Edizione n.26 di mercoledì 11 luglio 2018

Libri

Giovanni Reale e il suo Platone postumo

A due anni dalla scomparsa l’illustre studioso sarà ricordato da Roberto Radice e Giorgio Ferri con la presentazione del suo “ultimo grande lavoro” - Incontro sabato 15 ottobre (ore 21) nell’ex Colonia elioterapica di Germignaga

A Germignaga, sabato 15 ottobre (ore 21), Giovanni Reale sarà ricordato nel secondo anniversario della morte (Candia Lomellina 15 aprile 1931-Luino 15 ottobre 2014).
Nell’ex Colonia elioterapica il suo “allievo” e docente alla Cattolica Roberto Radice e il cognato Giorgio Ferri presenteranno “l’ultimo grande lavoro” di Reale, undici Dialoghi di Platone sulle virtù, pubblicati postumi. «Questi libri, spiega Ferri, sono stati pubblicati da Bompiani e sono in vendita dalla fine del 2015, ma non sono mai stati presentati in pubblico per le note vicende della casa editrice».  

Milano - Gertrude Stein, l'Avanguardia e il Novecento

Sabato 18 Anna Maria Verna e Giulietta Rovera presenteranno il loro saggio in Libreria Antigone
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Molto si è scritto di Gertrude Stein (Allegheny, Pennsylvania, 1874 - Neuilly-sur-Seine, Francia, 1946) e del suo carisma. Eppure l'indagine su questa straordinaria scrittrice e poeta, biologa, psicologa e filosofa, collezionista (acquistò tele di autori quali Picasso quando ancora il mondo non li apprezzava), così autonoma da rendere famoso il proprio salotto parigino dove le avanguardie si confrontavano, pare sempre lontana dall'essere completa. Un modo non convenzionale di leggere la vicenda di Stein - in America leggenda, in Italia non abbastanza conosciuta - e la sua opera e uno sguardo che mette in luce tutta la sua innovativa complessità (influenzò il teatro sperimentale americano così come la visual art, per tutti basti citare Andy Warhol), giunge dal saggio "Gertrude Stein. Identità e genere, temi di una scrittura magica" (Luciana Tufani Editrice). Lo si deve ad Anna Maria Verna e Giulietta Rovera.
«A Stein - scrivono le autrici - si è riconosciuta subito la straordinaria personalità non la qualità di grande scrittrice. La sua capacità di affascinare veniva utilizzata contro chi ne riconoscesse il valore attribuendo il giudizio alla magia della sua conversazione. Sono state le studiose femministe e il Teatro d’Avanguardia a dare un apporto fondamentale alla comprensione di Stein. Le prime collocando la sua scrittura nelle problematiche di genere, il secondo liberando tutto il potenziale sovversivo della sua visione della scena teatrale. Tali prospettive hanno consentito di cogliere l’importanza di una scrittura che ha avuto profonda influenza su differenti fenomeni culturali del Novecento grazie a una creatività libera e molteplice fonte di un grande piacere intellettuale e di una sorta di euforia della mente».
Anna Maria Verna, già docente di Storia delle donne presso la facoltà di Scienze politiche dell’università di Torino, è autrice di numerose opere nel campo degli Women’s Studies. Tra l'altro ha pubblicato: Donne e cultura, con un’intervista a Simone de Beauvoir (1977); Autonomie politique du féminism italien in «Les Temps Modernes» (1978); Patriarcato e potere nel pensiero politico di Thomas Hobbes e John Locke (1982), Jean-Jacques Rousseau e la nascita del ‘maternage’ (1988); Alterità. Le metamorfosi del femminile da Platone a Lévinas (1990); Donne del Grand Siècle (1994); Simone Weil. La provocazione dell’intelligenza (1999); Sara Kofman: le seduzioni del doppio (2003); è autrice della voce “Patriarcato” in Glossario. Lessico della differenza (2007). Con le Edizioni Tufani ha pubblicato Utopia e femminismo (2009), Passioni, un saggio su Virginia Woolf, Vita Sackville-West, Marguerite Yourcenar (2011). Stein Paris (2014).
Giulietta Rovera è nata a Torino e vive a Roma. Giornalista, scrittrice, autrice di commedie gialle e di spionaggio per la Rai Tv, ha pubblicato Giornali, pubblica opinione, Medio Oriente; Delitto d'onore (1990); Come io mi voglio (2005), Per Hobby e per passione. Dai fanatici di Barbie ai ladri di manoscritti, dai cultori del sesso ai collezionisti di farfalle (2013).
Alla Libreria Antigone di Milano, via Kramer 20, sabato 18, alle 18. 

I baci della vita

Parlare di leggerezza può essere fuorviante. E' subito da dire che leggerezza qui non significa facilità, nemmeno spensieratezza, bensì ariosità. Non si può non esserne presi. Accostandosi a Trilogia dei baci (farfalle Marsilio), si capta subito questa leggerezza speciale che si stende, si srotola anzi, secondo un approccio di scrittura capace di staccarsi senza essere distaccato, di commuoversi senza lacrimare. E' anche materna verso sé stessa - la sé stessa che narra - e verso la propria creatura - il romanzo - la scrittrice Gabriella Imperatori come riesce a essere chi abbia a lungo con calma girato la sabbia dentro il setaccio. La sensazione che si trae leggendo è analoga a quella che produce uno psicologo. Si entra nello studio, si cerca di tirar fuori i propri problemi; l' altro, se è bravo, sarà impercettibile, sarà lieve. Eppure, una volta a casa, scopriremo che nel nascosto nostro io-mondo è stato condotto un lavoro profondo e si è andati oltre tante staccionate autodifensive.
Veneziana che vive a Padova, giornalista, saggista, alle spalle testi teatrali, una guida sociologico-giuridica, più romanzi, Gabriella Imperatori usa i talenti dell'esperienza e quelli d'una creatività fluida. La parola è esatta ma non puntigliosa; il periodare è composito ma limpido; l' analisi è minuta, senza attanagliare. Così si è subito dentro il romanzo, che, partendo dalla giovinezza, indaga un tempo ampio, e accompagna la protagonista, studentessa in collegio, dall'epoca dei baci-non baci, a quella dei baci mendaci, fino alla maturità, quando avanzano i baci d'addio. Lei è Marina “la Rossa”; compagne di soggiorno e di speranze, di esami e di segretezze sono due amiche: Alessandra “la Pia” e Federica “la Longa”. Tutte e tre termineranno l' università durante gli anni Sessanta per seguire diramazioni anche forzate. Dalla famiglia, dalla socialità, dalle proprie stesse attese. Dapprima le vicende quotidiane danno spazio per restarsene in surplace, si bilanciano con la vita immaginata e desiderata; presto arriverà la realtà così com'è: e qualcosa muta, si sgretola. Le aspettative si vanno svuotando, l'amore appare sfuggente o sfuggito, la famiglia non è più culla. Con il salto di anni cambia il linguaggio, che ora è quello di una donna che riannoda i ricordi tra sé e la propria famiglia, l'Istria, il mare-lago (dall'evocatività di poetica), il senso del divenire nel divenire trasmesso (forse) dalla madre. In un fitto parlarsi, in un continuo ripercorrere e riaggiustare le tappe, e le soglie, Imperatori introduce uno dopo l'altro i suoi temi - la guerra, le etnie, l'emigrazione, il rapporto Nord-Sud - e li intreccia con altri più intimisti: le prevaricazioni, la solitudine, l'incomunicabilità, le maschere. Li affronta con introspettività femminile, non facendosene dominare, ma ispezionandoli e porgendoli a chi legge come rifranti da luce e acqua. Ne deriva un gioco di rimandi e sollecitazioni che sono una delle note dominanti e fascinose del romanzo. Intanto le stagioni passano, ne affiorano di nuove. Ma i posti, le genti che hanno dato o tolto vigore all'esistenza, anche le domande senza risposta, non lasciano la mente. Proprio per questo è possibile la pacificazione delle righe conclusive, dopo che la ciclicità ha completato con la morte il suo giro.
Elena Ciuti
--- Gabriella Imperatori, “Trilogia dei baci”, Marsilio Editore (2004), pagine 248.

“La mia Africa” d'oggi vista da un africano

È il racconto del viaggio di Innocent Magambi -profugo del Burundi- per 27 anni in cinque centri di accoglienza di quattro Paesi africani – Attualmente dirige in Malawi l'organizzazione internazionale There is Hope, dedita alla formazione lavorativa e allo studio dei rifugiati di diversi stati del Continente
Refugee for life

(E.C.) Un itinerario nei paesaggi umani dell'Africa e delle guerre. Un itinerario storico. Un romanzo anche. La cronaca di una vita. Testimonianza, soprattutto. “La mia Africa” vista non da un aristocratico occidentale del '900, ma da un africano dei nostri giorni. È “Refugee for life” (sottotitolo, Il mio viaggio attraverso l'Africa per trovare un posto chiamato casa), autore Innocent Magambi con il giornalista americano David Aeilts e prefazione di Sir Eldryd Hugh Owen Parry, studioso gallese e medico, autore di “Principi di medicina in Africa”, fondatore di Tropical Health and Education Trust.
Il libro nasce dalla grande capacità di reimmergersi in ciò che è stato, di conservare occhi ben aperti senza rancore e senza scordare nulla, né le piccole gioie né le tragedie. Per il suo autore è, e rappresenta, ancora qualcosa di più. «Uno degli scopi di questo testo è quello di offrire ai lettori occidentali un mezzo per guardare oltre le mura di un campo profughi e di ottenere un quadro veritiero della gente che ci vive», scrive. E ancora: «Questo libro è anche un tentativo per raggiungere tutti coloro che hanno dato una svolta alla mia vita. Proprio perché la maggior parte di loro è oltre la mia portata per incontrarli e ringraziarli personalmente, come atto di gratitudine io mi impegno a fare del bene finché vivo».

Il viaggio di Innocent Magambi trova origine nel conflitto in Burundi, in Africa orientale, e in quel che ne conseguì per le popolazioni; è lo sconvolgimento radicale di ventisette anni passati come profugo in cinque centri di accoglienza o campi profughi e in quattro diversi Paesi africani. La storia è raccontata passo passo, non trascura i dettagli della vita quotidiana del “prima”, quando la cucina era invasa dall'aroma delizioso dei «mandazi, frittelle fatte di farina, sale e zucchero, fritte in tanto olio e simili a ciambelle occidentali ma più piccole e rotonde»; intreccia un fitto dialogo con i ricordi legati al padre con parole di consapevolezza e stima: «Papà ha dato a noi figli lezioni importanti mentre lo osservavamo trattare con le persone. Un uomo d’affari di successo, con molte persone che lavoravano per lui, egli ci ha insegnato a trattare i dipendenti alla pari. Anche se questi ricevevano una paga equa alla fine della giornata, papà permetteva loro di pranzare con noi e li aiutava anche nel loro lavoro. Ci ha insegnato a non passare davanti ad una donna o ai bambini che portavano dei pesi senza fermarci ad aiutarli; se mostravano segni di stanchezza papà insisteva perché ci fermassimo per portare i loro pesi per un tratto di strada, cosa che andava oltre il nostro dovere o le usanze sociali. A volte ci chiedeva anche di aiutare qualcuno che andava dalla parte opposta alla nostra); senza sovraccarichi emotivi o strumentale ricerca di effetti, affronta il tempo del dolore e delle sottrazioni, analizza globalmente quel che è stato con l'immediatezza dell'esperienza consentendo a chi legge una visione d'insieme. E molto fa comprendere e scoprire.

È finito per Innocent My Journey Across Africa?
Da un certo punto di vista no, viene da rispondere. Perchè se il protagonista malgrado soverchianti e alle latitudini occidentali nemmeno immaginabili vicissitudini è riuscito a terminare gli studi, creare famiglia con una giovane donna italiana e i loro figli, fermarsi in un luogo certo, concreto, con una mappa di percorsi individuabili, scelti e voluti, la possibilità di dire «domani», le porte che si erano drammaticamente spalancate inghiottendo persone, cose, affetti per lui non si sono più richiuse. Se le tiene nel palmo della mano rispettando tutto quel passato così come deve essere.
Oggi Magambi vive in Malawi e lavora per la comunità del campo profughi che accoglie ventimila persone circa provenienti da diversi Paesi africani. Dirige l'organizzazione There is Hope (C'è speranza), riconosciuta ufficialmente il 31 dicembre 2007 dal governo del Malawi, che non è mero assistenzialismo. Accompagna nella formazione lavorativa, nel percorso anche universitario con l'assegnazione di borse di studio ai rifugiati, aiuta a trovare le abilità necessarie per rendersi finanziariamente indipendenti. Le sue parole: «Quando per la prima volta mi venne in mente l’idea di dar vita a There is hope pensai: “Chi parteciperebbe ad una iniziativa voluta da un uomo come me senza status sociale e senza soldi?“ Al contrario, chi avrebbe mai immaginato che un’organizzazione fondata e diretta da un rifugiato potesse offrire oggi borse di studio, una istruzione elementare, prestiti per generare piccole attività, formazione per acquisire competenze utili a generare reddito, cibo per detenuti, protesi per disabili?
«E’ proprio quello che è successo ma non in un giorno. Mi piace citare Thomas Edison che riuscì a inventare la lampadina dopo 999 tentativi falliti. Egli disse: “La nostra più grande debolezza è quella di arrendersi. La via più certa per riuscire è riprovare ancora una volta”».
Refugee for Life: My Journey Across Africa to Find a Place Called Home (Wordsmith, 2015), in formato cartaceo e lingua inglese, può essere acquistato attraverso il link https://iteams.org.uk/book-orders.  Il ricavato va a There is hope.

Dietro e attorno alla Linea Cadorna

Vicende, episodi, ambienti ricostruiti da Carlo Banfi nel suo nuovo romanzo
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È da pochi giorni in distribuzione il nuovo romanzo di Carlo Banfi che torna ai lettori con uno dei temi portanti della sua indagine, la storia. Lo dice subito il titolo - “Linea Cadorna” - di che cosa si occupi questa volta l'autore, che conferma attenzione particolare alle sfere individuali in rapporto ai grandi eventi.
Se Linea Cadorna - con tutto ciò che significò da un punto di vista operativo, militare, occupazionale - e Prima guerra mondiale sono l'asse portante della narrazione, il fitto mondo di persone che rientrano in questa che viene definita la grande storia è il principale protagonista.
Come nei precedenti romanzi, Banfi porta tra le sue pagine luoghi  ben definiti (Brissago, Mesenzana, Luino, Alpe San Michele, Val Marchirolo...), minuziosa descrizione, insieme a testimonianze e documenti. Tra essi la lettera dal monte Zebio di un alpino, due lettere da Campomolon d'Arsiero, riferimenti alle opere dello scultore Enrico Zosi, il 1898 luinese nei giorni della Rivolta del pane. L'epoca, calata nella quotidianità, è ricostruita attraverso il linguaggio, compreso il dialetto, e riferimenti d'ambiente legati ad attività, gesti, costume. Anche le vicende amorose appartengono al costume, o al pregiudizio, e ne possono venire condizionate. Come succede a tre personaggi del romanzo, Marisa, nata a ridosso della Linea Cadorna; il soldato di lei innamorato osteggiato dal padre che nella propria posizione di ufficiale lo farà trasferire; il bimbo che da quell'amore nascerà e si troverà vicino...

Banfi, già docente di Italiano e Storia nelle scuole superiori della provincia di Varese, ha pubblicato nel 2007 “Il capanno” (Editing Edizioni), nel 2009 “La via Palestrina” con cui ha ottenuto premi e segnalazioni e nel 2011 “Il vino del Papa” (entrambi Marna Editore), nel 2014 “Il bracconiere di Livigno” (Interlinea).
Carlo Banfi, “Linea Cadorna” (Edizioni Virgilio), 138 pagine, 15 euro. A Luino in libreria Cerutti e Pozzi o da richiedere tramite i canali online. 

Gli "Ospiti estranei" di Verena Stefan

Con la efficace traduzione di Emanuela Cavallaro, giunge in Italia il romanzo dell'autrice di "Häutungen", libro-manifesto del movimento femminista svizzerotedesco

Sempre attenta a quel che succede nel panorama letterario elvetico, questa volta Luciana Tufani ci propone davvero un piccolo gioiello di scrittura: l’ultimo romanzo di Verena Stefan nella limpida ed efficace traduzione di Emanuela Cavallaro.
L’autrice, nata e cresciuta a Berna, si é trasferita prima in Germania e poi in Canada, patria della sua compagna di vita. Da quest’ultima esperienza, a cui si accompagna quella dolorosa di un cancro al seno combattuto e vinto, nasce lo spunto per questo romanzo.
Sin dalle prime pagine il lettore viene coinvolto in un fluire di immagini ed emozioni, una corrente che trascina lontano. Si penetra nel pensiero di una straniera che entra non solo in un territorio nuovo, ma é sopraffatta dalla difficoltà della comunicazione linguistica. C’é nel testo un eccezionale gioco di lingue che percepiamo chiaramente grazie all’ottima traduzione dal tedesco, che viene spesso interrotto da inserti in inglese e francese.
Per Verena infatti il linguaggio é il segno tangibile della patria ed é quindi tutta tesa ad assimilare al più presto i suoni e i contenuti dei due idiomi del nuovo paese in cui vive; fatica immane a cinquant’anni, quando la lingua cui puoi fare riferimento e di cui puoi fidarti, quella con cui per abitudine fai confronti, non sta più al centro e tutto intorno sembra franare.
A questo poi si aggiunge la brutta scoperta di un cancro al seno. Sarà però in qualche modo la malattia a darle la forza di vincere, non solo il carcinoma, ma anche le proprie difficoltà di ambientazione, grazie al sostegno e alle cure ricevute nel nuovo ambiente quebecchese.
Come già suo padre, tedesco trapiantato in Svizzera durante la guerra, Verena inizialmente si sente un’ospite estranea una “fremdschlafer”, termine burocratico con cui gli svizzeri indicano i richiedenti asilo che vengono sorpresi a dormire in un altro alloggio che non sia quello ufficialmente assegnato.
L’immenso paese tutto da scoprire - Montreal e la campagna circostante- la spaventa e la respinge, nonostante la gentilezza dei suoi abitanti e l’affettuosa pazienza con cui la sua compagna Lou cerca di renderla partecipe del proprio amore per il territorio e gli animali selvaggi che ancora lo popolano.
Troppo estremo il clima, anche per una svizzera non certo avvezza ai tepori mediterranei, ma comunque terrorizzata dai meno venti che Lou e la altre amiche invece affrontano con gioiosa semplicità. Troppo vasti gli spazi vuoti di uomini e case, in confronto alla pettinata e affollata campagna elvetica. Troppo selvaggi gli animali, cervi lupi e orsi; orsi veri, in libertà, non rinchiusi da generazioni in una fossa dalle lisce pareti al centro di Berna.
Ecco forse proprio la diversa condizione degli orsi, la aiuta a riflettere sulla diversità in genere della vita in Canada, sul rispetto della dignità che fin dal suo arrivo ha riscontrato: dal riconoscimento paritario del legame con la sua compagna, indipendente dalle sue scelte sessuali, alla tutela e alla cure durante la sua malattia.
Mai si é sentita discriminata come donna o come lesbica, ma il contesto culturale e l’ambiente naturale tanto diverso nei primi tempi del suo soggiorno la turbano più del previsto e le fanno perdere l’orientamento. Anche in questo però l’autrice riconosce la profonda diversità della sua esperienza da quella di suo padre, rimasto per tutta la vita “straniero’ in Svizzera, tollerato e controllato dalle autorità e dai vicini, nonostante tutta la sua buona volontà di far bene.
Il suo per fortuna invece é solo un disorientamento interiore, un personalissimo disagio, non dovuto all’ambiente esterno, che anzi cerca di aiutarla a inserirsi e che infine ci riuscirà. Pian piano Verena emergerà dalla malattia e dalle sue ansie, quando imparerà non solo a tradurre, ma a pensare in inglese: «La lingua, la parola scritta, é in effetti la mia patria più importante, quella che mi é sempre rimasta. Per me quello che importa é solo tradurre tutto in questa lingua.»
La parola scritta rimane però sempre il tedesco, che é per lei casa, famiglia, rifugio della mente nei momenti di stanchezza e di emozione. E poi come rendere in inglese la ricchezza di espressioni e la complessità strutturale della lingua madre?
I moti dell’anima, i ricordi d’infanzia, le bellissime descrizioni dei paesaggi innevati, scorrono infatti con fluidità nel racconto; la forma é scorrevole e snella, ma la struttura dei periodi é ricca e articolata.
Bellissima a mio parere soprattutto la terza e ultima parte del libro; ormai Verena ha ritrovato se stessa e può finalmente rientrare in Europa. Stavolta fa lei da guida alla sua compagna a Berna, la città dove ha lasciato un pezzo di cuore. E di nuovo i contrasti stridenti tra le due culture saltano agli occhi; il vecchio mondo appare forse più arido e stanco, ma l’amore é cieco e basta leggere il pezzo in cui Verena descrive i bernesi che fanno il bagno nell’Aare, per capire da che parte batte ancora il suo cuore.
Che dire? Un libro che ho apprezzato e che voglio rileggere, un libro serio, profondo ma non pedante, un’autrice che Tufani ha fatto benissimo a far conoscere in Italia e di cui spero si possa presto leggere altro.
Silvia Mori
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Verena Stefan, Ospiti estranei, Luciana Tufani editrice, Ferrara 2012, pp. 167, euro12,00. 

L’Apocalisse e un sacerdote a fine missione

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È stato prevosto di Luino dal 1998, decano per tre mandati dal 2000 e in città ha compiuto il cinquantesimo di sacerdozio. Dopo 17 anni ha dato le dimissioni per limiti di età lasciando il Luinese.
Ora don Piergiorgio Solbiati torna a dialogare attraverso un libro, "Un prete superfluo?", edito da Macchione e uscito a fine giugno.
Di seguito pubblichiamo la prefazione al testo di Roberto Radice, professore ordinario di Storia della filosofia antica all'Università Cattolica di Milano

LA “RIVELAZIONE” DI UN DISTACCO

Quando ad Aristotele uomini di buon senso e senza nessuna malizia chiedevano a che cosa serve la filosofia, rispondeva – non senza malizia – che non serviva assolutamente a nulla, era del tutto superflua. E proprio per questo, in quanto non serviva a nulla, non era serva di nulla: cioè era libera. Tutte le altre scienze – continuava il grande filosofo – saranno più utili della filosofia, ma superiore ad essa nessuna. Ma Aristotele, se mai si fosse servito del termine “superfluo” (che peraltro non poteva usare perché viene dal latino e non dal greco, e letteralmente significa “che scorre sopra”), certamente avrebbe giocato sulla sua ambiguità di senso: questo nome, infatti, si può intendere sia come “ciò che sopravanza” – ovvero supera e sovrasta – sia come “ciò che è di troppo”. Insomma, in un caso “superfluo” significa “fuori-classe”, nell’altro “fuori dalla classe” e dal gioco.
Aristotele intendeva il primo significato, l’autore del nostro libro il secondo; l’uno parlava della filosofia l’altro di se stesso.
DUE LIVELLI
Quest’opera presenta un commento all’Apocalisse (di cui riporta brani del testo) diviso in due livelli: l’uno di carattere generale per farne intendere il senso nei suoi tratti salienti, talora correlandoli ad episodi della contemporaneità; l’altro che potremmo dire autobiografico con riferimento alla vita dell’autore.
Come Giovanni quando ebbe le rivelazioni di cui racconta era esule (a Patmos), così lo è il nostro autore: anch’egli a suo modo è in esilio, quando sovrappone quelle immagini agli episodi salienti della sua vita. In questo libro il commento autobiografico non vuol dimostrare nulla di nuovo sull’opera esaminata, ma parla della sua vitalità: anzi della sua spiritualità, nel senso che l’ispirazione dell’Apocalisse (che in greco vuol dire “rivelazione”) si ripresenta aggiornata ai nostri tempi nell’esperienza di un sacerdote, il quale, non diversamente da Giovanni, è testimone di Gesù. Questi, nella solitudine conseguente alla privazione dalla sua parrocchia, trova ispirazione per inserire la propria esperienza nel disegno finale della salvezza. A tal punto “superfluo” cambia significato: non più “in castigo”, fuori-dalla-classe, bensì nell’eccellenza dei “fuori-classe”.
“SPAESAMENTO” E VECCHIAIA
Non è la prima volta che un mio parroco o un parroco conosciuto, alla fine della sua missione, si è trovato a vivere la vecchiaia da “spaesato”, come l’uomo a cui vien tolto il paese che ha amato. E quanto più l’ha amato e quanto più si è legato ad esso, tanto più grave è stato il distacco, perché il suo non era un mestiere, ma una familiarità.
Certo ci saranno fondamenti teologici, scritturistici e organizzativi per tutto ciò, ma è noto a tutti che quando si è privati degli abituali riferimenti si invecchia prima e si invecchia peggio. E, d’altra parte, non è forse questo che tutti i medici e psicologi e, ironia della sorte, gli stessi parroci dal pulpito vietano ai fedeli per i propri anziani?
GUIDA
Il libro ha un taglio spirituale, niente affatto sindacale o polemico. Semplicemente vuole mettere in comune esperienze personali a conforto di chi si trova nelle condizioni descritte e a guida di chi deve prendere decisioni per gli altri.
E, comunque, a me pare un servizio reso a molti “superflui” della Chiesa a cui tutti devono qualcosa.
Roberto Radice  

Donne che non poterono ballare e sciogliere i capelli

In libreria Manuela Bonfanti e il suo "La lettera G", romanzo sulla condizione femminile nel secolo scorso
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«Acconciò i capelli perché così voleva il padrone»; «fin da piccola le era stata insegnata la fatica»; «gli serviva solo una che lavorava bene»; «sognava di sciogliere i capelli» al contrario «sarebbe andata la sua vita con i capelli raccolti»; «a undici anni Gina era già al lavoro». Eccola che appare, Gina, fin dalle parole iniziali del romanzo. Giovane donna, vive in un villaggio che non si dice dove sia né che nome abbia. Lei potrebbe chiamarsi Regina, e ballare, come ama, sentire musica, come ama, persino studiare. Invece alle soglie dei trent'anni già si sente "zitella" perché così l'humus che la circonda la induce a pensarsi, non scavalca il limite dei sogni a occhi aperti, tanto meno una quotidianità fondata sull'accudimento degli altri, a cominciare dalla famiglia d'origine, sull'accettazione di giorni e cicli precostituiti.
L'hanno indirizzata a quel modo il mondo che ha attorno e la madre, inespressa personalità che non riesce a trasferire alle figlie se non quanto da lei stessa subito. Un modello materno che ritiene le figlie «nove inutili femmine», qualche sberla «il prezzo da pagare per avere un marito» e che in particolare per Gina voleva «un uomo, uno che la domasse e le indicasse il suo ruolo». Pensa questo, la madre, rammaricandosi, per sé stessa, di aver generato, sì, molti figli ma non un numero sufficiente a garantirsi l'ambito premio negli anni Trenta dal regime attribuito alle famiglie numerose.
Parte quasi blando “La lettera G”, romanzo di Manuela Bonfanti pubblicato da Luciana Tufani Editrice. Snocciola i passi di vite scialbe, nate da vite scialbe e di sacrificio, chiuse in luoghi comuni e deprivazioni sentimentali, costruite su carenze e assuefazioni che si ritrasmetteranno nelle generazioni successive.
L'autrice è alla prima prova come romanziera, pur essendo esperta di scrittura. Svizzera, ha studiato tra Ginevra, Londra e la Germania, ha insegnato, ha operato nel marketing giornalistico e partecipato a un progetto di formazione per i Paesi in via di sviluppo. Vive ora in Francia e a lei si devono articoli, racconti e il reportage di viaggio plurilingue “Reami del silenzio”.
La storia italiana che con “La lettera G” - "G" come Gina, come marcatura, ineluttabile - racconta, spesso interloquendo direttamente con il lettore, parte dal 1934 e giunge al 2005. E' centrata su quel femminile che si personifica in immediata immagine e tutto il resto parrebbe sfondo, anch'esso blando. Blando non è, al contrario. Che tutto sia normalità ci induce a crederlo lo stile della scrittura, impegnata a non caricare di aggressività alcuna scena o alcun vocabolo. E' crudele in realtà ciò che avviene, perché costante è la mancanza di libera scelta. Proprio il linguaggio dell'autrice scivola veloce nella mente, vi impianta situazioni chiare e parrebbe di prevedere come andranno a finire. Invece il testo d'improvviso si rovescia, sovverte quanto si dava per noto, entra a gamba tesa nella pace di una lettura di analisi e riflessione, quasi volta verso la sociologia. Il ritmo "blando" viene abbandonato, in poche righe di corsivo, attraverso il dialogo con un'entità che ha corpo ma potrebbe essere anche solo spiritualità, un'altra diventa la voce di Gina, un'altra la sua coscienza, sanguinante l'angustia che la domina e la dispera. La ferocia è ora in campo e accompagnerà fino al termine del romanzo il quale, in un'operazione tematica e strutturale che continuerà a montare e smontare i retroscena sentimentali e psicologici della protagonista, nelle ultime pagine sovvertirà una volta ancora ciò che ci si attendeva e riconsegna a una nuova modulazione e interpretazione.
Al di là della scelta stilistica e della compostezza lessicale utilizzata, il testo è un percorso che non arringa. Semplicemente dice le condizioni di oppressione sociale e culturale che rappresentarono la società nello scorso secolo, mostra il confluire verso la rassegnazione, l'accettare un «destino», il deporre i sogni, il farsi attraverso la rinuncia da sé violenza. Vittime di operazioni di spersonalizzazione sono soprattutto le donne, ma anche gli uomini non sono esenti da prigionie in queste pagine.
L'esempio più evidente è il marito della protagonista, scoloratosi tra semine, raccolti, gerle e delusioni, cui non viene mai detto «grazie» nel caso si sforzi di un piccolo gesto di condivisione, che non sa riconoscere il proprio padre perché tra loro si è interposto il tempo di guerra e che mai si è sentito amato o ha provato l'ebbrezza di uno slancio. Schiacciato anch'egli da ciò che altri gli hanno inoculato, incapace di gioire persino per la nascita dell'ennesima figlia tanto da non andare a registrarla impedendole di conseguenza di sapere l'esatto giorno di compleanno, se dapprima appare opaco e dominante, alla fine non raccoglie compassione ma almeno la sospensione del giudizio. Il comporsi di tanti mali, o disfunzioni, che in molti casi ancora appartengono al presente appaiono in “La lettera G” senza mezze misure. Leggere accompagna in una utile rivisitazione tematica e temporale. Farlo potrà giovare soprattutto alle recenti generazioni perché meglio capiscano da dove provengono certi permeanti archetipi e i meccanismi psicologici e sociali in cui tuttora ci si imbatte, con cui a volte ci si scontra.
Elena Ciuti 

--- Manuela Bonfanti, "La lettera G", Luciana Tufani Editrice, 208 pp, 13 euro

Pio IV, un Papa tra fratello pirata e nipote santo

Bagliori del lago Maggiore sul soglio pontificio

Romanzo d’epoca; saggio storico-sociale; archivio a cielo aperto, fornitissimo, cui attingere per avviarsi -volendo- in altri rivoli. Sergio Redaelli, giornalista dalla lunga militanza (“Avvenire”, La Notte”, “L’Indipendente”, “il Giorno”, Gruppo 24 Ore, “Focus Storia”), continua a studiare e cercare tra vicende umane, politiche, sociali.

Non ama l’ovvio Redaelli, porta anzi nei suoi lavori quella che dovrebbe essere peculiarità di ogni giornalista, andare a cercare, scegliere, uscire dal solito terreno per offrire ai lettori risultati autentici, non scontati. Ne sono esempio, tra le altre, la pubblicazione Laura Mantegazza, la garibaldina senza fucile (con Rosa Teruzzi,1992) e Guida del Sacro Monte di Varese (1999). Ora il giornalista milanese torna in libreria con una corposa opera dal tema ispido dedicata a un uomo di Chiesa, uno che visse poco dopo la scoperta dell’America, dentro il Rinascimento, tra le sue vette ma anche tra le sue ombrei, papa Pio IV.

Il titolo del volume Pio IV, un pirata a San Pietro. Santi e tagliagole nell’Italia del 1500 (Ugo Mursia Editore) apre, già con la sequela di vocaboli, un mondo intero. E se affascinano il Cinquecento e la Città del Vaticano non meno che santi e tagliagole, per loro natura evocazione di epopee, è l’immediatezza, l’esplicità di una attribuzione come «pirata» a prendersi in carico fin da subito la mente del lettore e la sua curiosità. In 278 pagine Redaelli conduce tra grandi famiglie, matrice di evoluzioni e involuzioni nazionali, tra battaglie e internazionalità, tra incrollabili poteri, nella loro costruzione e nei loro perchè.

L’opera diventa da questo punto di vista una rivelazione del meccanismo di comportamenti che nei secoli in diversi modi si sono reiterati, mette sotto il naso quanta pirateria circondi ogni momento storico. Per questo e per l’investigare a pioggia tutti gli aspetti del tempo, Pio IV, un pirata a San Pietro non è solo una monografia. Della monografia supera il perimetro, affacciandosi sulla complessità temporale e antropologica, entra nei dettagli, usa un impianto capillare e dotto che non indulge però nell’accademico o nel complicato.

Il linguaggio spesso utilizza i dialoghi normali e correnti di una quotidianità che appartiene a ogni essere e mette in comunicazione con il vissuto dei protagonisti. Se ne ricava una piacevole visione in diretta, e dunque un approfondimento, cui danno rinforzo anche osservazioni minime, private e famigliari che entrano nel piano psicologico e quindi in tutte le domande che la psicologia ci pone.

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Gian Angelo Medici (Medici di Nosigia) nasce a Milano nel 1499, di sette mesi. Sua mamma viene presa dalle doglie il giorno di Pasqua, durante la messa.A sessant'anni, al termine di un conclave definito «lunghissimo e scandaloso», è eletto papa. E’ la notte di Natale del 1559 e se si vuole dar peso al fato già le due date sembrerebbero tracciare le linee di un destino. In questo destino ci sono poi due anime agli antipodi, il fratello Gian Giacomo, che diviene pirata sul lago di Como, e il nipote Carlo Borromeo (figlio di Margherita - sorella di Gian Angelo- e di Gilberto II Borromeo, conte d’Angera), arcivescovo e santo; ci sono tre figli naturali, avendo Gian Angelo abbracciato la carriera religiosa a quarantasette anni, dopo la laurea in legge e la carriera diplomatica in Vaticano, e la conclusione del Concilio di Trento nel 1563, che contrasta l’offensiva dei luterani contro il cattolicesimo e dà basi alla Chiesa per i secoli successivi. Pio IV, che l’autore definisce «una delle più importanti e sottovalutate figure del Rinascimento», ha un’esistenza «piena di contraddizioni, virtù e difetti, splendori e miserie». Sarà «mite e freddo, vendicativo e passionale, capace di valorizzare le doti del nipote Carlo Borromeo e anche promuovere l'arte e le scienze, cambiare il volto di Roma».

Questo testo, spiega P. Roberto Comolli osb., ha studiato «sine amore et ira l’uomo, il diplomatoco e l’ecclesiastico, evidenziandone le doti personali di una chiara intelligenza e capacità, calate però nella rigorosa logica di ricerca del potere, al quale il suo casato si sforzava d’arrivare in un turbolento ambiente sociale e spirituale all’inizio del XCI secolo».

Sergio Redaelli, Pio IV, un pirata a San Pietro. Santi e tagliagole nell’Italia del 1500, Ugo Mursia Editore, Pg 278. Euro18

"Le mani azzurre", il cielo dentro il tunnel

Le mani azzurre

E’ uscito, nello scorso gennaio, per i tipi dell’Editrice Tufani, il romanzo-racconto “Le mani azzurre”. L’autrice, che si cela sotto lo pseudonimo di Leti Loft, narra una storia di donne - in particolare di due di loro, Liana ed Ernesta - e la ambienta in un paese di lago.
Chiare indicazioni (piazza Risorgimento, alcuni negozi, il monumento di Garibaldi, la strada di Creva) sono espliciti riferimenti alla nostra realtà locale. Un paesaggio animato e umanizzato dalla felicità o dal dolore dei protagonisti: “Azzurra, tra i venti che imbarbariscono i monti e le faggete, tra i temporali estivi che scatenano sferzante freddo, compare, scompare, compare, scompare”. Ed ancora: “La luna fece un passo sul vetro dondolando come un’ostrica che si aggiusti bene nella sabbia, decorò il naso e la fronte della donna con una scia di luce”.
Leti Loft si addentra con straordinaria perspicacia nelle pieghe più recondite dell’animo umano, sondandone gli aspetti chiaroscurali, legati qui all’evolversi di una malattia, l’Alzheimer. La narrazione si dipana lungo una traiettoria che conduce verso l’irreversibile abisso dove i ricordi si aggrovigliano e si disperdono in un crepuscolo senza ritorno.
La forma del racconto appare la più appropriata a cogliere l’impossibilità dell’uomo di sottrarsi al suo destino, una sorta di tarlo racchiuso dentro di noi, una potenza disgregatrice contro la quale è inutile combattere. Solo l’umana pietà può essere l’olio che lenisce il dolore delle ferite. La Musa di riferimento dell’autrice può apparire la malinconia, ma è la malinconia delle cose. Attorno, l’ambiente provinciale di un paese di frontiera dove domina il senso del concreto e dell’efficienza ad ogni costo.
Liana, dopo le delusioni amorose che bruciano ancora sulla sua pelle, deve confrontarsi con un mondo ipocrita. Anche la perdita delle persone care, dei genitori, pesa sulle sue spalle come una morte lenta. Il suo stesso carattere però è un gran medico. Una speciale serenità interiore in parte la isola dalla realtà e in parte la sollecita ad affermarsi nel lavoro e nella generosità: quel tanto che basta per alleggerire il carico delle frustrazioni. Una tematica estremamente esposta al rischio di un pessimismo avvilente, che potrebbe scoraggiare il lettore, incline a percorsi più agevoli.
Improvvisamente, però, nel cuore del racconto, si aprono spiragli di “azzurro” - il colore dello spirito - che ripropongono i ricordi lieti di una fanciullezza, percepita come primigenia sorgente degli stili di vita dell’età matura. Ne è un esempio l’esilarante descrizione di una disavventura vissuta dall’io narrante, Emanuela, rimasta sospesa su un elicottero arancione e giallo, bloccato su un tentacolo di un polpo meccanico nel lunapark nei pressi del Baradello (sul Lario?).
Leti Loft dipinge la scena con dovizia di particolari che tuttavia non mortificano la fantasia, ma le restituiscono spazi sconfinati per un gioco senza regole precostituite. Una successione, una sovrapposizione di brevi vicende che costruiscono un caleidoscopio di umanità. Talvolta nei dialoghi risuona l’eco della schietta parlata lombarda, il gusto gergale, ricco di cadenze idiomatiche, non disgiunte da accenti popolareschi.
Si coglie talora, tra le righe, una sentenziosità che nasce da una profonda esperienza di vita: “La buona considerazione andava a quelle che si sposavano. Ma il settanta per cento di loro aveva l’obbligo implicito di diventare madre, altrimenti sarebbe stato bersaglio di preconcetti scaraventati sulle spalle da parentesse e parenti incapaci di farsi i fatti propri”.
Quello di Leti Loft è un inno alle donne ferite o affaticate, al rarefatto mondo delle acque dolci e alla poesia della vita cosi com’è, compresa l’accettazione consapevole della morte, nell’amenità di una visione ultraterrena che non rinuncia ad una sorridente lepidezza.
Un libro che affascina e che si legge in un batter d’occhio: due buoni motivi perché non manchi nelle nostre biblioteche domestiche.
Emilio Rossi