Edizione n.24 di mercoledì 17 luglio 2019

Caldè

Caldé, raduno dei Pitagora in erba

Oltre 200 piccoli e grandi geni della matematica in gara con problemi matematici e sudoku – Al festival parteciperà anche la Nazionale Italiana di giochi matematici
Dalla locandina

Nel golfo di Caldè di Castelveccana (Varese), sul lago Maggiore, più di 200 piccoli e grandi geni della matematica provenienti da tutta Italia e dalla Svizzera daranno vita, dal 26 al 28 luglio 2017, al ventitreesimo Festival di cultura e giochi matematici e alla seconda edizione del Campionato italiano di Sudoku riservato alla categoria Under 18.
Insieme a loro ci saranno anche i 24 ragazzi della Nazionale Italiana di giochi matematici, che sulle sponde del Verbano si alleneranno in vista della finale internazionale in programma a Parigi a fine agosto. I 24 azzurri hanno già superato le fasi precedenti organizzate dall’Università Bocconi, partner nell’organizzazione dell’appuntamento di Caldè.
Nel weekend, poi, il panorama dei giochi si amplierà ancora di più. In programma gare e tornei aperti a ragazzi delle scuole medie e superiori, studenti universitari, pubblico e professionisti, ma anche conferenze di Giorgio Dendi, Massimo Temporelli, Alessio Palmero Aprosio. E non è finita. Anche i più piccoli avranno l’opportunità di mettersi alla prova con giochi di logica.
A organizzare l’edizione 2017 di “Tutto è numero” è il Circolo Matematico Martin Gardner di Castelveccana, un’associazione presieduta da Nando Geronimi, ex professore di matematica. «I prossimi saranno quattro giorni tutti da vivere» ha spiegato Geronimi. «E’ davvero incredibile l’interesse che riesce a catturare la nostra iniziativa in tutta Italia. Ed è sorprendente vedere i ragazzi e gli adulti cimentarsi nella risoluzione dei problemi che abbiamo preparato in collaborazione con l’Università Bocconi e la Pro Loco di Castelveccana». 

Davide Rota, i posti dell'anima

Morto a Caldé lo scrittore e attore - Da lunedì 27 riposa al cimitero di Luino
Davide Rota

"Palla avvelenata Qualcosa mi suggerisce che, visto i tempi duri che ci aspettano (inutile negarlo, presto ci ritroveremo in una sorta di mondo rovesciato, dove la tigre asiatica la farà da padrone), dovremo rimettere mano alle nostre private aspirazioni, per ritrovare il sapore della condivisione, dell’aiuto reciproco, rinunciando a quelli che sembravano privilegi assodati e irrinunciabili. Inutile e superfluo accanirsi infatti per salvare un modello di sviluppo insostenibile, che ci ha visto, per secoli, dominanti, ma affetti da una positivistica miopia. Un nuovo paradigma ci aspetta, forse una sorta di fermo immagine sulle nostre aspirazioni postmoderne e tecnologiche, che presto diventeranno archeologia, o un sogno infranto, una meteora, uno specchio che si frantuma di fronte alla crudezza della vita reale, che reclama di grondare di nuovo di semplice e condivisa umanità. Se avvertite uno strano disagio in ciò che fate, se la vostra vita pare perdere senso, le abitudini in qualche modo svuotarsi delle ultime tracce di piacevolezza, vuol dire che ormai ci siamo. La festa è finita, la sbornia è tramontata. Siamo giunti allo sfaldamento di tutti gli idealismi e dei plurimi modelli ormai consunti, quella gran frittata di paradigmi e credenze che abbiamo esportato in tutto il pianeta, colonizzandolo con i nostri princìpi, le nostre armi, le nostre imprese, il nostro credo. E ora tutto ciò ci sta tornando indietro, come uno Tsunami inarrestabile, dal nuovo grande Oriente, come una palla avvelenata (metafora della nostra devastata Terra), una sfera spettrale che riflette e ci ributta addosso tutte le nostre illusioni teoretiche e i nostri antichi mali coloniali. Dovremo rassegnarci alle vacche magre, magari al latte di capra che 80 anni fa sfamava l’intera famiglia di mio nonno. Corsi e ricorsi storici, così diceva molti secoli fa l’illuminato e profetico Vico. Urge quindi un ritorno, una retromarcia, ma non attraverso una visione bucolica, trasognata e superficiale, ma nel senso del rispetto consapevole e d’una saggezza e umiltà riconquistate, tornando al valore e allo spessore dei tempi in cui le persone si leggevano l’un l’altro la sofferenza e la dignità nel pensiero e la gente mangiava con gli occhi una fetta di pane nero dopo averci strofinato sopra una cipolla. Cogliamo questa profonda e inquietante crisi del benessere come un’opportunità, non serve necessariamente essere pasciuti e sazi per provare gioia, l’India, pensate, è il Paese dove le persone sorridono di più, nonostante la fame e la disperazione, e la Svezia, democrazia avanzata, la nazione dove avvengono più suicidi. Molti di noi rassegnati e delusi, si sono chiusi nelle proprie solitudini o in ristrette e consolatorie cornici familiari, ma quel tempo forse è finito, per autoestinzione di un’illusione di autarchia. Un proverbio africano recita: se vuoi andare veloce vai da solo, ma se vuoi andare lontano, vai insieme a qualcun altro. Un buon consiglio per ricominciare a vivere, partendo da un’umile, disincantata e fertile autenticità partecipativa".

Così scriveva nel dicembre 2009 Davide Rota in un articolo per Il Corriere del Verbano intitolato Palla avvelenata. Tra i molti che sono comparsi sulle nostre pagine ben rappresenta l'adesione costante alla contemporaneità di questo autore indipendente, libero, che in prima persona cercava/provava vie di miglioramento e di crescita. Un personaggio anomalo nel mondo dello spettacolo di oggi Davide Rota, proprio perchè autonomo e non riconducibile a schemi e perchè “lo spettacolo” era una parte tra le tante opportunità che la vita gli aveva fornito.
Nato a Luino il 21 febbraio 1959 aveva respirato/introitato aria di teatro, indagine artistica, creatività fin da subito. Non diversamente poteva essere avendo per cugino Dario Fo. Giovanissimo, al teatro di Fo e Franca Rame Davide era approdato come attore dopo aver frequentato la Civica Scuola di Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano e essersi laureato al DAMS di Bologna in Scienze della comunicazione. Il suo cammino fatto di studio, musica e progetti era proseguito e si era arricchito ampliandosi al cabaret, alla scrittura, al giornalismo. E se a farlo conoscere al grande pubblico è stato un libro umoristico, il divertentissimo Curs de lumbard per terùn (Mondadori), altre opere a sfondo satirico, sociologico, antropologico e di costume sono seguite negli anni per più editori: ancora Mondadori, poi il Saggiatore, Nuovi Mondi, Zona. Dietro la giocosità, il ritmo, la soluzione linguistica brillante e attraente, mai idee banali, ma sguardo acuto, a volte acuminato come si è letto in No money, no cry. Risate contro la nuova casta, Se il pianeta si ribella. Come salvare la Terra dall'apocalisse ecologica, Il mio angelo custode si è suicidato (con Jacopo Fo) , Startresh, USA & Jetta, D'uomo sapiens ...
Libri dunque, e numerose iniziative legate ai luoghi che Davide prediligeva e amava – la terra natale, ma non solo -, esperienze alla Libera Università di Alcatraz con il cugino Jacopo, la realizzazione del giornale di satira L'Eco della Carogna con Angese... L'approdo al giornalismo è venuto naturalmente, con collaborazioni con Il Corriere del Verbano, le pagine culturali di Prealpina e il supplemento eXtra del Corriere del Ticino mentre proseguiva una incessante rete di progetti e idee che non disdegnavano di affiancare chi chiedesse una mano nei mondi d'arte e certezza di competenza professionale.
Una enorme vulcanicità, eppure la salute non era perfetta. Giovedì 23 ottobre, Davide Rota è morto nella sua abitazione di Caldè, paese sul lago che agli amici raccontava ideale per creare, pensare, un posto dell'anima dove vivere a lungo. Ai consueti appuntamenti con i suoi affetti non ha risposto quel giorno e, accorsi, i familiari lo hanno trovato esanime, accanto a vegliarlo il fedele cagnone.
Lunedì 27 i funerali a Luino, nella chiesa di San Pietro in Campagna prima e nell'adiacente cimitero poi, hanno raccolto insieme alla famiglia amici, colleghi e chi ha condiviso con Davide Rota l'idea che la parola e la comunicazione sono il percorso giusto verso la possibilità di soluzioni. 

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