Edizione n.13 di mercoledì 17 aprile 2019

cardiochirurgia

Varese, la Cardiochirurgia fa bis

Per il secondo anno consecutivo l'Osservatorio epidemiologico regionale ha confermato all'Ospedale di Circolo il livello qualitativo massimo delle prestazioni
prof.Cesare Beghi

Qualità al top all'Ospedale di Circolo di Varese per bypass aortocoronarico e valvuloplastica o sostituzione di valvole cardiache. Parola dell'Osservatorio epidemiologico regionale, che ha per il secondo anno confermato il livello massimo.
«Ogni anno eseguiamo oltre cinquecento operazioni, circa due al giorno, senza contare le urgenze» spiega il prof. Cesare Beghi, direttore della Cardiochirurgia. «Praticamente eseguiamo tutti i tipi di interventi di cardiochirurgia ad eccezione dei trapianti di cuore, compresi i più complessi, quelli che si rendono necessari in seguito alla dissezione dell'aorta o all'aneurisma dell'aorta, in cui dobbiamo procedere in emergenza alla ricostruzione di un tratto intero di questa fondamentale arteria».

SQUADRA E INTERVENTI PIÙ FREQUENTI
In campo, come precisa Beghi, «una squadra affiatata e molto preparata», composta da sei cardiochirurghi a cui si affiancano gli specializzandi dell'Università dell'Insubria.
La chirurgia valvolare, aortica e mitralica, sia sostitutiva sia riparativa, e il bypass aorto-coronarico sono le tipologie di intervento più frequenti, a cui si affiancano quelli della chirurgia della fibrillazione atriale e dell'aorta toracica e la chirurgia dello scompenso cardiaco. La malattia coronarica e la patologia valvolare, del resto, in particolare la stenosi aortica e mitralica, sono le patologie più frequenti tra i pazienti cardiochirurgici, mentre gli infartuati, che una volta dovevano passare tutti dalla cardiochirurgia, ora, per fortuna, sono trattati in numero sempre maggiore con l'angioplastica.
COMPLESSITÀ E PERCORSI
La Cardiochirurgia è una delle alte specialità e una delle chirurgie più complesse dell'Ospedale di Circolo. La complessità è maggiore quando l'intervento si svolge in emergenza, con un paziente cioè in stato di assoluta instabilità. Altri fattori di complessità sono le condizioni psicofisiche generali del paziente, mentre l'età è ormai un fattore secondario: «Oggi in Cardiochirurgia operiamo spesso anche i grandi anziani, ottantenni, persino novantenni. Le tecniche mininvasive aiutano in questo, anche se non è possibile praticarle in tutti i casi».
Il percorso dei pazienti cardiochirurgici è sempre piuttosto simile: pochi giorni di degenza preoperatoria e intervento chirurgico, che mediamente dura quattro ore, dall'anestesia all'uscita dalla sala operatoria. Poi il paziente viene ricoverato nella Terapia intensiva cardiochirurgica e risvegliato gradualmente. Lì resta normalmente un paio di giorni e poi torna nel reparto di Cardiochirurgia, per circa una settimana.
«I nostri pazienti – nota il prof. Beghi - vanno sempre in terapia intensiva dopo l'intervento perché sono molto delicati, hanno particolarmente bisogno di tranquillità, per evitare stress e picchi ipertensivi. Poi tornano da noi in reparto, per non più di una settimana. Ma è abbastanza per instaurare un rapporto che poi dura negli anni: i nostri pazienti diventano un po' nostri parenti, ogni tanto tornano a trovarci e anche se nel tempo è il cardiologo il loro specialista di riferimento, di noi non si dimenticano mai».
Nella foto, il prof. Cesare Beghi 

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