Edizione n. 1 di mercoledì 15 gennaio 2020

cambiamento climatico

2019, il quarto anno più caldo dal 1800

Un anno tra inversioni termiche e bombe d’acqua improvvise
anomalie del clima

Temperatura media nei primi undici mesi superiore di 0,88 gradi alla media storica nazionale. Ecco perché il 2019 è considerato il quarto anno più caldo dal 1800. È quanto emerge dalle elaborazioni Coldiretti sulla base degli ultimi dati di Isac Cnr dei primi dieci undici mesi dell'anno, che rileva le temperature da oltre duecento anni.
A Varese il 2019 verrà ricordato come un annus horribilis per l’agricoltura e il territorio. Iniziato male, malissimo, con gli incendi che dodici mesi fa hanno devastato centinaia di ettari di bosco, è proseguito altrettanto negativamente con alternanze climatiche (siccità, inversioni termiche, bombe d’acqua improvvise), che, nel corso della stagione, hanno compromesso numerose colture e annientato la raccolta del miele d’acacia.
Gli effetti del caldo – sottolinea Coldiretti Varese - si fanno sentire sulla natura dove sono stati sconvolti i normali cicli stagionali, mentre gli agricoltori sono in difficoltà con la programmazione di semine e raccolte. «L’ultimo autunno 2019 si è chiuso con in media quasi quattro nubifragi al giorno fra tempeste di pioggia, neve, vento, trombe d’aria e grandine, con un aumento del 21% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e centinaia di milioni di danni nelle campagne sulla base dei dati ESWD ma ha fatto registrare temperature bollenti, superiori di 1, 39 gradi la media stagionale. Non si tratta però di un caso isolato, la classifica degli anni interi più caldi lungo la Penisola negli ultimi due secoli si concentra infatti nell’ultimo periodo e comprende nell’ordine il 2018, il 2015, il 2014 e il 2003».
L’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai diventata la norma anche in Italia. «Siamo di fronte – conclude la Coldiretti prealpina – ad una evidente tendenza alla tropicalizzazione, che si manifesta con una più elevata frequenza di eventi estremi con sfasamenti stagionali e territoriali, precipitazioni brevi e intense e il rapido passaggio dal sole al maltempo».

Dall'Insubria all'Antartide, alla ricerca di forme di vita su Marte

I docenti dell'ateneo di Varese-Como Mauro Guglielmin e Stefano Ponti nella missione sul cambiamento climatico sul permafrost
Insubria Antartide
Insubria Antartide

Torneranno in Italia venerdì 13 dicembre 2019 dopo circa un mese di permanenza in Antartide nella Terra Vittoria settentrionale, in una zona di laghi perennemente ghiacciati come il Tarn Flat, dai quali potrebbero arrivare indizi per cercare forme di vita su Marte. Sono i due docenti dell’Università dell'Insubria Mauro Guglielmin, responsabile della missione, e Stefano Ponti, impegnati in un progetto condiviso sugli effetti del cambiamento climatico sul permafrost.
Insieme con Maurizio Azzaro (Consiglio nazionale delle ricerche di Messina, Istituto di scienze polari) e Ulrich Neumann (tecnico di perforazione tedesco) i quattro studiano le brine dei laghi, i depositi di ghiaccio cioè sulla superficie ricchissime di sale.

LE BRINE DI MARTE
Queste brine, nonostante l’ambiente estremo, sono popolate da batteri che sono in grado di ricavare l’energia per sopravvivere anche senza luce e a temperature bassissime, sfruttano il carbonio presente nell’ambiente e producono metano. «Abbiamo fatto – ha spiegato Guglielmin tramite il “ponte” whatsapp con l’Italia - diverse perforazioni al fine di trovare delle brine per saline, che sono l’analogo terrestre delle brine di Marte. Ne abbiamo trovate diverse tipologie con salinità anche di cinque volte superiore rispetto all’acqua di mare. Queste saranno poi portate nei laboratori del Cnr di Messina e dell’università di Perugia per le analisi micro-biologiche».
BASE ITALIANA
La base italiana in Antartide ospita attualmente venticinque ricercatori e novanta persone di supporto oltre al gruppo dell’Insubria, che tornerà in Italia il 13 dicembre dopo circa un mese di permanenza. Un mese di lavoro intenso, sette giorni su sette dalle 8 alle 20, senza connessione internet stabile, con il ping pong serale e quattro chiacchiere tra ricercatori come unico svago. I dati raccolti durante la giornata vengono infatti subito registrati, studiati e rielaborati e il tempo che resta è dedicato al riposo.
Al rientro i due docenti dell’Insubria si occuperanno in particolare di capire dove possano esistere brine come quelle dei laghi antartici e analizzeranno le carote di permafrost prelevate durante la missione. 

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