Edizione n.5 di mercoledì 13 febbraio 2019

ipotermia

Ipotermia, «uno stato subdolo e spesso sottovalutato»

A Varese attivo da quattro anni un Centro regionale di riferimento per il trattamento del paziente ipotermico accidentale
master internazionale in Mountain Medicine

Sopravviene con temperatura corporea sotto i 35 gradi e possono favorirla vari fattori, dalle condizioni ambientali a un inadeguato abbigliamento, dal vento alla denutrizione e alla malattia, dall'umidità all’assunzione di alcool o droghe. È la ipotermia, un abbassamento generalizzato della temperatura corporea, diversa dal congelamento, che si localizza invece su ben definite parti del corpo umano, mani, piedi, viso.
«L’ipotermia - spiega il dottor Luigi Festi dell'Ospedale di Circolo di Varese - è spesso sottovalutata: basti pensare che può presentarsi in alcune condizioni, di notte o, in presenza di eventi meteorologici estremi, anche nel periodo estivo. Per valutare l’entità dell’ipotermia, si ricorre alla tabella stilata venti anni fa dallo svizzero Bruno Durrer, che individua quattro stadi di ipotermia».
L’Ospedale di Circolo di Varese è, da quattro anni, uno dei Centri regionali di riferimento per il trattamento del paziente ipotermico accidentale e direttore del Centro è Luigi Festi in collaborazione con il direttore della Cardio-chirurgia Cesare Beghi. Festi è un chirurgo che negli anni si è specializzato in Medicina di montagna e può contare sulla collaborazione con i maggiori esperti al mondo in questo campo. In virtù proprio di queste competenze, è anche ideatore e direttore didattico del master internazionale in Mountain Medicine dell’Università dell’Insubria e presidente della Commissione medica centrale del Club Alpino Italiano.

Come prevenire l’ipotermia
Primo presidio per evitare la comparsa di ipotermia, che al grado 3 e 4 della classificazione può essere mortale, è quello di affrontare l’ambiente freddo in buone condizioni di salute e adeguatamente equipaggiati.
«Ormai i moderni materiali che caratterizzano l’abbigliamento dedicato alla montagna - precisa Festi - consentono una vestizione cosiddetta a cipolla, quindi composta da più strati: sono necessari pochi strati traspiranti durante l’attività fisica, così che il sudore non ristagni sulla pelle, aumentando il pericolo di ipotermia quando ci si ferma. Servono invece più strati quando ci si ferma e durante il riposo, dal momento che la presenza di aria tra strato e strato agisce come isolante, aiutando a mantenere la fisiologica temperatura corporea».
Ma non è tutto. «E’ importante poi – aggiunge Festi - evitare per quanto possibile l’esposizione al vento e all’acqua e l’assunzione di alcol e droghe che provocano vasodilatazione periferica, aumentano la dispersione del calore. È invece utile muoversi per produrre calore, massaggiare le parti a rischio, mani e piedi, se possibile nutrirsi con alimenti ipercalorici, assumere liquidi caldi».
Soprattutto, però, bisogna evitare di farsi sorprendere senza un equipaggiamento adeguato dal repentino cambiamento delle condizioni ambientali. «Per evitare l’ipotermia – prosegue Festi - è fondamentale pensarci. Sì, perché l’ipotermia è uno stato subdolo, che si insinua lentamente e di cui spesso non si ha la consapevolezza. I sintomi sono infatti piuttosto comuni, dai brividi ad uno stato di incoscienza sempre più accentuato. Anzi, con il peggiorare della situazione l’ipotermia comporta uno stato di euforia e semi-incoscienza».
Varie le procedure che possono essere intraprese negli stadi più precoci e sono alla portata di tutti. Quando, però, la temperatura interna scende sotto i 32 gradi, è necessaria la presenza di personale sanitario. «Il ruolo del cardio-chirurgo e del perfusionista – conclude Festi - diventa quindi essenziale, e il trattamento terapeutico viene concordato insieme tra responsabile del Centro e cardio-chirurgo, escludendo a priori i pazienti gravemente traumatizzati o in asfissia, situazioni che controindicano la rianimazione e il riscaldamento».
Nella foto: soccorso in montagna (foto scattata all'Alpe D'Huez, in Francia, in occasione dell'edizione 2018 del master internazionale in Mountain Medicine dell’Università dell’Insubria in collaborazione con il corso di Mountain Emergency Medicine dell'Università di Grenoble). 

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