Edizione n. 12 di mercoledì 14 aprile 2021

Villa Clara

Quei rami (dinastici) del lago Maggiore

Villa Clara di Baveno e la famiglia Branca in «una storia di fantasmi per adulti»
Quei rami (dinastici) del lago Maggiore

Immagino stia facendo la gioia degli storici, degli storici dell'arte, dei cultori di varia umanità tenere tra le mani le pagine di "Villa Clara". A scrivere di quell'entità sulle colline di Baveno e del lago Maggiore, che fin dall'originarsi sollecitò attenzione non solo territoriale, questa volta non è un ricercatore che percorrendo complicati corridoi di archivi, biblioteche e musei cerchi indizi per recuperare dinastie, un'epoca e i suoi culti. A raccontare è Bernardino Branca, cioè chi in prima persona ne sa, dal principio a oggi, perché in Villa Clara ci ha vissuto durante le vacanze di infanzia e adolescenza, perché quella vicenda gli appartiene essendosi generata all'interno della sua famiglia.
Non è la prima apparizione di Branca in veste di scrittore. Dopo gli studi in Inghilterra e Italia sul Rinascimento italiano, la professione in campo finanziario (ambito in cui ha sviluppato un'analisi antropologica), da alcuni anni è tornato alle discipline storico-artistiche e filosofiche che lo hanno sempre attratto e ha conseguito una seconda laurea magistrale in Filosofia alla Cattolica di Milano. Nel 2019 ha pubblicato "Edgar Wind filosofo delle immagini. La biografia intellettuale di un discepolo di Aby Warburg" (Mimesis Edizioni).

Una sorta di estesa curiosità, dicevamo. Come mai?
Villa Clara - oggi Villa Maria - dai primi passi ha rivestito ruoli di unicità. Venne costruita nel 1870 dall'architetto William Allen Boulnois su commissione di Charles Henfrey, ingegnere ferroviario in India che voleva far felice la giovane moglie, Clara Goodeve. Con lei lì stabilì la principale residenza. Scrive Branca, «In mattoni rossi e in stile English New Gothic, è simile a numerosi edifici londinesi, tra cui la stazione di King's Cross St Pancras. I comignoli turriti erano altissimi come i pinnacoli di una cattedrale gotica, e questo faceva sì che i camini potessero alimentare il fuoco con un effetto sifone che aveva un che di portentoso».
Ma non fu solo la capacità evocativa di questa architettura con le sue arti diffuse all'interno e nel parco ad essere richiamo. Il fascino del luogo si alimentò di sensazioni ed eventi di portata eccezionale già nella prima decade, quando i coniugi Hanfrey ospitarono dal 26 marzo al 24 aprile 1879 la Regina Vittoria con il suo vasto seguito. Qualcosa di memorabile e irripetibile per la località del Verbano, malgrado altri reali e loro corti a fine Ottocento le vie ferrate dei centri del lago fra Italia e Svizzera le percorressero e su piroscafi più o meno sontuosi si imbarcassero.Victoria però era Victoria, personalità monumentale, inconfondibile, leggenda in vita... imperatrice anima e corpo. 
Rimasta vedova, Clara vendette la villa nel 1892. «Ad acquistarla - narra Branca - fu la mia bisnonna, Maria di Casale Monferrato, carismatica mater familias, all'indomani della prematura morte del suo di marito: mio bisnonno proveniva dalla vicina Pallanza. La bisnonna fece di questa Stately Home inglese sulle rive del lago Maggiore il punto di riferimento per la sua famiglia e poi per i suoi nipoti».

La ricostruzione prosegue, si addentra, alterna memorie, accadimenti, annotazioni biografiche e bibliografiche ed è nella pluralità di rimandi e agganci protagonista della narrazione facendo luce sui poliedrici componenti di una famiglia - i Branca - che dal Cinquecento hanno distribuito più rami sulle sponde piemontese, lombarda e svizzera del Verbano innovando, creando imprese e cultura e oltre estendendosi. Eppure il viaggio in cui l'autore conduce con il suo racconto che lui chiama «una storia di fantasmi per adulti» è soprattutto altro. Prima di tutto, è un'indagine nelle sfere dei sentimenti fondanti a partire dalle figure cardine, è una ricerca di senso, lo scrutare in sé e negli altri senza giudizio o pregiudizio. È andare là dove ci sono anse, interstizi, magari spine di territori inesplorati. Senza affettazione, e senza cascare nel melenso, rischio dietro l'angolo quando si va a pescare nel privato e nel memoir. Con quale composita linearità Branca padroneggi una materia tanto fragile e impervia quanto quella delle cose dello spirito, accantonando l'ovvietà, emerge fin dalle prime pagine e dà loro impalpabile compiutezza e carica simbolica. Non per niente il libro, che si apre con un esergo da Rilke (La vera patria di un uomo è la sua infanzia), si struttura come Lettera ai figli, in un accompagnamento e svelamento condotti con libertà e misura. Qualcosa non perché si sappia ma perché si comprenda.
Elena Ciuti

 - Bernardino Branca, "Villa Clara", Mimesis Edizioni, 10 euro. 

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