Edizione n.34 di mercoledì 21 ottobre 2020

Luino

Cari lettrici e lettori

Cari lettrici e lettori
cominciamo questo saluto e il nuovo anno di edizioni con le parole di alcuni storici abbonati al Corriere del Verbano, sintesi di innumerevoli telefonate e contatti che in questo periodo sono avvenuti.
Il signor V. ci scrive:«Congratulazioni vivissime per la "botta di vita" del caro antico CORRIERE DEL VERBANO, che trovo su internet e di cui mi pregio essere un lettore di lungo corso, da Luinese della diaspora ormai radicato a Varese da oltre un quarantennio. Spero col tempo di avere l'intero giornale da leggere magari su Ipad, rinunciando alla carta ed ai ritardi postali. Ancora una minuscola richiesta, ho smarrito il bollettino postale per rinnovare l'abbonamento x il 2012. Vi chiedo quindi di indicarmi le modalità… Grazie, Auguri e cordiali saluti».

Il signor G.P. ci invia «Sinceri auguri di Buon Anno, sia per "il Corriere del Verbano.it", sia per tutto. Complimenti per il coraggio. Il giornale (NdR: si intende qui il sito da alcuni mesi visibile) è ben fatto, leggibile e sicuramente vi seguirò "on line». Buona fortuna!"

La prima lettera ci fa capire che non siamo stati abbastanza chiari quando sulle pagine del Corriere del Verbano, tra novembre e dicembre 2011, abbiamo annunciato che saremmo passati online. Noi in primis, il signor V. e con lui molti altri che risiedono fuori zona, o in altre regioni, o all'estero non avranno più da combattere con i disguidi postali. Da oggi trovano la nostra testata in internet e non dovranno rinnovare l'abbonamento perché l'accesso è libero e gratuito.

Gli auguri di G.P. portano la nostra attenzione sul termine «coraggio». Altri lettori hanno usato espressioni come «svolta», «evoluzione», «felice intuizione», «indipendenza»; altri invece protestano perché prediligono, come dicono, "leggere su carta".

E' vero, c'è una robusta modificazione nel vestito che si è dato Il Corriere del Verbano e se chi legge dovrà abituarsi a un impatto grafico nuovo, noi stessi ci aspettiamo fasi di assestamento e perfezionamento. Dunque auguri a tutti, voi e noi, per una buona navigazione.
Il Corriere del Verbano

Piero Chiara, Trento Salvi, Federico Roncoroni. E Gente di Luino

È il titolo che Federico Roncoroni ha accostato ad uno degli ultimi, brevi manoscritti di Piero Chiara; ultimo, anche, tra quelli che, finora inediti, hanno visto la luce in questo ventennale dalla morte dello scrittore.

Una fitta parabola di revisione critica dell'opera letteraria o semplice ricordo del personaggio che s'è conclusa sabato 25 novembre quando, in parallelo con la tradizionale presentazione del volume de Il Rondò per il 2007 a Palazzo Verbania, Gente di Luino è stato offerto alla conoscenza di cultori, amanti, appassionati "chiariani"; ai Luinesi, cui, in fondo, come chiarisce Roncoroni stesso con l'intitolazione del pezzo in origine anepigrafo, è dedicato.

L'autografo è accolto nella collana di plaquette di Francesco Nastro Editore, un'iniziativa editoriale che da qualche anno va collezionando memorie del passato, valide sintesi del presente, profili biografici in piacevoli volumetti fuori mercato.

Il testo è breve e prende spunto da un articolo di Trento Salvi apparso sul n. 44 di Il Corriere del Verbano del 28 novembre 1984 ­ "All'Europa- requiem", riedito integrale in appendice ­ dedicato alla storia d'un anonimo "casone" lungo la strada di Creva (via Luini) di fronte al palazzo scolastico; un "casone" che, però, si fregiava del titolo d'albergo. Non era certo tra i primi della belle èpoque luinese, ma l'allora gestore, Giovanni Primi (detto Buchìn per via di "una boccuccia rotonda con sottostante moschetta bianca" anche per distinguerlo, come rievoca Salvi, da altre dinastie locali dei Primi) si dilettò a gareggiare con Hôtels di ben altra categoria nella pomposa denominazione: All'Europa.

La sua demolizione nell'84 fu occasione per una doppia cavalcata sul filo della memoria. Salvi radunò accuratamente alcune note preziose sulla storia, prontamente accolte sulle pagine del Corriere: vi erano annessi la trattoria, la bocciofila e un salone tanto ampio per ingenue rappresentazioni teatrali, subito eletto a "Salone Primi" secondo quell'attitudine all'Excelsior in ogni cosa che fu la moda di quella fin de siècle (per chi volesse, internet permette oggi di svelare ulteriori dati dagli archivi del Corriere consultando nel sito della Biblioteca Nazionale Braidense i segg. nn.: 31, 1888, ago. 1; 15, 1889, apr. 10; 10, 1890, marzo 5; 36, 1891, sett. 9); cessata l'attività alberghiera fu la volta, a ruota, della banda musicale, di formazioni ginniche locali, del partito socialista, fino al decennio del '30, quando, sul ring per la boxe ivi installato, si allenò anche Piero Chiara (in verità per un breve periodo).

Proprio Chiara, a quasi due anni di distanza dal requiem all'Europa ("non come continente o come comunità politica", avvertì prontamente), riprese in mano l'articolo di Salvi, serbato, ma non archiviato, tra i ritagli e i ricordi di una Luino che doveva a tutti costi rivivere, quasi ossessivamente, se si legge tra le righe, soprattutto degli ultimi lavori, un personale nodo da sciogliere nei confronti dei luoghi d'una bella, amata gioventù, letterariamente se, come sempre, s'intende Luino come quell'imprescindibile microcosmo per osservare un'umanità talmente esaminata e assimilata da svelare, più agevolmente che in luoghi d¹osservazione "altri" rispetto alla propria estrazione, tutta la mutevole gamma dell'esistenza sotto gli apparentemente insignificanti gesti e le piccole aspirazioni d'una comune quotidianità.

A lui, certo, non poteva sfuggire la suggestione di questo spezzone minore di storia luinese: un albergo modesto, è vero, ch'ebbe tuttavia la "gloria" d¹assurgere a luogo collettivo di ritrovo (paesano, ma non strapaesano), serbatoio e punto d'incrocio dei destini d'una umanità varia, straordinaria perché consueta, com'era quella di Luino tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, anzi, di quella Luino che, lontano dai riflettori (per la verità oramai attenuati) del turismo, dei fasti della stazione e delle ville in collina si stringeva attorno all'asse verso Creva, l'asse produttivo e popolare, delle fabbriche e del lavoro: "personaggi minimi", precisa Roncoroni, "gente semplice che però è pur sempre raccontabile, e comunque sotto la sua penna lo diventa, come protagonista di quella storia minore e minima che è la storia di ogni paese".

Con Gente di Luino Chiara, quindi, ci svela ancora una volta il volto di quel nostro "paese" prima che venisse livellato al grado minimo di frammento d'una periferia indistinta che non parve (a Chiara stesso) e non pare ancora oggi meritare neppure la grazia d'esser sintetizzata in forma narrativa. Un processo di cui lo stesso scrittore avvertiva lucidamente gli inizi (non ad altro sembra alludere quell "ultimo caffè" che chiude Gente di Luino), gli sviluppi e la disaggregante conclusione.

Federico Crimi

Era proprio un'oca!

L'autentico stemma dei Luini

Quasi trent’anni fa, in una puntata della rubrica “Corriere d’un Verbano che fu” (n. 18-1981, 6 maggio) fu posto l’interrogativo, “Cigno o oca?”, relativo al volatile che è rappresentato nello stemma dei Luini, disponibile in versioni che vanno dal XV al XIX secolo e ripreso nello stemma del Comune di Luino, a sua volta passato attraverso due o tre varianti.

La bagattella erudita è stata oggetto di altre indagini e persino di una ricerca scolastica, nel 2003, presso la Scuola Media Maria Ausiliatrice. Già allora ero convinto che lo stemma luinesco si ispirasse al mito delle oche del Campidoglio e che dunque, come la maggioranza delle immagini conferma, il volatile che tiene nel becco un castello fosse un’oca. In seguito castello e oca furono disgiunti e affiancati e, perso il significato – l’umile che salva la città, il nobile di provincia che è fedele allo stato – l’oca è stata volta in aulico cigno.

Così nello stemma bronzeo sul portale del comune: al “palazzo” l’umile animale era ovviamente indigesto. In qualche vecchia versione il cigno è natante su acque da cui sorge il castello, versione abbandonata prima che la proliferazione sulle nostre acque del regale anatide potesse accreditarla. Nella recente pratica per adeguare lo stemma di Luino alla qualifica di città, l’Ufficio Araldico ha voluto dire la sua. Non concependosi il caricamento del campo con due figure irrelate, il castello è stato portato al centro, affiancato da un cigno corrucciato (per essere tenuto in disparte...)

Finalmente i documenti che risolvono l’enigma sono stati, seppur tardivamente, trovati. Nel 1812 due fratelli Luini, Stefano e Giacomo, entrambi nati a Luino, ottennero da Napoleone, imperatore e re d’Italia, la qualifica di barone e di conte. Di loro parleremo altra volta; qui basti dire che le lettere patenti date a Saint Cloud e all’Eliseo, recano la precisa descrizione degli stemmi, riconosciuti ai due secondo il diverso rango. Identici sono gli inserti dello stemma avito, inquartato con le insegne delle due cariche: “d’azzurro con un atrio di castello d’argento a due torri, aperto, fenestrato e murato del campo, sinistrato da un’occa passante d’argento, imbeccata e membrata d’oro” (dagli smalti presenti derivano i colori giallo-azzurro propri del comune). 

Qualche chiarimento: il castello è “murato” perché è messa in evidenza la trama dei conci di pietra, con linee d’azzurro, come lo specchio delle finestre; è “sinistrato” dall’oca poiché questa è posta alla sua sinistra (intesa come sinistra del cavaliere che imbraccia lo scudo, quindi per chi guarda a destra). L’oca è “passante” perché in movimento, vista di fianco (e non di fronte come il malinconico cigno ministeriale), “imbeccata e membrata d’oro” perché porta il castello nel becco e sono d’oro i tratti che distinguono ali e zampe. Notiamo che in altro campo dei due stemmi, compare un richiamo specificamente ‘luvinese’: “d’argento con una pianta di lupini al naturale”.

Aggiungiamo che lo stemma originario dei Luini era troncato (diviso in due parti uguali da una linea orizzontale, come d’uso per le armi ghibelline), al capo dell’aquila imperiale, che nello stemma napoleonico ovviamente non figura perché il riconoscimento veniva dal regnante del tempo e non dal Sacro Romano Impero, come vantava la famiglia ai tempi del Ducato visconteo-sforzesco.

Condividi contenuti