Edizione n. 15 di mercoledì 18 aprile 2018

riuso

Stazioni ferroviarie, Luino tra Corridoio Rotterdam-Genova e servizio passeggeri

Vapori d'antan, dall'archivio di Verbano Express

Le stazioni ferroviarie sono classificate «…in quattro categorie sintetiche, predefinite e graduate - platinum, gold, silver, bronze - in grado di esprimerne lo stato attuale e le potenzialità». Rfi le ha definite così in un giudizio decrescente che va da quelle ad altissime frequentazioni (platinum) con vasti interessi anche commerciali fino a quelle (bronze) utilizzate da viaggiatori di numero limitato e addirittura prive di fabbricati.
E Luino? La nostra stazione è del tipo “silver”: un argento un po’ annerito per quanto riguarda le parti non utilizzate per la viva circolazione. Nelle nobili famiglie decadute le argenterie hanno bisogno di essere affidate alla servitù per la indispensabile lucidatura, pena figuracce con gli ospiti.

DOUBLE FACE
La Luino “stazione silver” nella realtà attuale ha bisogno molto più di una efficace lucidatura. In assenza di valide iniziative correrebbe il rischio di rimanere ingessata in una realtà bifronte. Infatti, da un lato, costituisce importante nodo di livello europeo, seppur a binario unico, dell’era di AlpTransit per il Corridoio Rotterdam-Genova con una moderna circolazione al servizio di sua maestà il traffico merci; dall’altro, è relegata a stazione silver frequentata da treni passeggeri la cui importanza è lontana anni luce dalla classifica platinum o gold. Una deludente realtà che vede Luino limitata da vuoti di orario nell’arco della giornata e treni passeggeri che, forse, meriterebbero qualche classificazione più incoraggiante anche per le auspicabili correnti turistiche provenienti dall’estero, dal Piemonte, dalla Lombardia o dall'aeroporto di Malpensa.
POSSIBILI RIUSO LOCALI...
Rimane, poi, la parte del “Riuso sociale del patrimonio ferroviario non utilizzato”, così come si è espressa la dirigenza di Rfi (vedi ilcorrieredelverbano.it dell'11 aprile 2018). E allora, sarebbe un vero peccato rassegnarsi alla poca entusiasmante classifica di silver (argento sbiadito!) della stazione voluta da Rfi.
Dalle parole sul “Riuso sociale del patrimonio ferroviario non utilizzato” emerge il miglior invito a dar vita a un concreto accordo fra amministrazione comunale, Rete Ferroviaria Italiana e associazioni locali, affinché si trasformino le strutture non utilizzate in un volano commerciale, economico, culturale e turistico a beneficio della città, sottratta all’immeritato e statico ruolo di cattedrale nel deserto.
Andando sul concreto: è possibile utilizzare l’ex magazzino doganale, dotato anche di binari al suo interno, in fregio a via XXV Aprile quale museo dei trasporti?
Di materiale, ve n’è abbastanza sia affidato alla Associazione Verbano Express sia presente nel territorio dove sussiste un grosso patrimonio di storici veicoli militari della seconda guerra mondiale, carretti siciliani, bici e moto d’epoca, foto della stazione e mille altri cimeli. Tutta roba che continua a rimanere sconosciuta ai più. Un vero peccato.
...E PROSPETTIVE COMUNALI
Quel salone doganale del fabbricato viaggiatori perché non affidarlo a chi voglia allestire mostre di vario genere? E gli uffici o sale d’aspetto abbandonate perché non riportarli in vita a cura di club ed associazioni culturali?
L’amministrazione comunale, alla luce delle incoraggianti aperture della ferrovia, ora può guardare con concrete prospettive nella giusta direzione: «La stazione – sono le parole di Rfi - nella nuova accezione del termine, si apre alla città circostante, al territorio, diventa agorà e si propone come polo di attrazione urbana, centro di servizi e funzioni polivalenti dedicati a tutti gli abitanti e non solo punto cardine della mobilità collettiva.»
Se così dovesse accadere, la stazione di Luino non sarebbe più una Cenerentola ma nobildonna, promossa da silver a gold, senza essere più un non-luogo, per ricordare la definizione di Marc Augé.
Giovanni Mele
ninomele35@gmail.com
2)- fine  

Stazioni ferroviarie, da luogo di transito a polo di attrazione urbana

Nuovo corso di RFI per magazzini merci, sale d’attesa, uffici e appartamenti delle stazioni “impresenziate”
salone dogane stazione

Pronunci Trenitalia, Tilo o Trenord e ti vengono in mente treni passeggeri, più o meno comodi, veloci, a volte strapieni o addirittura incidentati, e mugugni di pendolari. Scrivi Rfi (Rete Ferroviaria Italiana) e il pensiero ti riconduce a stazioni, binari, passaggi a livello, scambi, segnali luminosi, magazzini e tutto quanto sa di infrastrutture. E non puoi dimenticare l’esistenza dei treni merci.
Quelle sigle si riferiscono ad aziende che allestiscono treni e ne consentono la circolazione. Il tutto, però, non sempre a misura di cittadinanza. Vincoli di bilancio la fanno, spesso, da padrone con gli utenti che passano in secondo piano davanti a guasti, interruzioni di linee e materiali rotabili che accusano acciacchi. Ma non mancano le scuse con il gentile annuncio: «Ci scusiamo per il disagio».
Ora, però, Rfi si presenta con un nuovo volto che ci lascia ben sperare. La società concessionaria, oltre agli studi tecnici, progetti di evoluta ingegneria ferroviaria, elaborazioni elettroniche, mostra pulsazioni di un cuore che batte per la salvaguardia del patrimonio di centinaia di stazioni e non trascura cultura, storia, aspetti sociali ed esigenze umane in sinergia con associazioni, territorio ed enti locali.
Una direzione intrapresa non da uno stuolo di appassionati di treni o stazioni ma da quella Rfi che ritenevamo impegnata solo sul versante tecnico. Il suo amministratore delegato ne parla presentando un interessante volume dal titolo Stazioni Ferroviarie: come rigenerare un patrimonio. Finalmente dai vertici ferroviari giungono parole incoraggianti che attendevamo da decenni. Uno squarcio di sole parrebbe illuminare la storia ultracentenaria della ferrovia.
«Le stazioni ferroviarie – sono le parole del capo di Rete Ferroviaria Italiana - oggi (vanno) utilizzate per scopi sociali, turistici o culturali. Spazi di promozione turistica e ambientale, centri culturali e di aggregazione per giovani e anziani. Attraverso questo processo di rigenerazione Rfi offre una nuova vita a magazzini merci, sale d’attesa, uffici e appartamenti…». Più che dell’alta dirigenza ferroviaria parrebbero parole di un sociologo. Questa è musica per le orecchie di chi da tempo ne va parlando, spesso inascoltato, anche sullo scenario locale. 

RUOLO DI COMUNI E VOLONTARIATO
Va precisato, tuttavia, che gli innovativi concetti si riferiscono alle stazioni cosiddette “impresenziate” (Luino è tutt’altra roba e ne parleremo) i cui locali, un tempo vissuti da personale Fs, ora si presentano vuoti e inanimati. Una parte di essi, inaccessibile al pubblico, ha rimosso tavoli, sedie, sportelli per la vendita di biglietti e ora è dominata da strumenti elettronici, relè, monitor e apparecchi per arrivi, partenze, quadri luminosi e annunci ai viaggiatori.
I locali che eccedono sarebbe un vero peccato abbandonarli al degrado o, peggio, allo scempio di vandali. Allora Rfi con saggia decisione si rivolge ad associazioni e amministrazioni comunali per affidarli alla collettività. E poiché sappiamo tutti che le nozze non si fanno con i fichi secchi Rfi, alleandosi con la Banca Etica, lo scorso 26 marzo ha stilato un accordo per gli opportuni sostegni finanziari a enti e associazioni. Uffici vuoti e spazi verdi di un tempo vanno in buone mani «…in comodato d’uso gratuito o in locazione agevolata».
RIUSO SOCIALE DEL PATRIMONIO FERROVIARIO NON UTILIZZATO
«Il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane - ci spiega Rfi - è da anni impegnato in un profondo sforzo di riorganizzazione e rigenerazione delle stazioni ferroviarie che, in seguito al perfezionamento dei sistemi tecnologici di gestione centralizzata della circolazione ferroviaria, non necessitano della presenza di personale operativo. Questa evoluzione ha comportato anche una ridefinizione semantica e concettuale di tali spazi: le stazioni non sono più concepite come meri luoghi di transito, di arrivo e partenza dei viaggiatori (i cosiddetti non-luoghi di Marc Augé), ma stanno acquisendo, sempre di più, una valenza commerciale e culturale, diventando luoghi d’incontro, di scambio e di relazione per tutti i cittadini. La stazione, nella nuova accezione del termine, si apre alla città circostante, al territorio, diventa agorà e si propone come polo di attrazione urbana, centro di servizi e funzioni polivalenti dedicati a tutti gli abitanti e non solo punto cardine della mobilità collettiva».

STAZIONE DI LUINO
Questo è quanto andiamo sollecitando da decenni. A questo punto varrebbe la pena fare un pensierino sulla Stazione internazionale di Luino, costruita e amministrata, un tempo, dalle ferrovie italiane e svizzere. E balzano agli occhi i magazzini dai tetti che crollano, gli spazi e impianti sacrificati da decisioni che lasciano perplessi, sale d’attesa che si preferisce tenere vuote, saloni stile Belle Époque lasciati disadorni e strutture dell’antico mercato di bestiame, frequentato da operatori dell’antica Europa, che ora si vorrebbero abbattere. Gli annali del Corriere del Verbano sono pieni dei ripetuti appelli in proposito.
La stazione di Luino, classe 1882, va fatta rivivere. Ben vengano le innovazioni per far circolare treni merci e passeggeri, ma gli innumerevoli locali e spazi in disuso vanno affidati alla collettività e alla Città di Luino, sempreché alle parole seguano i fatti.
Rfi e amministrazione comunale, sottoposti alle sollecitazioni dei cittadini, devono dimostrare nuovi e fattivi interessi per il recupero di una stazione che è un radicato patrimonio.
Giovanni Mele
ninomele35@gmai.com
(1-continua) 

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