Edizione n. 45 di mercoledì 19 dicembre 2018

Prima pagina

Proprietà intellettuale, gli assalti alle frontiere UE

In testa Cina ma anche Turchia, Panama, Thailandia - L’Italia tra i Paesi più bersagliati

Da 103 milioni nel 2010 (valore 1,1 miliardi di euro) a quasi 115 milioni nel 2011 (valore 1,3 miliardi). Tanti sono i prodotti contraffatti sequestrati dalle dogane alle frontiere esterne dell'Unione Europea. Sono alcuni dati divulgati il 24 luglio dalla Commissione sulle azioni delle dogane per il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale (DPI)
Tra i Paesi con il maggior numero di procedimenti e di pezzi sequestrati complessivamente c’è l’Italia insieme a Belgio, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito. In Italia tra il 2010 e il 2011 i procedimenti (circa 1.535) sono rimasti pressoché invariati, mentre sono notevolmente aumentati gli articoli sequestrati (da 16 a 30 milioni).
Prodotti contraffatti
Le principali categorie di articoli bloccati erano farmaci (24%), materiale di imballaggio (21%) e sigarette (18%). I prodotti di uso quotidiano e i prodotti potenzialmente pericolosi per la salute e la sicurezza dei consumatori rappresentavano complessivamente il 28,6% del totale degli articoli bloccati, a fronte del 14,5% del 2010. Anche nel 2011 si è riscontrato un aumento del numero di pacchi postali sequestrati, con un 36% costituito da farmaci.
Provenienza
Quanto ai Paesi di provenienza, il principale continua ad essere la Cina, da cui origina in totale il 73 per cento degli articoli non in regola con i DPI. Ma per alcune categorie di prodotti predominano altri Paesi d’origine, ad esempio la Turchia per i prodotti alimentari, Panama per le bevande alcoliche, la Thailandia per le bibite analcoliche e Hong Kong per i telefoni cellulari. Circa il 90% di tutte le merci bloccate è stato distrutto o è stato oggetto di un procedimento giudiziario per accertare la violazione.

Fuga di talenti, il Piemonte tenta il rimpatrio

Solo nel 2011 hanno lasciato l'Italia 27.600 giovani, dei quali 4800 lombardi e 2200 piemontesi - Un miliardo di euro il danno per il Pil nazionale

Il Piemonte ha stanziato circa un milione di euro a sostegno di 100-150 giovani in esperienze formative e di lavoro presso imprese o università estere. Unica condizione, il ritorno in patria. Inoltre aprirà uno sportello per agevolare il rimpatrio e il reinserimento di tutti gli altri giovani emigrati. Misure e servizi fanno parte del pacchetto “Iolavoro per i talenti” presentato il 29 giugno dall'assessore regionale al Lavoro e alla Formazione professionale, Claudia Porchietto.
Indagine web
Alla sperimentazione s'accompagna un'indagine web in collaborazione con la Cattolica di Milano. «A ottobre, ha annunciato il presidente Roberto Cota, saremo in grado di  raggiungere l’intera platea dei giovani emigrati all’estero che desiderino tornare a casa ed essere reinseriti nel nostro mercato del lavoro». Se la domanda supererà le attese, sono già pronte ulteriori risorse.
In Italia, dal 2001 al 2010, l’incidenza dei cittadini laureati sul totale degli espatri è raddoppiata dall’8,3 al 15,9 per cento. Nel 2011 sono stati 27.616 i giovani tra 20 e 40 anni, che hanno lasciato il nostro Paese, 2.200 solo in Piemonte. L'emigrazione ha fatto perdere al Pil nazionale circa 1 miliardo di euro in un anno.
Emorragia impressionante
Nel 2011 se ne sono andati 4.768 lombardi, 2.568 veneti, 2.418 siciliani, 2.197 piemontesi. Secondo il "Rapporto Italiani nel mondo 2012” della Fondazione Migrantes, quasi il 60 per cento degli italiani tra 18 e 24 anni si dichiara disposto a intraprendere un progetto di vita fuori dalla penisola. A essere più sfiduciati sono i 25-34enni. Più le donne che gli uomini, più nel Nord e nel Centro che nel Sud e nelle isole.
La sfiducia aumenta quando il titolo di studio posseduto è più elevato. I principali serbatoi dei giovani talenti in fuga sono le regioni del Nord.
I 20-40enni in uscita dal Paese, la fascia di età più produttiva, rappresentano il 45,54 per cento sul totale degli espatriati. Si ipotizza un 70 per cento di laureati, con un incremento dei "dottori" pari al 40 per cento in sette anni. Al I trimestre 2012 sono 265mila i laureati e post-laureati disoccupati in Italia, di cui poco meno di 40mila quelli in discipline di ambito tecnico e scientifico. 

Case Aler, affitto azzerato a ultra 70enni 'in regola' e con isee sotto 9.000 euro

Provvedimento sperimentale della Lombardia in vigore da gennaio 2019 per tre anni

Per tre anni niente canone d'affitto per ultra 70enni lombardi che vivano in case Aler e abbiano un reddito Isee inferiore ai 9.000 euro. Tutto ciò a condizione che da cinque anni siano in regola coi canoni di locazione, non abbiano altri tipi di arretrati di pagamento e siano residenti almeno da dieci anni.
A copertura del provvedimento del 12 dicembre 2018, proposto dall'assessore Stefano Bolognini, la giunta regionale della Lombardia ha approvato anche uno stanziamento di 16 milioni a favore delle Aler.
DAL 1° GENNAIO 2019 AL 31 DICEMBRE 2021
La misura, «premiale e sperimentale», partirà dal 1° gennaio 2019 e si concluderà il 31 dicembre 2021. Lo stanziamento di 16 milioni di euro sarà ripartito in 4 milioni sul 2019, 4 milioni sul 2010 e 8 milioni sul 2021.
«L'iniziativa, ha spiegato Bolognini, rientra nel completamento della riforma dei servizi abitativi e premia comportamenti corretti rispetto a quelli di chi, pur vivendo in condizioni economicamente più floride, tende a 'fare il furbo'». A beneficiarne, secondo l'assessore, saranno in Lombardia 9.266 famiglie, di cui 5.288 solo a Milano e provincia. 

Così distribuiti gli ultra 70enni che vivono in una abitazione delle cinque Aziende Lombarde Edilizia Residenziale (Aler):  1) Milano (5.288); 2) Pavia(499)-Lodi (224); 3) Brescia (566)-Cremona (273)-Mantova (236); 4) Bergamo (579)-Lecco (150)-Sondrio (139); 5) Varese/Busto Arsizio (652)-Como (305)-Monza Brianza (355).

Ispra, accordo sulla Ciclovia Lago Varese-Lago Maggiore

Al Centro ricerche firma ufficiale con Provincia di Varese e sindaci di Ispra, Cadrezzate, Travedona Monate e Biandronno
Ispra/ambiente

Altro passo avanti per la ciclovia fra il lago di Varese e quello Maggiore. A Ispra (Varese), il 23 novembre 2018, il Joint Research Centre (Jrc), la Provincia di Varese e i sindaci di Ispra, Cadrezzate, Travedona Monate e Biandronno hanno ufficialmente firmato il protocollo di intesa per la realizzazione della “Ciclovia Lago Varese-Lago Maggiore: da Ispra a Biandronno”, una nuova pista ciclabile di 12 chilometri che collegherà i laghi Maggiore e di Varese.
L'accordo ha aperto la giornata che annualmente il sito di Ispra dedica al Tavolo di confronto Emas (programma di gestione ambientale della Commissione europea). All'incontro ha partecipato anche l'assessore regionale all'ambiente Raffaele Cattaneo. «L'incontro di oggi - ha detto - è importante per il contributo scientifico e perché mette al centro i temi delle politiche di Regione Lombardia, quali la lotta al cambiamento climatico, la sostenibilità ambientale e l'economia circolare».
Il capo del dipartimento Gestione del Jrc, Rien Stroosnijder, ha presentato il piano di sviluppo fino al 2030, incentrato sull'uso di tecnologie avanzate per la gestione del sito, lo sviluppo sostenibile e una maggiore apertura al pubblico. Il Tavolo di confronto Emas è da anni un'occasione per il JRC Ispra di condividere in maniera trasparente il proprio operato e i futuri progetti in corso di sviluppo in materia ambientale.
A Ispra si punta a obiettivi sempre più ambiziosi e sempre più risorse vengono investite in progetti ad alta valenza ambientale beneficiando del know how innovativo e tecnologico dei propri ricercatori. Tra gli obiettivi figurano la riduzione delle proprie emissioni di CO2 del 63% rispetto a oggi e l'aumento dell'uso di energie rinnovabili passando dall'attuale 12% al 56%.
Nella foto: l'assessore regionale Raffaele Cattaneo e le autorità italiane e straniere che hanno partecipato al Tavolo di Confronto Emas del Joint Research Centre di Ispra.

Ue, Prosperano le città europee se cercano cultura e creatività

Copenhagen (DE) Biblioteca Reale-Diamante Nero (Schmidt, Hammer e Lassen, 1999), foto Daniele Cazzaniga

Ha cominciato il suo percorso lo scorso luglio la prima edizione dell'Osservatorio della cultura e della creatività urbana. Il nuovo strumento della Commissione Europea fornisce dati comparabili sui risultati ottenuti delle città europee in nove ambiti (comprese cultura e creatività) e indica come contribuiscano a sviluppo sociale, crescita economica e creazione di posti di lavoro.
L'Osservatorio è stato sviluppato dal servizio scientifico interno della Commissione, il Centro comune di ricerca (JRC), e aiuterà i responsabili politici e i settori culturale e creativo a identificare i punti di forza locali e gli ambiti di miglioramento, come pure a imparare da città “comparabili”. Metterà inoltre in evidenza la correlazione tra la vivacità culturale e le varie dimensioni della vita di una città, a cominciare dalla diversità sociale e dall'attività economica.
«Il mio obiettivo – ha dichiarato Tibor Navracsics, commissario europeo per l'Istruzione, la cultura, i giovani e lo sport e responsabile di JRC - è porre la cultura e la creatività al centro dell'agenda strategica europea. In un momento di grandi trasformazioni sociali e di concorrenza globale sempre più aspra tra le città, dobbiamo guardare al di là delle fonti tradizionali di crescita e benessere socioeconomico ed esaminare il ruolo della cultura in città dinamiche, innovative e ricche di diversità. L'Osservatorio della cultura e della creatività urbana mette in evidenza le città europee vincenti che hanno trovato modalità proprie per sfruttare il potenziale offerto dalla cultura e dalla creatività per stimolare lo sviluppo, l'innovazione e la creazione di posti di lavoro e migliorare la qualità della vita dei loro abitanti».
Il progetto di ricerca ha interessato centosessantotto città di trenta Paesi europei. E è disponibile online. Gli utenti possono esaminare le città selezionate e ottenere informazioni quantitative e qualitative.
La città europea culturale e creativa "ideale", secondo i parametri, sarebbe un mix delle città che ottengono i migliori risultati per ciascun indicatore. Avrebbe le sedi e le strutture culturali di Cork (Irlanda), l'attrattiva e la partecipazione culturale nonché i posti di lavoro creativi e basati sulla conoscenza di Parigi (Francia), la proprietà intellettuale e l'innovazione di Eindhoven (Paesi Bassi), i nuovi posti di lavoro nei settori creativi di Umeå (Svezia), il capitale umano e l'istruzione di Leuven (Belgio), l'apertura, la tolleranza e la fiducia di Glasgow (Regno Unito), le connessioni locali e internazionali di Utrecht (Paesi Bassi) e la qualità della governance di Copenaghen (Danimarca). Di queste otto città, cinque hanno meno di 500 mila abitanti (Cork, Eindhoven, Umeå, Leuven e Utrecht).
Lo strumento si basa su tre indici principali (vivacità culturale, economia creativa e contesto favorevole) organizzati in nove ambiti e misurati attraverso ventinove indicatori: dal numero di musei e sale concerto all'occupazione nei settori culturale e creativo, dalle domande di brevetto nel settore delle TIC (tecnologie dell'informazione e della comunicazione) al livello di fiducia delle persone nei confronti dei propri concittadini. Raccoglie dati da diverse fonti pubbliche (quali Eurostat e l'Eurobarometro) e dati sperimentali (ad esempio provenienti da TripAdvisor).
L'osservatorio dovrebbe essere aggiornato ogni due anni per rimanere concettualmente e statisticamente attendibile nel tempo.

Impianti a fune, niente più “vita tecnica”

Via libera al decreto attuativo che cancella la scadenza temporale introdotta quasi trent’anni fa
monti

In via di abolizione la vita tecnica degli impianti a fune italiani, introdotta quasi trent’anni fa. Il ministero delle Infrastrutture e Trasporti ha predisposto la sua eliminazione con un decreto attuativo di una norma del 2014. Il vincolo prevedeva un termine massimo dai 30 ai 60 anni, in base al tipo di impianto, oltre il quale era necessario sostituirli.
Il concetto di “vita tecnica” era stato introdotto dalla normativa italiana 30 anni fa (D.M. del 2 gennaio 1985). Nel 2000 l’Unione Europea aveva varato una direttiva per definire i requisiti di sicurezza obbligatori negli impianti a fune che trasportano persone. L’Italia aveva recepito la direttiva nel 2003 (decreto legislativo n. 210), eliminando la scadenza per gli impianti costruiti dopo tale data e dotati di marchio CE, ma mantenendolo per tutti quelli precedenti.
«Finalmente sarà garantita la sicurezza senza penalizzare le nostre montagne» spiegano l’eurodeputato Alberto Cirio e il vice ministro Enrico Costa. «Il concetto di vita tecnica non esiste in Europa. Dopo il parere dell’Ue eravamo riusciti ad ottenerne la cancellazione anche nel nostro Paese con un emendamento al Decreto “Sblocca Italia”, approvato il 6 novembre 2014. Senza questo decreto attuativo, però, la modifica alla legge rischiava di restare solo sulla carta e di non diventare operativa a tutti gli effetti».
OLTRE 400 IMPIANTI
Gli impianti a fune in Italia sono più di 400. Il giro d’affari sfiora un miliardo di euro, circa il 10% del valore dell’intero “sistema neve italiano”, che nella passata stagione è salito a 10,1 miliardi di euro in crescita del+3,3% (Dati stagione 2014/2015 - Osservatorio Skipass Panorama Turismo/JFC tourism&management).
«In pratica - proseguono Cirio e Costa - l’Italia aveva mantenuto un vincolo introdotto quasi 30 anni fa, aggiungendo per il nostro Paese un ulteriore obbligo a quelli richiesti dall’Europa. Con questo decreto, finalmente, è stata riequilibrata la situazione: viene garantita la sicurezza, ma senza penalizzare la competitività delle nostre imprese con aggravi burocratici e costi non necessari. Ora è importante che si proceda rapidamente agli ulteriori passaggi ed alla pubblicazione del decreto, perché alcuni impianti sono già in scadenza a fine anno». 

Basilea, il futuro degli “spazi lavoro”

Se ne è parlato al forum internazionale WorkTech18
WorkTech18, Basel, Roche, Christoph Rogge. Copyright UnGroup

La conferenza WorkTech18 ha esordito l’otto novembre in Svizzera, scegliendo gli ambienti Launchlabs di Basilea come sede. Il forum internazionale, organizzato dalla londinese Unwired, si rivolge a tutti gli operatori coinvolti nell’ambito “spazi di lavoro”, espandendosi da architettura e interni fino a tecnologia e innovazione.
La Svizzera ospita molte compagnie internazionali, da Roche a Google, da Facebook a Siemens, per parlare solo di giganti, e c’è quindi terreno fertile per confrontarsi su casi studio, priorità e sfide future.
Il serrato ciclo di interventi ha affrontato una serie di temi che si rifanno al concetto di Smart work, ossia l'opportunità offerta dalla tecnologia odierna di poter sviluppare lavori intellettuali senza dover necessariamente presidiare la scrivania per l’intera giornata.
Libertà di lavorare fuori sede, collegandosi magari da casa o da una caffetteria dotata di wi-fi, significa quindi dover rivedere le modalità di interazione con i colleghi, i metodi per verificare l’avanzamento delle attività, fino alla riconfigurazione degli stessi spazi ufficio, perché - è evidente - mantenere dieci scrivanie quando ormai non ne sono utilizzate più di otto si traduce in uno spreco di volumi, energia per il riscaldamento e illuminazione non più accettabile.
I macrotemi ricorrenti durante la giornata sono stati Shaping user experience e Big data/Internet of things.
Il primo consiste in spazi di lavoro che sempre in maggior misura si adattano a chi li utilizza, e non più il contrario, grazie ad arredi riconfigurabili, cablaggi degli impianti flessibili, centralizzazione delle informazioni su cloud. Per gestire questi “spazi liquidi” servono dati, ossia i Big data (il secondo macrotema), che, per esempio, possono essere generati integrando sensori che monitorino le presenze in un edificio e in tempo reale offrano all’utilizzatore la scelta delle postazioni di lavoro disponibili. Appare molto molto tecnico tutto ciò, ma le scelte, al di là degli aspetti economici, funzionali, eccetera, è sull'individuo stesso che ricadono, suo benessere professionale e psicologico incluso.
A concludere il forum una tavola rotonda sul futuro degli spazi di lavoro in Svizzera. Vi hanno preso parte aziende con sede principale nella Confederazione quali Roche, UBS, Novartis e ONU, tutte realtà all’avanguardia, proiettate non nel domani ma nel dopodomani, che con la loro esperienza già si pongono come riferimento e apripista per le altre che certo via via non mancheranno.
Informazioni sulle prossime date e località del forum WorkTech18 sul sito unwired.eu.com
Ibis

Foto: WorkTech18, Basel, Roche, Christoph Rogge. Copyright UnGroup

Impianti sportivi in Lombardia, 8 milioni per realizzarli o riqualificarli

Otto milioni di euro per la realizzazione o riqualificazione degli impianti sportivi nei comuni lombardi. Questa la dotazione del bando presentato in 27 luglio in Camera di Commercio di Varese dall'assessore regionale allo Sport e giovani, Martina Cambiaghi nel primo di una serie di appuntamenti nelle province lombarde.
OCCASIONE PER LE AMMINISTRAZIONI - «Abbiamo deciso di venire incontro ai Comuni lombardi con un bando - dice Cambiaghi -, rispondendo a una precisa richiesta arrivata da tante realtà del territorio. Si tratta di un'importante occasione, un'opportunità d'oro, per tutte le amministrazioni locali». Servirà per riqualificare 16 mila impianti sportivi lombardi, per metterli a norma e in sicurezza e abbattere le barriere architettoniche, renderli più efficienti dal punto di vista energetico. Possono rientrare nel bando anche interventi su spogliatoi, tribune e spazi accessori per le aree verdi.
CONTRIBUTI FINO AL 50% - L'agevolazione consiste nella concessione di contributi a fondo perduto in conto capitale, fino al 50% delle spese ammissibili, per lavori che devono essere avviati entro il 30 ottobre dell'anno prossimo. devono andare da una soglia di almeno 100mila euro, nel caso di interventi di miglioramento e riqualificazione degli spazi per i servizi di supporto all’attività sportiva, a una di almeno 250mila euro, nel caso della realizzazione di nuovi impianti.

Varese, stangata del clima sul miele

Tra gelate primaverili e siccità estiva gli apicoltori dicono addio al 70% del miele
il marchio dop del miele varesino

Situazione produttiva «disastrosa» per i 517 apicoltori del Varesotto. Tutta colpa del gelo prima e del caldo africano poi. Per alveari bollenti e fiori secchi dovranno dire addio - secondo un monitoraggio della Coldiretti provinciale sui più di 21mila alveari - al 70% del miele di quest’anno.
Non diversa la prospettiva per l’intera Lombardia. Con i suoi 5mila apicoltori e le sue 143mila arnie, rischia di avere quest’anno 500 tonnellate in meno di miele e di prodotti dell’alveare rispetto alle 1.700 tonnellate delle annate normali.
L’andamento climatico è stato inclemente. «In primavera - ha spiegato il direttore di Coldiretti Varese Raffaello Betti - il ritorno di freddo mentre la robinia pseudoacacia fioriva ne ha ridotto le produzioni dell’80%. Successivamente è arrivato il maltempo, che ha costretto le api a rimanere nelle arnie. Infine il caldo africano ha mandato in sofferenza le piante con effetti sulla produzione dei nettari». Per il Miele Varesino, che rappresenta una delle cinque varietà miele dop italiane, il danno sarà «enorme».
DAL BASSO ALL’ALTO VARESOTTO
Da un capo all’altro del territorio le segnalazioni sono simili.
Nel sud della provincia le gelate primaverili hanno fatto cadere i fiori dalle piante, causando una perdita dell’80% del dop d’acacia. «Né migliore è la situazione dei mieli estivi» racconta Luigi Soldavini, titolare di un’azienda che produce miele dal 1923. «Colpa della siccità e del forte calore: siamo riusciti a fare un po’ di castagno, ma non il millefiori».
Nella zona di Viggiù l’acacia è stata rovinata da vento, gelo e acqua. Inoltre, come aggiunge l’apicoltore Guglielmo Avellini, «la produzione del millefiori è andata in sofferenza a causa del poco ciliegio e poco tarassaco, ma stanno andando nella media, invece, le produzioni di castagno e tiglio».
Qualche filo di speranza viene dalla zona del lago e dell’alto Varesotto, dove la produzione dei mieli estivi ha invece retto. «Abbiamo perso - spiega l’apicoltore Andrea Carera di Oltrona al Lago - il 70% del miele d'acacia dop per colpa delle gelate primaverili. Regge invece la produzione delle varietà estive, nonostante il caldo influisca sulle covate delle regine e quindi sulle popolazioni degli alveari». 

Milano, riaperta la cripta delle Cinque Giornate

Concluso il restauro di 300.000 euro

A Milano è stata riaperta al pubblico la cripta della chiesa dell'Annunciata, dove sono custoditi 141 caduti nei combattimenti del 1848. Sarà visitabile tutti i giorni, dal lunedì al giovedì, dalle ore 9 alle 17 dopo Pasqua.
A 165 anni esatti dalla fine delle Cinque Giornate di Milano e nell'attuale sede dell'Università statale, il 22 marzo il presidente della Lombardia Roberto Maroni, al fianco del presidente della Fondazione Irccs Ca' Granda Giancarlo Cesana e dell'assessore regionale alle Culture, Identità e Autonomie Cristina Cappellini, ha presentato la conclusione del restauro conservativo della cripta e delle sue camere sepolcrali. Alla cerimonia ha partecipato anche la banda dei Martinitt, l'istituzione di assistenza milanese che partecipò attivamente alle Cinque Giornate di Milano, operando come staffetta degli insorti tra le barricate.
I lavori facevano parte delle iniziative sostenute dalla Regione per celebrare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Ai 300.000 euro di costo complessivo hanno contribuito, oltre la Regione (148mila euro), la Cariplo e due donatori privati, rispettivamente Pietro Fara Puggioni e il presidente Cesana.
Alle pareti della cripta, con volte a crociera affrescate d'azzurro, sono riportati i nomi dei 141 caduti durante le Cinque Giornate. Sono solo una piccola parte dei 500.000 pazienti accolti nel sepolcreto della Ca' Granda tra il 1473 e il 1695, che fu riaperto appunto nel 1848, perché lo stato di assedio in corso XXII Marzo impedì di raggiungere il cimitero urbano. «Cittadini inermi invidiavano il conforto del morir combattendo» recita un'iscrizione. 

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