Edizione n.5 di mercoledì 13 febbraio 2019

dighe

Dighe e grandi derivazioni idroelettriche, proprietà dallo Stato alle Regioni

Ricadute della nuova norma nazionale su Province e Comuni

Per dighe e grandi derivazioni idroelettriche cambia, anche in Lombardia, l'appartenenza. Passano dallo Stato alle Regioni e il rinnovo delle concessioni consentirà un grande ciclo di investimenti privati e occupazione.
Il 7 febbraio 2019 il Parlamento ha varato il Decreto Semplificazione 2018 e una norma stabilisce che, alla scadenza delle concessioni di grandi derivazioni idroelettriche e, nei casi di decadenza o rinuncia, tutte le opere di raccolta, di regolazione e di derivazione, principali e accessorie, i canali adduttori dell'acqua, le condotte forzate e i canali di scarico passeranno, senza compenso, in proprietà delle Regioni, in stato di regolare funzionamento. Il provvedimento, atteso da chi lo sostiene da oltre vent'anni potrà, per l'assessore regionale lombardo Davide Caparini (Bilancio), «generare un ciclo di investimenti privati fino a 5 miliardi nei prossimi dieci anni e, secondo uno studio dell'Ance del 2014, fino a 45.000 posti di lavoro e un terzo di punto di Pil».

LOMBARDIA PRIMO PRODUTTORE NAZIONALE DI ENERGIA IDROELETTRICA
La Lombardia è il primo produttore nazionale di energia idroelettrica con settanta grandi derivazioni per circa 1200 MW di potenza nominale concessa e 600 piccole derivazioni per circa 250 MW di potenza concessa e, da sola, concorre ad oltre il 25% della produzione nazionale. Alcune di queste (17 su 70) sono scadute da anni e mai riassegnate. Nel frattempo Regione Lombardia potrà chiedere canoni aggiuntivi per gli impianti con una potenza superiore a 3000 kwatt nel periodo che decorre tra la concessione scaduta e la riassegnazione della stessa, destinandone almeno il 60% alle Province sedi di impianti.
La maggior parte delle settanta grandi derivazioni idroelettriche insiste su territori montani, come quello di Sondrio, Brescia, Bergamo, Como, Lecco e in parte Varese, ma ci sono alcune centrali anche nell'area metropolitana di Milano e in provincia di Monza e Brianza. La provincia di Sondrio, in particolare, con il maggior numero degli impianti allocati sul territorio (26) e oltre la metà della potenza concessa (650 MW su 1200), realizza da sola circa il 50% della produzione regionale.
PROVENTI DA CANONI AGGIUNTIVI E ENERGIA GRATUITA
«Entro il 2023, tempo necessario per la stesura della legge regionale e la riassegnazione delle concessioni, saranno maturati canoni aggiuntivi sulle concessioni scadute per un totale di 86 milioni di euro, dei quali 14 a Regione Lombardia e 72 alle Province lombarde» ha dichiarato l'assessore regionale Massimo Sertori (Enti locali).
La legge prevede anche la possibilità di chiedere ai concessionari una parte di energia gratuita che, per almeno il 50% dovrà essere distribuita alle province dove insistono gli impianti. «Si tratta – ha aggiunto Sertori - di 260 milioni di kWh, ossia circa 30 milioni di euro l'anno di energia gratuita da destinare ai servizi pubblici. Così come già succede per Trento e Bolzano, anche tutti gli altri territori di montagna potranno utilizzare una parte importante dei proventi generati dall'idroelettrico».
UNCEM: «E I PICCOLI COMUNI?»
Oggi, oltre ai canoni che i concessionari versano annualmente alle Regioni, sono previsti i "sovracanoni" destinati ai Comuni, secondo quanto scritto nella legge 959 del 1953.
«Il nuovo articolo 11-quater del DL – osserva l'Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani - obbliga le Regioni a destinare il 60% dei canoni incassati alle Province, non citando però il ruolo dei Comuni ove hanno sede impianti ovvero attraversati da condotte e toccati da altre opere. Saranno le Regioni, secondo il nuovo dispositivo, a fissare il canone, che Uncem si augura possa essere compatibile con lo "storico" sovracanone destinato agli Enti locali e non sostitutivo. Per i piccoli Comuni, i sovracanoni oggi sono un'entrata fondamentale, una posta decisiva nel bilancio, ben superiore a quanto trasferito in forma ordinaria dallo Stato». 

Lago Maggiore, la Lombardia chiede alla Svizzera di innalzare il livello

Sollecitato a Roma un intervento presso Confederazione e Canton Ticino

«La siccità rischia di procurare nei prossimi mesi danni gravissimi all'agricoltura e all'ecosistema lombardo». È l’allarme della Lombardia, che sollecita Roma a rinegoziare con Berna un livello più alto del lago Maggiore.
L’assessore regionale al territorio, urbanistica e difesa del suolo Viviana Beccalossi ha invitato il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti a intervenire sulla gestione dell'acqua nei principali laghi e fiumi lombardi. «Non possiamo solo sperare che nelle prossime settimane piova o nevichi abbondantemente per risolvere la situazione» ha spiegato.
La situazione di tutti i laghi lombardi è critica e, potenzialmente ancora di più, quella del Lago Maggiore e del fiume Ticino. La gestione di questi due bacini è regolata da accordi internazionali, che richiedono tempo prezioso per essere rinegoziati. «E' necessario regolare il lago per stoccare il maggior quantitativo possibile di acqua, che poi possa essere rilasciata nel Ticino durante la primavera e l'estate» ha aggiunto Beccalossi.
UN METRO E MEZZO IN PIÙ
Al ministro l’assessore ha chiesto di intervenire ufficialmente con il Governo svizzero e con il Canton Ticino, perché si ridiscutano i livelli del Lago Maggiore, innalzandolo di 1,50 metri sopra lo zero idrometrico.
«Per farlo – ha continuato l'assessore - l'Italia deve mettere sul piatto la situazione critica, che in questo momento contrasta con gli interessi dei gestori delle dighe in Svizzera, che storicamente trattengono l'acqua a monte del Lago Maggiore». Occorre, a suo avviso, andare oltre l’accordo raggiunto nel 2015 per regolare il livello a +1,25 metri. «Ora è necessario fare di più. Non possiamo perdere ulteriore tempo, dato che la situazione è potenzialmente la più grave degli ultimi dieci anni».  

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