Edizione n.18 di mercoledì 27 maggio 2020

visita pastorale

Diocesi più grande del mondo, visite pastorali ieri e oggi

Nell’immaginario collettivo di molti di noi, nati nel secolo scorso, le parole “vescovo”- “cardinale” evocano una figura imponente, solenne, che incede tra il popolo festante con la mitria in testa, il bastone pastorale, la croce d’oro sulla casula adorna di ricami, il pallio, l’anello. Reminiscenze della nostra cresima, quando a catechismo si studiavano a memoria le domande/risposte che riassumevano tutta la dottrina cristiana, cominciando da: “Chi è Dio?” e proseguendo con “Perché Dio ci ha creati?” per finire con i “4 Novissimi” e i “Peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio”, che a me, bambina, davano un’angoscia, ma un’angoscia…
Le catechiste – a mali estremi, estremi rimedi – per farci studiare tutto il libretto canonico, insinuavano: «Guardate che il vescovo vi farà delle domande, per vedere se siete pronti a fare la cresima!». E noi, con i genitori che ci stavano addosso (obbedienza, dovere, rispetto le parole d’ordinanza!), ci davamo da fare per arrivare presto in fondo al libretto, spinti dal sacro terrore di essere interpellati quel giorno e di fare una brutta figura in chiesa, davanti a tutti! I tempi erano quelli. Un vescovo era del tutto al di fuori del nostro piccolo mondo. In attesa di incontrarlo in quell’unica occasione della nostra fanciullezza, il solo nominarlo ci incuteva timore e rispetto.
A questo proposito c’è un episodio che mi è tornato alla mente dopo “l’incontro” di martedì scorso 25 luglio.
UN’AUTO BLU E UN UOMO IN CANOTTIERA
Un pomeriggio estivo, nel prato vicino a casa, a Piano di Bisuschio, il mio papà Giuseppe falciava l’erba per i conigli e io rincorrevo farfalle. A un certo punto si era materializzata accanto a noi un’enorme automobile blu. L’autista, in livrea, col cappello, aveva abbassato il finestrino per chiedere informazioni su come arrivare a Viggiù. (Non c’era il tomtom ed evidentemente aveva inforcato la strada sbagliata, prendendo quella allora sterrata che scendeva da Brenno, anziché la statale più agevole dal centro di Bisuschio). Contemporaneamente anche il finestrino dietro era sceso piano piano mostrando l’ospite illustre: un vescovo con lo zucchetto viola e la faccia bonaria.
Lo vedo ancora, il papà, con la falce in mano, sudato, in canottiera… Resosi conto del personaggio seduto nell’auto, si era scusato, imbarazzatissimo, per essere così «poco presentabile» e aveva detto «Eccellenza» nell’indicare la strada che gli veniva richiesta…
Il mio papà, del 1914, che aveva frequentato solo fino alla quinta elementare e che faceva l’operaio in ferrovia, sapeva con quale titolo rivolgersi ad un "Vescovo". Aveva saputo far fronte - per quanto imbarazzato e intimidito - ad una situazione così insolita. Ed aveva anche baciato l’anello che gli veniva porto dal finestrino. Una cosa inaudita. Da raccontare a destra e a manca alle compagne di giochi, con l’eroe del momento, che guarda caso, era un mio familiare. E il vescovo? Uno di noi. Dovevate essere lì, signore catechiste! Alla mano, sorridente, che ti mette a tuo agio!
Sono poi passati gli anni e il vescovo si è fatto sempre più vicino alla gente… Del resto, come potrebbe essere altrimenti, con un Papa che si chiama “Francesco” e che si rivolge a noi (io c’ero, quel giorno, in Piazza San Pietro!) con un semplice «Buonasera?».
SOLO AL PARCHEGGIO
E poi ecco l’altro recentissimo incontro… Avvisata dalle pie amiche la sera del 24 luglio, vengo a conoscenza che di prima mattina, il giorno dopo, sarebbe giunto in paese monsignor Delpini, in pellegrinaggio personale nelle terre ambrosiane, prima del suo insediamento ufficiale come arcivescovo di Milano.
Non faccio parte di alcuna delle associazioni che gravitano attorno alla parrocchia - Caritas, casalinghe, Terza età, Gruppo Missionario…- e non ho dimestichezza di incontri ravvicinati di codesto tipo, ma la buona creanza di accogliere al meglio un ospite, di ricambiare almeno con la presenza il dono di una visita, nonché la curiosità di giudicare l’evento con i miei stessi occhi, hanno fatto sì che quel mattino accantonassi ogni altro impegno e mi precipitassi verso la chiesa. Arrivata molto in anticipo (odio arrivare di corsa e all’ultimo momento) al parcheggio dietro l’oratorio, mentre chiudo la mia utilitaria, vedo poco distante una figura maschile – pantaloni e camicia nera – che fa altrettanto con la sua. Si gira e si avvia di buon passo verso la chiesa.
Metto a fuoco un attimo… Riguardo con attenzione… Mi viene un dubbio. Poi allibita devo convenire: è il nostro nuovo arcivescovo. Ma non doveva arrivare con Don Giampietro? Ma ha guidato lui? Ha trovato la strada da solo? E ha parcheggiato zitto zitto, senza dare tempo ad alcuno di andargli incontro e di riverirlo come conviene se non come persona – data la modestia – almeno per la carica che ricopre?
Intanto arriva e posteggia beato – siamo in largo anticipo sull’appuntamento – l’amico Marco. Lui sì, ha incarichi importanti in Parrocchia. Gli indico la figura che si sta allontanando.
«Hai visto che è già arrivato?»
«Chi?»
«L’Arcivescovo!»
«Ma come… quello… è Lui?». E Marco si fionda dietro a monsignore, preoccupato di averlo trovato al parcheggio, solo, senza nessuno che lo attendesse con un minimo di convenevoli. Siamo una parrocchia piccola, ma sappiamo cos’è l’accoglienza e la gratitudine. E un’occasione simile, quando ci ricapita?
Io taglio da dietro, ed entro in chiesa dalla porticina laterale. Un buon numero di donne occupa già le panche girate per l’occasione verso l’altare della Madonna. Vorrei avvisarle dell’arrivo anticipato per un’accoglienza un po’ gioiosa, un applauso, ma Monsignore mi precede e va diritto all’altare.
Si inginocchia e prega. Intanto qualcuno l’ha riconosciuto e passa parola. Non sto a dire la faccia dei presenti. Penso uguale alla mia là al parcheggio: incredula e stupita.
Quando si rivolge a noi, il nostro Arcivescovo mantiene il profilo semplice e alla mano con il quale si era presentato… Saluta tutti i convenuti con amabilità e sorriso schietto. Parla del suo nome, Mario, che a suo dire è semplice e comune. Ma, se spostiamo l’accento, da Màrio a Marìo, abbiamo invece il corrispettivo maschile del nome più amato in ogni luogo della terra: Maria. E scusate se è poco.
STRETTA DI MANO E PIETÀ RONDANINI
Se n’è andato lasciandoci l’immaginetta della Pietà Rondanini e stringendo tutte le mani.
Rifletto su quella scultura incompiuta di Michelangelo: non è perfetta, monumentale, algida, come la Pietà in San Pietro. Non ci lascia a bocca aperta per la maestria dell’autore, la bellezza suprema e la raffinatezza di ogni dettaglio; è un gruppo marmoreo ancora grezzo, esteticamente poco bello, ma suscita emozioni come pochi altri. Quel Cristo che scivola nell’abbraccio della Madre e Maria che un po’ lo abbraccia, un po’ lo sorregge, un po’ si aggrappa a Lui…
E’ un’immagine drammatica, ma nello stesso tempo dolce e profondamente umana. E la dice lunga sul nuovo arcivescovo, che l’ha scelta e ha voluto consegnarcela di persona, prima che gli impegni, a Milano, diventino pressanti e inderogabili. Chissà se tornerà a trovarci presto.
Reduci da un incontro così familiare e alla mano, la prossima volta l’attenderemo in pompa magna. Del resto, “Eccellenza”, quando si è designati alla Diocesi più grande del mondo, quando un Papa come Francesco L’ha ritenuto degno ed adeguato al compito enorme che L’aspetta - nonostante la sua naturale ritrosia, - qualche concessione al protocollo dovrà pur farla!
Tiziana Zucchi 

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