Edizione n.26 di mercoledì 11 luglio 2018

“La mia Africa” d'oggi vista da un africano

È il racconto del viaggio di Innocent Magambi -profugo del Burundi- per 27 anni in cinque centri di accoglienza di quattro Paesi africani – Attualmente dirige in Malawi l'organizzazione internazionale There is Hope, dedita alla formazione lavorativa e allo studio dei rifugiati di diversi stati del Continente
Refugee for life

(E.C.) Un itinerario nei paesaggi umani dell'Africa e delle guerre. Un itinerario storico. Un romanzo anche. La cronaca di una vita. Testimonianza, soprattutto. “La mia Africa” vista non da un aristocratico occidentale del '900, ma da un africano dei nostri giorni. È “Refugee for life” (sottotitolo, Il mio viaggio attraverso l'Africa per trovare un posto chiamato casa), autore Innocent Magambi con il giornalista americano David Aeilts e prefazione di Sir Eldryd Hugh Owen Parry, studioso gallese e medico, autore di “Principi di medicina in Africa”, fondatore di Tropical Health and Education Trust.
Il libro nasce dalla grande capacità di reimmergersi in ciò che è stato, di conservare occhi ben aperti senza rancore e senza scordare nulla, né le piccole gioie né le tragedie. Per il suo autore è, e rappresenta, ancora qualcosa di più. «Uno degli scopi di questo testo è quello di offrire ai lettori occidentali un mezzo per guardare oltre le mura di un campo profughi e di ottenere un quadro veritiero della gente che ci vive», scrive. E ancora: «Questo libro è anche un tentativo per raggiungere tutti coloro che hanno dato una svolta alla mia vita. Proprio perché la maggior parte di loro è oltre la mia portata per incontrarli e ringraziarli personalmente, come atto di gratitudine io mi impegno a fare del bene finché vivo».

Il viaggio di Innocent Magambi trova origine nel conflitto in Burundi, in Africa orientale, e in quel che ne conseguì per le popolazioni; è lo sconvolgimento radicale di ventisette anni passati come profugo in cinque centri di accoglienza o campi profughi e in quattro diversi Paesi africani. La storia è raccontata passo passo, non trascura i dettagli della vita quotidiana del “prima”, quando la cucina era invasa dall'aroma delizioso dei «mandazi, frittelle fatte di farina, sale e zucchero, fritte in tanto olio e simili a ciambelle occidentali ma più piccole e rotonde»; intreccia un fitto dialogo con i ricordi legati al padre con parole di consapevolezza e stima: «Papà ha dato a noi figli lezioni importanti mentre lo osservavamo trattare con le persone. Un uomo d’affari di successo, con molte persone che lavoravano per lui, egli ci ha insegnato a trattare i dipendenti alla pari. Anche se questi ricevevano una paga equa alla fine della giornata, papà permetteva loro di pranzare con noi e li aiutava anche nel loro lavoro. Ci ha insegnato a non passare davanti ad una donna o ai bambini che portavano dei pesi senza fermarci ad aiutarli; se mostravano segni di stanchezza papà insisteva perché ci fermassimo per portare i loro pesi per un tratto di strada, cosa che andava oltre il nostro dovere o le usanze sociali. A volte ci chiedeva anche di aiutare qualcuno che andava dalla parte opposta alla nostra); senza sovraccarichi emotivi o strumentale ricerca di effetti, affronta il tempo del dolore e delle sottrazioni, analizza globalmente quel che è stato con l'immediatezza dell'esperienza consentendo a chi legge una visione d'insieme. E molto fa comprendere e scoprire.

È finito per Innocent My Journey Across Africa?
Da un certo punto di vista no, viene da rispondere. Perchè se il protagonista malgrado soverchianti e alle latitudini occidentali nemmeno immaginabili vicissitudini è riuscito a terminare gli studi, creare famiglia con una giovane donna italiana e i loro figli, fermarsi in un luogo certo, concreto, con una mappa di percorsi individuabili, scelti e voluti, la possibilità di dire «domani», le porte che si erano drammaticamente spalancate inghiottendo persone, cose, affetti per lui non si sono più richiuse. Se le tiene nel palmo della mano rispettando tutto quel passato così come deve essere.
Oggi Magambi vive in Malawi e lavora per la comunità del campo profughi che accoglie ventimila persone circa provenienti da diversi Paesi africani. Dirige l'organizzazione There is Hope (C'è speranza), riconosciuta ufficialmente il 31 dicembre 2007 dal governo del Malawi, che non è mero assistenzialismo. Accompagna nella formazione lavorativa, nel percorso anche universitario con l'assegnazione di borse di studio ai rifugiati, aiuta a trovare le abilità necessarie per rendersi finanziariamente indipendenti. Le sue parole: «Quando per la prima volta mi venne in mente l’idea di dar vita a There is hope pensai: “Chi parteciperebbe ad una iniziativa voluta da un uomo come me senza status sociale e senza soldi?“ Al contrario, chi avrebbe mai immaginato che un’organizzazione fondata e diretta da un rifugiato potesse offrire oggi borse di studio, una istruzione elementare, prestiti per generare piccole attività, formazione per acquisire competenze utili a generare reddito, cibo per detenuti, protesi per disabili?
«E’ proprio quello che è successo ma non in un giorno. Mi piace citare Thomas Edison che riuscì a inventare la lampadina dopo 999 tentativi falliti. Egli disse: “La nostra più grande debolezza è quella di arrendersi. La via più certa per riuscire è riprovare ancora una volta”».
Refugee for Life: My Journey Across Africa to Find a Place Called Home (Wordsmith, 2015), in formato cartaceo e lingua inglese, può essere acquistato attraverso il link https://iteams.org.uk/book-orders.  Il ricavato va a There is hope.