Edizione n. 12 di mercoledì 14 aprile 2021

ospedale di Circolo

Vaccino Reithera, anche due varesini nella sperimentazione

Sono stati selezionati tra le decine di volontari che avevano dato la loro disponibilità a sottoporsi al nuovo prodotto italiano

Ci sono anche due varesini tra i volontari selezionati per la sperimentazione del Reithera. Sono un uomo di Azzate e uno di Varese, che venerdì 2 aprile 2021 nell'Ospedale di Circolo di Varese si sono sottoposti alla somministrazione del vaccino italiano entrato nella fase 2.
L'operazione è stata eseguita dal personale del reparto infettivi sotto la supervisione della dottoressa Augusta Diani, direttrice del reparto vaccinazioni di Asst Sette Laghi e principal investigator della fase 2 varesina di Reithera. I due volontari riceveranno la seconda dose tra 21 giorni e saranno costantemente monitorati nei prossimi due anni. In particolare verranno sottoposti regolarmente a test sierologici per valutare il loro titolo anticorpale e ad esami ematochimici per verificarne la sicurezza.
«Se tutto andrà bene come nella fase 1 – ha dichiarato il direttore del reparto infettivologia e docente all'Università dell'Insubria Paolo Grossi - potremmo passare alla fase 3 già con il prossimo 15 giugno e chiedere la certificazione Ema e Aifa in autunno entrando subito in produzione. In fase 3 il panel sarà allargato a migliaia di residenti non solo in Italia ma anche all'estero. Disporre di un prodotto nazionale, sicuro, efficace e comodo - il prodotto potrebbe essere monodose ed è conservabile in un normale frigo - rappresenterà un valido aiuto alla campagna vaccinale di massa, specialmente a quelle che seguiranno negli anni futuri».
Nella stessa giornata del 2 aprile il Data Safety Monitoring Board, di cui cui fa parte il professor Grossi, ha comunicato di aver completato il panel di 750 volontari under 65. Resta da individuare una parte dei centocinquanta volontari over 65 per arrivare al numero totale di novecento persone della fase 2. A un terzo di esse viene somministrato placebo, a un terzo una dose piena e una successiva dose di placebo, a un terzo la stessa dose ma in due somministrazioni distanziate di tre settimane una dall'altra. 

Varese, alla scoperta di virus che possono causare diabete, malattie del cuore e altre patologie

Ricerca dell’Università dell’Insubria mette in luce la presenza di agenti infettivi mutati capaci di produrre infezioni croniche progressive

In casi di diabete, miocardiopatia cronica e sindrome post-poliomielite ci possono essere enterovirus mutati capaci di produrre infezioni croniche progressive. La loro presenza è stata messa in luce dai microbiologi dell’Università dell’Insubria di Varese.
Lo studio, pubblicato il 10 luglio 2017 sulla rivista inglese Scientific Reports, è stato condotto su casi clinici dei reparti di pediatria, cardiologia e neurologia dell’Ospedale di Circolo con la collaborazione di un virologo della Food and Drug Administration americana e di un diabetologo dell’Università di Miami. La ricerca prosegue a Varese con il sostegno del ministero della Salute italiano e con un finanziamento americano.
CHE COSA SONO GLI ENTEROVIRUS
Gli enterovirus sono tra gli agenti infettivi più diffusi in tutto il mondo, comprendono almeno 110 tipi diversi di virus e si trasmettono nella popolazione per via fecale-orale, ma anche per via respiratoria. Se si aggiunge che alla loro vastità s’abbina anche una notevole variabilità genetica, si capisce subito perché la loro identificazione sia particolarmente complessa.
Il virologo Konstantin Chumakov della Food and Drug Administration americana ha confermato i risultati ottenuti a Varese sequenziando i genomi virali con metodi sviluppati ad hoc ed ha anche effettuato un’analisi filogenetica utilizzando un database dei genomi degli enterovirus che lui stesso ha prodotto.
NUOVE PROCEDURE DIAGNOSTICHE
«Per questa ricerca - ha spiegato il professor Antonio Toniolo, ordinario di Microbiologia medica nell’ateneo varesino - sono state messe a punto nuove procedure diagnostiche che si basano sull’integrazione di metodi per isolare i virus in colture di cellule, per sequenziare i genomi virali, per evidenziare le proteine dei virus nei campioni biologici. Questo approccio particolare ha dimostrato che infezioni croniche da enterovirus possono rappresentare un’importante causa di disturbi endocrini, cardiaci e neurologici a lenta evoluzione» 
SOGGETTI COLPITI E PERSISTENZA
I risultati ottenuti a Varese sono stati confermati dal virologo Konstantin Chumakov della Food and Drug Administration americana. Oltre a sequenziare i genomi virali con metodi sviluppati ad hoc, ha anche effettuato un’analisi filogenetica, utilizzando un database dei genomi degli enterovirus che lui stesso ha prodotto.
Nel loro insieme i risultati indicano che i poliovirus (enterovirus della specie C) possono persistere per almeno 80 anni nei soggetti colpiti da poliomielite. Altri tipi di enterovirus (delle specie A e B) sono presenti in soggetti con diabete o con miocardiopatie croniche.
Lo studio segue recenti pubblicazioni dell’équipe del professor Toniolo riguardanti il ruolo eziologico delle infezioni virali nel diabete e in altre patologie croniche. Questi lavori sono apparsi su Pediatric Diabetes, Diabetologia, Scientific Reports e sul volume di Springer “Diabetes and Viruses”.
RISULTATI CLINICI E PROSPETTIVE ANTIVIRALI
I risultati mettono a disposizione dei clinici un nuovo metodo per identificare precocemente gli individui cronicamente infettati con tipi diversi di enterovirus. «Gli individui infetti – ha aggiunto il professor Toniolo - potranno essere tenuti in osservazione per diagnosticare eventuali forme di diabete, di miocardiopatie, di patologie neurologiche e curarle il più precocemente possibile. In secondo luogo, è oggi possibile pensare all’uso di farmaci antivirali per ridurre il danno conseguente alle infezioni virali già in atto. In terzo luogo - nell’ambito di collaborazioni internazionali che l’Università dell’Insubria mantiene da tempo – si potranno identificare tipi di enterovirus con tendenza particolare a produrre danni del pancreas endocrino, del miocardio, oppure dei motoneuroni. Questi studi potranno aprire una via per la formulazione di vaccini antivirali specifici». 

Tumore in bocca, a Varese operazione con braccio robotizzato

Intervento innovativo all'Ospedale di Circolo eseguito da équipe di specialisti
Ospedale di Circolo di Varese (foto ORL-1)

Un sofisticato braccio robotizzato usato per asportare la neoplasia in maniera mininvasiva passando dalla bocca. Queste le coordinate di un intervento chirurgico innovativo eseguito all’Ospedale di Circolo di Varese da una équipe di oncologi, radioterapisti, otorinolaringoiatri e chirurghi plastici per rimuovere un tumore maligno della base della lingua.
Il paziente, un settantenne residente in provincia, si è ripreso molto velocemente ed è stato dimesso dall’ospedale circa dieci giorni dopo la procedura chirurgica, con esiti funzionali considerati molto incoraggianti in termini di linguaggio, respirazione e deglutizione.
FASI SEGUITE ATTRAVERSO UNA CONSOLE
Il braccio robotico è stato pilotato attraverso una console per seguire ogni fase operativa, proiettata su tre maxischermi 4K in 3D installati nella sala operatoria. Anestesisti, strumentiste, infermiere e personale della sala operatoria indossavano appositi occhiali 3D per collaborare all’operazione condotta dal dottor Paolo Battaglia, ricercatore dell’Università degli Studi dell’Insubria e dirigente medico del reparto di otorinolaringoiatria dell’ospedale. La visione ad alta definizione e la percezione della profondità di campo tridimensionale hanno consentito di togliere, in maniera molto precisa, la massa neoplastica senza danneggiare i tessuti circostanti.
«Si tratta del primo intervento chirurgico con l’ausilio di questo braccio robotico per le neoplasie dell’orofaringe» ha spiegato il dottor Battaglia. «In passato, interventi chirurgici di questo tipo richiedevano estesi tagli sulla pelle della faccia e in alcuni casi persino il taglio dell’osso della mandibola. Con questa nuova tecnologia siamo riusciti ad ottenere una rimozione completa e sicura del tumore dal punto di vista oncologico ma al tempo stesso siamo riusciti a ridurre l’invasività dell’intervento».
OPERAZIONI CONTESTUALI
Una volta rimossa la neoplasia, l’équipe del direttore dell’Unità operativa di microchirurgia della mano, professor Mario Cherubino, ha ripristinato il rivestimento mucoso della bocca per consentire una più rapida guarigione del paziente in termini di deglutizione e fonazione. Contestualmente all’intervento nella bocca, sono stati asportati anche i livelli linfonodali del collo a rischio di micrometastasi, per ridurre il rischio di possibili recidive della neoplasia in futuro, ad opera dell’equipe otorinolaringoiatrica guidata dal dottor Mario Turri Zanoni.
L’intervento chirurgico si è svolto senza complicanze, grazie anche al supporto del team anestesiologico composto dalle dottoresse Rosella Bulgheroni e Simona Cozzi.
L’esame approfondito della neoplasia, eseguito dai patologi Carla Facco e Fausto Sessa, direttore dell’Anatomia patologica di Varese, ha confermato l’adeguatezza dell’intervento chirurgico, tanto che non è stato necessario completare le cure con trattamenti di radioterapia e chemioterapia, velocizzando ancora di più il recupero funzionale del paziente.
DIFFICILI DA DIAGNOSTICARE
«Anche in tempi difficili come quello che stiamo attraversando, la collaborazione multidisciplinare e l'innovazione rimangono il motore per una sanità vincente e di qualità» hanno commentato Paolo Castelnuovo, direttore del dipartimento chirurgie specialistiche dell’Asst Sette Laghi di Varese e il direttore del dipartimento di biotecnologie e scienze della vita dell’Università degli Studi dell’Insubria Luigi Valdatta. «Siamo orgogliosi di questo risultato e continuiamo a lavorare per stimolare la ricerca scientifica al servizio del paziente».
I tumori che insorgono nella zona più profonda della bocca, chiamata orofaringe, sono tumori difficili da diagnosticare e che possono causare disturbi come dolore e fastidio alla gola, con difficoltà a deglutire e a parlare nelle fasi più avanzate. Sono generalmente collegati all’abitudine al fumo di sigaretta e all’assunzione di alcoolici, ma possono essere causati anche dall’infezione da papilloma virus umano (Hpv), che si può trasmettere per via sessuale ed è responsabile dell’aumento dell’incidenza di questi tumori negli ultimi anni. 

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