogo che le opere sembrano aver avviato con lo spazio circostante: un dialogo a tratti di accoglienza e di sincerità reciproca a tratti di raffinatissima e cortese sfida. Non dimenticando, come precisato anche dal direttore di Palazzo Reale, l’esistenza, sul fondo, di un legame ‘affettivo’ tra Luini e la sede che ora nuovamente lo ospita: qui le Ragazze al bagno fecero bella mostra di sé al mondo da quando furono strappate (sono un affresco) dai muri di villa Rabia a Sesto S.G., nei primi dell’800.
Ci dedicheremo, prestissimo, alla visita, quella impegnativa. Ora abbiamo un’idea più precisa di quello che ci aspetta: i Luini, padre e figli, l’Aurelio in particolare, “che si prende sulle spalle il compito di affrontare i demoni del Manierismo” oltre che il peso di una legittima quanto complicata eredità.
Al Luini eravamo già particolarmente affezionati ma ora sta proprio diventando una questione di famiglia.
(a proposito dei 140 caratteri: promessa non mantenuta, lo ammettiamo, senza troppi sensi di colpa. Basterebbero solo per ricordare che la mostra è aperta fino al 13 luglio e che tutte le informazioni sono sul sito www.mostraluini.it)
Federico Crimi e Tiziana Zanetti 

Milano, Bernardino Luini e i suoi figli

Dal 10 aprile al 13 luglio a Palazzo Reale una mostra sul pittore di Dumenza, 39 anni dopo quella di Luino
il poster di Luino del 1975
manifesto prossima mostra su Bernardino Luini

39 anni dopo l’esposizione dedicata nel 1975 a Sacro e profano nella pittura di Bernardino Luini, arditamente allestita in un rivoluzionato Palazzo Verbania, dal 10 aprile al 13 luglio a Milano (Palazzo Reale) si torna su quello che, forse, fu il più noto pittore del rinascimento in terra lombarda. Tra allora e oggi una cosa, di sicuro, è cambiata: si è scoperto che Luini, sempre supposto luinese, luinese non era, ma quasi. Facendo Scappi di cognome, sarebbe nato a Dumenza nel 1481 o giù di lì, figlio di Giovanni e, per nonno (Bernardo), uno dei tanti magister di valle.
DICERIE E RICERCHE
Così, finalmente, dal 1993, grazie alla scrupolosa ricerca di Vittorio Pini e Grazioso Pisoni, s’è potuto gettare luce su una biografia altrimenti poco nota. Troncando, di netto, tutte quelle dicerie sul ‘nostro’ che si erano alimentate in oltre un secolo di pagine tanto elogiative, quanto acritiche: chi l’immaginava (è il caso di un romanzetto di metà ’800) un poco licenzioso durante il soggiorno nella villa Pelucca, a Sesto S.G., dove lasciò un ciclo d’affreschi (1513-14 ca.) che è opera sua più celebre; chi lo pensava attaccabrighe e violento, tanto che la Crocifissione sul tramezzo in S. Maria degli Angeli a Lugano (1529) sarebbe stato frutto del forzato ritiro nell’attiguo convento, per sfuggire a chissà quali misfatti.
RASSEGNE MONOGRAFICHE DA COMO A MILANO
Con un elenco di fan sterminato (forse anche la Regina Vittoria, alla quale sarebbe sfumato l’acquisto dell’angelica pala in S. Magno a Legnano, del 1523 ca.), la figura di Luini s’è scontrata, alla svolta del ’900, con l’affinarsi degli strumenti critici e con l’affiorare, a volte dall’oblio, d’altri contemporanei degni di massima lode: tanto da rischiare di divenire, per alcuni, puro esecutore d’altrui sperimentazioni.
Così, dimentichi del maestro d’affetti infusi in soavi Madonne con Gesù bambino, degli elogi di Stendhal, Ruskin e Balzac, il ‘nostro’ arrivò al 1953 quando, finalmente, gli fu dedicata una rassegna monografica a Como, la prima. Il prezioso catalogo, curato da Angela Ottino Della Chiesa, affrontò con taglio analitico un’opera vasta e importante, ancorché concentrata tra il 1507 (oggi si retrocede al 1501) e il 1532, anno in cui la morte, forse nel capoluogo lombardo, arrestò “la sua terrena opera di poesia”.
CURATORI E ALLESTIMENTO
La mostra attuale ricalca quell’ambizioso progetto, non quello luinese, concentrato com’era su aspetti specifici dell’opera di Luini. Sarà certamente occasione per nuove esegesi di sicuro valore e innovative angolazioni di lettura, aperte a futuri studi, com’è nella tradizione dei curatori, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, già autori (per stare nei pressi) del ‘visitatissimo’ allestimento dedicato al Rinascimento nelle terre ticinesi, alla Züst di Rancate (2010; con Marco Tanzi).
Ben 12 le sezioni che si dispiegheranno nell’intero primo piano di Palazzo Reale, Sala delle cariatidi inclusa. L’allestimento ‘di grido’, affidato a Piero Lissoni, giocherà su nette cromie per richiamare, di volta in volta, i paralleli con l’opera di: Boltraffio, Gaudenzio Ferrari, Caroto, Cesare da Sesto, Lotto, ecc. Bramantino, soprattutto, la cui Sacra Famiglia (da Brera) illumina sulle evoluzioni luinesche nella citata Pelucca, ciclo che (nelle cromie uscite dal restauro del 1992, curato da Pinin Brambilla e sorvegliato da Maria Teresa Binaghi Olivari) sarà presente nei grandi capisaldi, dal ‘volo fatato’ di S. Caterina alle ultra-note Bagnanti.
OLTRE 200 TRA RECUPERI E PRESTITI
Oltre 200, tra recuperi in collezioni private e prestiti internazionali. Ecco il concatenarsi delle sezioni: la formazione, con quell’escursione in Veneto che è tra i capitoli fondanti della peculiare maniera luinesca; il ritorno a Milano e gli anni dieci (tra la pacata monumentalità di Zenale e Andrea Solario, colui che precisò il ‘tipo’ Madonna con Gesù bambino, sublimato da Luini nella versione ‘con roseto’, icona di questa rassegna) e venti; le complesse iconografie dei cicli sacri e profani, specchio dell’anima inquieta di Milano assediata dai Francesi; la superba parabola dei ritratti (ci sono tutti e tre i più famosi, superstiti di una produzione falcidiata nel tempo) culminate nei ‘tondi’ dei volti degli Sforza, riproposti con simulazione della disposizione originaria, quant’erano nella casa degli Atellani (ora sono al Castello Sforzesco); le sale dedicate al ‘dopo Roma’; la sintesi di una “formula di successo” (1525-30): Gesù bambino con l’agnello; la più popolare tra le Salomé (dagli Uffizi; in paragone con La scapigliata, bozzetto autografo di Leonardo); la Venere di Washington, recante, sullo sfondo, “il più trasfigurato paesaggio che Luini abbia dipinto” (Ottino).
EREDITÀ
Si arriva alla sez. 12., stimolante come mai: l’eredità. Non solo i figli (tra cui la fa da padrone Aurelio), ma un’indagine sull’insistente protrarsi per buona parte del ’500 di una ‘autorità’ Luini, come comprova (per stare in valle) il suo determinante influsso nel recidere di netto le formule gotiche, reiterate per secoli, d’attardate botteghe di ‘madonnari’. Ne sia d’esempio, in mostra, la pala di Bartolomeo da Ponte Tresa, il cui capolavoro sta racchiuso nel ciclo affrescato qui vicino, in S. Antonio abate a Viconago (una poderosa monografia su Cadegliano e sulla chiesetta è stata presentata giusto sabato passato). Luini che apre, persino, ai Campi e a Simone Peterzano (Pentecoste, 1580 ca.). E da Peterzano, si sa, s’arriva a Caravaggio. Che sia vero che “chi dice Luini, dice Lombardia”?
5.855 caratteri! La prossima volta staremo nei mitici 140. Primo cinguettio: inaugurazione 9 aprile. Poi lasceremo più ampio spazio al Luini, grazie ad un’intervista che, ci auguriamo, i curatori vorranno concederci. Nessun surrogato informatico, invece, abbiamo in mente che sostituisca una visita, dal vero, alla poetica arte del ‘nostro’.
Federico Crimi e Tiziana Zanetti

Nelle foto:
1) Manifesto della mostra su Bernardino Luini a Luino nel 1975;
2) Manifesto della mostra su Bernardino Luini a Milano dal 10 aprile al 13 luglio 2014 

Piazza Scala, al maestro Abbado l'ultimo saluto della Milano democratica nel Giorno della memoria

Piazza Scala per Abbado 27 gennaio 2014

Lunedì 27 gennaio, in un tardo pomeriggio molto milanese - freddo ma non freddissimo, umido ma sopportabilmente -, molto milanese non solo per le temperature ma anche perché la popolazione - dai luoghi comuni spesso dipinta tiepida se non freddina, frettolosa, quasi distratta nel suo essere gran produttrice di lavoro - ha fatto quello che sempre ha fatto nei tempi storici della sua anima, s'è raccolta. Chi poteva, fisicamente; col sentimento, un'altra infinità. Migliaia di persone – si dice più di ottomila – sono accorse nella piazza icona di Milano, davanti al Teatro alla Scala, le strade del centro chiuse al traffico.
Milano, e con lei l'Italia, qui davano il loro saluto al maestro Claudio Abbado, scomparso il 20 gennaio. A teatro vuoto e porte aperte, come vuole la tradizione scaligera nei confronti dei suoi direttori musicali. In modo che la musica che non conosce confini ed è di tutti su tutti fluisca, senza discriminazioni.

La piazza ha indossato il suo colore d'imbrunire invernale e qualcosa di più, una rete di fili simbolici intrecciati stretti stretti in sentimento di unità e appartenenza. Perché il 27 gennaio è anche il Giorno della Memoria, in cui si ricordano le vittime della Shoah e la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Abbado, uomo di libertà e democrazia, si è spento a Bologna, città profondamente antifascista. A dirigere la Filarmonica nella Marcia funebre dalla terza Sinfonia "Eroica" di Beethoven era quel prodigioso Daniel Barenboim, di origini ebraiche, capace di creare una orchestra-mito, la West-Eastern Divan Orchestra, interamente composta da musicisti arabi e israeliani. Al di là di confini, muri, fili spinati.
«Abbado, per sempre», ha scritto sul suo sito il Teatro alla Scala, e poi: «Claudio Abbado ci ha lasciati. Ma alla Scala resterà per sempre. Questo è il suo Teatro: il luogo in cui rimane, concreto e tangibile, il segno del direttore senza confini, del musicista senza preconcetti, dell’uomo di teatro pronto a rischiare, dell’uomo di pensiero aperto al mondo». Tangibile segno.
Nella stessa giornata, e nei giorni precedenti, ex deportati, i coraggiosi Testimoni della Memoria - si chiamano Sami Modiano, Piero Terracina, Stella Levi, Lello Di Segni, Rosa Hannan, Nedo Fiano... - hanno percorso vie, rivisitato testimonianze, incontrato scolaresche, accompagnato persone di ogni ceto ed età perché vedessero di quanto orrore si sono nutriti nazismo e fascismo. Anche loro, i Testimoni della Memoria, sono "tangibile segno". Ogni volta che ricominciano a spiegare rivivono quei lutti, la privazione, la morte, indossano il colore d'imbrunire invernale sul quale però ora non c'è più quello della solitudine.
Elena Ciuti

Maccagno, nato il nuovo Comune "Maccagno con Pino e Veddasca”

La sede del municipio

Martedì 21 gennaio è un giorno destinato a segnare la storia di una fascia dell'alto Varesotto. Il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato all’unanimità la nascita del comune di “Maccagno con Pino e Veddasca”, sancendo contemporaneamente la scomparsa di Maccagno, Pino Lago Maggiore e Veddasca.
Il processo di fusione, sottoposto a referendum il 1° dicembre 2013, ha così concluso il proprio iter e ora si aspetta solo la pubblicazione della legge sul Bollettino ufficiale della Regione. Il giorno dopo, la legge sarà in vigore a tutti gli effetti e il prefetto di Varese invierà un commissario che traghetterà il nuovo ente fino alle elezioni del 25 maggio prossimo.
Il comune di Maccagno con Pino e Veddasca, con i suoi 40,6 chilometri quadrati di superficie, sarà il secondo per estensione di tutta la provincia di Varese, dietro soltanto al capoluogo. Con due confini di Stato con la Svizzera (a Zenna e Indemini) sarà contermine al comune ticinese del Gambarogno, anch’esso frutto di un analogo processo nel 2010, che ha visto fondersi ben nove centri. 
Il nuovo comune dell’alto Varesotto, solo nel 1927, teneva insieme ben dieci diversi enti locali autonomi. Cinque formavano quello che sarebbe diventata Maccagno (Maccagno inferiore, Maccagno superiore, Garabiolo, Campagnano e Musignano), quattro diventarono comune di Veddasca (Cadero con Graglio, Armio, Lozzo e Biegno), mentre Pino Lago Maggiore fu sempre un’unica entità. Allora a procedere alla semplificazione ci pensò il regime fascista con un’imposizione dall’alto, oggi invece si è trattato di un processo democratico voluto direttamente dai cittadini. (Altre di Maccagno cliccando Sezione Valli Monti Laghi).

Fusione dei Comuni, via libera a Maccagno, stop in Valcuvia

A Milano, mercoledì 8 gennaio, le commissioni consiliari della Regione Lombardia Affari Istituzionali e Riordino delle Autonomie hanno espresso il loro parere sugli esiti dei referendum del 1° dicembre sulla fusione dei comuni. In provincia di Varese i casi in ballo erano due e opposto è stato l'orientamento deliberativo delle commissioni.
La proposta di fusione tra i comuni di Maccagno, Pino Lago Maggiore e Veddasca, dove la consultazione popolare era stata univoca con la vittoria ovunque del , anche se in due casi (Maccagno e Pino) per un solo voto di scarto, è stata approvata all’unanimità. Pollice verso da parte di tutti i gruppi politici invece per quella di Grantola, Masciago, Ferrera di Varese, Cassano Valcuvia e Mesenzana. In questa zona i sostenitori della fusione avevano vinto a Masciago Primo e Grantola, mentre i contrari avevano prevalso a Cassano Valcuvia, Mesenzana e Ferrera.
Martedì 21 gennaio ci sarà l’ultimo passaggio formale in Consiglio Regionale. Se il voto sarà confermato, nascerà il nuovo Comune di “Maccagno con Pino e Veddasca”. Bisognerà poi attendere la pubblicazione della legge sul Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia (Burl) e, il giorno successivo, sarà avviato il commissariamento prefettizio. A quel punto sindaci, giunte e consigli comunali attuali saranno azzerati e il 25 maggio si procederà alle elezioni amministrative.
Resta da aggiungere che il 2014 segnava comunque la scadenza naturale per le amministrazioni di Maccagno e Veddasca, mentre a Pino Lago Maggiore si era votato appena due anni fa. 

Laveno Mombello, il lago Maggiore nell'incisione del '900

Al Midec dal 14 dicembre al 12 gennaio mostra delle opere di undici artisti

Paesaggi e architetture, composizioni, figure femminili e maternità. Ecco le tre sezioni della mostra di incisori del '900 “Sguardi sul lago Maggiore”, che sarà inaugurata sabato 14 dicembre (ore 11) a Palazzo Perabò a Cerro di Laveno Mombello.
Fino a domenica 12 gennaio 2014 si potranno ammirare acqueforti e acquetinte, unitamente a puntesecche e incisioni a bulino, di undici artisti che, per breve o lungo tempo, dimorarono a Laveno. Le opere, tutte originali, esprimono stile e visione dei luoghi di Luigi Arioli (1916-1998), Cornelio Bellorini (1928-2011), Mario Caprioli (1912-1968), Luciano Castiglioni (1923-2002), Marco Costantini (1915-2003), Pietro Costantini (1948-1968), Ambrogio Nicolini (1899-1990), Edmondo Passerella (1929-2005), Albino Reggiori (1933-2006), Luigi Russolo (1885-1947), Renato Venezian (1920-1994).
Il viaggio nel mondo dell'incisione del ‘900 è stato promosso dall’assessorato alla cultura di Laveno Mombello e curato dal conservatore del MIDeC (Museo Internazionale Design Ceramico) Maria Grazia Spirito. Nella sezione dedicata alla maternità sono presenti anche alcune incisioni con iconografia sacra che raffigurano la natività di Cristo.
ORARIO: martedì 10-12.30; da mercoledì a domenica 10-12.30 e 14.30-12.30; lunedì, Natale e Capodanno chiuso. Ultimo ingresso mezz'ora prima della chiusura. (Info: 0332/625551; segreteria@midec.org; www.midec.org). 

Casciago, 200 alunni adottano la "Ghiacciaia" della scuola

Alla storia delle "nevere" saranno dedicati studi e ricerche durante tutto l'anno scolastico

A Casciago (Varese), il 20 novembre, i 200 alunni delle scuole S. Agostino e Villa Valerio hanno adottato la “Ghiacciaia” che si trova nel loro edificio e scoperto una targa a memoria dell’impegno assunto. A rimuovere il drappo, per conto di tutti i giovani studenti, sono stati l’alunna più piccola della scuola elementare, Laura, e l’alunno più grande delle medie, Alexander. Erano presenti anche il sindaco di Casciago Beniamino Maroni e il dirigente scolastico Antonio Antonellis.
La cerimonia ha concluso due giorni - il 19 e il 20 - dedicati dall’intera scuola alle lezioni didattiche tenute da Lucina Caramella, presidente del comitato promotore Club Unesco di Biandronno nel Seprio, sul tema: “Non solo ghiaccio... natura, ambiente e architettura: le ghiacciaie”. La speciale adozione è stata promossa nell'ambito della Settimana Unesco di Educazione allo sviluppo sostenibile (18-24 novembre 2013), sostenuta dalla Commissione nazionale italiana per l’Unesco e dedicata, quest’anno, al tema “I paesaggi della bellezza: dalla valorizzazione alla creatività”.
Le “ghiacciaie” o “nevere” sono particolari manufatti assegnabili alle forme dell’architettura spontanea e destinate, prima dell’avvento dei moderni frigoriferi, alla conservazione annuale di ghiaccio e neve sia per conservare gli alimenti sia per scopi terapeutici. Nel territorio varesino se ne contano ancora in buon numero e il loro patrimonio di “cosa” e “come” si faceva una volta merita di essere salvaguardato e riutilizzato nel rispetto delle loro peculiarità.
Il tema delle ghiacciaie è stato proposto e curato dal Club Unesco di Biandronno nel Seprio e sarà sviluppato nel corso dell’anno scolastico sotto la guida dei 20 docenti. Alla sua realizzazione parteciperanno l’Archivio di Stato di Varese, il Club Foto Click di Carbonate e le associazioni dei genitori delle due scuole con il sostegno della Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus e del Centro di studi preistorici e archeologici di Varese.

Varese, in cinque anni persi 15mila posti di lavoro

Tra il 2007 e il 2012 la crisi ha penalizzato soprattutto industria, costruzioni e artigianato - Il 2013 iniziato con un nuovo peggioramento

Persi in cinque anni nel Varesotto quasi 15mila posti di lavoro. Le sofferenze di industria, costruzioni e artigianato sono state compensate solo parzialmente dai risultati dei servizi. I dati sono stati elaborati dall’Ufficio Studi della Camera di Commercio sulla base del Sistema Monitoraggio Annuale Imprese Lavoro (SMAIL).
La crisi iniziata nel 2008 ha colpito duramente l’economia e l’occupazione varesine e, dopo il timido miglioramento nel 2010, il riaffacciarsi della recessione ha peggiorato il bilancio complessivo 2007-2012. In questo periodo, sul territorio provinciale, gli addetti sono passati da 280.757 a 265.979 con una perdita di quasi 15mila posti di lavoro (-5,3%).
Particolarmente negativo il saldo del settore industriale, passato da 111.629 a poco più di 97mila addetti (-13,1%). Le perdite più consistenti sono state registrate nei comparti maggiormente rappresentativi dell'economia locale, dal tessile, abbigliamento, cuoio-calzature (-25,3%) alle macchine e apparecchiature elettriche ed elettroniche (-15%), alla metallurgia e prodotti in metallo (-13,1%).
POSITIVI I SERVIZI
Male anche il bilancio delle costruzioni. Il settore è passato da 28.790 a 24.854 addetti (-13,7%), mentre è rimasto positivo il comparto delle public utilities (+2,7%).
Nel quinquennio il settore dei servizi ha creato oltre 3mila e 600 posti di lavoro (+2,7%), bilanciando però solo parzialmente il dato negativo dell’industria. Opportunità di lavoro si sono aperte nella sanità, assistenza sociale e istruzione private (+17,4%), nei servizi di ristorazione (+16,8%) e alloggio (+8,7%), nelle attività di consulenza e professionali (+12,1%).
Infine, il confronto tra fine dicembre 2012 e marzo 2013 (ultimo dato disponibile nella banca dati SMAIL della Camera di Commercio di Varese) indica un nuovo peggioramento, -2.500 addetti. Il valore, sebbene andrebbe depurato da effetti di stagionalità, lascia comunque presagire una situazione di crisi che non trova soluzione, generando ricadute sul fronte occupazionale ancora molto pesanti.
ARTIGIANATO IL PIÙ COLPITO
Le principali perdite di addetti si registrano nel comparto artigiano. Qui il -13,6% tra il 2007 e il 2012 è pari a 8.000 unità sulle 15.000 perdite in totale, dato ancor più preoccupante se si pensa che questo ambito rappresenta il 20% degli addetti totali. Nel quinquennio, inoltre, la diminuzione del numero delle imprese si concentra soprattutto nei primi loro due anni di vita (-22%), mentre aziende con una struttura più consolidata (oltre i 10 anni di attività) sono riuscite in questo lasso di tempo a mantenere i livelli occupazionali. 

Fusione comuni nel Luinese, parere favorevole di Provincia e Comunità montana

Nuovo passo in avanti lungo l’iter che porterà al referendum consultivo sulla fusione tra i comuni di Maccagno, Pino Lago Maggiore e Veddasca. La legge regionale del 2006 che regola le circoscrizioni comunali e provinciali - all’art. 8 - prevede che i progetti di legge per l’istituzioni di nuovi comuni siano trasmessi al consiglio provinciale territorialmente competente nonché, qualora si tratti di un comune montano, all’assemblea della comunità montana nel cui ambito territoriale gli stessi hanno sede, per la formulazione del rispettivo parere di merito.
Il Commissario straordinario di Villa Recalcati Dario Galli ha dato il via libera all’accorpamento con proprio provvedimento dello scorso 5 settembre, mentre la Comunità montana “Valli del Verbano” ne ha discusso durante l’assemblea del 30 settembre. Il parere favorevole è stato pressoché unanime, giunto con le sole astensioni di Tronzano e Casalzuigno. (Altre sull'argomento in Sezione Valli Monti Laghi).

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